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1835–1907

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Giosue Carducci

Marmi di Paro in fulgidezza bianca Splendenti a la marina, Come la falce de la luna stanca Nel ciel de la mattina;

Carmi di Lesbo sussurranti al vento Su molte isole intorno, Come d'Apollo il grande arco d'argento Nel ciel di mezzogiorno;

Ricoprano il mio cuore irrigidito Da i cristïani tufi, Circondino il mio cuore istupidito Da i romantici gufi.

Breve su 'l morto ed ultima s'intoni La canzone di doglia, Mentre ne l'Odi Barbare deponi, Musa, la fredda spoglia.

– Ahi Lino, ahi Lino! è il mio cuor trapassato, Come te, ne l'estate: Non giunse a la vendemmia: l'han sbranato Molte cagne arrabbiate.

Ió Peàn, ió Peàn! ma e' rivive Di morte oltre i confini Sott'altro cielo e in più benigne rive: Taccian tutti gli Elini. –

Sepolto or giace in cotest'urna paria S'un travertin del Lazio: Nel bianco un'orma di parietaria Segna l'antico strazio.

Intorno al fregio l'édera seguace Co 'l verde che non muore Par che nel freddo de la nuova pace Ombri l'antico ardore.

Tra 'l sasso e l'urna una lucertoletta Esce e s'affige al sole: È la mia vecchia gioventù soletta Che sogna e non si duole.

Ma dietro, in fondo, un bel teschio di morto Ride il suo riso eterno: A quei che vengon per recar conforto Ride l'ultimo scherno.

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