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1835–1907

C

Giosue Carducci

Da le vette de l'Etna fumanti Ben ti levi, o facella di guerra: Su le tombe de' vecchi giganti Come bella e terribil sei tu!

Oh trasvola! per l'itala terra Corri, ed empi d'incendio ogni lido! Uno il core, uno il patto, uno il grido: Né stranier, né oppressori mai più!

O seduti negli aulici scanni, A che i patti mentite e la pace? Solo è pace tra servi e tiranni Quando morte la lite finì:

Ma il nemico su 'l campo non giace, Né lasciò da la man sanguinante La catena che in saldo adamante Nel silenzio de' secoli ordì.

Come il turpe avvoltoio ripara, Franto l'ali dal turbine, al covo, E ne l'ozio inquieto prepara Pur gli artigli la fame ed il vol;

Vergognando il pericolo novo La barbarie le forze rintégra Ne le insidie la speme rallegra, Pria gli spirti quindi occupa il suol.

Or su via! Fin che il truce signore Tien sol una de l'itale glebe E de' regi custodi il terrore Tra l'Italia e l'Italia interpon;

Fin che d'Austria e Boemia la plebe Si disseta di Mincio e di Brenta, E il cavallo de l'Istro s'avventa Dove al passo confini non son;

Fino al dì, verdi retiche vette, Che su voi splenda l'asta latina; Sciagurato chi pace promette, Chi la mano a la spada non ha!

Presto in armi! l'antica rapina Ceda innanzi a l'eterno diritto! Come Amazzoni ardenti al conflitto, Presto in armi le cento città!

O Milan, la tua pingue pianura Crebbe pur de le bianche lor ossa, E i destrieri sferzò la paura Quando inerme il tuo popol ruggì:

O Milano, a la terza riscossa Gitta l'ultima sfida, e t'affretta; Il drappel de la morte t'aspetta, Ch'è risorto al novissimo dì.

Bello il sangue che ancor su la gonna Tua ducale rosseggia e sfavilla! Non forbirlo, o de' Liguri donna; Odi, a vespro Palermo sonò!

Pittamuli, Carbone, Balilla Scalzi corran da Prè da Portoria, Sotto il nobile segno de i Doria, Dietro il sasso che i mille cacciò.

Dove sono, o Bologna, i possenti, I guerrier de la tua Montagnola? Quei che incontro a' metalli roventi Volan come fanciulle a danzar?

Non più fren di levitica stola Al furor de le sacre tenzoni! Spingi in caccia i tuoi torvi leoni! Senti il cenno per l'aure squillar!

O del Mella viragine forte, Batti pur su le incudi sonanti, Stringi pur in arnesi di morte Del tuo ferro il domato rigor;

Ma rammenta i tuoi pargoli infranti Su le soglie, i tuoi vecchi scannati, Ed i petti materni frugati Da le spade, e l'irriso dolor.

O Firenze, tua libera prole Dorme tutta ne' templi de' padri O su' monti ove l'ultimo sole Il tuo Decio cadendo attestò?

Odo un gemito lungo di madri Volto al Mincio ed al memore piano Gli occhi avvalla riscosso il Germano Da le torri vegliate, e tremò:

Ché un clamor d'irrompente battaglia Sorge ancor da la trista pianura, E le azzurre sue luci abbarbaglia D'incalzanti coorti il fulgor.

A la cinta de l'ispide mura Su correte, o progenie di forti! Qui la muta legione de' morti Qui vi chiama, ed il conscio furor.

Chi è costui che cavalca glorioso In tra i lampi del ferro e del foco, Bello come nel ciel procelloso Il sereno Orione compar?

Ei si noma, e a' suoi cento dièr loco Le migliaia da i re congiurate: Ei si noma, e città folgorate Su le ardenti ruine pugnâr.

Come tuono di nube disserra Ei li sdegni che Italia raguna: Ei percuote d'un piede la terra. E la terra germoglia guerrier.

Garibaldi!... Da l'erma laguna Leva il capo, o Venezia dolente: Tu raccogli, o de l'itala gente Madre Roma, lo scettro e l'imper.

Su, da' monti Carpazi a la Drava, Da la Bosnia a le tessale cime, Dove geme la Vistola schiava Dove suona di pianti il Balcan!

Su, d'amore nel vampo sublime Scoppin l'ire de l'alme segrete! Genti oppresse, sorgete, sorgete! Ne la pugna vi date la man!

Da li scogli che frangon l'Egeo, Da le rupi ove l'aquile han covo, O fratelli di Grecia, al Pireo! Contro l'Asia Temistocle è qui.

Serbo, attendi! su 'l pian di Cossovo Grande l'ombra di Lazaro s'alza; Marco prence da l'antro fuor balza, E il pezzato destriero annitrì.

Strappa omai de' Corvini la lancia Da le sale paterne, o Magiàro; Su 'l tuo nero cavallo ti slancia A le pugne de i liberi dì.

In fra 'l gregge che misero e raro L'asburghese predon t'ha lasciato, Perché piangi, o fratello Croato, Il figliuol che in Italia morì?

In quell'uno che tutti ci fiede, Che si pasce del sangue di tutti, Di giustizia d'amore di fede Tutti armati leviamoci su.

E tu, fine de gli odii e de i lutti, Ardi, o face di guerra, ogni lido! Uno il cuore, uno il patto, uno il grido: Né stranier né oppressori mai più.

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