Meglio così! Sangue dei morti, affretta I rivi tuoi vermigli E i fati; al ciel vapora, e di vendetta Inebria i nostri figli.
Essi, nati a l'amore, a cui l'aurora De l'avvenir sorride Ne le limpide fronti, odiino ancora, Come chi molto vide.
Mirate, udite, o avversi continenti. O monti al ciel ribelli, Isole e voi ne l'oceàn fiorenti Di boschi e di vascelli;
E tu che inciampi, faticosa ancella, Europa, in su la via; E tu che segui pe' i gran mar la stella Che al Penn si discovria;
E voi che sotto i furiosi raggi Serpenti e re nutrite, Africa ed Asia, immani, e voi selvaggi, Voi, pelli colorite;
E tu, sole divino: ecco l'onesto Veglio, rosso le mani Di sangue e 'l viso di salute: è questo L'angel de gli Sciuani.
Ei, prima che il fatale esecutore Lo spazzo abbia lavato, Esce raggiante a delibar l'orrore Del popolo indignato.
Ei, di demenza orribile percosso, Com'ebbro il capo scuote, E vorria pur vedere un po' di rosso Ne l'òr de le sue ruote.
Veglio! son pompe di ferocie vane In che il tuo cor si esala, E in van t'afforza a troncar teste umane Quei che salvò i La Gala.
Due tu spegnesti; e a la chiamata pronti Son mille, ancor più mille. I nostri padiglion splendon su i monti, Ne' piani e per le ville,
Dovunque s'apre un'alta vita umana A la luce a l'amore: Noi siam la sacra legion tebana, Veglio, che mai non muore.
Sparsa è la via di tombe, ma com'ara Ogni tomba si mostra: La memoria de i morti arde e rischiara La grande opera nostra.
Savi, guerrier, poeti ed operai, Tutti ci diam la mano: Duro lavor ne gli anni, e lieve omai Minammo il Vaticano.
Splende la face, e il sangue pio l'avviva; Splende siccome un sole: Sospiri il vento, e su l'antica riva Cadrà l'orrenda mole.
E tra i ruderi in fior la tiberina Vergin di nere chiome Al peregrin dirà: Son la ruina D'un'onta senza nome.
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