Ah per te Orazio prèdica al vento! Del patrio carcere non sei contento, La chiave abomini grata a i pudichi, Agogni a l'aere de' luoghi aprichi.
E dove, o misero, dove n'andrai, Dove un ricovero trovar potrai, O de' miei giovini lustri diletto, O mio carissimo tenue libretto?
Non sai fastidio ch'ha de le rime questa de gli arcadi prole sublime: Né de' romantici ti vuol la fiera Che siede a i salici libera schiera.
Tu, se tra' lirici pur tenti il volo, Poco, o mio tenero, t'ergi dal suolo; Ed oggi innalzasi per nova via Fin da' suoi numeri l'economia,
Né omai più reggono piedi né ale Dietro la lirica universale. Oggi ciclopica s'è fatta l'arte; E Bronte e Sterope su per le carte
Con vene tumide, con occhi accesi E con gli erculei muscoli tesi A prova picchiano: Venere guata, E gli rimescola la limonata:
Mentre il monocolo pastore etnese, Succiando il femore d'un itacese, Con urli orribili divelle un pino E a le nereidi fa il mazzolino.
Deh, quanti, o misero, d'ispirazioni Litri raccogliere puoi ne' polmoni, Quanti chilometri de l'infinito Puoi tu percorrere con passo ardito,
Quanti ravvolgerti chili d'affetto Giù ne lo stomaco puoi tu, libretto, Da uscire a gloria tra le persone, Senza pericolo d'indigestione?
Te con le tenui miche d'Orazio Crebbe la pallida musa del Lazio, A te quell'aere parve bastante Che respirarono l'Ariosto e Dante:
Chiede il novissimo stadio altre bighe: Libro, rincàsati, cansa le brighe. Vedi? minacciano Cariddi e Scilla: Ti preme Davide con la Sibilla.
D'amor tu chiacchieri, e questo va: Ma non santifichi la voluttà, Non metti a Venere lo scapolare, Non fai gli adùlteri sermoneggiare:
Onde, o me misero!, flebili e tristi Già t'interdissero gli atei salmisti, E il buon Petronio predicatore Che a sé convertami pregò il signore.
Vinca ei di Taide le ritrosie Con un trar mistico d'avemarie, E de la cantica nel pio latino Le infiori i dialoghi de l'Aretino.
Al limpidissimo suon de l'argento Dietro un davidico cento per cento Alfio gli sdruccioli deduca, e macro Consoli il prossimo d'un inno sacro.
Per me in van prèdica ballonza e canta Ebra l'Arcadia pur d'acqua santa, Il sacro quindici refulse in vano Per me: son reprobo più di Claudiano,
E de' Timotei e de' Basilii Provai già i moniti e i supercilii. Ma quel Timoteo che a gli anni andati In chiesa l'organo sonava a i frati,
E di serafica broda satollo Al pan de gli angeli rizzava il collo, Cantando monache e Filomene Pien di libidine tetra le vene;
E quel Basilio biondo e ventenne Che al sacro fulmine tingea le penne Ne l'aromatico miel del Loiola, Al sacro fulmine de la parola
Che da l'iberiche fiamme già mosse E ne gli eretici sterpi percosse; Oggi levatisi di ginocchione Anche rinnegano la dea Ragione,
E sempre al solito mo' tolleranti Già già si cavano rugghiando i guanti, Pronti a pur arderti, libretto mio, Se in un avverbio c'entrasse dio.
Me al men, filosofi, non arderanno, Come, teologi, volean l'altr'anno. Ma chi, mal docile talpa infingarda, Chi dal neofito furor mi guarda?
Quali su i ruderi de le memorie Di laide maschere corsi e baldorie! E sempre piangere plebe affamata, E sempre ridere plebe indorata,
E basir tisica sotto le biche La impronta logica de le formiche, E de le favole, baie del nonno, Schifi già i bamboli cascar di sonno
Io veggo; e torpido nel gran lavoro Non canto e prèdico l'età de l'oro. Chi dunque, indocile talpa infingarda, Chi dal neofito furor mi guarda?
Gl'innocentissimi Nando e Poldino, Che già l'immerito sermon latino Stroppiaro in distici per nozze auguste, Oggi rosseggiano come aliguste;
E l'eucaristico inno a Pio nono Con lezion varia lusinga il trono Di re Vittorio, da poi che aprile A qualche anonimo spirto civile
Squagliò la gelida crosta, e, spavento!, Il prete attonito, nel sacramento Lavando al pargolo le nuove chiome, Sentiva d'Italo bociarsi il nome.
O infelicissimo libro, o sfatato, O in man purissime mal capitato! Crollando il rigido frigio berretto Fatto su 'l modulo che diè il prefetto,
Ei con iscandalo ti buttan là, Come retrograda suipsità. Rìzzati e vàttene, ché il galateo Non è neofito. Ma, se ad un reo
Fucci filologo fia che t'abbatta Rimpiallacciatosi da Guccio Imbratta, Che vomitarono le sagrestie De' galantuomini su per le vie,
Che ne le tuniche di pergamena Tra la medicea ferrea catena Tremano i codici quand'ei li guata E dal liburnio remo invocata
La man lor applica, se a te vicino Ei sbiechi il livido occhio porcino, – Deh, Fucci, gridagli, mercede imploro, Non vesto, vedimi, d'argento e d'oro,
Non son de gli ordini privilegiati Vuoi de' rarissimi vuoi de' citati, Non ne i cataloghi cercato appaio, Non c'è da vendermi che al salumaio.
A queste pagine di poco affare Le man dottissime non abbassare. – Oh, s'ei la granfia distenda a vuoto, Appicca, o povero libro, il tuo vóto:
Ché a grandi e piccoli ei non perdona; Ogni, anche minima, preda gli è buona. Chiese, postriboli, caffè, spedali Le sue sentirono unghie fatali,
Da quando ei l'abile man giovinetta Da l'elemosine ne la cassetta Imberbe chierico con occhio pio Erudia, l'obolo rubando a Dio,
E i doni a l'umile Vergine apposti Per lui fumavano fusi in arrosti. D'altro non dubito: se bene ancora Lui la chiarissima viltade adora,
Trason ridicolo che incarna e avanza L'idea platonica de l'ignoranza, Forte co' deboli, debol co' i forti, Prode a trafiggere gli uomini morti,
Prode a nascondersi, ferendo il tergo, Di birri e ipocriti sotto l'usbergo, Tal ch'io non credomi maggior ribaldo Redasse l'anima del Maramaldo.
Fuggi, o mio povero libro da bene, Il ceffo orribile, le mani oscene, L'invidia rabida d'ogni opra buona Che tutta gli agita la rea persona.
Fuggi... No: sorgigli diritto in faccia, La mia ripetigli vecchia minaccia, Con fronte impavida, con voce intiera: Fucci filologo, frusta e galera.
Poi, se la fulgida ira s'alléni, Vola a i dolcissimi colli tirreni, Ove dal facile giogo difese In contro a borea d'ombra cortese
Svarian le candide magion pe' clivi Tra vigne e glauche selve d'olivi. Ivi di limpida luce più viva Riveste l'etere la sacra riva;
E il sole arridere come ad amiche Pare a le splendide colline antiche, Quando, partendosi, la favolosa Cima fesulea tinge di rosa.
De la virginea certa saetta Ove ancor timido Mugnone affretta Ad Arno e misero par che lamenti I mal concessigli abbracciamenti
Tra il fiume e d'arido monte le spalle Il pian riducesi in poca valle, E in mezzo a' nitidi cólti un'ascosa Da placidi alberi magion riposa.
Ivi, o mio tenue libro, al Chiarini Chiedi pe' profughi geni latini, Chiedi l'ospizio. Vedi: ei la porta Già t'apre, ed ilare ti riconforta.
Ei di barbarica pelle odorata Presto la tunica t'avrà comprata, Cui solchi d'aurei fregi un lavoro E i lembi nitidi sien tutti ad oro.
O mio carissimo già poverello, Come or sei splendido, come sei bello! T'invidia il tenero padre lontano, Fucci filologo stende la mano.
Ma tu non avido di mutar loco A l'aure estranee fìdati poco; Ama de l'ospite ama il ricetto. O mio carissimo tenue libretto.
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