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1478–1550

IL VIGESIMOSETIMO LIBRO

Gian Giorgio Trissino

Vergini sacre al cui governo è posto Parnaso ed Elicona ed Aganippe, e co i lor fiori e le lor liquide acque ornate il mondo di memorie eterne;

or ch'io son giunto a l'ultima fatica del faticoso e lungo mio poema co 'l vostro aiuto e co 'l divino Omero, ch'è stato il mio maestro e la mia stella:

piacciavi darmi ancor tanto soccorso che giunger possa al disïato fine ch'è presso omai; né mi rest'altro a dire che quella acerba ed orrida battaglia

che fu tra dieci e dieci alti guerrieri: ove il gran capitanio de le genti prese con le sue mani il re de Gotti e pose in libertà l'Italia afflitta.

Non mi negate adunque il vostro aiuto, dilettissime nimfe, a l'ultim'uopo. Poi ch'ebbe sciolta Belisario il grande co 'l stratagema suo l'orribil fame

da Rimino e dei fidi soi soldati, Quivi si riposò per quella notte: poi la mattina nel spuntar de l'alba si pose in via con tutte le sue genti,

ch'andar voleva ad espugnar Ravenna; onde passando il Rubicon famoso appresso al Cesenatico, e dapoi il Savio impetüoso e 'l Candiano,

in dui giorni arrivò vicino al Ronco, che bagna le muraglie de la terra. E quivi posto il suo munito vallo, co 'l gran pretorio in mezzo e co i dui fori,

l'uno a man destra e l'altro a man sinistra, e con la piazza de i tribuni avanti e con le cinque viech'ivan per lungo, poi la quintana sola iva a traverso,

e collocate ben le quattro porte: deliberò di por l'assedio intorno a quelle altere ed onorate mura; perché vedea che non ardiano i Gotti

uscir co 'l campo fuori a la campagna, ch'avean paura di non esser morti od esser presi da i nimici loro: però stavano armati appresso i merli

con l'aste basse e co i lor scudi al petto, sempre chinati e pronti a la difesa; il che vedendo il capitanio eccelso fece chiamar i principi del campo

dentr'al su' albergo, e poi così gli disse: Signori illustri, le cui gran virtuti mosser l'invitto imperador del mondo a mandarvi con meco a questa guerra

per trar di servitù l'Italia afflitta; or che rinchiusa s'è la gente gotta in questa lor città munita e forte è ben che non lasciamo uscirla quindi,

ma che cerchiamo d'esserne patroni per forza di battaglia o per assedio, e non vi risparmiam fatica alcuna: ché chi si lascia il suo nimico uscire

di man quando, l'ha preso o può pigliarlo, si pente indarno, e in van desia d'averlo. Pensando poi che 'l dar battaglia acerba a quelle mura sì munite e forti,

e ch'hanno tanta gente a lor difesa, sarebbe un spender le fatiche indarno e sparger sangue assai senza profitto: però fia meglio il porli assedio intorno

e non lasciar che possano indi uscire; ché essendovisi chiusi a l'improviso non ponno averci vittüaria molta. Così parlò quel capitanio eccelso;

onde levossi il vecchio Paulo e disse: Illustre capitan, luce del mondo, senz'alcun dubbio è più sicuro e certo l'assedio, a chi 'l può far che la battaglia,

perché ll'uccider genti e 'l sparger sangue si dee serbare a gli ultimi bisogni: ma ben devemo avere estrema cura ch'ivi non entri vittüaria alcuna,

cosa che non è agevole da farsi; perciò che 'l Po, ch'è re de gli altri fiumi, vien per paesi nobili e fecondi tutti possessi da la gente gotta:

che agevolmente indi potranno avere copia di grani e di molt'altre cose gioconde e grate e necessarie al vitto. Però fia ben mandar sopra quel fiume

le nostre genti, e chiuder ivi il passo sì fattamente che non possano indi venir con burchi e vittüarie e strami: e fatto quello, ancor ci resta il mare,

che molto importa a chiuder quella via; perciò che ne le venete paludi tra Ravenna ed Altin sono isolette abitate da i popoli raccolti

del fior d'Italia ch'Atila percosse: e con certe barchette e certi legni snelletti e svelti van solcando il mare come se fosser figli di Nettuno.

Questi a mal grado de le nostre navi che ha qui condotte il principe Aldigieri porrian portarli vittüaria molta: perché con esse andrìan per entro 'l fuoco

senza che fosser da le fiamme offesi; ma son di libertà sì grandi amici, essendo nati ed allevati in essa, che come lor fia noto che l'impresa

si fa per por l'Ausonia in libertade, non solamente a lor non darian nulla, ma gli torrìan quel che venisse altronde, e ci darriano a quest'assedio aiuto.

Così rispose il buon conte d'Isaura, e 'l capitanio disse ad Aldigieri: Ite dunque, signor, con quelle navi che conduceste vosco fuor d'Ancona,

e statevi con esse appresso 'l porto, acciò ch'ivi non entri alcun naviglio che portar possa vittüaria a i Gotti; dapoi mandate a l'isole ch'ei dice

con una fusta un personaggio accorto, a farli noto il desiderio nostro: che essendo giusti e grazïosi e buoni mai non ci mancheran d'onesto aiuto.

E così a i Gotti chiuderemo il mare, né aver potranno alcun soccorso quindi. Udito questo, il principe di Rodi si dipartì da lui senza dimora,

ed essequì gli accorti suoi mandati; poi Belisario si rivolse a Magno ed a Vitellio, e disse este parole: Signori adorni di virtute immensa

e d'ingegno profondo e di fortezza; or che siam giunti a l'ultimo sigillo di questa nostra glorïosa impresa, né ben si può improntar senza la cera

de le vostre accortissime fatiche: non vi sia grave andar con due coorti su 'l Po per impedirli ogni soccorso; e Vitellio starà sopra la ripa

di qua dal fiume, a far divieto a i burchi che venisser per esso a portar grano e altre vittüarie entr'a Ravenna; e Magno andrà co i suoi d'intorno a quello,

facendo parimente esto divieto. Così diss'egli, e quei baroni andaro ad essequire il lor commesso officio; e poscia il capitano de le genti

attendea solamente al grande assedio. E così stando i campi a quelle mura, l'uno a difesa lor, l'altro ad offesa, l'angel Palladio, che bramava sempre

dar la vittoria a gli ottimi Romani per essequire il gran voler del Cielo, prese la effigie de la bella Amata, ch'era moglie di Vitige, ed andossi

a ritrovarlo nel diletto albergo, ed in tal modo a lui parlando disse: Eccelso mio signor, ch'avete in mano il gran governo de la gente gotta,

ove son le minaccie aspre e superbe che facevate quando andaste a Roma e dicevate avere in una rete il capitanio e i principi romani?

Or siete ritornato entr'a Ravenna sconfitto e rotto, e con sì poco onore quanto s'avesse mai d'alcuna impresa; e Belisario è qui presso a le mura,

e non è alcun di voi che ardisca uscire fuor de le porte a dimostarli il volto: ma ve ne state chiusi entr'a i ripari come fan pecorelle entr'a le mandre

per la paura de i voraci lupi. Non vi pensate che sedendo appresso a le vostre mogliere e i vostri figli possiate conservar questa cittade,

né che dal Ciel vi venga alcuno aiuto: ché con la diligenza e col consiglio e co 'l rispiarmar fatiche e sangue il soccorso divin sempre s'acquista,

ch'ha in odio i pigri e neghitosi e lenti. Così disse quell'angelo, e spirolli nel cuore afflitto ed animo e vergogna; ond'ei rispose con parole tali:

Né vil pensier né timida paura mi ritien, donna mia, dentr'a Ravenna, ma buon consiglio ed ottima prudenza, cose che recan sicurezza a l'uomo.

Io non ho pria voluto uscire al campo perch'i' aspettava aiuto da i Francesi, co 'l quale avea speranza di pigliare e Belisario e i principi romani;

ma poi ch'io vedo che ritardan troppo, forse per brama de la mia ruina, cercherò di pigliare altro partito: e mi consiglierò co i miei baroni,

che sono accorti e d'ottimo intelletto; ché 'l consiglio de i savi è sempre buono. Così diss'egli, e fece che gli araldi chiamaro al suo palazzo ogni barone;

e quell'angel di Dio se n'andò seco, senz'esser conosciuto da le genti, per risvegliare ardire entr'a i lor cuori e far che fosser pronti a la battaglia

Quando poi tutti ragunati foro, Vitige gli parlò con tai parole: Voi vedete, signori, il nostro stato e le miserie in cui ci ha posto il Cielo,

ch'è volto a favorir troppo i Romani, tal che non so talor dov'io mi volga; né so s'io debbia uscire a la campagna con tutto il stuolo, ove con una parte

disfidar Belisario a la battaglia: o se pur meglio è stare entr'a le mura ed aspettar che 'l Ciel ne mandi aiuto, ch'al mio giudizio fia fallace e lento;

però dica ciascuno il suo parere, acciò ch'io possa far quel che sia 'l meglio. In questo tempo il Re de l'universo, per dar a l'opra di Palladio aiuto,

chiamò l'angel Saturnio, e così disse: Diletto messo mio che 'l sesto cielo governi, e l'aere più sublime ed alto che s'avicini al cerchio de la luna:

vedendo i Gotti star dubbiosi alquanto a le parole che Palladio ha dette sotto la forma de la bella Amata, vorrei spronarli a prendere il consiglio

che tosto gli darà, com'io gli ho imposto; ma perché l'uom, quando gli abbonda il pane, non prende volentier fatica alcuna, fia ben trovare un modo che gli tolga

il grano e la speranza di nutrirsi, acciò ch'escano fuor di quelle mura e cerchin di affrontarsi co i Romani, da cui vinti saran senz'altro dubbio.

E però piglia un fulgure, di quelli tuoi più possenti e di peggior natura, e spingilo aspramente inver Ravenna, tal che i granari publici percuota

in guisa che i lor gran consumi ed arda. L'angel di Dio dopo 'l divin precetto se n'andò a l'aere più leggiero e caldo; e tolse da l'incude de i ciclopi

un paventoso fulgure et orrendo ed alzò il braccio, e ritirossi alquanto con la persona indietro, e poi lo spinse con gran furore e con baleni e troni;

e fecelo ir ne i publici granari e gli arse tutti e consumò i lor grani, che fu cosa incredibile e stupenda. Il che vedendo il generoso Orgasto,

ch'era un baron preposto dal signore a i grani e vittüarie di Ravenna, subito se n'andò dentr'al consiglio del re, ch'avea fornito il suo parlare,

e quivi giunto suspirando disse: Serenissimo re d'alta possanza ma di poco favor de la fortuna, buon è che voi sappiate ogni sciagura

che v'apparecchia la virtù divina, perché possiate prender quel consiglio che fia migliore a la salute nostra. Ora è caduto un fulgure dal cielo

con gran furore e con sulfurea fiamma ne i chiusi luoghi ove si serva il grano, ed arso ha il tetto e fraccassati e' muri e consumato il gran che v'era dentro:

né lasciato ve n'ha pur una parte che non sia tutta discipata ed arsa. Fate dunque, signor, quel ch'a voi pare miglior rimedio in questo caso adverso

per farlo esser leggier; ben ch'io non credo che vaglia contra 'l Ciel difesa umana. Questo gli disse Orgasto, onde 'l signore rimase stupefatto entr'al suo petto;

ma il buon angel Palladio, ch'era quivi e che volea condurli a la battaglia, prese la effigie di Boardo, e disse: Signore eccelso d'animo e di forze,

parmi che 'l Ciel con tale augurio mostri quel che noi debbiam fare in questa impresa. Il grano è tutto consumato ed arso, che ci dimostra che debbiamo uscire

fuor de le mura, e gire a la campagna per acquistar da viver con la spada: perciò che 'l star serrati ne la terra senz'aver vittüaria dal paese

ci farebbe morir tutti di fame. Il fulgure dapoi mostra vittoria, sì come fece al fortunato Augusto quand'egli entrò ne la città di Roma:

usciamo adunque armati a la campagna, mandianci avanti un'ottima speranza di liberarsi da l'assedio amaro, e dapoi supportiam ciò ch'al Ciel piaccia

con mente invitta, generosa ed alta. Io già non uscirei con tutto il campo a fare un fatto d'arme co i nimici, chè i nostri fanti son tanto invìliti

che non aspetterian colpo di spada, e fuggiriansi tutti inanzi a loro come timìde lepre inanzi a i cani; ma bene io manderei fuori un araldo

che disfidasse Belisario il grande, con dieci cavalier de la sua corte, a combatter con voi dentr'a un steccato, che con dieci altri validi baroni

l'andrete a ritrovar fuor de le mura. Quivi combatterassi infin che 'l Cielo dia la vittoria ad una de le parti; e quella parte che sarà perdente

darà la signoria d'Italia a l'altra. Ma devete sperar vittoria certa, essendo giunto Corsamonte al fine e 'l superbo Aquilin, ch'erano il fiore

di tutti quanti i cavalier romani. Così disse quell'angelo, spirando. Nel cuor de' Gotti un tal disio di guerra che persüase gli animi leggieri

di quei baroni a far quella disfida: onde l'incauto re senza pensarvi più lungamente o disputarvi sopra dimandar fece Rubicone araldo

e gli commesse tutta la imbasciata che dovea fare, e poi gli diede in scritto ancor quei patti che dovean firmarsi co 'l giuramento di ciascuna parte,

e lo mandò nel campo de i Romani. Ma pria ch'ivi giungesse quell'araldo, l'angel Palladio in forma di Prudenzo, che fu fratel bastardo di Camillo,

padre del capitanio, andò nel vallo ch'era fuor di Ravenna a ritrovarlo. Questo Prudenzo fu famoso in arme ne la sua gioventù ma fatto vecchio

divenne maggiordomo de la casa di Belisario e de la sua famiglia; l'angelo adunque in forma di Prudenzo ritrovò Belisario, e così disse:

Illustre capitanio de l'impresa, il re de Gotti manderavvi or ora a disfidar per Rubicone araldo, come ho veduto questa notte in sogno,

ché 'l divinar de l'anima non mente; questo disfido fia che in un steccato combatter vuol con voi da dieci a dieci, e quella parte che sarà perdente

darà la signoria d'Italia a l'altra. A cui rispose il capitanio eccelso: Non saria bene a pormi in tal periglio, avendo quasi la vittoria in mano:

ché 'l vincere il nimico senza sangue è più sicura e più lodevol opra che superarlo con battaglie e morti. Alor soggiunse quel celeste messo:

Come potrete, capitanio illustre, rifiutar con onor quella disfida? Ma poniamo da canto la vergogna, e che non fosse biasmo il rifiutarla,

come certo saria, perché ne i vostri sveglieria tema e ne i nimici ardire: ditemi il modo che tener pensate per vincere il nimico senza sangue;

che certamente se vorranno uscire e combatter con voi, sarete astretto non risparmiar né sangue né ferite; se poi pensate che si stiano dentro

da l'alte mura, e stretti da la fame vi diano ne le man la lor cittade, voi v'ingannate di dannoso errore: perché aver denno e vittüarie e strami

da sustentar le genti che v'han entro, onde potranno agevolmente starsi a la difesa senza alcun disagio. Sapete ancor che in quelle istesse mura

l'acerbo re de gli Eruli Odoacro l'assedio supportò fin al terz'anno che Teodorico gli avea posto intorno, il quale avea dugento millia in arme,

né l'ebbe mai per fame operbattaglia, ma nel terz'anno s'accordaro insieme di tener per metà quel grand'impero: pensate adunque che se voi deveste

penar tant'anni intorno a quelle mura, quanta spesa v'andria, quanto disturbo; e che potria venire a darli aiuto con tanta gente il forte re di Francia

che di man vi torria questa vittoria. Però mi par ch'abbiate a render grazie al sommo Re de la celeste corte, ch'ha posto in cuore a Vitige di farvi

questa disfida, e di voler con l'arme terminar l'empia guerra che l'offende: cosa ch'a voi darà molto vantaggio, perché arete i guerrieri assai migliori

de i suoi ne l'armi, e più animosi e forti. Mandate adunque inanzi la speranza, ed accettate l'alta sua disfida; né vi lasciate uscir fuor dele mani

questa ventura che vi mostra il Cielo, per far ch'abbiate la vittoria a pieno. Così disse quell'angelo, e mostrossi al capitanio ne la propria forma,

tanto meravigliosa e tanto bella che non potea firmar la vista in esso; e poi se n'andò al ciel come un vapore che ascenda appresso il cerchio de la luna.

Alora il capitanio de le genti alzò la vista e le man giunte al cielo e disse: O divinissima sustanza, noi seguiremo i santi tuoi precetti,

poi che l'occhio mortal non può seguirti. Così dicendo, Rubicone araldo aggiunse al vallo, e fu condotto avanti al capitanio e disse este parole:

Illustre capitanio de i Romani, l'eccelso re de i bellicosi Gotti vi manda a disfidare in tal maniera, che venirà con nove suoi baroni

a combatter con voi dentr'a un steccato, ch'avrete vosco nove altri guerrieri, onde sarete alor dieci per parte; quivi combatterassi infin che 'l Cielo

dia la vittoria chiara ad un di voi: e quella parte che sarà perdente darà la signoria d'Italia a l'altra, e i capitani resteran prigioni.

Ma gli altri andar potranno ove a lor piaccia. Questi poi sono i patti ch'io vi porto: onde vi piacerà di vostra mano sottoscriverli prima, e poi giurarli;

che farà quell'istesso il mio signore ne la presenza de i messaggi vostri. Così disse l'araldo, e 'l capitano da l'apparir de l'angelo commosso

risguardò alquanto i suoi baroni in fronte, che allegramente udir quella proposta; ed a l'araldo poi così rispose: Riporta al tuo signor, fedele araldo,

che 'l vicimperador de l'occidente accetta volentier la sua disfida: e domattina come spunti l'alba se ne verrà co i suoi guerrieri al campo,

e quivi giurerà questi suoi patti ch'or sottoscrivo di mia propria mano, e farolli giurare a tutto 'l stuolo, e parimente anch'ei farà giurarli

a quei che resteran ne la cittade. E detto questo lasciò gir l'araldo, che ritornò co i sottoscritti patti indietro al suo signor, che l'aspettava.

Poi come apparve fuor la bella aurora con le palme di rose e co i piè d'oro, i nove cavalier che furo eletti dal capitanio eccelso de le genti

per combatter co i Gotti si levaro da i lor stramazzi, e si vestiron d'arme lucenti e fine e se n'andaro a corte; questi erano Traiano e 'l forte Achille

e Mundello e Bessano, Arasso e Magno e Ciro ed Aldigieri e 'l bel Lucillo, tutti de l'alta Compagnia del Sole: ma come insieme ragunati foro

il capitanio riguardolli in faccia, che spiravan per gli occhi ardire e forza, e poi la bocca in tai parole aperse: O fortunata Compagnia del Sole

domatrice de i Gotti, anzi del mondo, or è venuto il dì da poner fine con le man vostre a questa orribil guerra: il dì ch'avete disïato tanto,

il dì che renderà gli amati alberghi a le nostre mogliere e a i vostri figli e vi parturirà divini onori, se voi sarete simili a voi stessi.

L'altre battaglie assai ch'avete fatte ne l'Africa, ne l'Asia e ne l'Europa son state grandi, e v'han recato fama che dureravvi ancor dopo la morte:

ma nessuna fu mai simile a questa di gloria, di grandezza e di virtute, con beneficio eterno de le genti. Voi combattete per la patria vostra

e per la libertà d'Italia tutta contra quei ladri che ve l'han rubbata e contra quei che fur più volte vinti da le vostr'arme, e fur cacciati in fuga

vituperosa fin dentr'a i lor valli; ed or che senza aiuto di soldati gli troverete, non saran più forti di quel che stati sian ne l'altre imprese.

Andiamo adunque arditi ad affrontarli, ché la vittoria è ne le nostre mani. Così parlò quel capitanio eccelso, e mosse dentr'al cuor de i suoi compagni

un sì fervente e smisurato ardore di ritrovarsi a fronte co i nimici che non potean star fermi co i destrieri ed aspettare il segno al dipartirsi.

Ma Belisario poi lasciando in guarda Teogene ed Olando entr'al suo vallo per ogni caso ch'avenir potesse, s'appresentò co i nove suoi compagni

al luoco deputato a la battaglia. Da l'altra parte venne il re de' Gotti co i nove suoi baron coperti d'arme: che fur Bisandro e Teio ed Aldibaldo

e Rodorico e Totila e Unigasto e Tuncasso ed Almondo ed Agrilupo. In questo tempo il provido Boardo e 'l vecchio Paulo co i compagni loro

aveano misurata una gran piazza, nel mezzo apunto tra le mura e 'l vallo, e tutta l'avean cinta di legnami: quivi da man sinistra entraro i Gotti,

ch'era la parte volta verso i muri, e da man destra i principi romani entraro, ch'era volta verso il vallo. Poi, come furon dentro andor nel mezzo,

e Belisario risguardando in alto con le man giunte disse este parole: O Re del cielo, e voi sustanze eterne ch'avete cura de le cose umane,

e voi terra e fontane e fiumi e piante, sarete testimoni a questi patti ch'ora si fan ne la presenza vostra. Noi qui combatterem co 'l re de' Gotti

e i nove suoi baroni infin che 'l Cielo dia la vittoria ad una de le parti: e quella parte che sarà perdente darà la signoria d'Italia a l'altra,

e i capitani resteran prigioni con le mogli e co i figli e co i tesori; ma gli altri capi in libertà saranno d'andar sicuramente ove a lor piaccia

con tutte le loro armi e le lor genti. Così disse, e giurò sopra una carta d'osservar pienamente questi patti, e giurar fece a gli altri suoi compagni;

poi giurò parimente il re de' Gotti e tutti quei baron ch'eran con lui. D'indi mandaron Rubicone araldo co 'l vecchio Paulo, i quai sopra 'l messale

dierono 'l giuramento entr'al gran vallo a tutto l'altro essercito di Roma; e 'n quel medesmo tempo andò Boardo entr'a Ravenna, ed Oribasio araldo,

a far giurare i Gotti ch'eran ivi: e come tutte quante ebber giurato le persone del campo e de la terra, quei gran guerrieri s'assettor ne l'arme

e dietro al suon de le canore trombe s'andaron a incontrar con l'aste basse. Il primo Ciro fu, ch'era nel corno sinistro: questi Totila percosse,

ch'era il primiero anch'ei del destro corno; e la sua lancia gli attaccò ne l'elmo che fece andar le sue faville al cielo. Totila ruppe anch'ei la forte lancia

ne la cima de l'elmo al conte Ciro; d'indi, gettati i lor tronconi a terra, posero mano a gli affilati brandi arditamente, e volsero i cavalli

l'un contra l'altro per mandarsi a morte. Traiano s'incontrò con Aldibaldo, ed ambedui s'accolsero ne i scudi con le lor lance, che n'andaro in pezzi,

ma non si mosser punto de le selle. Teio dapoi col giovane Lucillo si rincontraro in mezzo del camino, e si colpiro con le valide aste:

Lucillo prima lo toccò nel scudo, e tutto lo passò di banda in banda, tal che se Teio no 'l gettava in terra forse gli aria passato anco la carne;

ma Teio accolse lui nel forte elmetto d'un colpo tal che lo mandò per terra: e come poi lo vide andare al piano disse con voce allegra e con rampogne:

Tu sei pur ito, cavalier feroce, a mal tuo grado a riposar ne l'erba, e così spero che faran molt'altri. Il che sentendo l'onorato Magno

empì 'l suo petto di vergogna e d'ira, e spronò il suo caval contra Unigasto; e lo ferì d'un sì feroce colpo in sommo al scudo, appresso a la baviera,

che lo mandò disteso in su l'arena: poi disse: Io mando il provido Unigasto a riposar su 'l prato con Lucillo, acciò che non gli incresca a starvi solo.

Il forte Achille poi con Rodorico fece il su' arringo, e con la valid'asta l'accolse con fermezza in somm'a l'elmo e lo mandò co i piedi inverso 'l cielo

tutto stordito e poi si volse e disse: Teio, noi la facciam da buoni amici, che due misure vi rendiam per una; ma vorrò poi con voi finire il piato,

essendo ambi dua noi rimasi in sella. Arasso poi giostrò col fiero Almondo; e s'incontror con sì terribil colpi che tutto il prato gli tremava intorno,

e nessun non uscì fuor de gli arcioni: ma ben si rupper le possenti lance d'ambedua loro infin presso a le schibbe. Corse Aldigieri ancor col fier Tuncasso,

e fu da lui disteso in su l'arena; ma Bessano e Bisandro si colpiro con le lor aste valide e nodose, e tutti dui con incredibil forza

s'uratro, e i colpi fur tanto possenti che se ben non usciron de gli arcioni pur se n'andòr co i lor cavalli a terra. Dapoi Mundello diede ad Agrilupo,

figliuol di Aristo duca di Vercelli, in mezzo al petto, e trapassolli il cuore e lo mandò disteso in su l'arena, talché mai più non si levò da terra.

Ma come il buon Mundel si volse, e vide che quel crudel dava de i calzi a l'erba, gli disse: Tu sei qui, rabbioso cane, e torni a mal tuo grado a le tue terre,

Crepalcuore e Mortara, u' potrai dire che trovat'hai ne' principi romani condegna medicina a la tua rabbia: la qual spregiava Iddio, spregiava i santi

e distruggea le statue de gli altari, né mai voleva orazïoni o messe né digiuni o quaresime o battesmo né eucarestia né penitenza od altro

divoto sacramento de la chiesa; e non contento del spregiar di Dio hai dispregiato il padre, ed hai cercato privarlo de la robba e de la vita:

ma Dio per la mia mano ha posto fine a gli empi e scelerati tuoi dissegni, ché non può viver lungo tempo in terra quel che dispregia il padre e che dispregia

ciò che comandan le divine leggi; e penso ancor che con più orribil pene punirà l'alma tua giù ne l'inferno. Così diss'ei sopra quel Gotto estinto;

ma Belisario ancora e 'l re de' Gotti restavano a espedir l'ultimo aringo: ché Belisario era nel destro corno, e Vitige a l'incontro nel sinistro;

ché, se ben tutti si movero a un tempo, pur s'incontrar ne l'ordine ch'io dissi. Il re vedendo sì feroce incontro turbossi tutto, e gli tremava il cuore;

ma pur volgendo al cielo ambe le luci pregò l'angel Gradivo in questa forma: Dammi tanto favor, sustanza eterna che muovi e che governi il quinto giro

e solo hai cura de la gente gotta, che mandar possa il mio nimico a terra con ingegno o con forza o con inganni, e poi lo meni preso entr'a Ravenna

e ritorni l'Italia al nostro giogo; ch'io non mi curo, pur ch'i' abbia vittoria, d'acquistarla con fraudi o con virtute. Così parlò quel re co 'l cuor tremante:

onde l'angel Gradivo gli concesse mandar con fraude Belisario a terra, ma non menarlo preso entr'a Ravenna né l'Italia tornar sotto 'l suo giogo,

per non opporsi al gran voler del Cielo che destinato avea contrari effetti. Dopo questo pregar, con gran furore si mosse ognun di lor con l'asta bassa

e s'incontraro a mezzo del camino: Vitige con l'aiuto di Gradivo fermò la lancia sua dentr'a la fronte del buon Vallarco, e gli passò il cervello

e mandò quel corsiero in terra morto. Quando si vide Belisario il grande da quel colpo vilan cadersi sotto il suo diletto ed ottimo corsiero,

risaltò in piedi, e con la spada in mano si preparava a far difesa immensa: e dicea nel suo cuor: Non ti smarrire, sta pur senza timor, perché l'inganno

sopra l'ingannator spesso ritorna. Ma tu, suppremo Re che 'l ciel governi, volgi la vista tua benigna e pia a la più bella parte de l'Europa;

e non lasciar che questi iniqui Gotti la ritengan più tempo in servitute: e se non si può far senza ch'io muoia, sarò contento spendervi la vita,

pur che la gente nostra abbia vittoria: ché 'l beneficio che fa l'uomo a gli altri sempre suol esser più lodato e degno quando colui che 'l fa nulla ne gode.

Così pregava il capitanio eccelso dentr'al suo cuore, e 'l gran Motor del cielo gli assentì lieto, e fé tremare il mondo: poi tolse in man le sue bilance d'oro,

che fanno avanti a sé crescer le notti, e pose sopra l'una de le parti l'alta ruina de la gente gotta e sopra l'altra quella de i Romani;

e poi prendeo la trutina nel mezzo dove è la lingua, e sollevolla in alto: e i Gotti se n'andòr verso l'abbisso e verso 'l cielo alzaronsi i Romani.

Il che vedendo gli angeli divini, conobber chiara la sentenzia eterna e totalmente abbandonaro i Gotti: che perché fossero iti in su 'l sabbione

quattro de li lor principi eccellenti ve n'eran iti ancor quattro Romani, tal che le cose pareano ir di pari; ma dopo questo quella orribil pugna

si volse tutta in gloria de i Romani. Quando poi vide l'onorato Achille Vallarco morto, e 'l capitanio a piedi, corse vicino a lui co 'l buon Ircano

e scese in terra, e disse este parole: Signor, salite sopra 'l mio corsiero, che non è manco buon di quel ch'è morto; e volentier ve l'offerisco e dono.

Acciò che voi possiate far battaglia con quei guerrier che son rimasi in sella. A cui rispose Belisario il grande: Accetto il buon corsier, cortese Achille,

che voi mi date, ed userollo alora ch'io me ne pensi aver maggior bisogno. Tornate pur a risalir sovr'esso, ch'io son disposto con la spada in mano

guadagnare il caval di quel vigliaco che ha fatto al mio sì vergognosa offesa: spronatel voi verso quegli altri gotti, che di quest'empio re non ho paura,

bench'io sia a piedi ed ei sopra 'l corsiero. Udito questo, l'onorato Achille volse il cavallo suo verso Traiano, volendo insieme con Mundello e Magno

combatter contra quei ch'erano in sella: perché i compagni suoi, che già caddero, eran saliti in piedi, e con le spade combattean con color che fur gettati

da cavallo ancor essi da i Romani. Lucillo combattea con Rodorico, Bessano con Bisandro ed Aldigieri era a le man col provido Unigasto:

e tutti e' lor cavalli e selle vòte andavan trascorrendo per lo prato, che non aveano tempo per pigliarli, tant'eran tutti a la battaglia intenti.

Teio poscia e Turcasso et Aldibaldo e Totila crudele e 'l fiero Almondo sopra i lor ferocissimi cavalli stavan dubbiosi se dovessen ire

contra quei cavalier ch'erano in sella o contra quei che combatteano a piedi; al fin parve lor meglio andarsen tutti intorno al capitanio de le genti,

che si trovava esser ridotto al piano ed aver morto il suo cavallo acanto: per la qual cosa avean ferma speranza di farlo andare in brieve tempo a morte,

che saria la salute de la impresa e la vittoria de la gente gotta. E così tutti quanti l'assaliro con le lor spade che teneano in mano,

e gli menaron colpi aspri et orrendi: et e' si difendea con tanto ardire che non si vide mai simil valore. Ei pareva una rocca in mezzo a un piano

che ha molte genti per pigliarla intorno con scale e fuochi e machine murali; ma quei che vi son dentro a la difesa gettando sassi e saettami e lance

fanno che ognun sta volentier discosto: e pur s'alcun vuol appressarsi ad essa resta da lor percosso, e non fa nulla; così parean quei furïosi Gotti

intorno al capitanio de le genti: e quei de la città, che 'n su le mura, e quei del campo, che sopra i ripari stavano a rimirar l'empia battaglia,

tutti tutti stupian di quello assalto e del valor del capitanio eccelso; al fin gli corse addosso il fiero Almondo con la sua spada, e minacciando disse:

Acerbo capitan, voi non avete le vostre armate legïoni a canto che vi difendan da l'orribil morte che or ora vi daran le nostre mani.

E detto questo poi menolli un colpo con ambedue le man sopra la testa, che mandò a terra il bel cimier del Sole; e se non era il suo fortissimo elmo

tanto perfetto, gli partiva il capo fin a le spalle, e forse fin al ventre. Il capitan per quell'empia percossa non si smarrì, ma fece come un serpe

che contra il percussor tutto s'avventa e non lo lascia mai, se non l'afferra co 'l venenoso dente entr'a la carne, e quella gli empie di veleno amaro

e fa de la sua ingiuria aspra vendetta; così il percosso capitanio andossi con la sua spada acuta verso Almondo e nel fianco di lui tutta l'ascose,

e morto lo mandò disteso in terra: poi disse: Or narra, furïoso Almondo, al padre tuo che ne l'inferno è posto che senza legïon mi son difeso

da la tua spada e da le tue minaccie. Quando udì questo il perfido Tuncasso, ch'era fratel cugin di Filacuto, che la madre d'Almondo ebbe per moglie,

sentì gran doglia; e mentre alzava il braccio, che volea dar co 'l brando in su la testa al capitanio, il capitanio audace senza paura se gli fece sotto;

e poi lo prese per la gamba destra e ratto lo tirò fuor de la sella, onde Tuncasso in terra si distese, e fuor di mano gli caddeo la spada.

Alora il capitanio de le genti lasciò la gamba e presegli il cimiero, ch'era una man ch'avea una spada rossa, e di tal colpo gli percosse il collo

che via dal busto gli spiccò la testa: e poscia verso Vitige la trasse con gran furore, e gli percosse il scudo con essa, e tutto lo macchiò di sangue;

ma non restor per questo gli altri quattro d'esser intorno al capitanio eccelso, urtandol co i cavalli e con le spade: tal che l'arian condotto a mal partito,

ché un solo, ancor che forte, essendo a piedi non può mai lungamente far difesa contra quattr'altri cavalieri armati sopra i lor validissimi corsieri;

onde 'l cortese Achil vedendo questo disse a Mundello ed a Traiano e a Magno: Che stiamo a fare, altissimi guerrieri? Ché non andiamo tutti a dar soccorso

al capitanio, che si truova a piedi cinto da tanti cavalieri armati che agevolmente gli porian dar morte? Questo diss'egli, e poi tutti in un groppo

se n'andaron correndo a darli aiuto: il forte Achille pria percosse Teio d'un colpo sì feroce ne la testa che lo mandò stordito fuor di sella,

e poco vi mancò che non morisse; Traian percosse Totila nel fianco con una punta che non fu mortale perché Gradivo fece andarla torta,

ma pur così mandòl disteso al piano: e, 'l fier Mundello con l'acuto brando menò sì gran percossa ad Aldibaldo, e correndo l'urtò con tal furore,

che lo mandò co 'l suo cavallo a terra. Il che vedendo Vitige rivolse il suo corsiero, e sen volea fuggire; ma Belisario il prese per la briglia

e lo ritenne, e poi saltolli in groppa con un salto leggier che parve un pardo; e lo prese a traverso, e con le braccia lo trasse fuor per forza de l'arcione:

ma come in terra fu, tolse il pugnale e lo volea percuoter ne la gola. Non altrimente un sparavier maestro che s'attacchi a la coda d'un fasano,

poi che lo tira a suo mal grado in terra, lo prende per lo collo e per la testa, e quel grande ucellaccio non si muove né si diffende, ma s'afflige e crida:

così facea quel re, quando si vide venire il ferro prossimo a la gola, che cridava: Signore, a voi mi rendo; pigliatemi prigion, ch'a voi mi dono

con la moglie e co 'l stato e co i tesori: non m'uccidete, che darovvi in mano tutta la Italia in manco di tre giorni, e venirò con voi dentr'a Bisanzo

o dove paia al correttor del mondo. Così diss'egli, e 'l capitanio a lui: Non dubitate, no, ch'io vi dia morte, poi che ne le mie man vi siete reso,

ché sempre a chi si rende io son cortese. Venite meco dentr'al nostro vallo co i vostri cavalier che son rimasi in vita, e quivi essequiransi i patti

che fur tra noi conclusi e sottoscritti; né se 'n preterirà pur una iota. E detto questo l'accettò prigione. Come fu reso il re, quelli altri tutti

suoi cavalier ne fur molto contenti, ch'alcuni eran ridotti a mal partito né si credeano più d'uscirne vivi. Bisandro era abbracciato con Bessano

e caduto di sotto, ed aspettava d'esser condotto a vergognosa morte; Lucillo avea ferito Roderico in una coscia, e 'l provido Unigasto

da un colpo di Aldigieri era per terra: però ciascuno udì con gran diletto che 'l re fosse accettato per prigione co 'l dar l'Italia a gli ottimi Romani.

E poscia tutti andòr con lui nel vallo, benché alcuni di lor vi fur portati, che non potean per le ferite andarvi; e fur veduti con diletto immenso

da gli onorati principi romani, e medicati ancor con molta cura. Poi mentre che si stava entr'a quel vallo a contemplare il re ch'era prigione

e che si medicavano i feriti, i famigli d'Almondo e di Tuncasso e quelli di Agrilupo usciro al campo per portare in Ravenna i lor signori,

ch'erano stati uccisi in quel duello: e così preso avean sopra le spalle il duca d'Asti e 'l duca di Pavia, e gli portavan lacrimosi dentro;

poi mentre che volean levar da terra quelli altri servi il corpo d'Agrilupo, venne una voce altissima dal cielo con un rimbombo orribile e tremendo

che disse: Lascia star questo ribaldo inimico del cielo e de la terra, che Dio non vuol ch'egli abbia alcun sepulcro, ma vuol che le sue membra inique ed empie

sian divorate da rabbiosi cani, sì come avea anch'egli immensa rabbia contra Dio, contra 'l padre e contra i santi; e l'alma poi da gli angeli nocivi

fia tormentata ne le pene eterne. Al fin de le parole udissi un trono, ed appariron quivi molti cani rabbiosi e grandi ed affamati e neri,

onde fuggiro i timidi famigli subitamente, e abbandonaro il corpo; e quei cagnazzi con orribil urli lo laceraro in più di mille parti

e tutto quanto poscia lo mangiaro, condegno fine a quel rabbioso lupo. Il vicimperador de l'occidente poi per non dare indugio a la vittoria

fece chiamare a sé Traiano e Paulo e disse lor queste parole tali: Andate, prudentissimi baroni, a prendere il possesso di Ravenna,

che forse lo daran senza contrasto, per osservare i patti che giuraro. Ma voi, come l'arete, abbiate cura de la regina Amata e de i tesori,

perché possiam condurli entr'a Bisanzo e darli in mano al correttor del mondo. Andate adunque senza alcuno indugio: menate vosco Rubicone araldo,

che per nome del re faravvi aprire le porte, e introduravvi a la regina; e menate anco due coorte intiere da porle per custodia de le porte.

Così diss'egli e quei baroni andaro senza dir altro verso quelle mura: e come giunti furo entr'a Ravenna lasciarono a la porta il forte Olando

con la sua validissima coorte, e s'avviaron poi verso 'l palazzo. Quivi trovaron la regina Amata che si sedea con molte donne intorno,

e lacrimavan la fortuna avversa e la ruina de l'imperio gotto; a questa s'accostò l'antiquo Paulo e poi le disse con parlar soave:

Gentil regina io penso che sappiate quel che conchiuse il vostro almo consorte col vicimperador de l'occidente, e come gli promise, se perdea,

poner la signoria d'Italia tutta e la moglie e se stesso in le sue mani; or ha perduto, ed è nel nostro vallo: onde mi manda a prendere il possesso

di quest'alma cittade, e tòrre ancora tutti li vostri amplissimi tesori ed anco insieme la persona vostra, perché vi vuol condur dentr'a Bisanzo

e darvi in mano al correttor del mondo. Piacciavi adunque far senza contrasto ciò ch'al ciel piace, e quel che vi commette umanamente quel signor che ha vinto.

Così disse il buon vecchio, a cui rispose quella regina con sospiri e pianti: Signore, io so che s'affatica indarno quel che vuol contrastare al suo destino:

perché il voler del Ciel sempre è più forte d'ogni consiglio de le genti umane. Fate adunque di noi ciò che v'aggrada, poi che siam giunte ne l'arbitrio vostro.

Ben spier che l'alto domator del mondo arà pietà de l'empia mia fortuna, e mi farà trattar come regina che sia mandata presa in le sue mani.

Questo diss'ella, e consignò i tesori e la terra e se stessa a quei baroni. Poi fatto questo il buon conte d'Isaura disse a Sindosio: Ritornate al vallo,

Sindosio, e dite al capitanio eccelso come tutte le cose che ci ha imposte sono essequite, e che potrà venirsi ad ogni suo piacer dentr'a Ravenna.

Sindosio riferì quella ambasciata al vicimperador de l'occidente, il qual poscia v'andò senza dimora. Quivi si stette nove giorni interi

per assettare ed ordinar le cose che si doveano fare in quei paesi perché l'avuta libertà durasse. Poi quando 'l giorno decimo sen venne,

ascese sopra le veloci navi col re prigione e con le spoglie opime, e lieto s'avviò verso Bisanzo avendo posto Italia in libertade:

la qual vi stette poi quant'a Dio piacque, perché le cose che si fanno in terra tutte dipendon dal voler divino.

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