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1835–1907

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Giosue Carducci

Quanto a me, cuore mio, batti pur su, Ch'io ti do poco retta. Ebbi una volta un pendolo a cucù Dentro la sua cassetta;

E lo tenevo in camera; ma, quando Mi rompeva insolente I sonni giovanili, io bestemmiando Molto liricamente

Scaraventavo al vigile scortese Due classici latini, Seneca e Fedro, ristampa olandese De gli in usum Delphini.

Strideva come protestando, e poi Il pendolo taceva: Io, ripigliato sonno, ancora voi, Miei colli, rivedeva,

Miei dolci colli, ove tra' lauri move L'arte serena l'orme, Ove Lionardo vide il sole ed ove Il mio fratello dorme.

Dorme anzi sera, e dorme a lungo e solo: Aulisce il biancospino Intorno al cimitero, e ferma il volo Cantando un cardellino.

Ma poi svegliàti, o confidente cuore, Lavoravam di buono, Ed al cucù pe 'l fluttuar de l'ore Rassettavamo il suono.

Questa è, vecchio mio cuor, la vecchia storia, Far, disfare, rifare: Per l'ozio, per la fame o per la gloria, È tutto un lavorare.

È un lavorare faticoso e pazzo Da pentirsene un giorno. Ecco, a metterti in versi io mi strapazzo, E non m'importa un corno

De le tue smorfie, o a la grand'arte pura Vil muscolo nocivo; Ma non so a quanti versi do la stura, E vedrò dove arrivo.

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