Torpido fra la nebbia ed increscioso Esce su Roma il giorno: Fiochi i suon de la vita, un pauroso Silenzio è d'ogn'intorno.
Novembre sta del Vatican su gli orti Come di piombo un velo: Senza canti gli augei da' tronchi morti Fuggon pe 'l morto cielo.
Fioccano d'un cader lento le fronde Gialle, cineree, bianche; E sotto il fioccar tristo che le asconde Paion di vita stanche
Fin quelle, che d'etadi e genti sparte Mirar tanta ruina In calma gioventù, forme de l'arte Argolica e latina.
Il gran prete quel dì svegliossi allegro, Guardò pe' vaticani Vetri dorati il cielo umido e negro, E si fregò le mani.
Natura par che di deforme orrore Tremi innanzi a la morte: Ei sente de le piume anco il tepore E dice – Ecco, io son forte.
Antecessor mio santo, anni parecchi Corser da la tua gesta: A te, Piero, bastarono gli orecchi; Io taglierò la testa.
A questa volta son con noi le squadre, Né Gesù ci scompiglia: Egli è in collegio al Sacro Cuore, e il padre Curci lo tiene in briglia.
Un forte vecchio io son; l'ardor de i belli Anni in cuor mi ritrovo: La scure che aprì 'l cielo al Locatelli Arrotatela a novo.
Sottil, lucida, acuta, in alto splenda Ella come un'idea: Bello il patibol sia: l'oro si spenda Che mandò Il Menabrea.
I francesi, posato il Del Voltèr da l'un canto, Diano una man, per compiere il gibetto, Al tribunal mio santo.
Si esponga il sacramento a San Niccola Con le indulgenze usate, Ed in faccia a l'Italia mia figliuola Due teste insanguinate. –
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