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1835–1907

CV

Giosue Carducci

Il poeta, o vulgo sciocco, Un pitocco Non è già, che a l'altrui mensa Via con lazzi turpi e matti

Porta i piatti Ed il pan ruba in dispensa. E né meno è un perdigiorno Che va intorno

Dando il capo ne' cantoni, E co 'l naso sempre a l'aria Gli occhi svaria Dietro gli angeli e i rondoni.

E né meno è un giardiniero Che il sentiero De la vita co 'l letame Utilizza, e cavolfiori

Pe' signori E viole ha per le dame. Il poeta è un grande artiere, Che al mestiere

Fece i muscoli d'acciaio: Capo ha fier, collo robusto, Nudo il busto, Duro il braccio, e l'occhio gaio.

Non a pena l'augel pia E giulìa Ride l'alba a la collina, Ei co 'l mantice ridesta

Fiamma e festa E lavor ne la fucina; E la fiamma guizza e brilla E sfavilla

E rosseggia balda audace, E poi sibila e poi rugge E poi fugge Scoppiettando da la brace.

Che sia ciò, non lo so io; Lo sa Dio Che sorride al grande artiero. Ne le fiamme così ardenti

Gli elementi De l'amore e del pensiero Egli gitta, e le memorie E le glorie

De' suoi padri e di sua gente. Il passato e l'avvenire A fluire Va nel masso incandescente.

Ei l'afferra, e poi del maglio Co 'l travaglio Ei lo doma su l'incude. Picchia e canta. Il sole ascende,

E risplende Su la fronte e l'opra rude. Picchia. E per la libertade Ecco spade,

Ecco scudi di fortezza: Ecco serti di vittoria Per la gloria, E diademi a la bellezza.

Picchia. Ed ecco istoriati A i penati Tabernacoli ed al rito: Ecco tripodi ed altari.

Ecco rari Fregi e vasi pe 'l convito. Per sé il pover manuale Fa uno strale

D'oro, e il lancia contro 'l sole: Guarda come in alto ascenda E risplenda, Guarda e gode, e più non vuole.

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