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1835–1907

I

Giosue Carducci

Sei grande. Eterno co 'l sole l'iride de' tuoi colori consola gli uomini, sorride natura a l'idea giovin perpetua ne le tue

forme. Al baleno di quei fantasimi roseo passante su 'l torvo secolo posava il tumulto del ferro, ne l'alto guardavano le genti;

e quei che Roma corse e l'Italia, struggitor freddo, fiammingo cesare, sé stesso obliava, i pennelli chino a raccogliere dal tuo piede.

Di': sotto il peso de' marmi austriaci, in quel de' Frari grigio silenzio, antico tu dormi? o diffusa anima erri tra i paterni monti,

qui dove il cielo te, fronte olimpia cui d'alma vita ghirlandò un secolo, il ciel tra le candide nubi limpido cerulo bacia e ride?

Sei grande. E pure là da quel povero marmo più forte mi chiama e i cantici antichi mi chiede quel baldo viso di giovine disfidante.

Che è che sfidi, divino giovane? la pugna, il fato, l'irrompente impeto dei mille contr'uno disfidi, anima eroica, Pietro Calvi.

Deh, fin che Piave pe' verdi baratri ne la perenne fuga de' secoli divalli a percuotere l'Adria co' ruderi de le nere selve,

che pini al vecchio San Marco diedero turriti in guerra giù tra l'Echinadi, e il sole calante le aguglie tinga a le pallide dolomiti

sì che di rosa nel cheto vespero le Marmarole care al Vecellio rifulgan, palagio di sogni, eliso di spiriti e di fate,

sempre, deh, sempre suoni terribile ne i desideri da le memorie, o Calvi, il tuo nome; e balzando pallidi i giovini cerchin l'arme.

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