Skip to content
1478–1550

IL VIGESIMOTERZO LIBRO

Gian Giorgio Trissino

Era già il sol con la divina Astrea volto per gir ne le marittimm'onde quando, fornita l'onorevol tomba, la bella principessa di Tarento

si volse a Belisario, e così disse: Illustre capitanio de le genti, da poi ch'io vedo che la mia fortuna è stata contra me tanto crudele

ch'ha rotto tutti quanti i miei desiri, non voglio più veder luce del sole: ma perché uccider non si dee se stessa, chi brama entrar ne la celeste corte,

io voglio esser murata in un sacello vicino a questa glorïosa tomba, ove con prieghi e con pensier divoti renderò grazie a la divina Altezza,

e pregherolla ancor che doni eterna requie a l'estinto mio caro consorte e dia vittoria al correttor del mondo. Quivi vivrommi poi di quella grazia

che porgerammi le pietose mani de le divote femine di Roma. Così disse la donna, e 'l capitano lacrimò per pietade e per dolore,

e poscia le rispose in questa forma: Donna eccellente e di virtù suprema, ponete giù questi pensieri acerbi; cercate pur di mantenervi in vita

me' che si può serena, perché noi con ogni studio cercheremo ancora di ristorare in parte i vostri danni: e se vorrete troverenvi un altro

sposo d'età conforme a quel ch'è morto e di valor condegno a vostra altezza; poi sempre vi farem quel sommo onore ch'a spirto sì gentil più si convenga.

Così rispose il capitanio eccelso, a cui la donna replicando disse: Signor, non impedite il bel dissegno e l'onesto disio di questa vostra

minima serva, ma divota e fida. Voi mi potete far tutto quel male che più v'aggrada, ch'io non ho diffesa altra con voi che la giustizia vostra:

la quale è nota al mondo esser sì grande quanto mai fosse in anima terrena. Sapete ben che quel che non fa male non può chiamarsi interamente giusto:

ma quel che può far male e non vuol farlo per sua bontate, ha di giustizia il pregio, come si scorge ne la vostra altezza. Deh lasciate, Signor, ch'io mi rinchiuda

in un oscuro e lucido sacello, oscuro al mondo e lucido a la vita, ove la mia virginità si servi intatta, e purghi quei pensieri insulsi

ch'eran già nel mio cuor d'aver marito, a cui s'oppose la divina voglia: però ben è seguir ciò ch'al Ciel piace. Come udì questo, Belisario il grande

si pensò dentr'al cuor de non gli ostare, e disse: Poi che voi v'avete eletta questa tal vita rigida e noiosa aiuterovvi a far ciò che v'aggrada.

E detto questo fece farli un luoco picciolo e scuro dentro a la Minerva, con un sol buco da pigliar del pane ch'era chiuso ancor ei con una rota

di legno che si volge in quella guisa che le monache fan ne i lor conventi; ed ella alor non se n'uscì del tempio fin che non fu murata entr'a quel buco,

ove visse dapoi più di vent'anni; e cangiò il nome suo ch'ebbe al battesmo, e fu nomata Rigida, per quella vita sì dura e rigida che elesse:

e questo nome ancor cangiossi in parte, e fu poi detta Brigida la santa. Or mentre si facean questi negozi il sol s'ascose, e l'ombra de la notte

dapoi sen venne a ricoprir la terra: onde ciascuno andò ne i cari alberghi per riposarsi fino a la mattina; ma solamente l'onorato Achille

stretto dal pianto e dal dolore amaro non dava a gli occhi suoi riposo alcuno. Pur quando venne fuor la bella aurora cinta di rose a rimenarci il giorno,

l'inerte sonno con le sue lusinghe che suol far molle ogni dolore amaro a mal grado di lui gli entrò ne gli occhi; ed in quel tempo l'anima gli apparve

di Corsamonte, con la sua sembianza, con la persona sua, con la sua voce, co i suoi begli occhi e con le solite arme: e poi fermossi appresso a la sua testa

e disse a lui queste parole tali: Tu dormi, Achille, e m'hai posto in oblio, né cura prendi de la mia vendetta. Quel traditor che con astuti inganni

tradimmi, e mi condusse entr'al castello ove fui morto da la gente gotta che ruinormi una gran torre adosso, vive; e se non sarà da voi depresso

libererassi ancor con le sue fraudi, con danno espresso de le nostre genti: però provedi a quest'aspro periglio. Dammi la man, che tu mi fai pietate,

che starai senza me molt'anni in terra; né più saran communi i pensier nostri né più l'un l'altro si darem consiglio: ché la morte crudel da te mi parte

con strada lunga, adamantina ed aspra. Non ti scordar di me, che pur siam vissi da i tener'anni in su come fratelli, anzi come in dui corpi un'alma sola;

però come a fratel ti raccomando, o come a un altro me, la donna nostra e la nostra memoria e 'l nostro onore. A cui rispose l'onorato Achille:

Dunque venuto sei, fratel mio caro, a ritrovarmi perché tu non pensi ch'i' abbia cura di te senza ricordo? Non dubitar, che come il giorno appaia

io farò tutto quel che mi comandi, s'io vi dovesse abbandonar la vita. Ma fate un poco in qua, lasciami ch'io t'abbracci, e teco pianga la mia sorte.

Così parlando aperse ambe le braccia per abbracciarlo, ma non strinse nulla, ché l'anima disparve come un fummo e come un fummo andò volando al cielo.

Levossi stupefatto il forte Achille e poi si dibatteo palma con palma, e disse: O Re de la celeste corte, egli è pur ver che l'anima è immortale

e vive ancor dopo le membra estinte. L'alma di Corsamonte in questa notte è stata meco ne la propria forma e m'ha chiarito tutto il suo disio,

che senza dubbio alcun voglio essequirlo. E detto questo subito vestissi l'arme, e poi se n'andò verso la corte. Quivi trovò che Belisario il grande

si preparava a gire entr'al consiglio: ma come vide l'onorato Achille fermossi ad ascoltarlo, ed ei gli disse: Illustre capitanio de le genti,

l'alma di Corsamonte in questa notte è venuta a trovarmi entr'a l'albergo, e mi commette espresso a far vendetta del traditor che con occulti inganni

lo fece andar nel luoco ove fu morto; e poi come a fratel mi raccomanda la sua memoria e la sua cara donna. Però, signor, vi priego ad aiutarmi

a far vendetta del barone estinto, ed anco a far spettaculi di giostre, di correr di cavalli e d'altre cose per la memoria de la sua virtute.

Rispose Belisario: Assai mi piace il buon ricordo vostro, e dir vi voglio che ho fatto dar la fune in questa notte al traditor Burgenzo et a Doletto,

che discoperto m'han tutto 'l trattato col quale han fatto uccider Corsamonte e tutti i tradimenti che per loro furono orditi ancor contra i Romani,

ond'io voleva destinarli al fuoco: ma voi gli prenderete, e ne farete quel strazio e vituperio che vi paia per la vendetta di quel forte duca.

E le giostre e i spettacoli faransi come vorrete voi, per fare onore a la memoria di sì gran guerriero; e detto questo, fece dar Burgenzo

e Doletto legati a quel signore. Come ebbe Achille i traditor legati con le sceleste man dietro a le rene, si volse e disse a l'onorato Ciro:

E' sarà ben, signor, che noi mandiamo questi dui scelerati al gran sepulcro di Corsamonte, e quivi sian puniti, per dar diletto a l'anima defunta

ed a tutta la turba de i soldati. Così diss'egli, e quivi gli mandaro circondati da biri e da persone che con rampogne e con parole acerbe

gli andavan lacerando per la strada; e fuvvi alcun che risguardando a l'altro che gli era appresso sorridendo disse: Questo volpone è pur aggiunto al varco,

e spier ch'arà la meritata pena. O come è salda la giustizia eterna, e la divina providenzia mai non lasciò senza pena i gran delitti!

Così dicea la plebe, accompagnando quei malfattori fino a la Minerva; né mai fu alcun di lor ch'alzasse il viso né che mandasse fuor parola alcuna.

E giunti quivi l'onorato Achille fece legar Burgenzo per li piedi e parimente ancor Doletto, e porli col capo in terra e i piè verso la coda

dietro a le croppe di dui gran cavalli; poi fece sopra quei salire Atteio e Capiton, ch'eran dui buon soldati già molto cari al gran duca de i Sciti,

che feccion poi volar quei gran destrieri ben sette volte intorno a l'alta tomba, onde si laceraro i dui ribaldi: poi così lacerati e così guasti,

così carghi di polvere e di sangue, furon gettati in su le fiamme ardenti ch'aveano apparecchiate i buon Romani; e mentre andava al ciel l'acuta fiamma

disse gemendo l'onorato Achille: Rallegrati, fratel, ne l'altra vita, ch'io comincio essequir ciò che promissi a l'alma tua quando m'apparve in sogno:

costor che ti tradiro ho posti al fuoco, e molti ancora de la gente gotta ch'al tradimento lor poser la mano fur eri uccisi da la nostra spada;

ma noi, come arem fatti quei certami che m'ha promessi Belisario il grande, se n'usciremo fuor con tutto 'l campo e se n'andremo a ritrovare i Gotti

per far del tuo morir vendetta intiera. Così disse il baron gemendo forte; poi lasciando la plebe intorno al fuoco andò dov'era il capitanio, e disse:

Signor, quei traditor han satisfatto a Corsamonte e a la giustizia vostra, che strassinati a coda di cavallo e tutti lacerati e tutti sangue

fur poi gettati ne le fiamme ardenti; e 'l cener lor farem gettar nel fiume perché si sperda, e mai non si riposi. Sarà poi bene a dar principio al resto,

dico a la giostra, al correr de i cavalli, al correr de i pedoni ed a molti altri giuochi per onorar l'estinto duca: acciò che come arem forniti questi

s'attenda a liberar l'Italia afflitta. Così diss'egli, e 'l capitanio eccelso fece recarsi fuor del gran palazzo cavalli ed arme e prezïosi vasi

d'oro e d'argento e femine e pitture, pezze di sete e di broccati ed altre cose di pregio e di bellezza immensa per darle in premio a tutti quei certami;

e pria fece bandire una gran giostra per Oribasio con parole tali: Il vicimperador de l'ocidente vi fa saper come farassi or ora

su la piazza di Agone una gran giostra adomanin, con validissime arme; però qualunque vuol giostrare in essa venga, che correran tre colpi soli;

e chi sarà battuto de l'arcione non potrà più giostrare, e quel guerriero che abbatterallo arà tutti i suoi colpi. Poscia quel giostrator che farà meglio

de gli altri, e getterà più genti in terra, guadagnerà il caval di Corsamonte e tutte l'arme che portava intorno. Al secondo fia data una donzella

modesta e vaga e di bellezza eletta con una bella pezza di broccato; al terzo si darà un bacil d'argento col suo ramin, tutti dorati intorno,

sì ben composti e di sì bel lavoro che non si vide mai cosa più bella. Poi noteranno i colpi di ciascuno Bessano e Magno e 'l venerando Paulo,

e co 'l consiglio lor daransi i pregi. Chi vuol dunque giostrar si faccia avanti. Così disse l'araldo; e 'l fier Mundello fu il primo che comparse e che s'offerse

giostrare a domanini in quella giostra, e Traian fu il secondo e 'l terzo Achille, Olando il quarto e 'l quinto il forte Arasso, Sindosio il sesto, il settimo Orsicino,

l'ottavo Ciro, il nono era Lucillo, il decimo Sertorio, e 'l re Cosmundo l'undecimo, e 'l duodecimo Olimonte: poi tutti scritti furo in una lista

da Servio cancellier, ch'era presente. E fatto questo ognun di quei baroni se n'andò a casa e prestamente armossi, e poi tornaro armati in su la piazza,

su la piazza d'Agon, ch'era in quel tempo un nobil circo co i sedili intorno. Quivi s'assise una infinita gente: e primamente i senator romani

con le matrone loro e i lor figliuoli ch'eran rimasi dentro da le mura quando l'altre n'andòr verso Gaeta, sederon tutti quanti ne l'orchestra;

e d'indi i cavalier de la cittade ne i quattordeci primi alti sedili sedero, e poscia il gran popol di Roma ne gli altri seggi più lontani ed alti

s'assise, per veder la nobil giostra con gli altri nobilissimi certami. In mezzo al pian sopra un palchetto adorno sedeva il capitanio de le genti

con quei saggi signor ch'avean la cura di notar tutti e' colpi de i giostranti, col cancelliero ed Oribasio araldo. Alora i giostrator giunsero in piazza

con l'arme indosso e co i cimieri in testa. Il primo che spuntò fu il re Cosmundo, accompagnato da signori e duchi; poi molta gente de la sua famiglia

a cavallo ed a piè gli andava inanzi, e chi di lor portava lancie adorne d'oro e di lauro e di leggiadri fiori, chi gli saltava intorno e chi cridava

il nome suo con onorevol voce e chi facea carriere per le tele ch'erano in mezzo al spazïoso campo. Al giunger di costui sonaron tutte

le trombe a un tempo, ed e' sul gran corsiero veniva a passo a passo per la piazza con un bastone in man sopra la coscia destra appoggiato e col suo scudo al petto

serrato e fermo e col grand'elmo in testa, ch'aveano e per insegna e per cimiero un bel castel percosso da saetta; e così passo a passo aggiunse avanti

al vicimperador de l'occidente: e fatta riverenza a quei signori fermossi ad aspettar gli altri guerrieri che venner senza far dimora alcuna.

Da l'altro capo del famoso circo spuntò il buon Orsicin con la sua rosa e poi Sindosio col suo bel ginebro, Sertorio con la cerva ed Olimonte

con la candela accesa in cima a l'elmo. A l'apparir d'ognun di quei signori sonaron trombe e piffari e tamburi, perciò che tutti accompagnati foro

da molti duchi e principi e baroni e da molti altri cavalieri e fanti, chi per servirli e chi per farli onore. Vennero ancor Mundello, Achille e Olando

ed Arasso e Traian, Lucillo e Ciro che tutti aveano per cimiero il sole, ché la lor Compagnia non portav'altro: la quale elesse in piè di Corsamonte

Arasso, che dapoi depose il gallo, sì come Ciro al luogo di Catullo fu posto, Magno a quel ch'era di Bocco, Bessan quel di Acquilino, ed Aldigieri

aveva avuto il luogo di Massenzo. Al venir di costor levossi un grido ne la gran piazza da diverse voci che dicean tutte: La vittoria è giunta:

tra questi rimarrà certo la gloria e 'l primo onor de l'onorata giostra. Quando poi tutti ragunati foro, alora il vecchio e venerando Paulo

alzò la mano, e disse este parole: Udite il mio parlar, signori e duchi, che siete per provarvi in questa giostra: ognun di voi correrà prima un colpo

col suo guerrier che toccheralli in sorte; poi ponerassi a sorte un'altra volta per lo secondo colpo, e poscia il terzo la terza volta ponerassi a sorte

fra tutti quei che rimarranno in campo; e come sarà corso questo arringo il vice imperador de l'occidente darà i pregi a ciascun secondo i merti.

Così diss'egli, e pose i nomi loro in un'urna d'argento, e poi squassolla: e trasse fuor per lo primiero corso Sindosio con Lucillo, e nel secondo

trasse Orsicin col generoso Ciro e poscia Arasso col feroce Olando, Traian con Olimonte, e con Achille Cosmundo, e poi Sertorio con Mundello;

e fatto questo ognun di lor si trasse da la sua parte e prese l'asta in mano per dar principio a l'onorata giostra. Il primo arringo fu del bel Lucillo

col bel Sindosio, a la cui fiera mossa sonaron tutte le canore trombe; e poscia si colpiro a mezzo 'l corso arditamente entr'a i possenti scudi

e le lor lancie andòr volando in pezzi, perché si rupper fin presso a la resta; ma non si mosse alcun di lor di sella, onde i scudieri poi gli andaron dietro

cridando ad alta voce i nomi loro. Dopo costoro ecco Orsicino e Ciro venir con le lor lancie in su la coscia, e poi spronando i lor corsier veloci

dietro al sonar de le canore trombe a mezzo il corso appunto le abbassaro, e quivi si incontròr con gran furore: Orsicino l'accolse in sommo a l'elmo,

e gli mandò per terra il bel cimiero del sole e non gli fece altro disconcio; ma Ciro accolse lui ne la baviera sotto la vista del fortissimo elmo

e mandòl sulle croppe del cavallo disteso, e certo si sarìa caduto, che piegava la testa e quinci e quindi e perduta anco avea la staffa manca,

se nol teneva in sella il buon Gradivo che gli diè aiuto in forma di sergente. D'indi Traian giostrò con Olimonte nel terzo arringo, e le possenti lancie

affirmar tutti dui dentr'a i lor scudi; ed Olimonte ruppe la sua lancia senza far danno a l'ottimo Traiano, ma ben Traiano lo toccò di modo

nel forte scudo, e tant'empia percossa gli diè, che quel gran scudo andò per terra, perché l'angel Palladio appresso il petto de la corazza sua possente e dura

ruppe la vite che 'l tenea sovr'esso immoto e fermo a sustenere i colpi de i domanin de le nodose lancie. E così te n'uscisti fuor di giostra,

Olimonte gentil, senza tua colpa, sendo dal petto tuo spiccato il scudo. Il quarto arringo fu del forte Arasso contra il feroce Olando, a la cui mossa

parimente sonar tutte le trombe: questi dui si colpiro a mezzo il corso co i ferri da tre punte entr'a i lor elmi, l'elmo d'Arasso non si mosse nulla,

ma l'angelo Gradivo a quel d'Olando fece spezzare il ferro suo davanti che l'inchiavava sopra la corazza, onde netto gli uscì fuor de la testa

e rimase attaccatto a le sue spalle con la correggia ch'ivi lo legava. Quando 'l baron si ritrovò senz'elmo si pose ambe le man sopra le tempie,

quasi temendo non aver la testa. La gente come vide quel bel colpo mandò fuori un cridor fino a le stelle; ma vedendolo poi toccarsi il capo

mosser le labbra loro un poco a riso: però volgendo gli occhi il forte Olando risguardò intorno, e suspirando disse: L'angel Gradivo or m'ha disciolto l'elmo,

ma gran ventura è che mi resta il capo; onde spero con esso un'altra volta, e col favor del cielo, avere onore, avegna che ora i' non acquisti biasmo,

ché 'l voler de là su non si riprende. Così disse il baron col capo ignudo; e dietro a lor si mosse il re Cosmondo contra il cortese Achille, e la gran lancia

ruppe nel scudo suo senza piegarlo e senza farli un minimo disconcio. Ma il buon Achille lo ferì ne l'elmo d'un sì feroce colpo, che stordillo

e lo mandò disteso in su l'arena: come se fosse un gallo in un cortile che 'l villanel percuota ne la testa col duro suo baston che porta in mano,

e per quella percossa allarga l'ale e tutto quanto in terra si distende; così Cosmondo in terra si distese per la percossa del feroce Achille.

Alor gli amici suoi gli furo intorno e lo levar da terra e disarmaro, e lo menaron poi dentr'a l'albergo pallido in faccia e pien d'alto dolore.

L'ultimo arringo fu del fier Mundello e di Sertorio, che con l'aste basse dopo il sonar de le canore trombe ambi dui s'incontraro in mezzo 'l corso

e si colpir dentr'ai pesanti scudi; la lancia di Sertorio in molti pezzi si ruppe, che volòr verso le stelle; ma quella di Mundel fu tanto forte,

col domanin che gli attaccò ne l'elmo, che Sertorio e 'l caval mandò per terra. Alor levossi un smisurato crido nel circo che dicea: L'onore e 'l pregio

sarà di quel baron che porta il granchio nel scudo rosso, e per cimiero ha il sole, o di colui che porta in campo d'oro il buon Chirone in cui s'allegra Iove,

e la coda del drago in lui s'essalta. Così dicea la gente in quel gran circo; onde forniti alor tutti gli incontri del primo corso, il buon conte d'Isaura

risguardò gli altri, e poi così gli disse: Or che finite son le prime sorti e che ciascuna de le coppie ha corso i primi colpi suoi, par che sia tempo

da porre un'altra volta dentr'a l'urna gli otto baron che son rimasi in campo, e trarli fuor per lo secondo corso. Così diss'egli, e poi così si fece:

e tratti prima fur Lucillo e Ciro, e dopo lor Traian con Orsicino, i terzi fur Sindosio e 'l forte Achille, Mundello i quarti col feroce Arasso;

e fatto questo ognun di lor si trasse da la sua parte, e preser l'asta in mano. Ciro e Lucilo nel primiero arringo dopo il chiaro stridor de l'oricalco

si rincontraro in mezzo de le tele, e quelle lancie lor ch'aveano in resta insieme si toccòr punta con punta; il domanin si ruppe di Lucillo,

e la lancia di Ciro appresso il ferro si sfesse e si piegò ma non si franse, onde poi tutti dui restaro in sella, ben con disconcio de le lor persone.

Alora disse l'onorato Ciro: O Re del ciel, poi che non t'è piacciuto, che si siam tocchi fuor che ne le lancie, ti priego almen che mi conciedi grazia

ch'io non ritorni senza gloria a casa. Non bramo il primo onor, ché saria troppo, e sarà di Mundello over di Achille; ma basterammi avere il terzo pregio.

Così pregò il barone, e 'l Re del cielo porse l'orecchie a i suoi divoti prieghi; e poi dietro a costor con gran furore Traian si mosse e 'l provido Orsicino:

e Traiano il toccò d'un aspro colpo ne la chiave del scudo, onde gli fece voltar le piante al luogo del cimiero perché si ruppe a lui l'arcion di dietro,

talché per quello in terra fu disteso; e poi levato su da i suoi scudieri se n'andò a piedi suspirando a casa accompagnato da dui soli amici,

ché con l'altro n'andò tutta la gente: i suoi famigli alor menaro attorno per le tele del circo il suo cavallo, mostrando a tutti che i spezzati arcioni

eran stata cagion del suo cadere. Dapoi giostrò Sindosio e 'l forte Achille nel terzo arringo, e fu Sindosio colto d'un sì feroce colpo ne la testa,

che fece andarlo trammortito a terra: e 'l sangue per lo naso e per le orecchie gli usciva, onde ne fu portato a casa da i soi famigli e da i fedeli amici.

Restava il quarto arringo al fier Mundello che dovea correr col feroce Arasso, unde si fece a lui vicino, e disse: Tu non mi caverai l'elmo di testa

come i festi ad Olando, acerbo Arasso, ch'egli è legato con miglior catena: ben spier mandarti col cavallo a terra come mandai Sertorio in l'altro arringo,

se questa con ch'io giostro non si frange, ch'è un frassino di vena intero e saldo. Così diss'egli, a cui rispose Arasso: Fa pur quel che tu puoi con la tua lancia,

superbo cavalier, ch'io non ti temo; e se tu manderai questo cavallo a terra, ancora il tuo non starà in piedi, perché non è del mio molto più forte.

Come ebber detto questo, ognun rivolse il suo corsiero, e ritornaro al luoco dov'eran prima, in capo de le tele; e poi con l'aste lor nodose e grosse

si rincontraro a mezzo del camino e si colpir con sì terribil colpi che parean proprio fulguri o bombarde ch'urtino i sassi e gli albori e le torri:

e tutti dui con un romore immenso andòr per terra insieme co i cavalli ben venti braccia lunge da le tele, che tremar feccion tutta quella piazza;

ma come furo in terra i dui guerrieri saltaro in piedi con sì fatto ardire che fece ognun stupir di meraviglia, senza aver danno ne le lor persone.

Restava a porre ancor la terza sorte tra quei quattro baron ch'eran rimasi nel campo, e già s'apparecchiava l'urna: ma il vicimperador de l'Occidente

si volse a Paulo ed a Bessano e a Magno, e disse lor queste parole tali: Penso che sarà ben che non si corra quest'altro corso più, ma diansi i pregi

a quei baron che son rimasi in giostra; però ciascun di lor si cavi gli elmi e s'appresenti avanti a questo palco, che gli daremo i meritati onori.

Dietro al parlar del capitanio eccelso ciascun di quei signor si cavò l'elmo e poi s'appresentò davanti al palco ove s'aveano a dispensar gli onori.

Alora il capitanio de le genti diede l'arme e 'l caval di Corsamonte con faccia allegra al glorïoso Achille, e disse : Almo signor, prendete l'arme

del miglior cavalier che fosse in terra con quel caval che non ha paro al mondo: né si potean locar queste due cose a persona più degna, né più grata

né più gioconda a quel barone estinto. La donzella e 'l brocato arà Traiano, ma il bacile e 'l ramin fian di Mundello che ha pur gettati dui guerrieri al piano,

se ben per la diffalta del cavallo anch'ei n'è gito col secondo a terra. Così diss'egli, e fu di ciò lodato da tutti quei signor ch'avea d'intorno;

e certamente a lui dava il bacile se non dicea Lucillo este parole: Illustre capitanio de le genti, voi fate a dui che siam rimasi in campo,

Lucillo e Ciro, manifesto torto a torci il premio e 'l guadagnato onore e darlo ad un ch'è pur caduto al piano. Ma se del cader suo pietà vi muove,

avete in casa molto argento ed oro e drappi e gioie e femine e cavalli che dar possete a lui, lasciando questo a noi, secondo la proclama vostra.

Sorrise a le parole del figliastro l'accorto capitanio de le genti, e disse: Adunque tuo sarà il bacile, e 'l ramin, che non è di minor pregio,

sarà di Ciro; et io darò a Mundello questa collana mia d'oro e di gemme ch'io tolsi al re de' Vandali dal collo quando 'l menai prigion dentr'a Bisanzo.

E così detto glie ne fece dono, e Mundel l'accettò con lieto aspetto e lietamente se la pose intorno. E dietro a questo il capitanio eccelso

fece recarsi sette bei tazzoni di fino argento e d'onorevol peso e ne diede uno a ognun di quei guerrieri che patiron disconcio entr'a la giostra;

e questo fé per darli alcun solazzo con qualche don de la fortuna adversa. Finita la gran giostra e dati i pregi, fur cavate le tele in un momento.

Il capitanio alor fece menarsi un mulo suo bellissimo e gagliardo ed atto a tolerare ogni fatica, di color bigio e di sett'anni appunto;

e fece appresso a quei recarsi un vaso di bianco argento e di gentil lavoro che un manico dorato avea per banda; e come furon quivi, in piè levossi

risguardando i Romani, e così disse: Questi son pregi che daransi a dui uomini eletti che faran contesa co i pugni chiusi e co i piombati guanti:

a quel che starà saldo in la battaglia atterando co i pugni il suo nimico darassi il mullo, e quel che sarà vinto arà per suo conforto il vaso adorno;

e poscia andremo al corso de i cavalli. Così diss'egli, e poi si fece avanti Frondauro da Corinto, uom di gran forza e di persona grande e molto ardito

e molto esperto nel giocare a i pugni, e toccò il mulo e disse este parole: Facciansi avanti quel che vuole il vaso, perché non penso che guadagni il mulo

nessun del grande essercito romano, se non Frondauro, che in tal arte eccelle: che s'alcuno è miglior con l'asta in mano non è però di lui miglior co i pugni,

ch'un sol non può saper tutte le cose. Ben so che chi vorrà contender meco arà nera la carne e gli ossi franti, e sarà ben ch'abbia gli amici a canto

che lo riportin macerato a casa. Così disse il superbo onde ognun tacque; e solamente si levò Ruberto figliuol di Rodimarte da Messina.

Questi altre volte in Napoli contese nel sepelir del duca di Salerno e vinse a i pugni alor tutti e' campani; questi era amico del cortese Achille,

onde per lui s'affaticava molto svegliando con parole il suo valore: e perché assai bramava la vittoria de l'ardito figliuol di Rodimarte

gli dava veste di perfetto cuoio e celata di cuoio e guanti eletti e ben contesti di pesante piombo. Ma come fur vestiti, andòr nel mezzo

l'un contra l'altro coi feroci pugni, e le man gravi mescolaro insieme. Alor s'udiva il fremito de i denti e 'l strepito de i colpi, onde 'l sudore

correa copioso fuor de le lor membra: al fin con gran furore il buon Frondauro, serbando il tempo che Ruberto intorno guardasse, dielli un pugno ne la guancia

destra, che tutto in terra lo distese: e come un pesce dal soffiar del vento percosso sopra 'l lito di distende fin che coperto da marittim'onde

può ritornar ne i consüeti gorghi, così Ruberto in terra si distese. Alora quel magnanimo Frondauro lo prese per la mano e sollevollo;

e i suoi compagni poi gli furo intorno e lo menaron fuor de la gran piazza ch'appena si traea le gambe dietro, e gettava la testa e quinci e quindi,

sputando in terra i sanguinosi denti: né risguardava il mal felice vaso che i suoi compagni gli portavan dietro. Il vicimperador de l'occidente

propose dopo questo i terzi pregi che dar voleva al corso de i cavalli: e questi furo una pittura antica, simile a quella del famoso Apelle,

ch'avea la formosissima Ericina ch'uscia del mare, e si torceva i crini con ambedua le man per asciugarli. Posevi ancora dui talenti d'oro

appresso, per donarli insieme a quello che fosse primo a giungere a la meta; ed al secondo pose una giumenta giovane di cinqu'anni e molto bella

e pregna d'un bellissimo corsiero. Al terzo pose due maniglie d'oro fatte con smalti, che parean serpenti ch'avesser prese le lor code in bocca;

al quarto due gran pezze di veluto pose; ed al quinto un calice d'argento di belle gemme varïato e d'oro; poi disse: Venga ognuno a questo corso

ch'ha fede nel valor de i suoi cavalli, e nel saperli governar col freno e con la mano e con gli acuti sproni, ch'acquisteranno i nominati pregi

tutti secondo l'ordine proposto. Né vuo' che corra il mio caval, né quello che fu de l'animoso Corsamonte, ché senza dubbio acquisterian l'onore:

ma disdiriasi a me che ho posti i pregi s'io tentassi ora ripportarli a casa; e quel di Corsamonte, essendo morto il suo signor, non vuol null'altro in sella.

Dietro a questo parlar si fece avanti prima di tutti il giovane Lucillo: e venne sopra il suo caval d'Abbruzzo che guadagnò la notte, quando prese

Frodino e uccise il capitanio Urtado; poi venne dietro a lui l'ardito Ciro col buon caval che fu del re de' Gotti, donato a lui dal gran duca de i Sciti

quando mandò quel re sopra 'l terreno e Filopisto gli levò il destriero; il terzo venne il giovane Tibullo, con quell'altro caval che tolse a Urtado;

e poscia Emilio del prudente Paulo fu il quarto, col corsier ch'ebbe suo padre quando fur rotti i Vandali a Cartago. Al giunger di costui ne la gran piazza

il vecchio padre andolli appresso e disse: Emilio, io so che giovinetto sempre t'hai dilettato di domar cavalli e cavalcarli con ardire ed arte;

però son certo che non hai mestieri d'altro ammaestramento, perché sai regger col freno ogni caval feroce: pur ti dirò, che quando a te fian date

le mosse, appresso la primiera meta, non batter con la sferza il tuo cavallo tropp'aspramente, e quando giungi a l'altra nol spronar troppo, e volgilo a man manca,

destramente, che non si disconci nel gire intorno a la seconda meta o non vada di lungo in altra parte: ma come poscia arai girati i primi

dui corsi intieri, e sarai giunto al terzo, non risparmiare alor sferza né sproni fin che tu giunghi al disïato segno, se brami avere alcun de i primi onori;

che tu sai ben ch'ogni boschiero in selva, ogni nocchiero in nave, ogni guerriero sopra il veloce suo caval suol fare più con l'ingegno assai che con le forze.

Adopra adunque tu l'ingegno e l'arte che t'insegnaro i messagier divini, se vuoi schivar d'aver gli ultimi pregi. Così disse il buon vecchio al suo figliuolo,

e ritornò dove sedeva prima. Poi venne ultimamente in piazza Magno, col forte suo destrier ch'ebbe in Tesalia. Alora i cavallier fur posti a sorte,

come doveano star presso a le mosse: il primo Emilio fu che uscisse fuori, per stare a man sinistra appresso il segno, e fu il secondo allato a lui Tibullo

e poscia Magno; e 'l quarto fu Lucillo, la quinta sorte venne al conte Ciro; e così con quell'ordine fur posti in una fila dentro da le mosse.

Il capitanio poi mandò Traiano a star vicino a la seconda meta, perché non si facesse alcuna fraude in quella parte assai da lui lontana:

ed e' con Paulo ed altri andaro al luoco ove doveano ritornar correndo. Quindi fu dato il segno de le mosse col chiaro son de le canore trombe,

come ordinò Bessan, che n'avea cura: alora i cavallieri alzòr le sferze e diero ardire ed animo a i cavalli con parole veementi, e co i calcagni

batteanli i fianchi e con le sferze i lombi, onde correan veloci per lo piano movendo co i lor piè l'arida polve, e le lor chiome eran diffuse al vento

e i ventri approssimavansi a la terra. I cavalier dapoi ch'eran sovr'essi aveano il petto travagliato e 'l cuore per la cupidità d'aver vittoria:

onde essortava ognuno i suoi corsieri, che polverosi per la lunga piazza givan volando come avesser ali. Ma quando si pervenne al terzo corso,

alora apparve la virtù di tutti. Lucillo e 'l suo cavallo erano i primi, e dietro a lui venia l'ardito Ciro col buon corsier che fu del re de' Gotti;

ed era a quel primier tanto vicino, che quasi gli salia sopra le croppe, onde col fiato al cavallier facea umide e calde le sue larghe spalle:

e senza dubbio il trappassava tosto, over di pari sarebbe ito al segno, se 'l gran Latonio non facea caderli di man la sferza, il che l'offese tanto

che gli occhi suoi di lacrime coperse per disdegno, per doglia e per temenza che questo caso non tardasse il corso del molto affaticato suo destriero.

Ma quel disconcio già non fu nascoso al buon angel Palladio, onde gli rese la sua sferza caduta, e diede ardire e lena al corridor ch'era sott'esso:

e fece che 'l caval del buon Lucillo pose il sinistro piè dentr'a una buca profunda, d'un de' pali de le tele che fur cavati quindi, e non fur piene

le buche lor, come dovean, per fretta; onde la gamba dal furor del corso tutta si torse, e in terra lo distese: e parimente il cavalier convenne

cader sott'esso, onde graffiossi il naso, la bocca e 'l braccio e la sinistra mano. Quand'ei si vide in terra, ebbe gran doglia, più del perduto onor che del cavallo;

e gli occhi suoi di lacrime s'empiero, ma non gli uscì del petto alcuna voce, tanto fu il sdegno e 'l suo dolore amaro. Alora Ciro gli passò davanti,

lasciando ogni altro cavaliero adietro per lungo spazio, ché Palladio sempre rinforzava la lena al suo corsiero per dar vittoria a lui senz'alcun dubbio.

Magno correa dopo l'ardito Ciro troppo lontan quant'è 'l gettar d'un'asta; e dietro a lui, ma ben molto vicino, venia il figliuol del buon conte d'Isaura.

Questi, vedendo in terra esser Lucillo, cominciò dentr'al cuor prender speranza di far guadagno de i secondi onori, e però disse al forte suo cavallo:

Muoviti, caval mio, non esser lento, e non lasciar che ognun ti vada inanzi: non dico già, ne vuo' che tu contenda col buon caval de l'onorato Ciro,

perché l'angel Palladio gli dà forza e vuol ch'egli abbia amplissima vittoria; ma ben contender puoi con quel di Magno, e non lasciarti far da lui vergogna:

ch'io giuro a Dio che leverotti l'orzo o arai morte dentr'a le mie stale se tu rapporterai l'ultimo pregio. Però t'essorto ad affrettarti alquanto,

ch'anch'io t'aiuterò col nostro ingegno. Così diss'egli, e quel cavallo ardire prese dal minacciar del suo signore, e correa più veloce assai che prima.

Magno, come fu poi presso a Lucillo ch'era caduto col destriero in terra, si tenne alquanto a la sinistra parte e lo schivò per non urtare in esso:

ma il giovinetto Emilio alzò la briglia del suo corsiero e lo toccò co i sproni, e sopra gli passò con sì gran salto che fé maravigliar tutta la gente;

e guinto appresso a la seconda meta si ritrovava esser al par di Magno, e lo cacciava molto in ver le pietre; e Magno gli dicea: Che fai, fanciullo?

Non t'accostare a me, che quella meta agevolmente ci poria dar morte; schivala alquanto, che potrai passarmi più facilmente assai da l'altro lato.

Così diceva Magno, e 'l giovinetto a le parole sue non dava orecchie, anzi spronava il suo caval più forte mostrando non l'udire, e sempre andava

spingendo quel baron dentr'a le pietre: tal che fu forza a lui d'andar più lento e lasciar ire il giovinetto inanzi per non esser cagion di maggior male;

poi con sdegno e dolor così gli disse: Emilio, non è alcun sopra la terra di men prudenza e di più folle ardire di te; ma va pur via, che questo pregio

non si ti darà mai senza contesa. Così diceva Magno e 'l suo cavallo sempre spronava più, per ricovrare il primo luoco suo ch'avea perduto

per la fallacia del barone isauro: e certo andava a strada di pigliarlo, quando eccoti apparir l'ardito Ciro col suo corsier presso a l'estremo segno,

e quivi con destrezza lo ritenne; e poi disceso del cavallo in terra, ch'era pien di sudore e pien di polve, lo fece a un paggio suo menare a torno

e passeggiarlo fin che s'affredisse: ed e' dal capitanio de le genti prese giocondo la pittura e l'oro e poi la diede a i suoi fedeli amici

ch'allegramente la portaro a casa. In questo tempo giunse Emilio al segno, ch'avea con arte trappassato Magno: ma di sì poco spazio, che non v'era

con tutto quanto il corridore inanzi; e poco spazio più ch'avesser corso Magno il passava, e gli tolleva il pregio. E dietro a Magno poi venia Tibullo,

lontan da lui quant'un cavallo è lungo; e dopo tutti il misero Lucillo veniva a piè, col suo cavallo a mano, che su tre gambe si fermava appena

e con la quarta non toccava il suolo, perché era guasta fin presso al genocchio: onde 'l gran capitanio de le genti, ch'ebbe misericordia del suo caso,

si volse, e disse a gli ottimi Romani: Questo baron che per sua mala sorte guasto ha il cavallo ed ha perduti i pregi mi fa pietate assai, che molto l'amo

di necessario amor, per esser figlio de la diletta mia cara consorte: però nol vuo' lasciar senza ristauro. Poi fece darsi un'armatura fina

tutta fregiata di lamette d'oro con una sopravesta di velluto riccamata di perle e d'altre gemme ch'avea già tolta al giovinetto Asfalto

quando l'uccise appresso a Ponte Molle; e questa diede in mano al bel Lucillo, che l'accettò con grazïoso aspetto. Poi mentre volea darsi la giumenta

si fece avanti l'onorato Magno, che con Emilio avea molto disdegno, e disse verso lui queste parole: Emilio, tu sai pur quel che faccesti

presso a quell'altra meta, per far danno al mio cavallo ed a la sua virtute e far vergogna a la presona nostra: però ne vengo al capitanio eccelso,

e priego lui che voglia far giurarti toccando il tuo caval se per inganno o per virtute m'hai passato inanzi. A cui rispose Emilio in questa forma:

Illustre cavalier, so che voi siete maggior di me di etate e di virtute, onde sapete i giovenili affetti più forti di voler che di consiglio:

però questa giumenta vi conciedo, e s'altra ancor me ne ritruovo in stalla darolla a voi più tosto che restare ne l'odio vostro e fare offesa al cielo.

Così diss'egli, e tolse la giumenta e diella in mano a l'onorato Magno: onde ti rallegrasti entr'al tuo cuore, Magno gentil, per quel parlar cortese

come le biade fan per la ruggiada nel maggio, quando 'l sole arde le piante; e poi dicesti a lui queste parole: Emilio, voglio anch'io deponer l'ira,

ché la tua gentilezza e i tuoi costumi m'han mosso più che non faria null'altra persona de l'essercito romano. Piglia questa giumenta, ch'io la dono

di buona voglia a te, perch'ognun sappia che come io non son stato vinto al corso così di cortesia non sarò vinto dal nostro Emilio nobile e cortese.

E detto questo la giumenta porse a i compagni d'Emilio, e per sé prese con lieta fronte le maniglie d'oro, e 'l giovane Tibullo ebbe il velluto.

Restava a darsi il calice d'argento, di fine gemme varïato e d'oro: e 'l capitanio eccelso de le genti lo prese in mano e risguardollo alquanto,

e poi lo diede al buon conte d'Isaura dicendo: Almo signor, godete questo per la memoria de l'estinto duca, poi che per l'età vostra non potete

con l'arco né co i piè né con le braccia certar, ma solamente col consiglio ch'assai più val che le corporee forze: col qual vincete ognun senz'alcun dubbio.

Così diss'egli, e 'l calice gli diede; e 'l conte l'accettò con gran diletto e disse: O come è ver, signor mio caro, che la vecchiezza mi fa gravi, lente

tutte le membra che già fur sì destre ne la mia verde e giovinile etade, tal che a la lutta, al corso, ai pugni, al salto vincea tutti i guerrier di quella etade.

Or io son vecchio e stanco, onde ho bisogno più di riposo assai che di certami: seguite adunque gli onorati ludi, ch'i' accetto allegramente il vago dono

che voi mi date, e priego il Re del cielo che 'n vece mia di ciò grazie vi renda. Il capitanio poi propose i pregi ch'aver doveano i più veloci al corso:

al primo pose una ghirlanda d'oro ch'avea le foglie simili a la pioppa, ed al secondo pose un toro bianco tutto macchiato di colore oscuro;

al terzo, venti brazza di damasco verde, con certi fior bianchi e vermigli, poi disse: Ognun che pensa esser veloce nel correr venga a farne ora la pruova.

E detto questo, venne il forte Achille e l'ottimo Traiano e 'l bel Lucillo, che vincea tutti i giovani Romani al correr, tanto avea veloci i piedi;

onde fur prestamente posti in giogo l'un presso a l'altro dietro a quella meta ch'era dal canto che risguarda il fiume: e poi dovean venir correndo a l'altra

ch'era da l'altro capo in ver levante, e ben tre volte circondarle tutte; e così stando in ordine e parati, come sentiro il segno de le mosse

dato col chiaro suon de l'oricalco, si dipartiro, e poi correan veloci per la gran piazza, che parean saette uscite fuor di validissimi archi.

Avanti a gli altri era il cortese Achille, e dietro a lui veniva il buon Traiano, tanto vicino a le sue belle piante quanto è propinquo al petto d'una donna

la rocca sua da cui descende il filo che di lui sopra 'l fuso si raccoglie. Così stava propinquo il buon Traiano sempre a le spalle del cortese Achille,

onde spingeali il fiato entr'a la nuca e poi ponea ne i suoi vestigi i piedi pria che la polve in quei fosse discesa; il che vedendo gli ottimi Romani

davan cridando al suo disire aita, ed e' pregava Dio dentr'al suo cuore che non l'abbandonasse in quel bisogno; l'angel Palladio alor dal ciel discese,

e fece in lui le membra esser leggiere e i piè veloci e la sua lena forte; poi trammutossi subito in un cane piloso e grosso e di color di terra,

e mentre Achille era vicino al segno, alzando gli occhi spesso a quella meta, gli attraversò la strada avanti i piedi, di modo tal che trabboccar lo fece:

onde se impolverò la fronte e 'l naso, ma poi saltò subitamente in piedi. Alor Traiano a la ghirlanda corse, lasciando il tauro a l'onorato Achille:

ed ei lo prese nel sinistro corno con la man destra, e sospirando disse: O Re del cielo, il gran Palladio sempre sta come madre appresso al buon Traiano

per aiutarlo, onde cader m'ha fatto e m'ha fatto imbruttar tutta la faccia. Così diss'egli, e ognun si mosse a riso, vedendol tutto impolverato e sporco.

Lucillo tolse poi l'ultimo onore con fronte allegra, e sorridendo disse: Quinci si può veder che 'l Re del cielo onora ed ama gli uomini attempati:

il forte Achille ha più di me qualch'anno, ma pochi, e questi che è vicino al vecchio non si può superar da nessun altro, se non dal capitanio de le genti.

Sorrise Belisario a le parole del suo figliastro, e sorridendo disse: Non m'arai date queste lode indarno, Lucillo mio, ch'io vuo' donarti appresso

vent'altre braccia di damasco bianco. E così detto glie le pose in mano, ed egli le pigliò con gran diletto, poi dopo questi fur chiariti i pregi

che dovean darsi al sagittar de gli archi: e fece porre in cima de le meta destra del circo, che è verso levante, un capelletto di velluto nero,

ch'avea sovr'esso una medaglia d'oro, poi disse: Chi darà ne la medaglia con la saetta sua pungente e forte arà questa bellissima celata,

adorna d'oro e di purpuree penne; un brando arà chi toccherà il capello, e chi gli andrà vicino arà un pugnale. Così diss'egli, e tre baroni illustri

posero i nomi lor dentr'ad un'urna e d'indi tutti poi furono estratti: il primo venne il giovane Fileno, fratel del ferocissimo Acquilino,

e 'l principe Aldigieri fu il secondo, onde restò ne l'ultimo Bessano. Alor Fileno al suo fortissim'arco, senza far voti a chi governa il cielo,

stese la corda, e su vi pose un strale leggiero e forte, e con la destra mano quella tirò fin a la destra orecchia: e spinsel furïoso ver la cima

de l'altra meta, e non toccò il capello, ma dié di punta nel polito marmo, che per la sua durezza nol ritenne; anzi lo spinse in su fin'a la cima,

e per lo vano poi di quel capello se n'andò in alto, e trappassò il velluto in sommo il capo, e sopra quel si stava il ferro bianco a guisa di cimiero,

e la cocca e le penne eran di sotto. Aldigier dopo lui tirò il grand'arco, e mirò fiso a la medaglia d'oro pregando Iddio che gli prestasse aiuto:

ma quel Signor che mai non sprezza i prieghi che a lui son porti con la mente pura gli fece intanto ben pigliar la mira, che diede appunto in mezzo a la medaglia

con gran furore, e trappassolla tutta; e fu quel colpo ancor di tanta forza che spinse giù il capel da quella meta: onde Bessan, quando cader lo vide,

avendo a l'arco preparato il strale, fece voto a Latonio di offerirli un vitel bianco se potea toccarlo per non restar deluso da la gente;

e così spinse fuor la sua saetta, che trappassò il capel quando cadea, onde tutta la gente alzando un crido s'ammirò molto de la buona sorte

e de l'arte gentil di quel barone. Così ne venne quel capello a terra con tre saette dentr'al suo velluto: onde Aldigieri tolse la celada,

Bessano il brando ed il pugnal Fileno, che senza indugio se lo cinse al fianco.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
IL VIGESIMOTERZO LIBRO · Gian Giorgio Trissino · Poetry Cove