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1835–1907

II

Giosue Carducci

E pur tu sei canuto: e pur la vita Ti rifugge dal corpo inerte al cuor, E dal cuore al cervel, come smarrita Nube per l'alpi solvesi in vapor.

Deh, perdona a la vita! A l'un vent'anni Schiudon, superbi araldi, l'avvenir; E in sen, del carcer tuo pur tra gli affanni. La speme gli fiorisce et il desir.

Crescean tre fanciulletti a l'altro intorno, Come novelli del castagno al piè; Or giaccion tristi, e nel morente giorno La madre lor pensa tremando a te.

Oh, allor che del Giordano a i freschi rivi Traea le turbe una gentil virtù E ascese a le città liete d'ulivi Giovin messia del popolo Gesù,

Non tremavan le madri; e Naim in festa Vide la morte a un suo cenno fuggir E la piangente vedovella onesta Tra il figlio e Cristo i baci suoi partir.

Sorridean da i cilestri occhi profondi I pargoletti al bel profeta umìl; Ei lacrimando entro i lor ricci biondi La mano ravvolgea pura e sottil.

Ma tu co 'l pugno di peccati onusto Calchi a terra quei capi, empio signor, E sotto al sangue del paterno busto De le tenere vite affoghi il fior.

Tu su gli occhi de i miseri parenti (E son tremuli vegli al par di te) Scavi le fosse a i figli ancor viventi, Chierico sanguinoso e imbelle re.

Deh, prete, non sia ver che dal tuo nero Antro niun salvo a l'aure pure uscì; Polifemo cristian, deh non sia vero Che tu nudri la morte in trenta dì.

Stringili al petto, grida – Io del ciel messo Sono a portar la pace, a benedir – E sentirai dal giovanile amplesso Nuovo sangue a le tue vene fluir...

In sua mente crudel (volgonsi inani Le lacrime ed i prieghi) egli si sta: Come un fallo gittò gli affetti umani Ei solitario ne l'antica età.

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