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1835–1907

II

Giosue Carducci

Non te, Cadore, io canto su l'arcade avena che segua de l'aure e l'acque il murmure: te con l'eroico verso che segua il tuon de' fucili giù per le valli io celebro.

Oh due di maggio, quando, saltato su 'l limite de la strada al confine austriaco, il capitano Calvi – fischiavan le palle d'intorno – biondo, diritto, immobile,

leva in punta a la spada, pur fiso al nemico mirando, il foglio e 'l patto d'Udine, e un fazzoletto rosso, segnale di guerra e sterminio, con la sinistra sventola!

Pelmo a l'atto e Antelao da' bianchi nuvoli il capo grigio ne l'aere sciolgono, come vecchi giganti che l'elmo chiomato scotendo a la battaglia guardano.

Come scudi d'eroi che splendon nel canto de' vati a lo stupor dei secoli, raggianti nel candore, di contro al sol che pe 'l cielo sale, i ghiacciai scintillano.

Sol de le antiche glorie, con quanto ardore tu abbracci l'alpi ed i fiumi e gli uomini! tu fra le zolle sotto le nere boscaglie d'abeti visiti i morti e susciti.

– Nati su l'ossa nostre, ferite, figliuoli, ferite sopra l'eterno barbaro: da' nevai che di sangue tingemmo crosciate, macigni, valanghe, stritolatelo. –

Tale da monte a monte rimbomba la voce de' morti che a Rusecco pugnarono; e via di villa in villa con fremito ogn'ora crescente i venti la diffondono.

Afferran l'armi e a festa i giovani tizianeschi scendon cantando Italia: stanno le donne a' neri veroni di legno fioriti di geranio e garofani.

Pieve che allegra siede tra' colli arridenti e del Piave ode basso lo strepito, Auronzo bella al piano stendentesi lunga tra l'acque sotto la fosca Ajàrnola,

e Lorenzago aprica tra i campi declivi che d'alto la valle in mezzo domina, e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti tutto il verde Comelico,

ed altre ville ed altre fra pascoli e selve ridenti i figli e i padri mandano: fucili impugnan, lance brandiscono e roncole: i corni de i pastori rintronano.

Di tra gli altari viene l'antica bandiera che a Valle vide altra fuga austriaca, e accoglie i prodi: al nuovo sol rugge e a' pericoli novi il vecchio leon veneto.

Udite. Un suon lontano discende, approssima, sale, corre, cresce, propagasi; un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che infuria, insistentemente, terribile.

Che è? chiede il nemico venendo a l'abboccamento, e pur con gli occhi interroga. – Le campane del popol d'Italia sono: a la morte vostra o a la nostra suonano. –

Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett'anni la morte da le fosse di Mantova rapirà. Tu venisti cercandola, come a la sposa celatamente un esule.

Quale già d'Austria l'armi, tal d'Austria la forca or ei guarda sereno ed impassibile, grato a l'ostil giudicio che milite il mandi a la sacra legion de gli spiriti.

Non mai più nobil alma, non mai sprigionando lanciasti a l'avvenir d'Italia, Belfiore, oscura fossa d'austriache forche, fulgente, Belfiore, ara di màrtiri.

Oh a chi d'Italia nato mai caggia dal core il tuo nome frutti il talamo adultero tal che il ributti a calci da i lari aviti nel fango vecchio querulo ignobile!

e a chi la patria nega, nel cuor, nel cervello, nel sangue sozza una forma brulichi di suicidio, e da la bocca laida bestemmiatrice un rospo verde palpiti!

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