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1478–1550

IL XVI LIBRO

Gian Giorgio Trissino

Al fin de l'empia e tremebunda fuga ch'aveano data i principi romani al numeroso essercito de i Gotti, l'invitto capitanio de le genti

tornando indietro a la città di Roma vide giacer senza presidio alcuno molte gran torri e machine e tormenti, ch'avean lasciate i Gotti intorno i muri

quando così vilmente si fuggiro; onde disse a Traian queste parole: Barone illustre e di supremo ingegno, poi che ci ha dato il ciel tanta ventura

che difesi ci siam da gli empi Gotti e fattoli fuggir dentr'a i lor valli, fia ben che noi brusiam queste lor torri e queste molte machine da guerra

che ci han lasciate via fuggendo in preda: perché aran manco agevole il ritorno. Or a voi lasciarò questo negozio, ché tornar voglio dentr'a la cittade

e render grazie al Re de l'universo, poi che col suo favore avem difese sì virilmente le romane mura; e quivi riverdrò tutte le guardie,

acciò che la felice lor difesa non le facesse negligenti e pigre: ché spesso l'uom per negligenza perde quel ch'acquistato primamente avea

con molta diligenza e con fatica, perciò che densi in conservar le cose usare i modi e le medesime arti con le quai primamente s'acquistaro.

Così diss'egli, e ritornossi in Roma; e 'l buon Traian poi fece porre il fuoco in tutte quelle machine murali ch'erano quivi, onde fér tanta fiamma

ch'intorno rilucea per ogni parte: e come quando il fuoco è stato acceso in una selva che è sopra un gran colle, folta di pini e di nodosi abieti,

spargonsi intorno i rilucenti raggi simili a quei del figlio di Latona; così la fiamma ne i legnami accesa mandava in Roma e in tutti sette i valli

un tal splendor, che s'agguagliava al giorno. I Gotti poi vedendo ch'eran arse le torri e l'altre machine murali fatte da lor con gran fatica ed arte,

s'empier di doglia e di timore immenso; ma più quando mirorono i feriti e i corpi morti sopra la campagna, che furon trentamillia e novecento:

tal che non si sentìa dentr'a quei valli se non batter di palme ed urli e cridi, che parean giunti a l'ultima ruina. Da l'altra parte gli ottimi Romani

stavan sui muri, e con diletto e festa laudavan prima il gran Motor del cielo, poi la virtù di Belisario il grande che da tanto furor gli avean diffesi.

Il vicimperador, come reviste ebbe le guardie intorno a la cittade, volse che ognuno andasse a prender cibo e riposarsi fino a la mattina.

Ma quando venne fuor la bella aurora con le palme di rose e co i piè d'oro, si levò su da l'ocïose piume e si vestì di panni e poscia d'arme,

e chiamar fece a corte ogni barone e tutti i principai de la cittade: chiamar vi fece ancor Silverio Papa per fare il suo pensier commune a tutti.

Poi come furon ragunati insieme in una bella e spazïosa sala, si levò in piedi e disse este parole: Signori illustri e di prudenza pieni,

io v'ho fatti chiamare al mio conspetto perché pensiamo ben ciò che è da farsi in questa importantissima difesa: ché da i buoni pensier nascon bone opre.

Noi siamo in Roma co i nimici intorno ed avem poca vittüaria dentro: onde ho paura che la nostra gente, da qualche gran necessità constretta,

faccia nuovi pensier, ché molti mali da la necessità soglion crearsi. Però voglio far dare a i miei soldati sol la metà de i consüeti cibi

e per l'altra metà darli denari, acciò che meglio si risparmi il grano, il quale è poco, e non saria bastante a mantenere un terzo de la gente,

se questo assedio se n'andasse in lungo. Un altro buon rimedio ancor mi pare che far si debbia, e fia molto salubre: mandiam le donne e le persone imbelle

fuor de le mura, ch'andaran per mare agevolmente a Napoli e Gaeta e quindi potran ire a Capua, e starsi senza tema di fame o di disconci

per quello abundantissimo paese, che è le delizie e 'l grasso de la terra: io manderò Procopio che le guidi con Antonina mia fedel consorte,

che farà provedere a i lor bisogni. Noi poi staremo ad aspettar le biade e l'aiuto di gente e di denari che vuol mandarci il domator del mondo,

il qual ridotto s'è dentr'a Bisanzo è d ammi scritto fermamente ch'egli manderà qui Narsete con l'armata, che nel colfo di Larta or si ritruova

con tanta vittüaria e tanta gente, che noi potremo uscire a la campagna: e voi, soluti da l'assedio amaro, vi goderete in libertà gioconda.

Così parlò quel capitanio eccelso: onde rimase ognun tacito e muto per la non dilettevole proposta. Ma il Papa, che fu posto in quella sede

per opra e per minaccie di Teodato contr'al voler del popolo di Roma, avendo ancora invidia a l'alta gloria di Belisario ed al suo gran valore,

perciò che come a l'uom ch'al sol camina seguita l'ombra, così sempre siegue l'invidia a quel ch'a vera gloria aspira: questa sola cangiò l'animo buono

di quel pastore, e gli addombrò la mente, perché l'invidia l'anima corrompe come corrompe il rugine l'acciale; il Papa adunque da l'invidia mosso

più che dal ben che gli avean fatto i Gotti si pensò di sturbar questo dissegno al capitanio, onde così rispose: Illustre capitanio de le genti,

noi speravam per la battaglia orrenda che fu cacciata via da queste mura aver minor disturbi e manco affanni; ché la vostra virtù tant'è miranda,

che darìa speme a gli uomini defonti. Ma che parole poi debbio dir queste che sono uscite a voi fuor de le labbra? Debbiole nominar timide o caute?

Timide no, perché dal vostro cuore più lunge è la paura che 'l Boote da l'ombilico o centro de la terra. Ma come si puon dir sicure e caute,

ch'empieran di terror questa cittade? Io vi dirò liberamente il vero, benché la verità che par menzogna si devrebbe tacer da l'uom che è saggio

per non parer bugiardo a chi l'ascolta; pur lo dirò, poi che tacer nol posso: il mandar fuor le nostre donne e i figli peggio sarìa che dar la terra a i Gotti,

cosa che certo è fuor d'ogni credenza; ma pur è vera, e la ragione è questa: che 'l dar la terra a i Gotti ci darebbe commodità di vittüaria e d'altro,

ma il mandar via le donne apporteracci se non disagi e dispiaceri e spese. Poniamo poi ch'elle sicure e salve possano andare a Napoli e Gaeta è

d'indi a Capua e in quelli almi paesi, che è cosa difficillima a sperarlo; ma chi le guarderà come sian ivi? perciò che i Gotti numerosi e molti

vi manderanno parte de la gente e prenderan quelle città per forza: e quivi aran tutte le cose nostre, ché le case van dietro a le cittadi,

le cittadi a i paesi e quelli al mondo, sì come il mondo è sottoposto a Dio. Noi poscia gli darem la terra nostra con peggior patti e con maggior vergogna

sol per ricuperar sì cari pegni. Dunque meglio è tener le nostre donne e i nostri cari figliuolini e i padri appresso noi, perché patendo fame

troverem modo d'acquistarli il pane, che non si poria far se fussen lunge: ancora avemo in voi tanta speranza, e nel prudente vostro alto consiglio,

che di Sicilia o d'Africa o di Puglia ci verrà tanta quantità di grano che ci disciolverà tutto 'l periglio, che mancar possa vittüaria a Roma;

e quando questo ci abbandoni e lasci, non lascieracci la bontà divina, che a noi farà trovar qualche buon modo da non star sempre con la morte a canto.

Dietro al parlar di quello alto pastore s'udiron molti gemiti e suspiri mandati fuor da lacrimosi volti, né però ardiva alcun spiegar la voce;

ma stando queto ognun, levossi in piedi Amulio, uom grave e d'eloquenzia rara, Amulio, ch'era consule quell'anno, da cui discese poi l'Amulia prole

ch'ornò Vinegia di preclari ingegni; e sciolse la sua lingua in tai parole: Veramente, signor, quella sentenza mi parve sempre ed ottima e prudente

che solea dire il gran dottor di Samo: che noi debbiam scacciar con molta cura la infirmità dal corpo e l'ignoranza da l'alma e la lussuria da la carne;

e sopra tutto aver pensiero e cura di estinguer la discordia de le case e le sedizïon de le cittadi. Questo veggi' ora e necessario e vero,

ché la discordia de le nostre voglie ci poria parturir molta ruina. Spesso quel che par dolce al primo gusto ci reca poi qualche dolore amaro.

Chi non sa ch'egli è dolce avere accanto la moglie e i figli e i cari suoi parenti? ma vederli da poi morir di fame e non poterli dare alcuno aiuto

saria dolor poco minor che morte. Però il mandarli in un sicuro luoco ov'abbiano abbondanza d'ogni cosa mi par prudente ed ottimo consiglio;

massimamente che in campagna sono infiniti di noi che v'han poderi e case e mercanzie, servi e clienti: sì che andaranno ne gli alberghi loro

a fare i lor raccolti di formenti, d'olii, di vini e di diversi frutti, parte de' quai potran mandarci a Roma; che aiuteranci a sustener l'assedio.

E così quivi si staran sicuri senza tema di fame o d'altro male, cosa che non saria restando in Roma: ove arian molta carestia di grano

e d'altre cose necessarie al vitto. Né si dee dubitar che debbia andarvi la gente gotta a far danno e rapina, che non son iti mai pur a la strada

ch'Appio censor fece munir da Roma in fin a Capua, e lastricar di pietre; e se v'andasser pur, sarian difese dal forte Erodïano in quelle terre,

perch'ivi ha gente ed ottima ed eletta. Napoli ancor ha le più forti mura ch'abbia l'Italia, onde saran sicure le nostre donne quivi e ben difese.

Poi se vi fosse alcun timor di male il capitan non manderìa con esse la sua diletta ed ottima consorte. Io dirò pur ancor questa parola:

che i signor preti, che non han mogliere, non devrebbon giamai con tanta cura voler tener le donne nostre appresso, che parturisce a noi qualche suspetto;

poi non è degno di chiamarsi Papa né re colui che 'l ben de la sua terra con li suoi proprii commodi misura: né si può dir che 'l darla in man de' Gotti

ci potesse reccar presidio alcuno, anzi sarebbe un desolarla tutta; ma spero in Dio ch'ella ci fia servata da la virtù di Belisario il grande.

Ancor questo dirò, che noi devremmo riferir grazie al gran Motor del cielo ch'ha messo in cuore a questo almo signore non sol di conservar questi edifici,

ma dar la vita a le dilette donne nostre, a i nostri fanciulli, a i nostri padri ed anco a noi, perciò che non è vita la vita che non ha donde nutrirsi.

Mandiamo adunque via la gente imbelle et ubidiamo al capitanio eccelso; e non guardiamo a la eloquenzia grande di quel summo Pastor che ha contradetto:

perché il parlar con eloquenzia ed arte muove la gente scioca, e non i saggi. Io sarò il primo, e manderò la moglie con cinque figliuolini entr'a Gaeta

e ventiquattro servi e venti serve; e sol tenirò meco quei famigli che mi soglion venir con l'arme dietro e che son atti a diffensar le mura.

Questo parlar del consule fu grato quasi a la maggior parte de le genti; e poi fu dato cura al buon Traiano ed a Procopio di essequirlo tosto:

onde, come fu sciolto il gran consiglio, subitamente se n'andaro insieme col consule e 'l pretor de la cittade di strada in strada ad ammunir le genti,

facendoli chiarir da i lor trombetti con basse e modestissime parole che 'l dì seguente si dovean partire e prendere il camin verso Campagna:

onde chi con piacer, chi con dolore udì quel grave e necessario editto. Quando poi la mattina il giorno apparve, una infinita turba di mortali

sen venne al luoco nominato Ripa: e quivi ritrovò che 'l buon Procopio fatto avea preparar navigli e burchi; onde Antonina prima andò sovr'uno

di quei con molta compagnia di donne illustri e chiare e di belezza adorne, poi furon gli altri in un momento pieni di fanciulli e di femine e di vecchi;

e quindi andaro a la città di Porto per avviarsi a Napoli e Gaeta su l'ampio dorso del fratel di Giove: ma non pur sol quel celebrato fiume

portò sul corno suo la gente imbelle, ma la strada ivi accanto era coperta d'uomini a piedi e d'asini e giumenti con fanciuletti e con persone inferme;

e si vedeano ancora andar fra questi le feminette coi bambini al petto o con le cune in collo, ed affrettarsi le monichelle e i podagrosi e i frati,

che parea cosa misera et orrenda. Né solamente fuor di questa porta andò la gente, ma da la Capena tanta n'uscìo, che tutta l'Appia ancora

era coperta d'uomini e di donne, chi a piedi, chi a cavallo e chi in carretta, che prendeano la via verso Campagna. E come, uscendo fuor de i loro essami

quando 'l sol passa dal Montone al Tauro, le pecchie volan numerose insieme per ritrovarsi un più capace albergo ove possan dispor la cera e 'l melle:

né, perché il villanel percuota il rame, tornasi a dietro, anzi s'assidon tutte sopra qualche arboscello a la foresta per esser poste ne i novelli essami;

così quel popol nomeroso ch'era di Roma uscito se n'andava insieme per l'Appia a procacciar sicura sede. Poi che partita fu quella brigata,

il vicimperador de l'occidente attese a custodir la gran cittade, ne la quale era rintuzzata alquanto l'estrema carestia de le vivande

dal dipartir di quella inutil gente; ma nuovo caso che da poi gli occorse gli fece usar più diligenza ancora, e mutar spesso e visitar le guardie.

Burgenzo, come intese la sentenza del Papa, e che 'l buon consule di Roma contradetto gli avea con molto ardire - perché Sulmonio gli avvisava sempre

i consigli e i disconci de i Romani - si pensò che potea quella contesa aver talmente l'animo del Papa offeso, che sarebbe in lor favore;

e poi sapea ch'era inclinato molto al ben de i Gotti, e farli ogni piacere, perché da lor fu posto in quella sede. Ancor sapea che spesse volte i preti

han così volto l'animo a la robba, che per denari venderiano il mondo: però fé noto al re questo pensiero, e di comun parer fecen tentare

il Papa, se volea darli una Porta da potervi introdur la gente gotta, che doneriano a lui molto tesoro; e prima gli mandar certi bei doni

di ricchi vasi e prezïose gemme. Silverio al suon de la moneta aperse l'orecchie, ed accettò tutti quei doni; poi cominciossi a contrattar del modo

da potersi essequir questo negozio, che fu di tòr la notte in San Giovanni molti baroni e principi de i Gotti che poscia aprisser l'Asinaria Porta

e facessinvi intrar tutto quel stuolo che fosse preparato in quella parte: e fur mezzani a questa pessim'opra Cupidio e Filocrifo, antichi amici

d'Erronio e di Sulmonio e di Burgenzo. Questi trattor col Papa quell'accordo; ma non sofferse la Divina altezza che sì fiero pensier sortìce effetto:

perché mandò l'angel Nemesio in terra a contraporsi a quell'empio disegno, Nemesio, distruttor d'ogni speranza quand'è più ferma e più vicina al fatto:

onde parlò con Belisario il grande sotto la forma di Cupidio e disse: Illustre capitanio de le genti, perché nel corso de la nostra vita

debbiam guardarsi con estrema cura da la nascosa invidia de gli amici non men che da le insidie de i nimici, che 'l beneficio e 'l nutrimento suole

far mansüete l'acquile e i leoni, ma l'uomo invidïoso ognor s'inaspra quanto più benefici a lui son fatti: Però vuo' dirvi un tradimento grande

che l'invidia d'un nostro v'apparecchia, e l'insidie continue del nimico. Questo Silverio ch'è nostro pastore di nome, ma di cuor lupo rapace,

mosso da invidia de le vostre lode e da somma avarizia, che possiede troppo aspramente l'anime de i preti, non riguardando i benefici avuti

da Dio né da quest'ottima cittade né dal vostro valor che l'ha defesa, s'è convenuto co i nimici nostri di tòrne molti dentro da le mura

per l'acquedutto che menar solea tra l'Asinaria Porta e la Maggiore l'acqua che Claudio già conduce in Roma; e queste genti dén pigliar la porta

e poi tòr entro tutto quanto il stuolo che sarà preparato in quella parte, per arder e spogliar tutte le case e mandar le persone a fil di spada.

Ma perché non crediate ch'io v'inganni, mandate quivi un'ora avanti 'l giorno, ché troveranlo sigillare i patti con Filocrifo e con Dolosio Gotto;

e troveranno ancor ne l'acquedutto segni di questa cosa ch'io vi parlo. Così disse, e sparì come un baleno; onde 'l gran capitanio, che conobbe

ch'era messo di Dio, si volse al cielo con gli occhi fissi e con le palme giunte e disse: O Re de la celeste corte, che non spinge l'alme de i mortali

l'oro e l'argento e i prezïosi doni? L'oro de i Gotti ha spinto il gran pastore che vicario di Cristo esser dovea a vender la sua patria a gli infedeli:

ma tu, Signor del ciel, non hai patito che un sì gran tradimento si nasconda; onde col cuore e con la mente umìle rendo ampie grazie al tuo valore eterno

che da tanto periglio ci diffende. Così detto poi mandò Traiano a scoprir quel trattato in San Giovanni ed a condurgli ne la sua presenza;

poi disse anco a Teogene ch'andasse nel predetto acquedutto, e ritruovando segni che quivi fosser stati e' Gotti, dovesse chiuder ben tutta la strada

che preparavan per venire in Roma. Così comesse il capitanio eccelso, e Traiano e Teogene n'andaro senza alcuna dimora ad essequirlo,

e nel sonare appunto de le squille si dipartiro ed aspettaro il tempo e l'ora del fornir del matutino, e da poi se n'entraro a l'improviso;

e quivi ritrovàr Silverio Papa con Filocrifo e con Dolosio Gotto, che gli sottoscrivea quel fiero accordo. Non altrimente si conturba e trema

al non pensato aggiunger del marito l'adultera moglier che col suo amnte si truova còlta, e più non può celarsi, come fece il gran prete essendo còlto

a sottoscriver quei nefarii patti. Alora il buon Traian tolse la carta di mano a lui che già volea squarciarla e disse: Almo signor, non vi sia grave

di venir meco a Belisario il grande a cui voglio portar questa scrittura; ch'ubidir mi conviene a i suoi precetti. Il Papa, che si vide in forza altrui,

ancor ch'a suo mal grado lo facesse salì sopra una mula, ed andò seco. Teogene da poi se n'uscì fuori per quella porta che or Maggiore è detta,

e ratto se n'entrò ne l'acquedutto; e quivi ritrovò molti signalli di cera sparsa e di lucerne estinte, ché v'eran stati poco avanti i Gotti,

ed eran iti in mezzo a la cittade; ma ritrovando chiusa quella buca onde poteasi uscir fuor del gran foro tolsero un sasso, e lo portaron seco

per volerlo mostrare al lor signore: e Teogene alor, visti quei segni, provide accortamente al gran periglio col chiuder bene il buco e porvi guardia;

poi fatto questo subito partissi, ed in quel tempo giunse al gran palazzo Traian col Papa e con Dolosio Gotto e gli altri ch'avea colti in quel trattato,

e gli condusse a Belisario il grande e dimostrolli i sottoscritti patti. Il che vedendo l'infelice Papa non volse denegar quel ch'era chiaro,

ma disse lacrimando in questa forma: Signor di gloria e di prudenzia pieno, conosco ben ch'al mio terribil fallo non si può ritrovar pena sì grave

ch'ei non la merti: fate adunque voi ciò che vi par di me, volgendo gli occhi a quel che a l'onor vostro si convenga ed a l'utilità de l'alta impresa,

e non a i sventurati miei pensieri. A cui rispose Belisario il grande: Padre, non padre già ma fier nimico de la chiesa di Cristo e de la fede,

poi che vi truovo in tanto errore incorso io farò convocare in questa piazza il buon senato e 'l gran popol di Roma e tutti quanti i capitani e i duchi

di questo nostro glorïoso stuolo, i quai consiglieran ciò che è da farsi nel vostro grave e periglioso eccesso. Certo voi devevate aver nel cuore

come i pensier che sono empi ed audaci han quasi sempre miserabil fine: perciò che 'l viver queto e'l contentarsi de la fortuna che ci ha data il Cielo

mai non conquassa, anzi mantien le case. Così diss'egli, e poi menar lo fece in una stanza nobile e sicura fin che si convocasse il gran consiglio.

In questo mezzo giù dal ciel discese l'angel Palladio, il quale avendo tolta la vera effigie del canuto Paulo disse al gran Belisario este parole:

Illustre capitan, luce del mondo, il scelerato, pessimo et orrendo caso che è pervenuto a vostre mani si bisogna curar con gran destrezza,

e non lasciarsi spingere al furore: perché i pensier de i furïosi e quelli de i scelerati son fratei germani; e Dio, se ben è in cielo, e par sì lunge,

vede però le cose de' mortali, et ha in odio colui che le sue mani si brutta e tinge in sangue di prelati: ch'ei sol vuol esser quel che gli punisca.

Non conducete adunque entr'al consiglio il Papa, ch'averia qualche disconcio: perché la moltitudine commossa non si può regular come si vuole,

che guarda solo a le presenti cose e mai non suol pensar circa il futuro. Deponetelo pur de l'alta sede, perch'ei non è legittimo pastore,

che eletto fu per la violenza gotta a malgrado del popolo e del clero, né confirmollo il corretor del mondo; e sempre i non leggitimi pastori

han poca cura de' commessi greggi né mai son grati a la bontà divina. Poi fate porre un altro in quell'officio, mandando questo al nostro alto Signore

il qual farà di lui ciò che gli paia: ma gran pena gli fia vedersi privo di così degna e glorïosa altezza e ne la sede sua vedervi un altro:

ché quando l'uom non è quel ch'esser suole vive una vita pessima ed amara. Poi si consumerà di tanta invidia, che non arà mai ben la notte e 'l giorno;

perché la invidia è un mal fra tutti e' mali ingiustissimo e giusto, che offendendo i buoni è piena di giustizia immensa: ma giusta è poi perché consuma e rode

colui che l'ha, né mai quetar lo lascia. Ancor vi voglio dir quel che mi disse un amico di Dio, ch'era profeta, di alcuni Papi che verràno al mondo:

e queste fur le sue parole espresse. La sede in cui sedéte il maggior Piero usurpata sarà da tai pastori, che fian vergogna eterna al cristianesmo:

ch'avarizia, lussuria e tirannia faran ne' petti lor l'ultima pruova; ed aran tutti e' lor pensieri intenti ad aggrandire i suoi bastardi, e darli

ducadi e signorie, terre e paesi, e concedere ancor senza vergogna prelature e capelli a i lor cinedi ed a i propinqui de le lor bagascie:

e vender vescovadi e benefici, offici e privilegi e dignitadi e sollevar gli infami, e per denari rompere e dispensar tutte le leggi

divine e buone, e non servar mai fede; e tra veneni e tradimenti ed altre male arti lor menar tutta la vita e seminar tra i principi cristiani

tanti scandali e risse, e tante guerre, che faran grandi i Saraceni e i Turchi e tutti gli avversari de la fede. Ma la lor vita scelerata e lorda

fia conosciuta al fin dal mondo errante: onde correggerà tutto 'l governo de i mal guidati popoli di Cristo. Così disse quell'angelo, e spario;

onde 'l gran capitanio de le genti fra sé rimase stupido e suspeso: ma pur se n'andò poi nel gran consiglio, ragunato nel foro appresso i rostri,

e cominciò parlare in questa forma: Signori adorni di prudenza e senno, il gran pastor de i batteggiati greggi, non risguardando a i benefici avuti

da Dio, né da quest'inclita cittade, ci volea vender tutti agl'infedeli: e lo facea, se la bontà divina, ch'ebbe cura di noi, non ce 'l scopria;

ond'io l'ho fatto ritrovar sul furto coi patti sottoscriti di sua mano e confessati da la propria bocca. Però mi par che noi debbiàn deporlo

de l'alto officio e di quell'ampia sede ove contra le leggi esser si truova; e porre in luogo suo novel pastore che leggittimamente sia creato:

ch'a mio giudizio contentar debbiànsi di questa pena, e non gli tòr la vita; perché le pene deboli e leggiere, se ben non hanno in sé molto terrore,

pur son laudate spesso da le genti: poi manderènlo al correttor del mondo ed ei farà di lui ciò che le paia. Com'ebbe detto questo, legger fece

i patti sottoscriti di sua mano, e gli mostrò Dolosio e Filocriso che gli manifestor tutto quel fatto. Alora un mormorio tra quella gente

s'udì come d'un vento quando muove l'onde, e le fa muggire intorno i scogli, e si sentì cridar da molte voci: No no misericordia: morte, morte;

puniscasi col capo un tal delitto che facea desolar la patria nostra. A cui rispose il capitanio eccelso: Noi penseremo intorno a questa cosa

maturamente; or provediam d'un altro pastor che regga meglio il nostro gregge. Io penso che fia buono a tanto officio Vigilio, che è dïacono in San Pietro,

che mi par buono e dotto, e studia sempre; ché sì come l'avaro mai non sazio si truova d'oro, così l'uom ch'è dotto de la scïenza mai non è satollo,

perché quanto più sa, saper più brama. Facciànlo adunque ed elegiànlo Papa, se ben non è di grado equale a molti: ché dar si denno gli uomini a gli offici

e non gli offici a gli uomini, ché meglio l'uom di valor fa dignitate al grado che non fa il grado dignitate a l'uomo. Così diss'egli, e ognun lodò il suo detto;

e senza indugio alcun, senza contrasto il buon Vigilio fu creato Papa da l'onorato popolo di Roma, ch'alor non lo elegeano i cardinali;

ma settecento e quindeci anni dopo concessa fu per Nicolao secondo la elezïon del Papa a i sacerdoti di Roma ed a sei vescovi propinqui

che poi fur nominati cardinali: cosa che invero fu salubre e buona per le pazzie del popolo diviso, ché quelle leggi son veraci e sante

che pongon freno a la licenza umana. Come Vigilio fu creato Papa, il vicimperador de l'occidente lo confirmò, dapoi così gli disse:

Almo pastore, arete omai la cura di ammaestrare i popoli di Cristo: ma se regolerete ben voi stesso più l'essempio farà che le parole.

Guardatevi anco da gli assentatori che menano i signor dove a lor piace, perché 'l signor dà volentieri orecchio al delator più che a null'altra gente.

Ancor sarete diligente e pio, verace e giusto e senza invidia alcuna, vincendo il sonno e la lussuria e 'l ventre: perché 'l sonno impedisce i bei negozi

e 'l ventre offende il corpo e l'intelletto e la lussuria ogni età nostra macchia di grave nota, e la vecchiezza estingue. Poi vi ricordo di schermirvi bene

da l'avarizia, da la fraude ed ira: ché l'ira mena l'uom dov'ei non vuole e l'avarizia ogni virtute adombra, ché l'uomo avaro non suol far piacere

a le persone mai se non morendo; la fraude è poi molto inimica al vero, al vero che è cagion di tutti e' beni ch'abbia da Dio la nostra specie umana.

E sopra tutto siate sempre grato de i benefici avuti da le genti e dal Signor del ciel, ch'esser dee l'uomo grato col cuor, se no 'l può far con l'opre:

perché il cuor grato avanza ogn'opra umana; né fate ad altri quel che non vorreste che fosse fatto parimente a voi, né vi curate misurare il mondo

né i varii movimenti de le stelle, ma misurate tutte l'opre vostre: ché quei ch'han misurato e cielo e terra si den stimare audaci, e non veraci,

e meglio fa chi se medesmo intende e che de l'opre sue risguarda il fine. Non farete anco disputar sovente de la gloria del ciel né del volere

di Dio né perché prese umana carne per liberarci da l'eterno danno: ché Dio s'intende meglio con la fede che con dispute e ragioni umane.

Ma a che vado io più discorrendo questi buoni precetti de la vita nostra? Ché meglio voi gli arete da gli autori prudenti e saggi, che di loro han scritto,

che da la viva voce d'un soldato. Così diss'egli, e poi basciolli i piedi sì come a vero successor di Pietro, e tutti gli altri fecero il medesmo;

poi fatta quella cerimonia prima, l'accompagnaron lieto a San Giovanni: quivi l'assiser sopra un'alta sede di veluto rosin coperta e d'oro

e per le man del vescovo Ostïense fu coronato d'una mitria tonda, che la futura età l'appellò regno, con tre corone cariche di gemme

che parean lumi di doppieri accesi; e dopo queste cerimonie ed altre l'accompagnaron ivi entr'a l'albergo e ritornaro a i loro alti negozi.

Il vicimperador de l'occidente, coronato che fu il novel pastore, venne al palazzo, e disse al buon Traiano: Barone illustre e di supremo ingegno,

poi che l'acerbo ed empio re de' Gotti tenta con tradimenti e con inganni tòrci la nostra amplissima cittade, fia ben che noi con stratagemi ancora

gli rispondiamo, e che tentiam di fare sopra l'ingannator cader l'inganno. Però mi par che voi debbiate andarvi con cinquecento cavalieri armati

fuor de la Porta onde si porta il sale; e porvi sopra un tumulo, e star ivi con gli archi intenti e le saette in mano: e se i Gotti verranno ad assalirvi,

non oprate con lor lance né spade ma solamente le saette e gli archi; e come tutte poi le arete spese, ponetevi a fuggir verso le mura

velocemente e senza alcun timore, che vi riceveremo entr'a le porte. Così gli disse Belisario il grande, e 'l buon testor de i bellicosi inganni

co i cinquecento cavalieri armati se n'uscì fuor per la Salaria Porta; et andò verso un tumulo a man destra che gli avea mostro il capitanio eccelso.

I Gotti poi ch'avean dolore e sdegno che 'l tradimento lor fusse scoperto, come ancor vider cavalieri armati uscire arditamente a la campagna,

cosa che prima non avean veduto, saliron tutti in un furore estremo e preson l'arme, e corseno a trovarli senz'alcun minim'ordine di guerra:

inanzi a tutti Turrismondo altero andava e poscia Vitige e Aldibaldo, Argalto, Teio, Totila e Bisandro con infiniti cavalieri e fanti.

Da l'altra parte gli ottimi Romani stavan con gli archi intenti a la difesa, e non spendean le lor saette indarno: ma le fermavan tutte ne le membra

di ben disposti giovani e feroci, tal che se ne vedeano andare al piano continüamente, e insanguinar la terra. Traiano uccise il scelerato Arnolfo,

ch'era cugin d'Argalto e di Prïaldo, bestemiatore e sodomito e ladro e quasi infamia del paese gotto: e colsel drittamente in una tempia,

che tutta la passò fin al cervello, e lo distese morto su l'arena. Uccise poi l'acerbo Maccarotto, Salucio e Catinaro e Palmarino

e Nervio e Pontefuro e Malmarano l'un dopo l'altro co' diversi strali. Arasso uccise Caspio e Montacuto, che fu fratel del perfido Belambro;

Sindosio e Grinto ancor facean gran colpi con le saette dei fortissim'archi, e tutti gli altri cavalieri eletti ch'erano usciti fuor col buon Traiano

facean del suo valor pruove mirande. Ma i Gotti, ch'eran numerosi molto, succedean sempre in luogo de gli estinti: e Turrismondo con Gradivo inanzi,

col scudo in braccio che parea una selva, saliva a poco a poco sopra il colle gridando sempre: O generosi Gotti, avanti, avanti contra questi cani;

cacciànli giù de l'occupato colle, perché son pochi, e non potran durare con noi che siam più forti, ed abbiam nosco una infinita turba di soldati

e 'l buon favor de l'angelo Gradivo. Alor vedendo gli ottimi Romani ch'aveano spese le saette, e vòte erano omai tutte le lor faretre,

si poseno a fuggir verso la terra come ordinolli il capitanio eccelso: e tutti i Gotti gli correano dietro, ma far non gli potean noia né danno,

ch'avean cavalli men veloci al corso né ben sapeano usar saette ed archi. Come i Romani giunsero a la Porta, Lucillo e gli altri ch'erano a la guardia

callaro il ponte e gli raccolsen entro, e poi subitamente lo levaro: il che vedendo i numerosi Gotti deliberaron di passare il fosso;

ed eran folti su per l'orlo come mattoni crudi avanti le fornaci in drezza, posti al sol per asciugarli; quand'ecco udirsi giù da l'alte mura

un ribombar di machine e tormenti ed un gettar di ferramenti e sassi rotondi e grossi e di mirabil pondo, con tanto aspro furor, tanta ruina,

che parea che la terra e 'l ciel cadesse. Questi giungendo fra la gente gotta ogni cosa frangean che gli era opposta: onde vedeansi andar per l'aria teste

e braccia e gambe d'uomini defonti, e volar scudi e lance per lo piano, ch'era coperto già tutto di sangue, di corpi morti e di cavalli e d'arme.

Né fa più fiero strepito o fracasso fulgure ardente che dal ciel discenda quando percuote gli arbori o le torri, di quel che feccion quei tormenti orrendi

e quelle fiere machine di guerra; onde i soldati che rimaser vivi e i duchi e i cavalier senza dimora si posero a fuggir verso i lor valli:

né si ritenner mai fin che non furo cinti da quei grandi argini e ripari. Il capitanio poi quand'ebbe visto che 'l stratagema suo successe appunto

come avea dissegnato entr'al pensiero, s'allagrò molto, e dopo questo fece essaminar Dolosio e Filocriso; poi fece che l'acerbo Violentillo

gli ponesse a la fune, onde per quella doglia crudel che non potean patire scopersero i compagni del trattato, che molti furo: e nominor fra gli altri

Massimo senatore, il cui bisavo a l'imperio di Roma fu promosso poi ch'ebbe ucciso quel ch'Aezio estinse per sdegno e duol de la stuprata moglie.

Belisario intendendo de le genti nobili che avean parte in quel trattato, ebbe gran doglia, e con più intensa cura voltò la mente a custodirla meglio:

onde a le porte primamente fece mutar le chiavi, e farne far de l'altre più forti e molto varie da le prime; fece mutar ancor tutti e' custodi,

e poi faceali riveder la notte e notar tutti quei ch'erano absenti da i luochi deputati a le lor guarde per farli poi punir quand'era giorno

e passar crudelmente per le picche. Facea sonare ancor lïuti ed arpe su per le mura, acciò che tra quei suoni stesseno meglio a le vigilie intenti;

et ordinò che quei ch'andavan fuori de la città la notte a far le scolte menasser seco un numero di cani per sentir meglio l'orme de i nimici.

Così disposte e riformate tutte le diligenti guardie de la terra, ordinò di mandar Silverio Papa con quei che Filocriso avea scoperti

complici suoi per mar fino a Bisanzo: ben che Sulmonio non poteo mandarli; né 'l falso Erronio, perch'eran fuggiti come sentiro il sostener del Papa,

ed eran iti a ritrovar Burgenzo. Il capitanio poi dimandar fece Massimo senatore, e così disse: Signor di sangue e di richezza illustre,

io vi vuo' dir liberamente quello che ho dentr'al cuor, perciò che 'l dire il vero sta bene a tutti quei che non son servi. Voi siete come complice del Papa

stato accusato a noi, con altri ancora che volean vender questa patria a i Gotti; né so pensar che causa v'abbia mosso, essendo ricco ed onorato tanto

quant'alcun altro de la terra vostra e di sangue notabile e regale. Ma quel ch'aspira a cose altere e nuove de le presenti sue non si contenta.

Però voglio mandarvi entr'a Bisanzo col Papa e con quest'altri a noi suspetti per starvi appresso al correttor del mondo. Ben vi ricordo di recarvi a mente

che chi non ha i pensier come uom mortale suole aver brieve e mal felice vita. Così gli disse, e poi chiamò Navarco, fratel d'Arasso, e gli comesse ch'egli

togliesse la galea che stava a Ripa e vi ponesse tutti quei signori e conducesse loro entr'a Bisanzo e poi gli desse al correttor del mondo

ch'avesse a far di lor ciò ch'a lui paia. Massimo se n'andò contra sua voglia col buon Navarco, e non poteo far altro; né poté dir le apparecchiate scuse

che volea fare a Belisario il grande: e così fece il papa e gli altri tutti; e giunti a Ripa andòr sopra il gran legno, e co i remi arrivor fin a la foce

del Tebro, e poi con le gonfiate velle salir su l'ampio dorso di Nettuno che gli condusse al destinato luoco. E mentre che facean questi negozi

e che la fame s'aggrandiva in Roma, venne un corrier ch'avea nome Giberto, ch'era partito quello istesso giorno da Napoli, e venuto in undeci ore

che dodici cavalli avea mutati; e giunto avanti il capitanio eccelso gli appresentò la carta d'Antonina sua moglie che dicea queste parole:

Illustre mio signor, gloria del mondo, noi siamo aggiunti in quest'alma cittade che si nomò da la Sirena estinta; ed attendiamo ad alloggiar le genti

e provedere a i lor maggior bisogni. Poi venne questa notte una fregata che ci mandò Narsete da Messina; e scrive ch'egli è giunto con la gente

quivi, ed attende alquanto a ristorarla: poi verrà tosto a la città di Roma con vittüaria assai, com'ei vi scrive in queste carte sue ch'ora vi mando;

né so s'io debbia dirvi anco un prodigio ch'apparso è qui per volontà del cielo. Molt'anni son che quivi una figura fu fabricata al corso de le stelle

di quadretti di marmi come dadi, di color varii, che congiunti insieme avanza di vaghezza ogni pittura, e s'appella Mosaico da le genti.

Questa era Teodorico re de' Gotti, e fabricata fu da un Eremita ch'era mago ed astrologo eccellente: ei pose in essa ciò ch'al regno gotto

intervenir devea di tempo in tempo; onde cadendo il capo a quella imago, Teodorico passò di questa vita; poi come il ventre ad ella si disciolse

ott'anni dietro, Atalarico morse: ma quando quelle parti che l'uom cela cadéro, giunse Amalasunta al fine. Ora al venir del messo di Narsete

cadute son le coscie e le genocchia di quella statua con le gambe e i piedi, né di lei più si vede alcun signale. Il che vuol dinotar, come s'afferma,

che distrutta sarà la gente gotta: e priego Dio che sia per le man vostre. Com'ebbe letta Belisario il grande questa carta gentil de la consorte,

si pose a legger l'altre del pachetto; ed ecco un uom tutto affannato in vista gli venne avanti, e disse este parole: Illustre capitanio de le genti,

io vengo a dirvi una novella amara: ma sempre si dén dire a i lor signori tutte le nuove o prospere od adverse, acciò che possa provederli in tempo.

Perduta avemo la città di Porto. Il capitanio udì con molta noia quella molesta e pessima novella, e disse al messo: Non t'incresca dirmi

come ci han tolto sì opportuno luoco. Alora il cavalier, ch'era nomato Pistofilo, gli disse in questa forma: Sta mane appunto nel spuntar del sole

s'aprì la Porta, e fu callato il ponte per lo qual s'esce fuori in ver levante; e poi sovr'esso fu condutto un carro da quei di fuori, carco di sarmenti:

e dietro v'era Totila in aguato, il qual si fé subitamente avanti ed intrò ne la Porta, e poscia uccise Gagliardo e Beraldin, ch'eran sovr'essa;

et andò con furor verso la piazza ferendo ed uccidendo assai persone. Il fiero Armano poi ch'entr'al palazzo si stava come udì quel gran tumulto

subito armossi, e se gli fece contra ed affrontollo, che parea un cengiale che vede il cacciator con l'arme in mano, e senza tema de la propria vita

con molta furia se gli avventa addosso; così facea quel valoroso Armano, Ch'andava adosso Totila menando sempre possenti e dispietati colpi,

tal che facealo ritirarsi indietro a poco a poco, ed e' spingeasi avanti: e senza dubbio alcun l'arebbe morto, se 'l ciel non gli mandava altro soccorso;

perch'era con Armano il popol tutto e Totila avea poi pochi guerrieri, e quelli pochi ancora eran feriti da i sassi che piovean da le fenestre

e giù da gli alti tetti de le case. Totila alora avea sì poca gente perciò che ne l'entrar dentr'a la terra il ponte levador, ch'era sul fosso,

dal peso del gran carro e da i soldati che v'eran sopra rüinò ne l'acqua, e Totila rimase entr'a le mura con quei guerrieri che trovossi accanto:

ché gli altri tutti si restor di fuori. Ma se color che custodian la Porta l'avesser chusa, essendo rotto il ponte, non gli potea venir soccorso alcuno:

onde 'l superbo Totila sarebbe giunto a l'ultimo dì de la sua vita; ma ciò non piacque a la divina altezza, forse per flagellar l'Italia stanca.

Teio, come si vide esser di fuori, corse a una casa, e prese assai legnami e fece far subitamente un ponte che sovr'esso passò tutta la gente;

e se n'andò dov'era la battaglia con gran furore e smisurati cridi. Alora cominciò ritrarsi a dietro il fiero Armano, e gir verso il castello:

perché ferito fu nel braccio destro d'una saetta che gli dié gran noia. Questo vedendo il populazzo vile s'ascose tutto dentro a le sue case,

Totila poi seguì con grande ardire la sua vittoria, e pose tutti e' fanti circa 'l castello per voler pigliarlo: onde vedendo noi ch'eravam dentro

non aver vittüaria e manco forze da poter contraporsi a tanta gente, tentammo di voler rendersi a patti, salva la robba e salve le persone.

Ma Totila non volle, e poi tentammo di salvar solamente le persone: ed ei si contentò, ma volse i capi nostri tutti prigion ne le sue mani,

poi lasciò l'altra gente andar senz'arme così partimmi quindi, e me ne venni di lungo a ritrovar la vostra altezza.

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IL XVI LIBRO · Gian Giorgio Trissino · Poetry Cove