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1835–1907

III

Giosue Carducci

Te redimito di fior purpurei april te vide su 'l colle emergere dal solco di Romolo torva riguardante su i selvaggi piani:

te dopo tanta forza di secoli aprile irraggia, sublime, massima, e il sole e l'Italia saluta te, Flora di nostra gente, o Roma.

Se al Campidoglio non più la vergine tacita sale dietro il pontefice, né più per Via Sacra il trionfo piega i quattro candidi cavalli,

questa del Fòro tuo solitudine ogni rumore vince, ogni gloria: e tutto che al mondo è civile, grande, augusto, egli è romano ancora.

Salve, dea Roma! Chi disconósceti cerchiato ha il senno di fredda tenebra, e a lui nel reo cuore germoglia torpida la selva di barbarie.

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi del Fòro, io seguo con dolci lacrime e adoro i tuoi sparsi vestigi, patria, diva, santa genitrice.

Son cittadino per te d'Italia, per te poeta, madre de i popoli, che desti il tuo spirito al mondo, che Italia improntasti di tua gloria.

Ecco, a te questa, che tu di libere genti facesti nome uno, Italia, ritorna, e s'abbraccia al tuo petto, affisa ne' tuoi d'aquila occhi.

E tu dal colle fatal pe 'l tacito Fòro le braccia porgi marmoree, a la figlia liberatrice additando le colonne e gli archi:

gli archi che nuovi trionfi aspettano non più di regi, non più di cesari, e non di catene attorcenti braccia umane sugli eburnei carri;

ma il tuo trionfo, popol d'Italia, su l'età nera, su l'età barbara, su i mostri onde tu con serena giustizia farai franche le genti.

O Italia, o Roma! quel giorno, placido tonerà il cielo su 'l Fòro, e cantici di gloria, di gloria, di gloria correran per l'infinito azzurro.

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