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1835–1907

III

Giosue Carducci

Meglio così! Sangue dei morti, affretta I rivi tuoi vermigli E i fati; al ciel vapora, e di vendetta Inebria i nostri figli.

Essi, nati a l'amore, a cui l'aurora De l'avvenir sorride Ne le limpide fronti, odiino ancora, Come chi molto vide.

Mirate, udite, o avversi continenti. O monti al ciel ribelli, Isole e voi ne l'oceàn fiorenti Di boschi e di vascelli;

E tu che inciampi, faticosa ancella, Europa, in su la via; E tu che segui pe' i gran mar la stella Che al Penn si discovria;

E voi che sotto i furiosi raggi Serpenti e re nutrite, Africa ed Asia, immani, e voi selvaggi, Voi, pelli colorite;

E tu, sole divino: ecco l'onesto Veglio, rosso le mani Di sangue e 'l viso di salute: è questo L'angel de gli Sciuani.

Ei, prima che il fatale esecutore Lo spazzo abbia lavato, Esce raggiante a delibar l'orrore Del popolo indignato.

Ei, di demenza orribile percosso, Com'ebbro il capo scuote, E vorria pur vedere un po' di rosso Ne l'òr de le sue ruote.

Veglio! son pompe di ferocie vane In che il tuo cor si esala, E in van t'afforza a troncar teste umane Quei che salvò i La Gala.

Due tu spegnesti; e a la chiamata pronti Son mille, ancor più mille. I nostri padiglion splendon su i monti, Ne' piani e per le ville,

Dovunque s'apre un'alta vita umana A la luce a l'amore: Noi siam la sacra legion tebana, Veglio, che mai non muore.

Sparsa è la via di tombe, ma com'ara Ogni tomba si mostra: La memoria de i morti arde e rischiara La grande opera nostra.

Savi, guerrier, poeti ed operai, Tutti ci diam la mano: Duro lavor ne gli anni, e lieve omai Minammo il Vaticano.

Splende la face, e il sangue pio l'avviva; Splende siccome un sole: Sospiri il vento, e su l'antica riva Cadrà l'orrenda mole.

E tra i ruderi in fior la tiberina Vergin di nere chiome Al peregrin dirà: Son la ruina D'un'onta senza nome.

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