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1835–1907

III

Giosue Carducci

A te ritorna, sì come l'aquila nel reluttante dragon sbramatasi poggiando su l'ali pacate a l'aereo nido torna e al sole,

a te ritorna, Cadore, il cantico sacro a la patria. Lento nel pallido candor de la giovine luna stendesi il murmure de gli abeti

da te, carezza lunga su 'l magico sonno de l'acque. Di biondi parvoli fioriscono a te le contrade, e da le pendenti rupi il fieno

falcian cantando le fiere vergini attorte in nere bende la fulvida chioma; sfavillan di lampi ceruli rapidi gli occhi: mentre

il carrettiere per le precipiti vie tre cavalli regge ad un carico di pino da lungi odorante, e al cìdolo ferve Perarolo,

e tra le nebbie fumanti a' vertici tuona la caccia: cade il camoscio a' colpi sicuri, e il nemico, quando la patria chiama, cade.

Io vo' rapirti, Cadore, l'anima di Pietro Calvi; per la penisola io voglio su l'ali del canto aralda mandarla. – Ahi mal ridesta,

ahi non son l'Alpi guancial propizio a sonni e sogni perfidi, adulteri! lèvati, finì la gazzarra: lèvati, il marzio gallo canta! –

Quando su l'Alpi risalga Mario e guardi al doppio mare Duilio placato, verremo, o Cadore, l'anima a chiederti del Vecellio.

nel Campidoglio di spoglie fulgido, nel Campidoglio di leggi splendido ei pinga il trionfo d'Italia, assunta novella tra le genti.

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