Skip to content
1478–1550

IL XV LIBRO

Gian Giorgio Trissino

Come fu nota a l'empio re de' Gotti l'onorata risposta de' Romani, depose la primiera sua speranza che dovessen fuggir verso Durazzo:

onde ordinò di dar crudel battaglia in molte parti a le romane mura credendole pigliar per forza d'arme; e fece preparar sei millia scalle

e torri e vigne e musculi ed arieti e baliste e testugini ed onagri: e preparate ben tutte le cose che fan bisogno a dar battaglia a i muri,

con copia innumerabil di sarmenti per poter poi con essi empier le fosse - il che si fece in venti giorni a punto, dal dì che combettero a Ponte Molle -,

come poi venne la ventuna aurora con la fronte di rose e co i piè d'oro, il re de' Gotti si levò dal letto e si vestì de le sue lucid'arme;

poi fece che i tamburi e che le trombe sonaro a un tempo in tutti sette i valli, onde s'armò quella feroce gente e ratto se n'andò verso 'l vesillo

del re, co i duci e i capitani avanti. E 'l re, come gli vide a lui venire, salì sopra Distico suo cavallo d'aspetto acerbo e di colore oscuro,

e disse verso Turrismondo altero: Andiamo, cavaliere, a prender Roma, che forse que' che vi son posti a guardia non faran contra noi molta difesa.

E Turrismondo a lui: Signor mio caro, faccian difesa pur quanta che sanno, ch'io spero di pigliarla in questo giorno et al dispetto loro arderla tutta.

Così diss'egli, e 'l re con molto ardire e con Argalto e Totila e Bisandro e Teio ed Aldibaldo ed Unigasto se n'andò verso la Salaria Porta,

con tanta gente che copria 'l terreno. E come schiera di palustri cigni o d'oche o gru, che stan lungo il Caistro e volan quinci e quindi, e poi cridando

s'assidon sopra quello erboso prato che da le voci lor tutto rimbomba; così la gente gotta uscendo fuori de i sette valli andava inverso Roma

cridando, che facea tremar la terra: né primavera ha tanti fiori e frondi né 'l tempo che vuol ir verso l'estate, né tanta moltitudine di mosche

trovossi insieme mai dentr'a le mandre di numerosi armenti, alor che i vasi sono conspersi di copïoso latte, quant'era quell'essercito de i Gotti.

Da l'altra parte il popolo di Roma s'apparecchiava cauto a le diffese e stava proveduto in su le mura, vedendo contra sé tanta possanza:

e come quando un nuvolo si mostra, d'aspetto orrendo e di colore oscuro, che fa per l'aere paventoso bombo, tal che le genti fan sonar le squille

e 'l pastorel, che di tal vista teme, se ne va intorno i paschi, e poi conduce in qualche speco il suo lanoso armento per fuggir quell'asperrima tempesta;

così facea quel capitanio eccelso andando intorno intorno a la cittade e ponendo i soldati entr'a le torri, donde potessen far maggior difesa:

ed oltra questo ancor tra merlo e merlo fece andar gente e saettami e fuochi per meglio propulsar tanto periglio; ed ei con l'arco e le saette al fianco

si stava ritto in piè sopra una torre che quasi tocca la Salaria Porta; e parea proprio il figlio di Latona alor che spense la tantalea prole,

di che nel monte Sipilo ancor piagne l'afflitta madre lor conversa in pietra. I fieri Gotti poi con torri armate ed altre molte machine murali

tratte da validissimi giuvenchi s'avvicinaro a le profonde fosse: e tre buon cavalieri aveano avanti, Belambro, Folderico e 'l gran Rimaspo,

ch'ha cuor di drago e membra di gigante, il qual parea che minacciasse al cielo; questi facean gettar sarmenti e legni ne l'ampio fosso con prestezza immensa

per agguagliar quel cavamento al piano. Alora il capitanio de le genti sorrise, e risguardando i suoi Romani disse con fronte allegra este parole:

Nessun di voi non spenda una saetta né getti un'asta o faccia alcuna offesa a i nostri acerbi e perfidi nimici, ma stiasi ad aspettar ciò ch'io comandi.

Poi, come leverò quel gran vessillo di raso cremesin fregiato d'oro ch'ho qui da canto, e soneran le trombe, ciascun si sforzi di ferirli a prova.

Questo diss'egli, e 'l populazzo ignaro de l'alta sua virtù si dolea molto ch'ei non lasciasse offendere i nimici. Ma Belisario al suo fortissim'arco

impose una acutissima saetta, e tirò forte la robusta corda con la possente man fin a l'orecchia: poi la fece calar verso Belambro,

e colsel drittamente ne la gola in quel meato che conduce i spirti, onde caddeo subitamente morto. Quando 'l popol roman vide il bel colpo

del vicimperador de l'occidente ben si pensò d'aver vinta la guerra, onde cridò con paventosa voce: O gente gotta, di leggier consiglio,

di poca forza e d'animo di cervo, mai non arete la città di Roma, come sperate voi, per forza d'arme: ma resterete morti sopra il piano

come fatt'ha quel capitanio vostro che ruppe i nostri amplissimi acqueduti; di che l'appaga la sentenza eterna. Dietro a quel lieto augurio de i Romani,

il capitanio ancor pose su l'arco un'altra validissima saetta: e colse parimente ne la gola il gran Rimaspo, e fello andare a morte;

e parve nel cadere un'alta pioppa frondosa e verde e di grossezza immensa che fu nutrita su la riva d'Arno, e poi sforzata dal furor de' venti

si sbarba e cade in acqua, e fa salirla in alto, e ribombar le rive intorno: tal parve nel cadere il gran Rimaspo; onde 'l popol roman tant'altamente

cridò, ch'una colomba che volava per l'aria sopra le romane mura venne per quella voce a terra morta. E Folderico, quando avanti i piedi

giacer si vide quel gigante altero, tutto smarrito volsesi a fuggire; ma Belisario prestamente il colse con un'altra saetta ne la nuca,

che gli passò tutto 'l robusto collo e gli uscì fuor davanti in sommo al petto: ond'anch'ei giacque morto appresso gli altri. Alora il capitano alzò il vessillo

di raso cremesino, e sonar fece il suon crüento de l'orribil trombe, che suol con esso spaventar le genti. Come Nicandra, giovinetta eccelsa,

vide il vessillo e l'oricalco udìo, tirò il grand'arco verso quelle torri di legno tratte da gli armenti gotti; e colse in mezzo 'l petto il fier Caloro,

che fu figliuol di Ragnaro bastardo e di Leonora: questa era donzella d'Alvergola sua madre, e questa giacque con lui secretamente, e parturigli

il bel Caloro poi press'al Ticino: il qual venne col padre a questa guerra, e se ne stava sopra una gran torre cridando morte e minacciando a Roma

d'arderla prima, e poi spianarla tutta; ma quel colpo crudel mancar gli fece le parole e 'l bravare, e cadde in terra: come fa un corbo che sopra un grand'olmo

cracchia, s'un buon arcier gli passa il petto subito cade con ruïna a basso, così caddeo quel Gotto a terra morto: onde l'ardita giovinetta disse:

Spiana or, se puoi, che sei ridotto al piano, l'onorata regina de le terre; e non contenta di quel colpo solo uccise Balaustro e Parpignano,

tal che fece allegrar tutti i soldati: a cui l'eccelso capitanio disse: Vergine bella e di supremo ardire, questi son colpi generosi e degni

d'ogni gran laude e d'ogni estremo onore. Seguite pur così, che arem vittoria, che quasi sempre vien dietro al valore. Ma voi, diletto mio popol di Roma,

ferite i buoi con quelli altri giumenti che son posti a tirar machine e torri d'altezza equali a queste nostre mura: perciò che senza buoi staranno immote

né qui potranno approssimarsi al muro; né da lunge son atte a farci offesa. Com'ebbe detto questo, il popol tutto posen su gli archi lor molte saette

e le lasciaro andar verso gli armenti: e come quando un vento a terra spinge grossa gragnuola e valida tempesta che rompe e guasta le mature biade

e spoglia de le frondi arbori e piante; così pareano alor quelle saette ch'uscian di man de gli ottimi Romani, ch'a terra ne mandor tutti i giumenti

che conducean le machine murali. Il che vedendo Vitige, percosse con la man destra la sua destra coscia, e poi dolente e sospirando disse:

Perché, Padre del ciel, così m'inganni? e perché fai che le fatiche nostre in far sì belle machine e sì grandi sian state vane e via gettate al vento?

Certo pensai con esse prender Roma, or muover non si ponno: e quei Romani stan su le mura come vespe ed api che fremen circa le spumose stanze

e fan di chi le offende aspra vendetta. Ma pur voglio tentare un'altra via: perché, quando una cosa non succiede per una strada, è ben cercarne un'altra.

E detto questo poi chiamò Bisandro, Argalto ed Aldibaldo, e disse loro: Voi starete, signori, in questo luoco con tutta questa gente ch'io vi lasso;

né vuo' che voi facciate dare assalto da questo canto a le romane mura: ma ben sempre farete esser saette su gli archi, e saettar verso la torre

ove dimora Belisario il grande, perch'ei non abbia mai riposo alcuno. E così detto, quindi si partìo; e ratto se n'andò con molta gente

verso Porta Esquilina, ov'era un luoco ch'alora lo chiamavano il Vivaro, ma a questi tempi si potria dir barco: ch'ivi soleano star leoni ed orsi,

cingiali e pardi ed altre orribil fiere ch'eran serbate per teatri e feste. Quivi mandato avea nel far del giorno Vitige alcune machine da guerra;

e subito che giunse in quella parte dispose darli una battaglia orrenda con la sua forte e numerosa gente: onde sonaron le terribil trombe

e cominciaro andar cridori al cielo. I Gotti poi, tutti raccolti insieme sotto la lor testudine de i scudi, chi di lor s'affrettava empier le fosse,

e chi con scale superare il muro da quella parte ov'era men difeso. Da l'altro canto gli ottimi Romani con aste ferme e con veruti e pili

stavan molto animosi a la difesa; ma quelli acerbi e furibondi Gotti eran per far gran danno in quella parte, se i buon Romani con destrezza e forza,

raccolti insieme, non volgeano un sasso di peso estremo e di grossezza immensa, che cadde ov'era più la gente folta e franse i scudi, e fece andare a terra

molte persone sanguinose e morte: il che vedendo l'altra gente gotta giudicò ch'era meglio il star lontana e quindi saettar saette e dardi.

Quando comprese Magno in quella parte esser venuti tutti quanti e' Gotti per pigliar quindi la città di Roma, chiamò Peranio e disse este parole:

Ite, Peranio, al capitanio eccelso, narrateli il periglio in che noi semo; e pregatelo assai per mie parole che voglia venir tosto a darci aiuto,

ché qui si truova il pondo de la guerra e 'l muro è molto basso e mal sicuro, e noi siam pochi: ond'è periglio estremo che non ci mandin tutti quanti a morte

e quindi piglien poi questa cittade. Peranio, come udì quell'ambasciata, partissi, e non fu lento a riferirla subitamente al capitanio eletto;

ed anco il capitan, come la intese, non stette quivi a far molta dimora. Ma chiamati Acquilino e 'l buon Traiano, che la Porta Pinciana in guardia avea

come Acquilin quella di Santa Agnesa, ch'era a man destra, e l'altra a la sinistra, gli disse con pochissime parole: Baroni eccelsi, io vuo' lasciarvi il cargo

di fare in vece mia questa difesa, che la farete con ardire e senno; ch'io voglio andare a l'onorato Magno che con istanzia grande mi dimanda.

Così diss'egli, e quindi si partìo con molta gente valorosa dietro, allegro e ne l'andar pronto e leggiero. Come il caval ch'è stato entr'a la stalla

con abondanza di quïete e d'orzo poi che frange il capestro indi si parte, e con la testa alzata e con le chiome sopra gli umeri suoi diffuse al vento

nitrisse e crida, e corre verso 'l fiume ov'egli è avezzo di lavarsi e bere, e vago e lieto de la sua bellezza sì leggiermente le genocchia inalza

per entro 'l piano e per gli usati paschi ch'appena tocca con le piante il suolo; così venia quel capitanio eccelso. E come giunse a la battaglia orrenda

se n'andò a Magno e disse este parole: Eccomi qui, signor, non vi smarrite per questo grave e periglioso assalto; siate animoso pur, che non si vince

alcun periglio mai senza periglio. Poi ratto se n'andò per tutti i luochi, ed essortava ognuno a far difesa o con dolci parole o con amare:

amare, quando alcun vedea ritrarsi in dietro da i perigli de la guerra, e dolci quando poi diceva a gli altri: Cari Romani miei, venuto è il tempo

che gli animosi e i timidi e i mezzani tutti han da fare, e certo importa a tutti che non si perda la città di Roma, che saria la total nostra ruina.

Dunque nessun non si rivolga in dietro verso 'l palazzo, anzi si faccia avanti essortando l'un l'altro a la battaglia; ché quell'eterno Dio che 'l ciel governa

ci darà forse la vittoria, quando ci veda pronti ad aiutar noi stessi. Così cridava il capitanio eccelso, ed essortava i figli de i Romani.

Da l'altra parte Turrismondo altero con gli occhi che parean di fiamma ardente andava intorno, ed essortava i Gotti a ricordarsi de le usate forze

e fare ogni opra di pigliar le mura, che vinta gli darian tutta la guerra. Ma come fioccan giù continue falde di bianca neve quando 'l sole alberga

con la Capra del cielo, e rende il giorno assai minor del cerchio de la notte, e l'onorato figlio di Saturno aqueta i venti e fa calarla in terra

senza riposo alcun, tal che le cime de gli alti monti e poi le rive e i colli cuopre di neve, e la campane, e i tetti; così spess'eran le saette e i sassi

ne l'aria che venian da i Gotti al muro e che fioccavan da le mura a i Gotti: onde sentiansi rimbombar le torri ch'eran percosse da possenti pietre,

e risuonavan le celade e i scudi tocchi da i sassi acerbi e da le lanze. Or mentre che si stava in quel conflitto di qua dal Tebro, ancor da l'altro lato

il fiero Marzio duca di Vicenza non stava indarno; anzi col campo uscito de i prati di Neron di là dal fiume s'avvicinava al tempio di San Pietro.

Quivi chiamati a sé tutti i prefetti disse queste parole invèr Fabalto: Fabalto, andate con la vostra gente che dal montoso Bergamo discese,

passate il fiume ed assalite 'l muro ch'è tra l'Aurelia e la Flaminia Porta, ove i Romani fan poca difesa: ché per lo fiume che gli corre accanto

tengono quella parte esser sicura. Se voi l'assalirete a l'improviso forse la prenderete: il che seguendo, parturirete a noi vittoria grande

e voi guadagnerete eterno onore. Da poi si volse, e disse ad Ulïeno: Ite sotto 'l Ianiculo, e tentate s'aver poteste la Pancratia Porta;

ed io tenterò poi per ogni via di pigliar l'onorato e gran sepulcro del successore e figlio di Traiano, che sarà un cavalier molto opportuno

sopra l'Aurelia Porta di San Pietro: e così questi perfidi Romani assaliti da noi da tante parti poriano abbandonar gli usati schermi.

Com'ebbe detto questo, andò Fabalto subitamente a l'ordinato luoco; poi natò il fiume con gli suoi soldati e s'accostò sotto 'l famoso muro,

credendosi pigliarlo a l'improviso: e forse fatto aria qualche profitto, se non era Teogene in quel luoco duca d'Arabia, il qual come lo vide

se gli fé contra, e ben che fosse solo senz'altra compagnia che dui famigli, non volse abandonar quella difesa. Dapoi disse a Lameco suo sergente:

Corri, Lameco, e narra al fier Costanzo come i nimici han trappassato il fiume e son vicini a queste nostre mura; digli che venga, over che mandi gente

che possa ben difender questa parte, acciò che non patiam vergogna e danno. Come Lameco udì quelle parole, correndo se n'andò su per le mura

fin a l'Aurelia Porta, e trovò quivi il fier Costanzo e spose l'ambasciata. Questi vedendo sopra la gran meta esser Teodato e Cosmo ed Olimonte

con molti buoni cavallieri e fanti, disse a Longino che gli stava appresso: Fate saper, signore, a quei baroni che si ritruovan sopra il gran sepulcro

che difendano ben quell'alto luoco se venissero i Gotti a darli assalto: ch'io voglio ire a Teogene, che è solo, acciò che non patisca alcun disconcio;

e voi farete guardia a questa porta con diligente ardir fin ch'io ritorni. E detto questo quindi si partìo, et andò per le mura in quella parte

ch'avea comincio ad oppugnar Fabalto: perciò che avean tirate alcune scale con certe funi lor di qua dal fiume e le aveano accostate a l'alte mura,

e già la gente vi saliva sopra; ed era avanti a gli altri Balandetto figliuol di Cortavita e di Grappaldo: ma come il buon Teogene lo vide

con la celata superare i merli et udì dire a la sua fiera bocca: Io son pur sopra 'l muro, e prenderassi al dispetto del ciel questa cittade,

tirò una punta con l'acuta spada e colsel drittamente in mezzo i denti ch'erano aperti, e gli fendeo la lingua quasi in due parti equali, e trappassando

la spada gli uscì fuor sotto la nuca, onde cadette ruïnando a basso; e, Rauco suo compagno, ch'era anch'egli su quella scala, fu da lui percosso

ne l'andar giù, tal che ciascun di loro se n'andò a terra; e con dolore amaro e a lor mal grado avvicinorsi al fiume. Sopragiunse a quel colpo il fier Costanzo,

e rallegrossi, e sorridendo disse: Frate, se gli darai simil bocconi so che gli fian più che l'assenzo amari. E così detto lasciò gire un'asta

possente e grossa e con orribil ferro; e colse Falaguasta in una tempia, Falaguasta figliuol di Radegunda, sorella d'Altovito, e di Rimaspo:

e passò la celada, onde gli uscìte da l'altra orecchia il furïoso acciale, tal che lo stese morto in su l'arena. I Gotti, come videro quei colpi,

furon più lenti nel salire a i merli: ma i buon Romani con saette e lance e grossissimi sassi da le mura gli tempestavan le celate in testa.

Alor Fabricio, giovane eccellente fratel del buon Fidelio, il qual seguìo Costanzo quando venne in quella parte, pose su l'arco una saetta acuta;

e trasse quella verso il gran Fabalto che stava in mezzo a la smarrita gente col brazzo nudo e con un'asta in mano per animarla a la battaglia orrenda.

Quella saetta asperrima lo colse appunto sotto 'l cubito, e passolli la nuda carne e si ficcò ne l'osso, onde cader gli fé l'asta di mano.

Quando Fabalto si sentì ferito s'attristò molto, e con la man sinistra volse trar fuor quella saetta amara; ma tirò il legno, e vi rimase il ferro

fitto ne l'osso; onde un dolor l'assalse tal che non gli lasciava aver riposo. Alor deliberò tornarsi al vallo: poi senza indugio alcun si pose a l'acqua

e natò il fiume e ritornò al steccato. Quando la gente sua partir lo vide si sbigottì sì fieramente, ch'ella saltò nel Tebro, che parean ranocchi

quando usciti per caso a la pastura dimoran cheti su l'erbose rive: ma come veden uomini od armenti si gettan tutti prestamente a l'acqua

per la paura che gl'ingombra il cuore; così parean quegl'impauriti Gotti: onde i Romani accompagnaron poi quella lor fuga con saette e sassi,

tal che per lo timore e per lo peso de l'arme e per le acerrime percosse pochi di lor passaro a l'altra ripa, ma quasi tutti s'annegor ne l'onde.

Mentre poi che Fabalto appresso 'l Tebro dava l'assalto a le romane mura, Marzio nascosamente a la gran mole sen venne, ed appoggiò le scale ad essa

credendosi pigliarla al primo assalto: ma i buon Romani ch'erano in quel luoco faceano gagliardissima difesa. Questo meraviglioso e bel sepulcro

fece Adrïano imperador del mondo, tutto massizzo e di perfetti marmi, quadro nel basso, e poi surgea ritondo ed avea intorno altissime colonne

di varie pietre prezïose e rare con molte statue d'uomini e cavalli fatte con tanto magisterio ed arte che 'l mondo non avea cosa più bella.

I Gotti adunque venner di nascoso, e s'accostaron tanto a l'alta mole che quei Romani con balestre ed archi o con onagri e machine murali

non gli poteano far noia né danno; e mal poteano stare a le difese, ché i Gotti sì gran copia di saette tiravan fieramente in quella parte

che non poteanvi comparer persone che non fossen da lor ferite o morte: onde i feroci figli de i Romani avean quasi perduta ogni speranza

di poter conservar quell'alta mole; e vedeano anco, se l'avessen persa, che insieme si perdea l'Aurelia Porta e quindi tutta la città di Roma:

di che si stavan sconsolati e mesti. Ma Cosmo rivolgendo al ciel le luci disse con le man giunte este parole: O Re del cielo, e voi, sustanze eterne,

donate aiuto a la città di Roma, che per sé non può far lunga difesa: né la virtù de gli ottimi Romani potrà salvarla senza 'l vostro aiuto;

perché, se la virtù talor fa pruova senza 'l favor del ciel, non dura molto. Ma fa come colui ch'a forza spinge col remo una barchetta contra 'l fiume:

che, se rallenta poi le braccia alquanto, l'onda precipitosa e 'l corso ratto per viva forza la ritorna in dietro. Però, Signore eterno de le stelle,

fa che possiam diffender questa mole: ché se per caso ella ci fosse tolta, Roma fia presa e fia distrutta ed arsa, e mandate le genti a fil di spada

con grande obbrobrio e irreparabil danno. A quel parlare il Re de l'universo porse le orecchie, ed a Latonio disse: Or va, Latonio, a la città di Roma,

truova qualche consiglio e qualche ingegno che salvar possa l'onorata mole e liberarla da le man de' Gotti. L'angel di Dio, dopo il divin precetto,

se n'andò quivi; e prese la sembianza del prudente Longin conte d'Egitto e poscia disse a i principi romani: Non vi smarrite, valorosi duchi,

in questo grave e periglioso assalto: sperate il bene, che 'l sperar gagliardo è buona compagnia ne i gran perigli; e se vi mancan saettami o lance

da gettar giuso e offendere i nimici, ponete mano a quei politi marmi, a quelle statue d'uomini e cavalli de i gran signor che qui sepulti foro:

ché sì come essi con le proprie vite, col proprio sangue han sempre questo impero da la scevizia barbara difeso, così l'imagin lor difenderanlo

da l'imminente asperrima ruina. Questo consiglio del celeste messo fu grato a tutti i cavalier romani, salvo che a Cosmo che l'avea richiesto:

perciò che gli increscea che fosser guaste sì belle statue e sì gentil lavori, che desïava avere altro soccorso. Teodetto poi fu il primo, ed Olimonte,

che preser la gran statua di Severo: e tra la folta nube di saette che saettava ognor la gente gotta la mandor giù da l'orlo de la mole.

Questa, cadendo con furore a basso, ruppe le scale, e quei ch'eran sovr'esse andor per terra, e le celate e i scudi lor gli fiaccaron, che parean di vetro:

tal che acquetossi quel furore acerbo. Come la fanticella, quando bolle la pentola sul fuoco, e spande fuori l'onda gonfiata e la bollente schiuma,

corre a la secchia, e prende gelid'acqua con la caccia di rame, e porta quella per l'aspro fummo e ponla entr'al paiuolo, onde s'acqueta il suo bollir feroce;

così que' dui baron, quando portaro per l'empia nube di saette gotte la grave statua, e la gettaro a basso, s'acquetò il gran furor di quella gente,

ma dopo questa fur gettate ancora la statua d'Antonino, il Caracalla, quelle di Claudio, Aurelïano e Probo con molte teste d'uomini eccellenti:

che fer che i Gotti si tiror da largo per non toccar quelle percosse amare; e mentre preparavano i Romani ferirli con onagri e con baliste,

Costanzo, ch'era ritornato a dietro poi che fugò la gente di Fabalto per aver cura de l'Aurelia Porta, spronato fu da l'angelo in tal modo:

Costanzo, io vedo che la turba gotta si tira indietro, e par tutta confusa per le percosse de la nostra gente ch'hanno difeso ben quell'ampia mole:

diamoli addosso, ché pigliar si deve sempre l'occasïon quand'ella appare. Così disse, e spirolli animo e forza; onde Costanzo fece aprir la Porta

ed uscì fuor con tutta la sua gente cridando: Sangue sangue, amazza amazza. Il duca di Vicenza, il qual credea con quell'assalto aver l'antica meta,

come vide l'audacia de i Romani ch'erano usciti fuor con tal furore subitamente si rivolse in fuga e fuggì verso il consüeto vallo.

Costanzo lo seguia con molto ardire, sempre mandando gli ultimi a la morte; e spesso intrava nel nimico stuolo con ardente disio di ricoprirli

tutti di giaccio e di perpetua notte: e tanti ne ferio, tanti n'uccise, che l'erba tutta gocciolava sangue; ma come i vide scompigliati in fuga

correr chi qua chi là verso quei colli, sonò raccolta, e fece che i soldati tornaron seco a l'ordinata guardia. Marzio se ne fuggì dentr'al suo vallo

ov'era ito Fabalto; e poco stando venne Ulïeno, ch'era stato indarno per dare assalto a la Pancratia Porta: e nel venir intese per la strada

il disconcio di Marzio, onde gli disse: Signore, io vengo senza dar battaglia a quella porta dove mi mandaste, perch'ella è in luogo dirrupato ed alto;

e poi la ritrovai con sì gran cura dal vecchio Paulo ben munita e chiusa, che non mi parve disciparci il tempo, non ci essendo speranza di profitto:

però tornai con le mie genti al vallo. E s'oggi avemo la fortuna contra, non si devem né perder né lagnarsi: perché si vive in questa umana vita

come si puote, e non come si vuole; né mai si dee riprender quella cosa che per consiglio uman non può mutarsi, ma si dee tolerar senza dolore.

Un'altra volta il ciel sarà per noi, che questo giorno è stato de i Romani. Così disse Ulïeno, a cui rispose l'accorto duca con parole tali:

Ognun è savio in dar consiglio ad altri, ma poi si perde in consigliar se stesso quando si vede la fortuna adversa. Pur vuo' patir questa percossa acerba

al me' ch'io so, perché l'umana vita non si può trappassar senza disconci. Andiamo pur a ritrovar Fabalto per farlo medicar de la sua piaga,

ché poi si penserem qualche rimedio. E detto questo, quindi si partiro. Da l'altro lato poi, verso 'l Vivaro si combattea con incredibil forza:

ché 'l re di fuori e 'l capitanio dentro con la presenza e con le lor parole facean crescer l'ardire a i lor soldati. Alora il fiero Totila si mosse

vago di gloria e d'acquistarsi onore: questi avea in testa una celata fina, col cimier tondo di purpuree penne tutte di struzzo, che trangugia il ferro;

e 'l scudo in braccio di brunito acciale era cerchiato d'oro intorno intorno ed avea in mezzo la caribde orrenda di color perso, co i feroci scogli

che soleano ingiottir tutte le navi: così venia quel Totila quassando con la man destra una terribile asta inanzi a gli altri, che parea un leone

che spinto da la fame e dal disio di carne assalta le serrate mandre: né perché vi ritruovi esser pastori con arme e cani a guardia de gli armenti

resta di non tentarle, anzi vi salta dentro con gran furore, onde over prende qualche iuvenca over riman ferito da colpo acerbo di possente mano;

così quel fiero Totila pensossi d'assalir la muraglia del Vivaro e porla in terra, e quindi entrare in Roma, over patire asperrime ferite:

onde parlò con Teio in questa forma: Teio, tu sai di che supremo onore siamo onorati ne le terre nostre, che ci aman con timor come un lor dio.

Ma non è giusto che i primieri luoghi abbiamo e ne le piazze e ne i convitti se ne le guerre ancor non semo i primi. Adunque combattiamo avanti gli altri:

perché i nostri soldati, che vedranci avanti a loro entrar ne le battaglie, diran: 'Meritamente i nostri duchi sono onorati di supremi onori,

poi che è supremo in loro ardire e forza. Vedete come vanno inanzi a tutti ne l'empie zuffe, e fan come leoni'. Veramente, fratel, se noi fuggendo

questi combattimenti e questa guerra dovessemo esser poi senza vecchiezza e senza morte, io direi ben che questa fusse giusta cagïon di star da canto,

e non combatter mai contra i nimici: ma tante cose son che ci dan morte, e 'n tante guise, che non può fuggirla alcun che nato sia sopra la terra.

Andiamo adunque ad acquistarsi onore: che poi che dee finir questa fral vita facciamo eterna almen la nostra fama. Così diss'egli, e quel feroce duca

che regge il bel paese ov'è Milano si pose a gir con lui verso 'l Vivaro, con molta gente valorosa dietro. Il che vedendo l'onorato Magno,

ch'avea lasciata l'Esquilina Porta al buon Peranio ed al gigante Olimpo, e s'era posto sopra una gran torre con la sua gente a custodire il Barco:

vedendo adunque sì feroce assalto guardossi intorno, per saper s'alcuno fosse ivi appresso de i famosi duchi da cui potesse aver qualche soccorso,

e vide dopo sé Gualtero e Grinto parlare insieme e 'l giovane Fileno, onde si volse a loro, e così disse: Illustri duchi e di supremo ardire,

molto bisogno avem del vostro aiuto, ché 'l fiero Teio e Totila superbo vengon con molta gente in questa parte, perché ha i ripari suoi deboli e bassi;

onde ci potrian far vergogna e danno. Però non vi sia grave esser con noi a la difesa de la patria nostra. Così diss'egli, e quei baroni eletti

senza far scusa e senz'altra tardanza salir sopra la torre ov'era Magno; e si disteser poi lungo a i ripari ov'uopo gli parea del loro aiuto.

Da l'altra parte Totila superbo e 'l fiero Teio s'accostaro al barco con la lor gente valorosa dietro come se fosser due procelle orrende,

e già se ne salian sopra i ripari. Alor Gualtiero uccise Callimarte da Marignan, grattissimo compagno di Teio, e questo fu con un gran sasso

pesante ed aspro ch'era appresso il muro: ed era tal che un uom de l'età nostra appena lo potria levar da terra con ambe due le man, ed ei levollo

con una sola agevolmente in alto e poi lo trasse contra Callimarte, onde gli franse la celata e gli ossi e mandol giù del muro in terra morto.

Da l'altro lato il giovane Fileno ferì d'una saetta ne la coscia il fiero Teio, ed ei nascosamente scese del muro e abbandonò l'assalto,

acciò che alcun de i figli de i Romani, vedendo uscir da le sue carni il sangue, non l'incargasse con parole amare. La partenza di Teio assai dispiacque

a Totila crudel, ma non per questo abbandonò l'assalto del Vivaro: anzi ferìte il valoroso Lindo nel petto, e lo passò di banda in banda

con la forte asta, e nel tirarla fuori fu cagion che caddeo fuor de le mura col corpo in giuso, e insanguinò il terreno. Totila poi con le possenti mani

prese dui merli, e gli mandò per terra, e seco venner giù legnami e sassi: e 'l muro si nudò de le difese, che fece a quei di fuor più larga via.

Alor vedendo quell'aspra ruina Fileno e Magno andaro dargli aiuto: Fileno spinse una saetta acuta fuor del buon arco suo nervoso e forte,

che passò il scudo a Totila, e fermossi ne la corazza, e non toccò la carne, che così piacque a la divina Altezza; Magno l'accolse anch'ei con l'asta fiera:

e s'e' non si traeva alquanto in dietro lo facea gire anzi il suo tempo a morte. Così allargossi un poco da i ripari quell'empio duca, e poi si volse intorno;

e desïoso d'acquistarsi onore disse a la gente sua queste parole: O valorosi ed ottimi soldati, che state ad aspettar? Che non ponete

meco le vostre forze a tanta impresa? Io solo non potrò farvi la via da prender questa amplissima cittade, se ben fornito son d'ardire e forza.

Andiamo adunque tutti quanti insieme, ché tutti insieme e d'una istessa voglia farem più salda e più lodevol opra. Così diss'egli, e quella turba tutta,

mossa da l'essortar del suo signore, andò con gran furor presso a i ripari. Da l'altra parte gli ottimi Romani dentr'a le mura con valore immenso

duplicavan le genti a la difesa: onde vedeasi una mirabil cosa; che i Gotti avendo conquassato il muro e tolte le difese e fatto strada

non poteano passar dentr'al Vivaro; né potean anco gli ottimi Romani cacciar i Gotti via da quei ripari: ma quivi si facea crudel battaglia

co i scudi in braccio e con le spade in mano, e dava l'uno a l'altro aspre ferite, tal che i ripari e le quassate mura eran consperse, anzi piovean di sangue.

E sarian stati ancor più tempo in questa notabil parità de la battaglia se 'l summo Re de la celeste corte non rivolgea gli occhi sereni a Roma:

onde gli spiacquer le fatiche e i danni ch'ella pativa, e da pietà commosso mandò l'angel Palladio a darle aiuto; e quel messo di Dio disceso in terra

prese l'effigie del canuto Paulo, ed andò ratto al capitanio eccelso e disse a lui queste parole tali: Invitto capitan, mastro di guerra,

sì come quando la fortuna arride sempre si dee temer che non si volga, così quand'ella ci molesta e prieme sempre si dee sperar che torni al bene.

Speriamo adunque che si volga e muti ogni fortuna adversa che ci offende, e che finisca in ben questa battaglia. Onde per dare a tal speranza aiuto

mandiamo un nostro cavalier che dica al feroce Acquilino e al buon Traiano che saltin fuor de la Salaria Porta con la lor gente ad assalire i Gotti

che se ne stan sicuri in quella parte né credon che possiam mostrar la fronte: ma faciangli veder contrario effetto, ché spesso il mal che giunge a l'improviso

impedisce il discorso e l'ardimento. Noi potremo anco in un medesmo tempo spingersi fuor da la Esquillina Porta, e mandare a la Porta di Preneste

a dire al fier Mundello ed a Bessano ch'aiutin Magno e facciano il medesmo: onde saltando fuor da tanti lati potriano aver da noi molto disconcio;

ché spesse volte l'animoso ardire accompagnato da sagace ingegno è favorito dal Signor del cielo, a cui diletta più l'ingegni e l'arti

ch'abbian le forze deboli ed inferme che le gran forze con gli ingegni ottusi. Il ragionar di quel celeste messo non spiacque al capitanio de le genti;

onde tosto mandò Carterio araldo a far quell'ambasciata a i dui baroni ch'avea lasciati a la Salaria Porta: ed a la Prenestina mandò poi

Lucillo, e gli ordinò ch'andar facesse il feroce Bessano e 'l fier Mundello con la sua gente a dar soccorso a Magno ch'avea molto da far dentr'al Vivaro.

Come quei cavalier furon partiti, il grande Olimpo alteramente aperse la sua Porta Esquilina, e si pose ivi col scudo in braccio e con la spada in mano

per non lasciarvi entrar la gente gotta; e poi da l'altro lato de la Porta si pose Pindo, uom di grandezza equale al fiero Olimpo e di virtute e forza.

Come due quercie sopra un alto colle, ch'han le radici lor profonde e grosse e quivi se ne stan senz'aver tema d'acqua o di gelo o di furor di venti;

così si stavan quei giganti acerbi avanti a l'Esquilina, ch'era aperta, senz'aver tema del furor de' Gotti. Alora il capitan, ch'era a cavallo

sul buon Vallarco, che gli fu menato tutto coperto di brunita maglia mentre che stava a diffensar le mura, se n'uscì fuor de la dischiusa Porta

con molti duchi e cavalieri appresso, tutti cridando con orribil voce che facea spaventar la gente gotta; poi senza indugio si scontrar con essa

con l'aste in resta e con gli scudi al petto. Alor s'incominciaro a sentir colpi di dure lance ed urti di cavalli: e rimbombavan le celate e i scudi

ch'eran percosse da' pungenti acciali; e si sentiano gemiti e suspiri di gente che passava a l'altra vita e 'l terren si coprìa di sangue umano.

Sindosio uccise prima Rodamonte, ch'era soldato eletto; questi avea sopra la ripa d'Adige l'albergo, posto fra Bussolengo e la Corbara.

A questo entrò la lancia in mezz'al naso, che ratto penetrò fin al cervello, onde cader convenne a terra morto. Bessano uccise Daulo, e Ciprïano

diede la morte al giovane Lipoldo; ma sopra tutti il capitanio eccelso facea molto fracasso in quelle genti. Aiutatemi Muse a dir chi foro

i primi ch'egli uccise e chi i postremi. Il primo fu l'ardito Pinadoro, ch'era figliuol di Vitige bastardo e di Cleandra vergine eccellente,

che la madre di lei glie la concesse per premio, e la fanciulla a suo mal grado si guadagnò vituperosa dote: di costei nacque Pinadoro adorno

su la ripa de l'Astigo a Montecchio; il qual passato fu per mezzo 'l petto dal vicimperator de l'occidente al primo incontro de l'orribil asta.

Uccise ancor Cassandro e Tamberlano e Girotto e Grumalto e Bellapecca, tutti con l'asta sua nutrita al vento; poi messe mano a la tagliente spada,

e ferìte di punta il bel Varano e 'l possente Laverchio e Ruminaldo, e tutti gli mandò distesi al prato. Poscia diede a Zamolso un aspro colpo

che gli partì la testa fin al petto: il che vedendo Vitige si dolse molto, perch'era suo fratel cugino; e senz'altro aspettar volse la briglia

e si pose a fuggir verso le tende. Ma quando i Gotti viddero il signore correr fuggendo per l'erboso piano, volsero prima le lor teste intorno

e poi si diero a disonesta fuga: fuggiano tutti, e Turrismondo ancora non stette saldo, anzi fuggia tra gli altri con passi lenti, che parea un leone

che cacciato da' cani e da' pastori si parte via da le sperate mandre; e gli par grave pur voltar le spalle, ma non ardisce contraporsi a tanti.

I buon Romani poi gli tenean dietro, con tanta occisïon, tante ferite, che insanguinavan tutta la campagna: né si vedev'altro che gente morta,

arme spezzate ed uomini e cavalli feriti e carghi di spumoso sangue. Il feroce Acquilino e 'l buon Traiano subitamente ch'ebbero il precetto

del vicimperator de l'occidente se n'uscir fuor per la Salaria Porta con la lor gente valorosa dietro: quivi per aventura Ottario gotto,

che stava a saettar sopra un grand'olmo e facea molto danno a i buon Romani, fu da una fiera machina percosso ch'era sul muro, e gli passò la gola

con un gran dardo che parea una lancia, ed attaccollo a un ramo di quel olmo; da cui pendea come se fosse un tordo che prenda il villanello appresso a l'uva

nel laccio ch'avea posto fra le frondi. Questo fu quel Ottario il quale uccise sì crudelmente il suo signor Teodato: onde 'l ciel gli sortì tant'empia morte.

Usciti adunque i dui baroni eccelsi con gran furore ad assalire i Gotti già stupefatti da quel segno orrendo de la morte crudel ch'Ottario fece,

senza molto addoprar lance né spade, gli poser tutti prestamente in fuga: e poi gli seguitor fin a i lor valli continuamente con ferite acerbe

tal ch'era stanca e l'una e l'altra parte, questa in donar, quella in ricever morte. E parimente ancor dentr'al Vivaro Bessano e 'l fier Mundello e le lor genti,

secondo l'ambasciata di Lucillo, dieron soccorso a l'onorato Magno: che fu di tanto peso e tal valore che 'l dispietato Totila si trasse

indietro alquanto da i ripari aperti; sopra li quali eran Gualtiero e Grinto che salton fuori, e poi Lucillo e Magno e Bessano e Fileno e 'l fier Mundello

con molta buona e valorosa gente: onde non parve a Totila di starsi quivi al contrasto di quei gran baroni che gli portavan manifesta morte;

Però montò sopra 'l suo buon destriero e correndo fuggì verso le tende: e lasciò tutta la sua gente in preda di quei famosi principi romani

che poscia la mandaro a fil di spada; perciò che pochi ne salvaro i piedi, che bisognava ben ch'avesser ali a fuggir da le man di quei soldati.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
IL XV LIBRO · Gian Giorgio Trissino · Poetry Cove