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1835–1907

IL PARLAMENTO

Giosue Carducci

Sta Federico imperatore in Como. Ed ecco un messaggero entra in Milano Da Porta Nova a briglie abbandonate «Popolo di Milano», ei passa e chiede,

«Fatemi scorta al console Gherardo». Il console era in mezzo de la piazza, E il messagger piegato in su l'arcione Parlò brevi parole e spronò via.

Allor fe' cenno il console Gherardo, E squillaron le trombe a parlamento. Squillarono le trombe a parlamento: Ché non anche risurto era il palagio

Su' gran pilastri né l'arengo v'era, Né torre v'era, né a la torre in cima La campana. Fra i ruderi che neri Verdeggiavan di spine, fra le basse

Case di legno, ne la breve piazza I milanesi tenner parlamento Al sol di maggio. Da finestre e porte Le donne riguardavano e i fanciulli.

«Signori milanesi,» il consol dice, «La primavera in fior mena tedeschi Pur come d'uso. Fanno pasqua i lurchi Ne le lor tane, e poi calano a valle.

Per l'Engadina due scomunicati Arcivescovi trassero lo sforzo. Trasse la bionda imperatrice al sire Il cuor fido e un esercito novello.

Como è co' i forti, e abbandonò la lega». il popol grida: «L'esterminio a Como!» «Signori milanesi», il consol dice, «L'imperator, fatto lo stuolo in Como,

Move l'oste a raggiungere il marchese Di Monferrato ed i pavesi. Quale Volete, milanesi? od aspettare Da l'argin novo riguardando in arme,

O mandar messi a Cesare, o affrontare A lancia e spada il Barbarossa in campo?» «A lancia e spada», tona il parlamento, «A lancia e spada, il Barbarossa, in campo!»

Or si fa innanzi Alberto di Giussano. Di ben tutta la spalla egli soverchia Gli accolti in piedi al console d'intorno. Ne la gran possa de la sua persona

Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano La barbuta: la bruna capelliera Il lato collo e l'ampie spalle inonda. Batte il sol ne la chiara onesta faccia,

Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla. È la sua voce come tuon di maggio. «Milanesi, fratelli, popol mio! Vi sovvien» dice Alberto di Giussano

«Calen di marzo? I consoli sparuti Cavalcarono a Lodi, e con le spade Nude in man gli giurâr l'obedienza. Cavalcammo trecento al quarto giorno,

Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo I nostri belli trentasei stendardi. Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi Di Milano affamata. E non fu nulla».

«Vi sovvien» dice Alberto di Giussano, «Il dì sesto di marzo? A i piedi ei volle Tutti i fanti ed il popolo e le insegne. Gli abitanti venìan de le tre porte,

Il carroccio venìa parato a guerra; Gran tratta poi di popolo, e le croci Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe Del carroccio mandâr gli ultimi squilli,

Innanzi a lui l'antenna del carroccio Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi». «Vi sovvien?» dice Alberto di Giussano: «Vestiti i sacchi de la penitenza,

Co' piedi scalzi, con le corde al collo, Sparsi i capi di cenere, nel fango C'inginocchiammo, e tendevam le braccia, E chiamavam misericordia. Tutti

Lacrimavan, signori e cavalieri, A lui d'intorno. Ei, dritto, in piedi, presso Lo scudo imperial, ci riguardava, Muto, co 'l suo diamantino sguardo».

«Vi sovvien» dice Alberto di Giussano, «Che tornando a l'obbrobrio la dimane Scorgemmo da la via l'imperatrice Da i cancelli a guardarci? E pe' i cancelli

Noi gittammo le croci a lei gridando: — O bionda, o bella imperatrice, o fida, O pia, mercé, mercé di nostre donne! — Ella trassesi indietro. Egli c'impose

Porte e muro atterrar de le due cinte Tanto ch'ei con schierata oste passasse». «Vi sovvien?» dice Alberto di Giussano: «Nove giorni aspettammo; e si partiro

L'arcivescovo i conti e i valvassori. Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi, Con le donne, co' i figli e con le robe: Otto giorni vi dà l'imperatore. —

E noi corremmo urlando a Sant'Ambrogio, Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri. Via da la chiesa, con le donne e i figli, Via ci cacciaron come can tignosi».

«Vi sovvien», dice Alberto di Giussano, «La domenica triste de gli ulivi? Ahi passion di Cristo e di Milano! Da i quattro Corpi santi ad una ad una

Crosciar vedemmo le trecento torri De la cerchia; ed al fin per la ruina Polverosa ci apparvero le case Spezzate, smozzicate, sgretolate:

Parean file di scheltri in cimitero. Di sotto, l'ossa ardean de' nostri morti». Così dicendo Alberto di Giussano Con tutt'e due le man copriasi gli occhi,

E singhiozzava: in mezzo al parlamento, Singhiozzava e piangea come un fanciullo. Ed allora per tutto il parlamento Trascorse quasi un fremito di belve.

Da le porte le donne e da i veroni, Pallide, scarmigliate, con le braccia Tese e gli occhi sbarrati al parlamento Urlavano — Uccidete il Barbarossa! —

«Or ecco», dice Alberto di Giussano, «Ecco, io non piango più. Venne il dì nostro, O milanesi, e vincere bisogna. Ecco: io m'asciugo gli occhi, e a te guardando,

O bel sole di Dio, fo sacramento: Diman da sera i nostri morti avranno Una dolce novella in purgatorio: E la rechi pur io!» Ma il popol dice:

«Fia meglio i messi imperiali». Il sole Ridea calando dietro il Resegone.

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