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1835–1907

III

Giosue Carducci

Avanti, avanti, o indomito destrier de gl'inni alato! Obliar vo' nel rapido corso l'inerte fato, I gravi e oscuri dì. Ricordi tu, bel sauro, quando al tuo primo salto

I falchi salutarono augurando ne l'alto E il bufolo muggì? Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano, Ove china su 'l nubilo inseminato piano

La torre feudal Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi Veglia de le rasenie cittadi in mezzo a' boschi Il sonno sepolcral.

Mentre tormenta languido sirocco gli assetati Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati Verdi tra il cielo e il mar, Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno

Saliva, le fenicie rosse vele nel seno Azzurro ad aspettar? Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera Torre di Donoratico a la cui porta nera

Conte Ugolin bussò Con lo scudo e con l'aquile a la Meloria infrante, Il grand'elmo togliendosi da la fronte che Dante Ne l'inferno ammirò?

Or (dolce a la memoria) una quercia su 'l ponte Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte Novella il cacciator Quando al purpureo vespero su la bertesca infida

I falchetti famelici empiono il ciel di strida E il can guarda al clamor. Là tu crescesti, o sauro destrier de gl'inni, meco; E la pietra pelasgica ed il tirreno speco

Fûro il mio solo altar; E con me nel silenzio meridian fulgente I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente Veniano a conversar.

E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada Che ne' solchi de i secoli aperti con la spada Dal console roman Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;

Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava, Comune italian, Tra le germane faide e i salmi nazareni Esultava nel libero lavoro e ne i sereni

Canti de' mietitor. Chi di quell'orzo pascesi, o nobile corsiero, Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero Nel sano petto il cor.

Dammi or dunque, apollinea fiera, l'alato dorso: Ecco tutte le redini io ti libero al corso: Corriam, fiera gentil. Corriam de gli avversarii sovra le teste e i petti,

De' mostri il sangue imporpori i tuoi ferrei garetti; E a noi rida l'april, L'april de' colli italici vaghi di mèssi e fiori, L'april santo de l'anima piena di nuovi amori,

L'aprile del pensier. Voliam sin che la folgore di Giove tra la rotta Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta Cavallo e cavalier,

O ch'io discenda placido dal tuo stellante arcione, Con l'occhio ancora gravido di luce e visione, Su 'l toscano mio suol, Ed al fraterno tumolo posi da la fatica,

Gustando tu il trifoglio da una bell'urna antica Verso il morente sol.

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