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1835–1907

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Giosue Carducci

Cuore, a che uccelli ne' miei versi, come Quella sgualdrina vecchia Là su l'uscio, che al vento dà le chiome Grige e al rumor l'orecchia?

Per questa sera il lume in van risplende Da la finestra bassa: Vecchia, rientra, e tira pur le tende, Ché nessun merlo passa.

Ma tu ancor non sei stanco, o mio cuor vecchio, O vecchio cuore umano, Di civettar guardandoti a lo specchio Falso del verso vano?

È un bel pezzo, sai tu?, dal cieco Omero, Che tu se' il caro cuore, Ed è un bel pezzo pur che fai 'l mestiero..., Via..., di lusingatore,

E anche di metafora, matura Per fin ne' versi miei: Di che cuor, se non fossi una figura, Cuore, io ti strozzerei!

Ma, già che un tropo sei, come la cetra La lira o il colascione Su cui si può mandar Fillide a l'etra O la riparazione,

E già che la metafora, regina Di nascita e conquista, È la sola gentil, salda, divina Verità che sussista,

Io ti vo' ballottar dentro un rovescio Di strofe belle e brutte, Che vadano a diritto ed a sghimbescio, Metaforiche tutte,

Tutte senza orïente e tramontana, Senza capo né coda, Tanto che la sinistra italiana Al paragon ne goda,

E tutte senza fine e senza scopo, Come il mio tedio e il mio Dispetto che cominciano da un tropo Per naufragare in Dio.

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