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1835–1907

II

Giosue Carducci

O dileguanti via su la marina tra grige arene e fise acque di stagni, cui scarsa omai la quercia ombreggia e rado il cignal fruga,

terre pensose in torvo aere greve, su cui perenne aleggia il mito e cova leggende e canta a i secoli querele, ditemi dove

rovescio, il crin spiovendogli, dal sole mal carreggiato (e candide tendea al mareggiante Erìdano le braccia) cadde Fetonte

ardendo, come per sereno cielo stella volante che di lume un solco traesi dietro: chiamano, ed in alto miran le genti.

Ov'è che prone su 'l fratel piangendo l'Elìadi suore lacrimâr l'elettro, e crebber pioppe, sibilando a' venti sciolte le chiome?

Ov'è che a lutto del fanciullo amato lai lunghi il re de' Liguri levando tra le populee meste fronde e l'ombra de le sorelle

vecchiezza indusse di canute piume, e abbandonata la dogliosa terra seguì le belle sorridenti in cielo stelle co 'l canto?

Perpetuo quindi un gemito vagava su la tristezza di Padusa immota, ne le fosche acque. I Liguri selvaggi spingean le cimbe

lungo ululando in negre vesti, o sopra i calvi dossi a l'isole emergenti in solchi per il desolato lago sedean cantando

lugubremente dove Argenta siede oggi. Né ancora Diomede avea di delfic'oro e argivo onor vestita d'Adria reina

Spina pelasga. Ahi nome vano or suona! Sparì, del vespro visione, in faccia a la sorgente con in man la croce ferrea Ferrara.

Salve, Ferrara! Dove stan le belle torri d'Ateste e case d'Ariosti eran paludi, e i Lìngoni coloni davan le reti

al mare incerto e combattean la preda, quando campati innanzi la ruina del latrante Unno i Veneti e dal Fòro giulio i Romani,

sì come i Liguri avi da le belve ne le disperse stazion lacustri, qui confuggiro e ripararon l'alto seme di Roma.

Salve, Ferrara, co 'l tuo fato in pugno ultima nata, creatura nova de l'Apennin, del Po, del faticoso dolore umano!

Poi che di sangue vìnilo rinfusa, pugne cercando e libertà, trovasti risse e tiranni, a l'oriente – O bianca aquila, vieni! –

chiamasti. E venne. Ah ponte di Cassano, ah rive d'Adda, quanto grido corse l'aure lombarde, allor che su 'l furore d'Ezzelin domo

ringuainando placido la spada Azzo Novello salutò con mano la sventolante rossa croce per le itale insegne!

D'allora un lume d'epopea corona l'aquila d'Este; e quando ne le sale le marchesane udian Isotta e i fieri giovani Orlando,

un mesto suon di rapsodia veniva giù d'Aquileia dal disfatto piano, venìa co 'l Po, cantatagli da' flutti d'Ocno e di Manto,

l'itala antica melodia di Maro; e le viole de' trovieri a un tratto tacean; la dama sospirava, in alto guardava il sire.

E a te, Ferrara, come già d'alpestre sostanza i fiumi ti recar tributo, onde tu stesti nel gran piano e saldo crebbe San Giorgio,

a te da i monti a te da le colline d'Italia verdi profluì l'ingegno e la bollente d'igneo vigore materia umana.

A te gli Strozzi vennero da l'Arno tsco parlando e ti cantâr latina; e gli Ariosti da Bologna, accorta gente di guerra

e di faccenda, che a stupor del mondo dièr la sirena del volubil tono; venne da Reggio la diletta a Febo gente Boiarda;

e da gli Euganei vennero pensosi Savonaroli, e da Verona bella, la diva Grecia rivelando, umìle venne il Guarino.

Onde stagione fu di gloria, e corse con il tuo fiume, o fetontea Ferrara, ampio, seren, perpetuo, sonante, l'italo canto.

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