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1835–1907

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Giosue Carducci

O numi, o eroi, che belli e fieri un giorno Vi rompevate il grugno L'un l'altro! o tori, e voi tra corno e corno Abbattuti d'un pugno!

O terga rosolate e fumiganti Lungo il divino Egeo! Oggi noi siamo a dieta, e sempre avanti Ci dan questo cibreo:

Questo cibreo del cuore, in verso e in prosa, Co 'l solito guazzetto Di quella sua secrezïon mucosa Che si chiama l'affetto.

Un dì, quando Parigi urlò protervo Ne la reggia soletta Come ansante canea che, preso il cervo, I visceri ne aspetta,

Un buon beccaio rosso ed aitante L'entragno d'un vitello Infilò s'una picca; e gocciolante, Con tanto di cartello

Ove «Cuor d'aristocrate» in grandioso Caratter nero scrisse, Se lo portava intorno glorioso, Con le pupille fisse.

Io, se potessi vincer la molestia Del grasso e de lo schifo, Vorrei pigliare il cuor di quella bestia Che ha lungo e nero il grifo

E si distende seria nel pantano Con estetica molta Come fosse un poeta italïano. Entro una stanza sciolta:

Su 'l lauro che più lieto i rami spanda Al dolce italo sole Affigger lo vorrei, tra una ghirlanda Di rose e di viole,

Con la penna d'acciaio d'un cantore Da la fronte ideale. Venite, o buona gente: al cuore, al cuore. Che al meno è di maiale!

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