O numi, o eroi, che belli e fieri un giorno
Vi rompevate il grugno
L'un l'altro! o tori, e voi tra corno e corno
Abbattuti d'un pugno!
O terga rosolate e fumiganti
Lungo il divino Egeo!
Oggi noi siamo a dieta, e sempre avanti
Ci dan questo cibreo:
Questo cibreo del cuore, in verso e in prosa,
Co 'l solito guazzetto
Di quella sua secrezïon mucosa
Che si chiama l'affetto.
Un dì, quando Parigi urlò protervo
Ne la reggia soletta
Come ansante canea che, preso il cervo,
I visceri ne aspetta,
Un buon beccaio rosso ed aitante
L'entragno d'un vitello
Infilò s'una picca; e gocciolante,
Con tanto di cartello
Ove «Cuor d'aristocrate» in grandioso
Caratter nero scrisse,
Se lo portava intorno glorioso,
Con le pupille fisse.
Io, se potessi vincer la molestia
Del grasso e de lo schifo,
Vorrei pigliare il cuor di quella bestia
Che ha lungo e nero il grifo
E si distende seria nel pantano
Con estetica molta
Come fosse un poeta italïano.
Entro una stanza sciolta:
Su 'l lauro che più lieto i rami spanda
Al dolce italo sole
Affigger lo vorrei, tra una ghirlanda
Di rose e di viole,
Con la penna d'acciaio d'un cantore
Da la fronte ideale.
Venite, o buona gente: al cuore, al cuore.
Che al meno è di maiale!