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1835–1907

6

Giosue Carducci

Io, per me, no, non sono un organetto Che suoni a ogni portone De i soliti ragazzi nel conspetto La solita canzone.

Quando l'idea ne l'anima rovente Si fonde con l'amore, Divien fantasma, e a' regni de la mente Vola fendendo il core;

E la ferita stride aperta al vento, Geme cruenta al sole: Io non vi gitto le filacce drento Di rime e di parole.

E vommene co 'l mio cuor così fesso Per questo viavai; E il mio canto miglior sempre è quel desso, Quel che non feci mai.

Questo cor, questa piaga e la filaccia Vuol dir, lettor mio buono, Che di tropi barocchi anch'io vo a caccia E che un poltrone io sono.

Il primo è da gaglioffi, ma il secondo Un buon mestier mi pare. Io non pretendo illuminare il mondo, Né il buffon gli vo' fare.

Or, l'una cosa o l'altra si propone Chi scrive al tempo nostro. Faccia chi vuol l'apostolo o il buffone; Costa poco l'inchiostro,

E la parola meno, e l'onor nulla, E la menzogna è il vero, E tutto è falso. Oh via, che mai mi frulla Adesso nel pensiero?

Io sento in me qualcosa di Nerone, Ma più puro e giocondo: Non sangue o teste, io voglio, in conclusione, Vo' schiaffeggiare il mondo.

Detto fatto. Ogni strofe, alta, animosa, Vola via senza guanti; Ogni strofe è uno schiaffo a qualche cosa: Avanti, avanti, avanti.

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