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1478–1550

IL VIGESIMOSECONDO LIBRO

Gian Giorgio Trissino

Tutta quanta la notte il re de' Gotti secondo l'aricordo di Burgenzo mandò le genti d'arme ad imboscarsi di là da Prima Porta, in un vallone

occulto e vicinissimo al castello: dapoi fece condur tutte le robbe più necessarie fuor de gli ampi valli e porre il fuoco in essi, e dipartirsi

lasciando solamente in un di questi Burgenzo ingannator, legato in modo che quella fiamma non potea noiarlo. Ma quando il buon Traian, ch'era a la guardia

de la Porta Pinciana, vide accesi gli alloggiamenti de la gente gotta, si rivolse a Fonteio, e così disse: Fonteio mio gentil, quei molti fuochi

ch'io veggio accesi intorno a queste mura sono ne' valli de la gente gotta, la qual, come cred'io, sarà fuggita: però non vi sia grave andar correndo

al capitanio e dirli questa nuova, e che disponga ciò che far devemo: ché tanto si farà quant'a lui piaccia. Così diss'egli, e 'l giovane Fonteio

se n'andò ratto a Belisario il grande: e ritrovollo a punto inanzi l'alba, ch'era levato per vestirsi d'arme ed ordinar le cose de la guerra;

onde narolli quello acceso fuoco con le parole proprie di Traiano. Il vicimperador, quand'ebbe intesa quella gran nuova, senza far dimora

fece chiamar Mundello e Corsamonte e disse lor queste parole tali: Baroni illustri e di virtù suprema, i Gotti, come intendo, han posto fuoco

ne i lor muniti valli, e gli arden tutti: che mi par segno ch'e' si sian partiti e che vogliano andar verso Romagna. Però fia ben ch'andiate fuor di Roma

con quattrocento cavalieri armati a veder ciò che sia dentr'a quei valli: e se potessi ancor prender qualcuno de le lor genti ch'han lasciate a dietro,

saria cosa bonossima; che forse ci porian dir qualche dissegno loro. Andate adunque, e ritornate in brieve ben informati del negozio tutto.

Come fu nota a quei baroni eletti la volontà del capitanio eccelso, subitamente se n'uscir di Roma, e per l'Aurelia Porta andaro in Prati;

e primamente videro il steccato di Marzio acceso e senza gente dentro, dapoi trovaro abbandonato il ponte con la fortezza sua che v'era sopra:

e quindi se n'andar di vallo in vallo, che tutti quanti ardean vòti di gente, eccetto che trovaro in quel d'Argalto Burgenzo ingannator legato in ceppi.

Questi come gli vide indi passare cridò piangendo: O cavalier ch'andate intorno a i valli risguardando i fuochi, se è punto di pietà ne' vostri petti

datemi aiuto, o fate almen ch'io muoia per le man vostre senza alcun'indugio, e che le membra mie non s'ardan vive e vadan lente a disperata morte.

A quella voce, i dui baroni eccelsi volser la vista ne la parte d'onde udìano uscire il suon de le parole: e risguardando dentro da la porta

del vallo vider un ch'era legato, ed avea fitti i piedi in certi legni in modo tal che non potea fuggirsi: onde smontati giù de i lor destrieri

con altri molti cavalieri illustri entraro entr'alsteccato,e prestamente conobbero Burgenzo, e lo slegaro: e 'l forte Corsamonte fu il primiero

che ruppe i ceppi con la spada acuta e da le false man sciolse le funi; onde il slegato subito si volse e ingenocchiossi avanti a Corsamonte,

e basciandoli i piè così gli disse: Signore illustre e di virtù suprema, poi che da voi ricevo questa vita, tutta vuo' porla ne' servigi vostri;

però non vi sdegnate d'accettarmi per vostro fido suddito e per servo, ch'io son disposto d'ubidir voi solo mentre che viverò sopra la terra.

E Corsamonte a lui: Burgenzo mio, questo è nulla ch'i' ho fatto, e lo farei per ogni nostro minimo vassallo, non che per un baron come voi siete.

Onde v'accetto non per nostro servo, come voi dite, ma per nostro amico e per compagno caro e per fratello; ma grave non vi sia, signor, di dirci

quale era la cagion che facea darvi da quella gente sì spietata morte. A cui Burgenzo: Altissimo signore, il tutto vi dirò senza menzogna:

e se non dirò il ver, la terra s'apra ne la vostra persenza e mi summerga. Come fui dato a l'empio re de' Gotti da i miei soldati, che gli dier la rocca

di Ponte Molle e me legato insieme, quel re mi diede in guardia al fiero Argalto, il qual teneami con custodia intorno acciò ch'io non fuggisse, ma nel resto

lasciommi in libertà, tal ch'io non era a dire il ver né libero né servo. Ben poi ch'Argalto fu condutto a morte dal grande ardir de l'onorato Achille

mi ritrovava in libertà maggiore; e quando presa fu la bella Elpidia, sendo condotta al nostro alloggiamento, fecimi a lei conoscer per Romano

e per prigion de' Gotti e vostro amico: onde poi che fu posta entr'a la rocca di Prima Porta, l'ho tenuta sempre visitata con doni e con proferte

e consolata ne gli suoi travagli; perch'i' era molto amico di Sarmento che l'aveva in custodia, ed in quel luoco era luogotenente d'Unigasto.

Questo Sarmento ancor condussi a tanto, che si volea fuggir con quella donna fuor del castel ne la presente sera; ed io dovea trovarmi in quella parte

per poter tutti tre, la donna e noi, venire insieme a ritrovarvi in Roma per l'oscuro silenzio de la notte. Or un de' suoi, ch'avea nome Cantone,

dopo la fugga del signor de' Gotti veniami a dir come Sarmento ed ella volean tener fuggendo un'altra via per certi colli sopra Monte Malo,

che saria più secreta e più sicura; e volean ch'io v'andasse in quella notte per venir seco a la presenzia vostra. Ma non pervenne a me quella ambasciata,

perché Cantone improvido fu preso da le scelte de i Gotti, e per salvarsi gli confessò tutto 'l dissegno nostro: né però pòte liberar la vita,

anzi fu impreso, ed io fui posto in ceppi per farmi ardere il dì presente ognuno; ma poi, deliberando di fuggirsi, legato mi lascior col fuoco intorno

acciò ch'i' ardesse senz'alcun soccorso. Così dicea Burgenzo, e Corsamonte per la pietà de la sua cara sposa piangea come se fosse una fontana

coppiosa d'acqua che con larga vena sparga i liquori suoi fuor d'un gran sasso; poi scender fece Filopisto in terra del suo destriero, e diedelo a Burgenzo,

e tutti insieme s'aviaro a Roma. Ma prima che giungessero a la porta videro un uom tutto affannato in vista: questi era stato ascosto in un macchione,

secodo che ordinor la sera insieme Burgenzo ed ello, onde com'ei lo vide tra quei soldati andar verso le mura si discoperse, e finse essere a caso

scontrato in loro, ed aver gran timore. Alor Burgenzo, ch'avea posto a segno quel tradimento, e gli riusciva a punto, si volse a Corsamonte e disse: Questi

che voi vedete è un certo mio famiglio che mi dee recar nuove di Sarmento, ch'ivi il mandai nel tramontar del sole prima che si scoprissero i trattati;

ma se volete ch'io lo chiami, penso che ci saprà narrar dove si truova Elpidia e 'l campo de la gente gotta. Si si, disser Mundello e Corsamonte

tutti in un tempo, fate pur, ch'e' venga; e Burgenzo il chiamò: Vien qua, Doletto; ed e' fingendo aver molta paura se n'andò a lui tutto smarito in vista;

poi tutti quattro si tiror da parte e Burgenzo gli disse in questa forma: Dì pur, Doletto, via, senza timore ciò che mi vuoi narrar di Prima Porta,

ch'a questi cavalieri ho detto il tutto, perch'io gli ho per signori e per fratelli: ove lasciasti Elpidia,? Ov'è Sarmento? Ov'è la massa de la gente gotta?

Alor Doletto, instrutto da gli inganni del perfido Burgenzo, aperse i labbri e disse: Signor mio, la bella Elpidia si stava in fondo d'una orribil torre:

ché come fu scoperta la sua fuga vi fu rinchiusa, e via fuggì Sarmento per un secreto bucco del castello che va per sotto i muri in un boschetto,

strada che sola è manifesta a lui, donde voleano in quella notte uscirsi se non eran scoperti i lor pensieri. Io come aggiunsi fui da lui raccolto,

e da la bella Elpidia, con gran festa; ed aspettando l'ora al dipartirsi venne la nuova ch'era stato impeso Cantone e che 'l trattato era scoperto:

onde Sarmento subito chiamommi e tolti alcuni lumi e certi fuochi che sempre a suo piacer gli accende e ammorza, mentre che Elpidia si menava al basso

n'andammo fuor per quel secreto luoco ed arrivammo in una occulta grotta ch'era in quel bosco, ed ei rimase quivi nascosto, e m'ha mandato a ricercarvi;

e priegavi, se siete in libertade, che vi piaccia venire in quel boschetto a ritrovarlo la futura notte, ch'andar faravvi entr'a la chiusa rocca

per quella strada onde noi siamo usciti: e farà sì che voi potrete quindi menare Elpidia, e ciò ch'a voi fia grato, senza tema di noia, o di disturbo.

La massa grande de la gente gotta debbe esser giunta forse a Castel Nuovo: e come sia in Otricoli arrivata manderà a tòrre Elpidia, per condurla

con la sua compagnia dentr'a Ravenna; e forse fia questa futura notte, come Sarmento udì con le su' orecchie, che 'l re mandollo a dire ad Unigasto

poco avanti a la presa di Cantone. Così disse Doletto, e poscia entraro per l'Asinaria Porta entr'a le mura; e quindi andaro a Belisario il grande,

a cui narraron ciò ch'avean veduto e ciò ch'aveano udito da Burgenzo, d'indi tornaro a i lor fedeli alberghi; e Corsamonte volse che Burgenzo

andasse ad alloggiare entr'al su' albergo per ragionar di Elpidia a suo bell'agio, e così tutti dui n'andaro insieme. com'ebber poi mangiato, e coronate

le belle tazze di spumoso vino, Corsamonte gli disse este parole: Burgenzo mio gentil, che siete il fonte de i bellicosi inganni e de i partiti,

pensate un modo di poter avere la bella principessa di Tarento prima che sia condotta entr'a Ravenna: o per la via che detto v'ha Doletto

o con andarla a tuor per forza d'arme a quei che conduranla al re de' Gotti; che senza lei non mi par esser vivo e le fatiche mie son state indarno,

non ricovrando quel che m'è più caro. Così diss'egli, e poi Burgenzo, allegro de l'alta occasïon che gli era porta, dietro a un finto suspir guardollo e disse:

Barone illustre e di suprema forza, poi che da voi conosco aver la vita, pronto sarò per voi spenderla ancora, né mai mi muterò di questa voglia

mentre arò al corpo l'anima congiunta. Ben prima vi dirò quel ch'a me pare, e poi sempre farò ciò che vorrete. Quando un può far senz'arme un suo dissegno,

e senza sangue, dee cercar di farlo: perché l'ingegno è meglio che la forza, la quale è da serbar sempre a l'estremo, e poscia alora arditamente usarla.

Dunque a me par che sia da tentar prima quel che ha detto Doletto: il che seguendo, non ci sarà mestier d'altri perigli; ma se noi gli assalimmo ne la strada

e vorrem torla lor per forza d'arme, porian per sdegno ucciderla, onde poi vi recheria nel cuor tanto dolore che mai più non areste alcun contento.

Dunque fia ben che noi mandiàn Doletto a ritrovar Sarmento, il qual daracci la via di liberar questa signora, ed io v'andrò come si corchi il sole;

e pria ch'esca de l'onde un'altra volta sarò qui con la donna, o sarò morto: e s'io non la potrò menar con meco, non vi mancherà poi tentar con l'arme

di torla fuor di sì spietate mani. Il parlar di Burgenzo a Corsamonte non spiacque, e non pensò d'alcuno inganno: che 'l Re del ciel gli avea la mente ingombra

di tanto amor, che vedea poco lume; e non si ricordò d'aver già offeso quel traditor col darli una ceffata essendo ancor fanciul dentr'a Bisanzo:

che l'uom ch'offende scrive entr'a la polve l'offesa, e in marmo quel che la riceve; poi chi si fa temer da molta gente, è necessario ancor che tema molti:

però devea temer di molti il duca, ch'era da ognun temuto oltra misura, ma non lo fece, anzi con molto ardire disse a Burgenzo: Anch'io ne verrò vosco,

che insieme esequirem meglio il negozio: mandiam Doletto a dire ora a Sarmento che noi verrem questa presente sera a ritrovarlo dentr'a la sua grotta

per andar seco in quella occulta via e liberar la mia diletta donna da l'amara prigione in cui si truova. Alor Burgenzo oltra misura allegro,

che vedea caminar bene il dissegno, disse: Signor, certo pareami il meglio che lasciaste a me sol questa fatica; ma poi che piace a voi d'averne parte,

non voglio oppormi al desiderio vostro, ché spesse volte l'uom per se medesmo dà volentieri a i suoi negozi effetto, massimamente ove interviene amore.

Così disse Burgenzo, e poi si volse presente Corsamonte al suo famiglio e disse a lui queste parole tali: Doletto, or ti bisogna oprar l'ingegno,

ed andar cauto a ritrovar Sarmento: e digli come qui la cosa è in punto, e che verrò stanotte a ritrovarlo con un compagno ch'è il miglior guerriero

e 'l più forte baron ch'Italia alberghi, il qual m'ha liberato da la morte. Faccia ancor egli ciò ch'egli ha da fare, perché possiamo rapportarne quindi

la bella preda a noi tanto gioconda. Così diss'egli, e lasciò gir Doletto, ch'era informato ben del tradimento: il quale andovvi, e poi com'ebbe dette

tutte le cose che doveano farsi subitamente ritornossi a Roma; e Corsamonte e 'l perfido Burgenzo dopo la ritornata di Doletto

si dipartiro, e se n'andaro in Borgo: e quivi nel gran tempio di San Pietro posaro alquanto, rimandando in dietro le lor famiglie a l'onorato albergo.

Ma come vider ch'apparian le stelle se n'andor tutti tre verso il castello di Prima Porta a ritrovar Sarmento: e nel primiero uscir di quel gran tempio

il duca, ch'era pien d'alto pensiero, diede col piè nel limitare, e cadde sopra la sepoltura di Calisto, e poi levossi prestamente ritto

quasi turbato de l'augurio adverso; ma non stette però che non salisse sopra il destriero, e non andasse al luoco ch'esser dovea cagion de la sua morte.

Così dietro a i vestigi di Doletto in brieve tempo giunsero a la grotta ove facea dimora il mal Sarmento: il qual, come gli vide entr'a la bucca,

fece molta allegrezza con Burgenzo col cuore, ma co i gesti e con la lingua molto onorava il generoso duca, dicendo: Veramente, alto signore,

sempre son stato admiratore e servo de la vostra rarissima virtute: la quale, insieme col favor del cielo, ha fatto e sempre fa cose mirande;

ed ora Iddio v'ha qui condotto a tempo per tuor di prigionia la donna vostra; che se non venivate, in poco d'ora il re facea menarla entr'a Ravenna,

com'ella ora m'ha scritto, e ancor mi priega ch'io lo faccia sapere a vostra altezza e ch'io vi chieggia da sua parte aiuto. Al fin de le parole il mal Sarmento

mostrò una lettra falsa, che parea di man d'Elpidia che scrivesse questo: onde 'l gran duca, stimulato molto da l'amore e da l'ira e dal sapere

che non mancava a lui virtù né forza, rodeasi dentro, e disse: Andiamo, andiamo a trar questa meschina fuor di pene. Alor Sarmento, preparato avendo

e lumi e fuochi, cominciò la strada; e Corsamonte dismontato a piedi lasciò il cavallo e l'armi in quella grotta a guardia di Doletto, e portò seco

la spada sola e la celada e 'l scudo, ché non pensava aver bisogno d'arme, perciò che posta avea tutta la speme di liberar la sua diletta sposa

ne le promesse false di Burgenzo: ma chi spera aver ben da chi gli è stato nimico espresso, ha debole il consiglio. Come Doletto ch'era ivi rimaso

vide i baroni in quella occulta via, andò per l'altra parte entr'al castello; e giunto in esso, pose in su le mura una facella accesa, per signale

che si movesser prestamente i Gotti perciò che Corsamonte era in quel luoco. Ma come il duca per l'occulta via insieme con Burgenzo e con Sarmento

si ritrovor vicini a quella torre ov'era chiusa Elpidia, uscir del buco: e mentre che Sarmento ad una guarda de la prigion dicea che aprisse tosto,

ed ella pur tenea la cosa in lungo fingendo non saper trovar le chiavi giunsero i Gotti dentro a quel castello con gran furore e con cridori immensi,

ch'erano stati aperti da Doletto. Alor s'accorse il duca esser tradito, e volsesi a Sarmento irato, e disse: Ahi, falso traditor, tu m'hai pur colto

come si colge il lupo entr'a la fossa: e dielli un pugno tale in una tempia che franse l'osso e ruppeli il cervello, e lo distese morto in su 'l terreno;

poi si volse per dare anco a Burgenzo, ma non lo vide, che 'l ribaldo cauto restò nel buco, e chiuse ivi la porta. In questo aggiunse il duca di Vicenza

con trentamillia Gotti in un squadrone: questi era a piè con gli altri, che i cavalli avean lasciati ognun fuor de la porta et andò contra Corsamonte e disse:

Tu sarai colto pur a questa volta, acerbo cane, e non potrai fuggire. E detto questo, lasciò gire un'asta possente e grossa, e colselo nel scudo,

tal che l'acerbo e impetüoso ferro di quella, gli passò sei grosse piastre di fino acciale che 'l copriano tutto, e poscia ne la settima si tenne.

Ma Corsamonte intrepido e virile torse quell'asta con la mano, ed ella ruppe la punta sua presso a l'acciale primo, dov'era sculto il gran leone

che quel baron portava per insegna; né perché fosse rotta la sua punta lasciò di trarla anch'ei verso il nimico che lanciata l'avea dentr'al suo scudo,

ma non l'accolse, che saltò da un lato e si schermì; ben colse Spinabello, figliuol di Sergio conte di Valdagno, ch'era ivi appresso in mezzo de la fronte:

e così senza punta franse l'osso del capo e penetrò fin al cervello, onde cadeo disteso in terra morto. Il che vedendo Marzio ebbe paura,

e 'n dietro si tirò tra le sue genti, e poi cridava con orribil voce: Fatevi inanzi o generosi Gotti, ora che avemo il lupo entr'a la cava:

non vi smarrite, no, per li soi colpi, che non possono aver lunga durata; né risparmiate saettami e lancie, ché tosto morto il vederete in terra.

Così cridava Marzio, onde volaro infinite saette entr'al gran scudo di Corsamonte, ed e' volgeasi intorno: e presa avendo in man l'orribil spada

la facea sfavillar per ogni parte; e ferì Sulimano in una tempia figliuol di Gallio conte di Asigliaco, e lo mandò disteso in su 'l terreno.

Uccise poi Griffaldo e Galabronte, ch'eran figliuoi di Durlo e Crispatora: prima a Griffaldo trappassò la pancia, a Galabronte poi partì la testa,

che gli caddeo su l'una e l'altra spalla; onde vedendo quelli orribil colpi tutta si ritirò la gente gotta, e 'l duca Marzio ancor rimase avanti:

e vedendosi quivi alzò la spada, ché la necessità lo fece ardito, e menò su la testa a Corsamonte; e se non era l'ottima celada

e la maniglia de la buona Areta lo mandava in due parti sul sabbione, ma quelle due diffese lo salvaro. Poi Corsamonte a lui tirò una punta,

e colsel proprio sotto 'l destro fianco; e senza dubbio lo mandava a morte, s'egli non si schermìa, tal che sospinse di sbrisso il ferro e andò tra carne e pelle:

pur il sangue gli uscì fuor de la piaga. Ma quando Marzio si sentì ferito e vide il sangue suo cadere in terra, si tenne morto senz'alcun rimedio:

e per disperazion fatto sicuro alzò con ambe man l'acuta spada e diede a Corsamonte su la testa un fiero colpo, e con sì gran furore,

che quasi lo mandò stordito al piano. E Corsamonte alora empìo 'l suo petto tanto di sdegno e di vergogna e d'ira, che raddoppiaro in lui tutte le forze:

onde prese ancor ei la spada orrenda con ambe due le sue possenti mani; e diede a Marzio su la spalla manca il maggior colpochemai fosse udito,

e 'l petto gli partì, la schena e 'l busto, e gli uscì fuori appresso il destro fianco e 'n due pezzi il mandò sopra l'arena, che ciascun d'essi avea una man e un braccio,

e l'un tenea la spada e l'altro il scudo: così quel duca ebbe spietata morte per man de l'animoso Corsamonte. E come il lupo che in un chiuso ovile

per arte del pastor si truova colto, e i giovinetti pastorelli e i cani gli sono intorno per mandarlo a morte ed e' s'aiuta con l'acuto dente:

poi quando afferra un cane entr'a la gola e sanguinoso lo distende a terra fuggono i pastorei fuggono i cani per la paura de l'orribil fiera;

così tutta fuggìa la gente gotta per la paura del possente duca che 'n dui pezzi mandò il nimico al piano. E dopo questo quel barone audace

si messe dietro a la fugace gente: e tanti n'uccidea con l'empio brando ch'altro non si vedea che morti e sangue; e certamente tutti erano uccisi,

se non giungeva Totila e Bisandro e Teio ed Asinario e Rodorico col secondo squadrone a darli aiuto: questi venian cridando: Morte, morte

al nimico crudel ch'è chiuso in gabbia; e così entraro dentro a la gran rocca con quelli orrendi e paventosi gridi. Ma Corsamonte non si mosse nulla,

ché nel suo cuor non entrò mai paura, e si cacciò tra lor col brando in mano; e 'l primo che ferì fu Squarciaferro, signor di Campo Lungo e San Germano;

poscia uccise Rondon, Pilasso e Targo: Rondon nel collo e Targo ne la tempia ferìte, e 'l fier Pilasso ne la pancia; e sbaragliava ancor quest'altra schiera,

se 'l re de' Gotti e 'l resto de la gente non fussero saliti in su le mura da la parte di fuor con molte scale, lasciando a basso guastatori e fabri

circa le torri con liviere e picchi per ruinarle addosso a Corsamonte: e questo fece il re perché Burgenzo detto gli avea che 'l duca ha una maniglia

ch'a Gnatia gli donò la buona Areta, ch'esser non può né punto né ferito; però bisogna over gettarli addosso qualche gran torre, over fiaccarlo in modo

che per stanchezza sia condutto a morte: e questo parve a lui consiglio eletto, perch'era più sicuro il star lontano e ferir quel baron, che andarli appresso.

Onde fece salir la terza schiera sopra le mura al lume de la luna che rilucea come se fosse giorno, e lasciò a basso i guastatori e i fabri

con ferri a scalpellar circa le torri. Poi ne la piaccia Totila e Bisandro e Teio e gli altri principi de i Gotti erano intorno al glorïoso duca

con spade e lance e con orribil sassi; ed e' si stava intrepido, e col scudo si diffendeva e col tagliente brando: col quale uccise il giovane Gradarco,

ch'era fratel di Totila bastardo, figliol di Serpentano e di Armerina, d'Armerina gentil, che ascostamente lo parturì nel bosco del Montello

per tema di Altamonda, ch'era madre di Totila e moglier di Serpentano; ma non schiffò però l'odio e 'l furore di quella donna, che com'ebbe inteso

il parto di costei fece annegarla nel fiume impetüoso de la Piave: e 'l fanciullin di lei fu poi nutrito da certe pastorelle in quella selva,

e cresciuto di forza e di bellezza venne a Trivigi a ritrovare il padre e Totila suo frate, che l'accolse con gran diletto e poi menollo a Roma;

e quindi era con lui: ma troppo inanzi si spinse, onde 'l feroce Corsamonte con la sua spada gli traffisse il petto e morto lo mandò sopra la piaccia.

Il che vedendo ognun stava lontano, facendo guerra con le lance e i sassi più volentieri assai che con le spade; e Corsamonte col suo scudo in braccio

sostenea tutto il stuol, come un cingiale ch'abbia d'intorno cacciatori e cani con spiedi e dardi: ed e' si volge e freme col pelo irsuto e col feroce dente;

tal che non osa alcuno andarli appresso, perché qualunque a lui si fa vicino non si diparte senza sparger sangue; così faceano i principi de i Gotti

ch'erano a basso intorno a Corsamonte. Ma quei ch'eran saliti su le mura gettavan tante lance e tanti sassi sopra il baron che combatteva in piazza,

ch'era cosa incredibile a vederla: né mai fioccò da ciel sì spessa neve nel freddo tempo de l'algente bruma, né sì spessa gragnuola a i giorni estivi

tempestò mai su le terrene piante, come spesse cadean le dure pietre e l'aste forti e i penetranti dardi sopra il gran scudo del possente duca,

tal che facealo alcuna volta andare a mal suo grado col genocchio in terra: ma non possendo riparare a un tempo col scudo a quei di sotto e a quei di sopra,

si trasse in dietro al piè d'un'alta torre ch'era posta in un canto de la piaccia, coperta d'un gran vòlto, e da le spalle del muro de la rocca era difesa

e sol davanti avea la strada aperta. Quivi firmossi l'animoso duca fecend' un'incredibile difesa; e parea proprio un scoglio avanti un porto

che da l'onde del mar tutto è percosso con estremo rumor d'orribil vento: et ei sta saldo, e col suo starsi immoto frange e disperde ciò, che a lui s'appressa;

così parea quel Corsamonte audace e ben da tutto il stuol s'aria difeso se quei ch'eran di fuor co i picchi in mano, e che più di quattr'ore avean piccato

intorno ai fondamenti de la torre, non la facean cader sopra il suo capo; e nel cader che fece ancora accolse Turbone e Baricardo a Fuligante,

dui cugini di Teio, un di Bisandro, con più di novecento altre persone: ma questo parve nulla al re de' Gotti, poi che 'l suo gran nimico era sott'essa.

Le genti, come vider quella torre caduta sopra l'animoso duca, mandarono un cridor fin a le stelle: e così morto fu quel gran guerriero

con danno estremo de l'Italia afflitta. Poi non fu Gotto alcun che non pigliasse legnami o sassi e no i gettasse sopra la gran ruina e le cadute pietre:

quasi temendo ancor che quindi uscisse e tutti quanti gli mandasse a morte; così gettando ognun materia molta crebbe su quella piazzia un alto monte,

non minor del Testaccio, e non men grave di quel che 'l grande Encelado ricuopre. Il Re del cielo, a cui dispiacque e dolve la morte d'un tant'uom, ma consentilla

per non si contraporre al suo destino, chiamò l'angelo Erminio, e così disse: Diletto e fido messaggier del cielo, tu vedi il grave ed immaturo fine

del più forte guerrier che fusse in terra: vestiti l'ale, e va volando a Roma e narra al capitanio de le genti che 'l buon duca di Scitia è in gran periglio

di lasciarli la vita; e digli appresso la causa de l'orribil sua sciagura: ma non gli dir però che sia caduta la torre addosso lui, né che sia morto

acciò che vada tosto a darli aiuto. L'angel di Dio, dopo il divin precetto, aggiunse l'ali a sue veloci piante: e venne giuso come fa il baleno

che ne la notte limpida scintilla e nunzia che sarà sereno e caldo; poi presa la sembianza d'Orsicino andò dov'era il capitanio, e disse:

Illustre capitan, gloria del mondo, io stava in guardia a la Flaminia Porta, e questa notte in l'ora de le squille venne a trovarmi un uom di tal presenza

ch'un de' messi parea del paradiso; e mi disse: Orsicin, vattene tosto al vicimperador de l'occidente e digli come il forte Corsamonte

stato è rinchiuso dentro dal castello di Prima Porta, e tutto il campo gotto v'è posto intorno per mandarlo a morte; e quivi fu condotto da Burgenzo

con arte e con promessa di trar quindi la bella Elpidia, e di condurla a Roma. Digli che vada tosto a darli aiuto, ché questo è il dì che caccieranno i Gotti

con gran ruina lor dentr'a Ravenna. Così da parte di quel messo eterno vi dico, e parimente ancor v'essorto, ch'andiate prestamente a darli aiuto.

E detto questo, via sparì come ombra: onde 'l gran capitanio ben conobbe ch'egli era un messaggier del paradiso: e senza indugio alcun levossi in piedi

e ratto si vestì di panni e d'arme; poi quell'angel di Dio con gran prestezza sotto la forma di Carterio araldo se n'andò a risvegliar tutta la gente;

e trovò prima l'onorato Achille, che come intese la spietata nuova di Corsamonte, e 'l suo periglio estremo senza curar d'alcun futuro male,

perché non era salda ancor la piaga ch'Ablavio diede a lui sotto 'l costato, che fu più perigliosa che non parve, levossi, e si vestì di lucid'arme

e ratto s'avviò verso la corte. Quivi trovò che Belisario armato sopra Valarco volea gire al campo, e le schiere venian con molta fretta,

ch'eran solicitate da gli araldi. Al giunger di costui si rallegraro alquanto in vista le adunate genti come Elitropia a l'apparir del sole;

et e' disse al capitanio eccelso: Illustre capitanio de le genti, andiamo a dare aiuto a Corsamonte: et andiam tosto, che 'l soccorso lento

suol giovar poco e poca grazia acquista. E così detto, tutti s'avviaro verso il castel al lume de la luna: e come furo appresso a la gran rocca

trovar Burgenzo insieme con Doletto, i quai, dapoi che fu sepulto il duca da la ruina di quell'alta torre, ritornaro a la grotta di Sarmento

per prendere il caval di Corsamonte e per donarlo a l'empio re de' Gotti; e seco aveano a man quel buon corsiero, perché non volse alcun di loro in sella.

Ma come s'incontraro in quella gente ch'avea condotta Belisario il grande, si smarrir tutti, e si volean fuggire: pur presero ardimento, e se n'andaro

al capitanio lagrimosi in vista, e Burgenzo gli disse in questa forma: Illustre capitanio de le genti, assai mi duol de l'immatura morte

di Corsamonte e del suo caso acerbo: Dio sa ch'io non volea menarlo meco in quel periglio, ed e' venir vi volse spinto d'amore e da soverchio ardire;

ma chi si fida troppo ne la forza è spesso vinto da l'altrui consiglio. Così disse Burgenzo; e quel signore che per bocca de l'angelo sapeva

il tradimento fatto, e non la morte di Corsamonte, anzi l'avea per vivo, come udì quella ebbe dolore immenso e fecesi narrar tutta la cosa:

ed e' glie la narrò, dicendo spesso che questo fatto fu senza sua colpa. Com'ei si tacque, il capitanio eccelso guardollo torto, e con favella acerba

gli disse: Ah traditor, tu l'hai condotto in quella rocca con fallaci inganni e sei stato cagion del suo morire: ma non lo vuo' lasciar senza vendetta;

e subito ordinò che fusser presi Doletto e lui, poi gli mandò legati sotto la guardia di Traiano a Roma. Achille, come udì l'acerba morte

di Corsamonte, suo perfetto amico ch'era amato da lui più che se stesso, con le man gravi si percosse il capo e poi gemendo e lacrimando molto

si lamentava esser rimaso in vita, e che 'l crudele Ablavio non l'uccise: onde per consolarlo il buon Lucillo, che tema avea che non si desse morte,

per man lo prese, e lagrimava seco. Lagrimava con lui Sertorio e Ciro, Bessagno e Magno e molti altri baroni per l'empia morte de l'eccelso duca;

né finito saria quel duro pianto se 'l capitanio eccelso de le genti non gli dicea queste parole tali: Non consumate lagrimando il tempo,

baroni illustri e cavalieri eletti: ma ognun di voi ch'amava Corsamonte s'adopri a far di lui chiara vendetta, che più grata le fia che doglie e pianti:

ché la vendetta è il pianto de i guerrieri, né mai sta bene a gli uomini robusti il lacrimar come fanciulli o donne. Così parlò quel capitanio eccelso;

e poi fece ordinar le ardite schiere ed assalì con molta furia i Gotti ch'erano intenti ad atterrar le torri e a gettar pietre in sul barone estinto:

onde in poc'ora tutti gli disperse, perché da la vigilia de la notte e da la tema del ferir del duca e dal piacer ch'avean de la sua morte

erano tutti affaticati e stanchi. Or chi vedesse Achille avanti gli altri e Mundello e Bessan, Lucillo e Ciro urtare in essi, e far del sangue loro

vermiglio il prato, ed inalzarsi il fiume, dirìa che non fu mai simil macello. L'ardito Ciro uccise Sacripardo, fratel cugin del principe Bisandro:

questi era il più superbo e 'l più arrogante baron de l'Istria, e combattea con tutti que' suoi vicini senza alcun vantaggio; questi percosso fu da l'asta fiera

del conte Ciro, e fu mandato a morte, che 'l petto gli passò fin a le spalle: tal che desiderò d'aver avuto vantaggio d'arme e di destrier gagliardo

per uscir da le man di quel barone, a cui non era equal se non di grado, che fu ancor egli conte di Trieste. Achille uccise Folco e Marcolisto,

Tarpone e Bilingaro e Garimbaldo l'un dopo l'altro con diversi colpi: Folco ferì nel petto e Marcolisto in fronte, e poi Tarpone e Bilingaro

l'un nel belico e l'altro ne la pancia, e Garimbaldo nel sinistro fianco. Mundello uccise Oveno ed Origillo, Bessano Alfardo, e 'l bel Lucillo Orsaldo;

e Magno uccise Urante, e 'l capitano ne mandò tre con la sua lancia a morte, Aridarco e Grancone ed Orïonte, Orïonte crudel, ch'avea le membra

come un gigante e 'l cuor come un leone: ma l'une e l'altro a lui dièr poco aiuto, che Belisario gli passò la gola e lo distese morto in su 'l terreno.

Alor si messe totalmente in fuga la gente gotta, e ognun di lor fuggìa chi qua chi là verso i vicini colli. Il re s'era fuggito al primo assalto

sopra un suo corridor verso i Veienti; e Totila fuggì verso Rignano, Bisandro a Castel Nuovo e Rodorico a Monte Rosio ed Unigasto a Sutri,

Teio a Baccano; e fuvvi alcun di loro che correndo n'andò fino a Viterbo: ma seguitati un pezzo da i Romani tanti ne fur feriti, e tanti uccisi,

ch'era coperta la campagna tutta di cavai morti e d'uomini e di sangue. Alora il capitanio de le genti fece sonar ricolta, e poscia disse

a la ridotta gente este parole: Signori eletti a liberare il mondo, or che fuggita s'è la gente gotta con tanta occisïone e tanto sangue

quanto spargesser mai fuor de i lor petti, fia ben che noi si ritorniamo in Roma acciò che tosto andiam verso Ravenna: che per la rotta acerba c'hanno avuta

e per la fuga lor molto dispersa non riduransi agevolmente insieme; e noi sì tosto gli saremo addosso che tempo non aran da far diffesa:

perché dopo le rotte de i nimici chi vuole aver di lor vittoria a pieno non gli dia spazio mai da ristorarsi. Sarà poi ben che resti il conte Ciro

con le sue genti, e faccia trarre il corpo di Corsamonte fuor de le ruine e con Elpidia lo conduchi a Roma, ch'ivi farènli i meritati onori:

ed ivi ordinerem la nostra andata con diligenza e con prestezza immensa. Così diss'egli, e subito partissi e rimenò tutta la gente in Roma,

da quella in fuor ch'ivi lasciò con Ciro. Ma Ciro che rimase entr'a la rocca fece cavar di sotto a quelle pietre il morto Corsamonte, e poi lavarlo

e rinvestirlo de le lucid'arme per farlo indi portar da i suoi soldati a sepelir ne la città di Roma. Ma l'onorata Elpidia, ch'era chiusa

ne l'alta rocca, udendo il gran rumore che si faccea la notte in su la piazza, avea dentr'al suo petto aspro cordoglio; poi dicea nel suo cuor: Di che pavento,

meschina me? Me meschina, ch'io mi truovo nel peggior stato che mai fosse al mondo, né cosa aver poss'io che non sia meglio. Se Corsamonte fosse in queste parti

arei giusta cagion d'aver timore de la sua vita, a me più di me cara. Or ei, sì come credo, si ritruova in luogo assai lontan da questa rocca,

tal che non può sapere i miei tormenti, ché sarebbe venuto a darmi aiuto: ma pur mi trema il cuor, né so la causa. Così fra sé dicea la bella donna;

ma come poi co 'l dì s'aperse l'uscio de la gran torre per le man di Ciro, ch'e' v'entrò dentro, e disse este parole: Illustre principessa di Tarento,

uscite omai de la prigione amara, venite meco a la città di Roma: ché Corsamonte mio fratel cugino v'ha posto in libertà con la sua morte.

Così le disse Ciro, ed ella tosto udendo quella asperrima novella come una inspirata corse fuori di quella prigionia col cuor traffitto

per veder s'era ver che fosse estinto il suo diletto et onorato duca: ma come vide Corsamonte morto nel cataletto in mezzo a' suoi soldati,

cadde a riverso trammortita in terra; e le donzelle sue, che gli eran dietro, la raccolsero in braccio, e tutte intorno stavano a lei con lacrimosa fronte.

Ed ella, poi che ritornolli il spirto, dimandò a Ciro come era venuto il duca in quel castello, e chi l'uccise, e Ciro le narrò tutta la cosa:

onde l'afflitta e sconsolata donna con le man bianche si percosse il petto e i capei d'oro si traea di testa; e poi piangendo e suspirando disse:

Qual donna al mondo ha più contraria sorte di me, che solamente al mondo nacqui per segno over bersaglio a la fortuna? Il padre mio fu da Teodato ucciso

a tradimento con orribil modo; e la mia madre poi, vedendo il teschio di suo marito, cadde in terra morta: ond'io dolente ed orfana rimasa

nel mezzo de le forze de i nimici venni a Brandizio a Belisario il grande per dimandarli in questi affanni aiuto; ed e' mi diè per moglie a Corsamonte

duca di Scitia, uom di valore immenso, ch'avea Tebaldo di sua man occiso e fatta la vendetta di mio padre: ond'io sperava che costui dovesse

esser la mia diffesa e 'l mio contento. Poi mentre ch'io venia per far le nozze a Roma, presa fui da Turrismondo e posta in questa asperrima prigione,

che Dio volesse alor ch'io fosse estinta: poscia il gran duca per cavarmi quindi è stato ucciso anch'ei da gli empi Gotti per l'empio tradimento di Burgenzo.

Ed io pur vivo e fra miserie tante ancora ardisco di guardare il sole? O come è ver che non è mal sì grave che nol sopporti la natura umana!

Ma se la sorte mia non vorrà trarmi di vita, spero di trovare un modo da non veder mai più luce del sole. Così dicea quella dolente donna,

con sì gravi sospiri e tai lamenti ch'arian mosso a pietà le piante e i marmi; dapoi salita sopra un palafreno che fece darli l'onorato Ciro

con le donzelle sue colme di pianto accompagnaro il corpo entr'a la terra. E Ciro ancor con l'altra gente d'arme gli andavan dietro, e con suspiri amari

fondean da gli occhi lor lacrime calde. Ma quando furo a la Flaminia Porta trovaron tutti i chierici di Roma che stavan quivi con doppieri accesi

ad aspettarlo, e poi gli andaro avanti cantando salmi in lamentevol notte: e dopo questi andaro a cique a cinque tutta la legïon ch'avea in governo

con le bandiere lor tratte per terra; e dietro a quei stendardi andava un paggio il qual menava il suo cavallo Ircano poco avanti al ferètro, tanto mesto

che parea lagrimare il suo signore; e 'l vice imperador dietro al feretro con tutti gli altri principi romani vestiti a bruno e lacrimosi e mesti

accompagnaro quel baron defonto al loco eletto per lo suo sepulcro. Poi non fu alcun del gran popol di Roma né giovane né femina né vecchio

che non si ritrovasse ad onorarlo e non piangesse la sua dura morte. Così con quel bel ordine n'andaro fino a la chiesa u' fu deposto il corpo

con tanti torchi e luminari intorno che parea tutta quanta arder di fiamme. Quivi la bella Elpidia e le sue donne taglior piangendo le lor chiome bionde

e le gettòr sopra il barone estinto; ma prima Elpidia disse este parole: Signor, pigliate le infelici chiome di quella che doveva esservi sposa,

se ben unqua da voi non fu veduta se non presso a Brandizio una sol volta: la cui vista crudel v'ha date molte fatiche, e ne la fin mandovvi a morte

senza sua colpa, ond'ella per dolore non vuol mai più veder luce del sole. Così dicendo e lacrimando insieme pose le chiome d'or dentr'a le mani

solute e molli de l'estinto duca, che mosse in quei baron dirotto pianto: ma più d'ogni altro l'onorato Achille piangea con voci dolorose ed alte,

che facea lacrimar tutta la gente. Poi ne la piazza ch'è 'nanzi a la chiesa s'apparecchiava una superba tomba di finissimi marmi; e dentro a quella

dopo la mesta orazïon funèbre ne la qual dottamente il buon Terpandro narrò tutte le laudi del defunto e dietro al canto de i divoti preti

vi fu rinchiuso l'onorato corpo con molte spoglie glorïose intorno che acquistò già ne le battaglie orrende. Poi tutti i gesti suoi furon descritti

entro a quei bianchi e ben politi marmi con lettre d'oro e con parole elette.

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