A te ritorna, sì come l'aquila
nel reluttante dragon sbramatasi
poggiando su l'ali pacate
a l'aereo nido torna e al sole,
a te ritorna, Cadore, il cantico
sacro a la patria. Lento nel pallido
candor de la giovine luna
stendesi il murmure de gli abeti
da te, carezza lunga su 'l magico
sonno de l'acque. Di biondi parvoli
fioriscono a te le contrade,
e da le pendenti rupi il fieno
falcian cantando le fiere vergini
attorte in nere bende la fulvida
chioma; sfavillan di lampi
ceruli rapidi gli occhi: mentre
il carrettiere per le precipiti
vie tre cavalli regge ad un carico
di pino da lungi odorante,
e al cìdolo ferve Perarolo,
e tra le nebbie fumanti a' vertici
tuona la caccia: cade il camoscio
a' colpi sicuri, e il nemico,
quando la patria chiama, cade.
Io vo' rapirti, Cadore, l'anima
di Pietro Calvi; per la penisola
io voglio su l'ali del canto
aralda mandarla. – Ahi mal ridesta,
ahi non son l'Alpi guancial propizio
a sonni e sogni perfidi, adulteri!
lèvati, finì la gazzarra:
lèvati, il marzio gallo canta! –
Quando su l'Alpi risalga Mario
e guardi al doppio mare Duilio
placato, verremo, o Cadore,
l'anima a chiederti del Vecellio.
nel Campidoglio di spoglie fulgido,
nel Campidoglio di leggi splendido
ei pinga il trionfo d'Italia,
assunta novella tra le genti.