Febo ascendea sopra l'aurato carro per muovere i veloci suoi corsieri e levar via dal volto de la terra l'umida benda de l'oscura notte,
la qual se ne fuggia dinanzi a l'alba ratta, per attuffarsi entr'a l'Ibero: quando 'l governator de l'occidente, lasciato avendo l'ozïoso letto,
con l'apparir de la vermiglia aurora fece vestirsi le sue lucide armi ed ordinò che i suoi fedeli araldi chiamassero al consiglio ogni persona;
e come tutti ragunati foro aperse la sua bocca in tai parole: Signori eletti a liberare il mondo da la superba servitù de' Gotti,
poi che Dio ci mandò tanta ventura che gli avem rotti appresso a Prima Porta, e fuggiti si son dentr'a Ravenna, fia ben che senza indugio ancor cerchiamo
cacciarli quindi, e col divin favore omai poner l'Ausonia in libertade. Così diss'egli, e quella audace gente alzò la man con un cridore immenso,
approvando il parlar del lor signore: e tutti già con desiderio grande s'apparecchiavan lieti a quel vïaggio quando eccoti apparire a l'improviso
un gran prelato con sembianza umana, ch'avea tre gravi cittadini appresso degni di molta riverenza in vista; e salutando il capitanio eccelso
dissero a lui queste parole tali: La virtù grande e l'onorata fama di tante vostre glorïose imprese fatte per liberar l'Italia oppressa
m'hanno sospinto a la presenza vostra con questi miei chiarissimi colleghi per dar aiuto a sì lodevol opra. Io mi dimando Dazio de gli Ottoni,
arcivescovo indegno di Milano; e questo è Reparato da la Rocca, quest'altro è Birgentin da le tre faccie e quel si chiama Eustochio da la Bissa:
tutti tre principai di quella terra, ma con diverse ingiurie molto offesi dal nostro duca nominato Teio. Costui m'uccise un mio fratel carnale,
giovine ardito e di costumi eletti; a Reparato poi tolse la moglie, e fece a Birgentin che sua sorella per lui divenne femina del mondo:
et ad Eustochio ha tolti assai terreni, e gli minaccia ancor torgli la vita. Però bisogna, se vogliam salvarci da l'empia crudeltà di quel tiranno,
cacciarlo fuor de l'usurpato impero: il che ci sarà lieve, e per lo grado che avemo, e per gli amici e per la robba, e per l'acerba sua natura iniqua,
ch'a tutta la città l'ha posto in odio; ma ben saria difficile il tenerlo senza soccorso di novella gente, non per le forze sue, che non son molte,
ma perché il vulgo è mobile e legiero, e cangia ad or ad or pensieri e voglie: però sarà mestier che con la tema sia fatto stare in questo suo volere.
Noi siam dunque venuti a vostra altezza per darvi ne la man la terra nostra e tutto il stado suo fecondo e grasso: onde ogni poca gente che mandiate
in quelle parti, co 'l favor che avemo l'acquisterete senza alcun contrasto, e 'l popol per temenza starà saldo. Dunque abbracciando la ventura che ora
il Mottor di là su vi spinge in mano darete a questa impresa un grande auito. Così parlò quell'ottimo prelato, e Belisario a lui così rispose:
Illustri e reverendi almi signori venuti a noi da quella gran cittade ch'è 'l capo de l'Italia intorno al Pado: abbiamo udita la proposta vostra,
che ci reca nel cuor molto diletto e molto desiderio d'essequirla; e se ben questo essercito romano s'è ragunato qui per porsi in via
ed andar dietro a Vitige a Ravenna; non resterem però mandar qualcuno di questi nostri glorïosi duchi con buona gente ad essequir quell'opra,
e far quanto per voi le sarà imposto: perché si deve a i lor divoti amici donar aiuto fin co 'l proprio sangue. Voi poi vi degnerete pransar nosco
questa mattina per signal d'amore; che subito pransato averò cura di farvi avere il desiderio vostro. Così diss'egli, e poscia andar con lui
ov'era apparecchiata la sua mensa, a la qual tutti quanti s'assettaro. Ma come ebber mangiato, e ragionato diffusamente del negozio loro,
il capitanio eccelso de le genti chiamò Mundello ed Ennio, e così disse: Valorosi, prudenti, almi baroni onor del nostro essercito romano,
vorrei ch'andaste senza alcuno indugio con questi nobilissimi signori a tòr Milano e la Liguria insieme fuor de le man de gli avversarii nostri
e ritornarlo ne l'imperio antico; perché costor co i lor sagaci ingegni e le lor opre vi faranno averlo, che fia d'utile immenso a questa impresa.
Menate vosco quattro gran coorti, che basteranvi a far tutto 'l negozio; e con voi ne verrà Fidelio Eparco ch'ha molta conoscenza in quei paesi,
onde saravvi ed utile e giocondo. Andate adunque ad imbarcarvi a porto su quelle navi che menò Narsete quando soccorse la cittade obsessa:
poi dismontando a Genoa indi per terra prenderete il camin verso Milano. Così diss'egli, e quei baroni allegri de l'alta impresa che gli fu comessa
parlaro a Belisario in questa forma: Signore eccelso e di virtù suprema, noi se n'andrem volontarosi e pronti ad acquistar Milano e gli altri luochi
che ci dimostreram questi signori, né vi risparmierem fatica alcuna, pur che fortuna o 'l Ciel non ci ribelli: ma se saracci la fortuna adversa,
conoscer vi farem co 'l sangue sparso che dal nostro valor non fia mancato d'essequir tutti i vostri alti precetti. E detto questo, quindi si partiro:
e ragunate tutte le lor genti con quei signori se n'andaro a Porto. Poi che partiti fur quei dui baroni, il capitanio eccelso de le genti
si volse a Valerano, e così disse: Signore illustre, io vuo' lasciarvi in Roma con quattro validissime coorti di quella legïon che voi menaste
quando Narsete venne a darci aiuto: quivi userete diligenza grande in custodirci ben questa cittade, ch'è 'l capo e l'importanza de l'impresa;
la quale or posa su le vostre spalle possenti e larghe ed atte a maggior peso. E se 'l nimico vi venisse a torno difendetela pur senza paura:
che se arete bisogno di soccorso, non sarò tardo o tiepido a mandarlo. Così diss'egli, e quel baron rispose: Illustre capitan, mastro di guerra,
guardate e ponderate le mie forze se son bastanti a così grave pondo: ben io prometto ne le vostre mani che prima lascierò sopra quei muri èla vita e queste affaticate membra
che mancar mai di diligenza e fede. Dietro a quella risposta, il capitano si volse e disse al callido Narsete: Signor, voi tornerete entr'a Bisanzo,
come vi disse il correttor del mondo; e narrerete a lui ciò ch'avem fatto in questo importantissimo negozio, e come avemo omai ferma credenza
di tòr l'Italia tutta quanta a i Gotti. E detto questo lasciò gir Narsete, ed egli attese a riveder le genti, né mai si riposò fino a la notte.
Poi quando apparve in ciel la nuova aurora il capitan de le romane genti ascese sopra il suo destrier Vallarco, e con le armate legïoni intorno
al terzo suon de le canoree trombe si mosse, e s'avviò verso Ravenna. Or chi vedesse il buon popol di Marte, ch'apena si credea che fosse sciolto
quel grande assedio orribile ed amaro, gir coronato de le sacre frondi che son sì grate al grande arcier di Delo e accompagnare i suoi diletti amici
fuor de la porta fino a Ponte Molle, diria che non fu mai gente più degna. Ma come poi s'avvicinaro al Tebro il capitanio si rivolse e disse:
O valoroso mio popol di Roma, ben è che ritorniate a i vostri alberghi per aver cura de la patria vostra e de la cara libertà, ch'abbiamvi
ricuperata con fatiche e sangue: ma solamente restino i descritti ne l'ordinanze nostre de la guerra, ch'io gli voglio menar meco a Ravenna
per ultimar questa famosa impresa. Così disse il barone, onde i Romani abbracciando e basciando i loro amici con le luci di lacrime coperte
se ne tornaro in dietro a le lor case; e nel tornar trovaro uomini e donne, ch'erano usciti fuor de la cittade in quelle piaggie, a contemplare i luochi
ch'avean recato lor tanto disturbo; e fuvvi alcun che rimirando a l'altro parlava sospirando in questo modo: O Re del cielo, il qual governi e giri
ogni cosa mortal come a te piace, questi rabbiosi ed affamati cani che ci volean mangiar con tanta rabbia ci han pur lasciate le lor mandre in preda.
Così dicea la turba, e risguardando con gli occhi allegri i destituti valli avean dentr'a i lor cuor letizia immensa; onde co 'l dito l'un mostrava a l'altro:
Qui fu percosso il furïoso Argalto, qui Turrismondo ci seguìa correndo, qui fu ferito il generoso Agrippa e la bella Cillenia ivi s'uccise.
Ma come fur sbramati di guardare tutti quei luochi, e rimembrar gli affanni che gli avean porti quell'empie battaglie, tornaron dentro a le dilette mura;
e 'l capitanio caminando sempre con le sue buone legïoni instrutte tenea dritto il camin verso 'l Piceno. Or mentre ch'era Belisario il grande
co 'l suo gran stuolo a quel vïaggio intento, i dui baron ch'io dissi e i buon legati, con tutte le lor genti ivan solcando l'instabil dorso del profondo mare;
e navigando con propizio vento passaro in brieve Talamone e l'Elba e Ligurno e Mottron, l'Erice e Sestri: e nel spontar de la seconda aurora
giunseno a Genoa, e se n'intraro in porto. Alor Eustochio disse al fier Mundello: Signore, e' sarà buon che noi n'andiamo con queste navi là dietro a quel scoglio
che dal volgo è chiamato la Lanterna; quivi dismonteran tutte le genti tacite e quete, e se n'andrem con esse sicuramente poi verso Milano.
Questo parlare a tutti quanti piacque, e smontand'ivi ove è san Pier d'Arena, tolsero alcune vittüarie seco, ed i battelli ancor de le lor navi
poser su i carri, e gli menar con loro; e quindi s'avvior verso la Schegia con tutte le lor genti in ordinanza: Mundello andava con Fidelio avanti
quasi un buon miglio a specular la strada, ed Ennio e Grinto conducean le schiere; quand'ecco appresso al trappassar d'un colle che da quei monti sterili divide
il pian che riga Tanaro e Tesino ed Adda ed Oglio, e con diversi rivi fecondo se ne va fin al Benaco, gli apparve in strada un eremita solo,
vestito d'un color che parea bigio; questi andò ver Mundello, e poi gli disse: Signor che siete posto a fare il varco da i nostri luochi sterili a i fecondi,
no 'l potrete essequir senza travaglio: perché quivi avanti surge un aspro colle sassoso ed erto che ha solo una strada, a cui da man sinistra s'alza il monte
tanto, che par che voglia ire a le stelle; e da man destra si profonda tanto, che quel torrente che gli corre al piede par che discenda giù fino a l'abisso.
In quella strada è posto un gran castello con due porte di ferro, e non può girsi più là senza passar quelle due porte; quivi sta un ferocissimo gigante
ch'ha nome Poro, ed ha fortezza immensa: questi la porta ov'è il levar del sole tiene in custodia, e per tenerla chiusa se ne sta ritto in piè vicino ad essa
con un bastone in man nodoso e grosso; ché le percosse sue non han riparo, onde non si può aprir contra sua voglia. Poi l'altra porta ove si corca il sole
continuamente si ritruova aperta: questa è posta in custodia di sua moglie, nominata Penia, di lui più grande e più robusta e di più orribil vista,
talché co 'l sguardo suo spaventa ognuno; ma poi s'alcuno a lei si fa vicino l'accoglie lieta, e con parole dolci lo priega che entri dentro a la sua stanza,
ed a ciascun che v'entra porge un pane di cui quanto co i denti se ne scema tanto ne cresce in quel per sé medesmo. Questi giganti poi son sì discordi
fra sé, quantunque sian marito e moglie, che se non fosse un suo figliuol Bramante mai non potrebbon conversare insieme, e però stan sopra contrarie porte;
onde sarebbe il me' tornarvi in dietro, o far quell'altra via vicina a l'alpe, che conduriavi al disïato fine senza gustar questo periglio amaro.
Così gli disse l'eremita accorto, a cui rispose poi Mundello, e disse: Eremita gentil, molto m'aggrada saper questa ventura che voi dite:
la qual voglio tentar senza paura, s'io vi devesse ben lasciar la vita. Alor l'angel Palladio, ch'era apparso in forma d'eremita a quel barone,
disse: Dapoi che voi volete andarvi, mandate in dietro il buon Fidelio Eparco co 'l destrier vostro, ch'ei non vi bisogna per questi sassi discoscesi ed aspri:
ei farà poi che l'altre genti vostre s'affretteranno ancor più de l'usato, ed io resterò qui per darvi aiuto e far che stiano quelle porte aperte
fin che trappassin fuor tutte le schiere. Così diss'egli, e poi si discoperse ratto a Mundello, e si mostrò chi gli era, onde 'l barone ebbe piacere immenso;
poi scese giù del suo destrier Ferrante, e per Fidelio rimandollo in dietro ad essequir tutto 'l divin precetto: d'indi si volse a l'angelo, e lo vide
già tramutato in forma di mercante, e vide ch'era il messaggier divino che pria gli apparve in forma d'eremita, onde sciolse ver lui queste parole:
O sacrosanto messaggier del cielo che mai non abbandoni i tuoi Romani, ben posso andar sicuro a quella impresa senza tema di morte o di disturbo,
avendo meco sì fidata scorta. Seguirò adunque le tue sacre piante, né mai mi partirò da i tuoi precetti. Questo disse Mundello, a cui soggiunse
il buon angel Palladio: Andiamo avanti, che caminando narrerotti il modo da poter trappassar quelle due porte. Così detto, gli narrò l'incanto
e tutto il modo ancor da superarlo: onde 'l barone instrutto a la gran rocca pervenne, ove trovò la gigantessa rugosa e magra, e di sì orribil vista
che gli mosse entr'al cuor molta paura. Ella, che la sua porta avea dischiusa e stava in mezzo de le sue donzelle liberali e mecaniche e rurrestri,
come vide 'l baron se gli fé contra, e poi gli disse con parole umane: Signor di aspetto generoso ed alto, entrate arditamente in questa rocca,
ch'arete compagnia molto fedele da queste donne mie che ho qui d'intorno; e se vorrete affaticarvi alquanto, vi faran superar tutti e' perigli.
Così disse la vecchia, ed ei seguendo le sue padate entrò dentr'a la soglia de la gran porta, che per sé medesma subitamente se li chiuse dietro.
Alor la gigantessa tolse un pane d'orzo, e mal cotto, affumigato e duro, e lo porse al baron con tai parole: Poi che siete ridotto in questo luoco
vi converrà mangiar de i nostri cibi, che vi risveglieran tutte le forze ne i membri, e vi faran di tanto ardire che vi opporrete a l'empio mio consorte.
Come Mundello udì queste parole, si ricordò de gli ottimi precetti che gli avea dati l'angelo venendo: e prese 'l pane e se lo pose a i denti
e con fatica tolsen'un boccone acerbo e duro, e lo mandò nel ventre; ma quando poi volea pigliarne un altro vide che 'l luoco del boccon primiero
era coperto ancor tutto di pane, di che maravigliossi, e pur non stette di ripigliarne appresso anco il secondo: ma tolto quello in quel medesmo luoco
subitamente ne risurse un altro, onde non volse poi gustarne un terzo; anzi ripien di meraviglia e d'ira, trasse a man destra via l'orribil pane
con molta furia, e 'l pan non si ritenne fin che fu al letto del corrente fiume. Quando vide Penia l'amato cibo esser da quel baron gettato a l'onde,
non stimando perigli né fatiche si calò giù per quell'alpestre ripa, ch'andar non vi porian capre né serpi, per ricovrarlo e riportarlo ad alto.
Mondel come si vide in quelle mura chiuse ed a piedi, sgomentossi alquanto, né gli tornava ne la mente il modo che gli avea detto il messaggier del Cielo
che usar devea per liberarsi quindi; ma quell'angel di Dio, che ben s'avide che la sua mente era d'errore ingombra, lo tirò per la vesta, onde 'l barone
ratto si ramentò tutti quei modi che 'l messaggier divin gli disse in strada: poi senza altro parlar se n'andò avanti, co 'l viso alquanto di vergogna tinto.
Ma poco caminò, che giunse ov'era la grazïosa stanza di Bramante; questo Bramante è un fanciulletto allegro, vago e gentile, e di sì bello aspetto
che innamorar farìa tutta la gente, ma ne i suoi desiderii è molto fisso: ed è figliuol de i detti dui giganti, e sol sa ritrovare il tempo e 'l modo
d'aprir la dura porta di suo padre; però l'angel di Dio gli avea commesso ch'andasse arditamente a ritrovarlo e lo pregasse con preghiere ardenti,
che otterrebbe da lui ciò che volesse. Così giunto Mundello a quella stanza se n'entrò dentro, e ritrovò il fanciullo, che giocava a la palla in un cortile
con certi fanciulletti suoi compagni; ma questi, come videro il barone coperto d'armi, subito fuggiro chi qua chi là per quel pallazzo ameno,
e solamente vi restò Bramante: che con faccia ridente e volto allegro si stette, ed aspettò quel gran barone. Alor Mundello a lui parlando disse:
O fortunato e glorïoso germe che illustri il mondo con la tua bellezza e sei sì grazïoso e sì cortese nel tuo parlar, che mai non si diparte
da la tua faccia alcun se non giocondo; fammi del tuo favor sì fatta parte ch'io possa lieto dipartirmi quinci e gir ne i piani, ov'el mio cuore aspira.
Io son entrato per l'amara porta de la tua madre asperrima Penia, e vorei trappassar per l'altra ancora di Poro padre tuo, ch'è molto stretta,
sì come intendo, e quasi sempre è chiusa; ed ei vi sta con un bastone appresso nodoso e grosso, e mai non lascia aprirla contra la voglia sua da alcun che viva:
però, signor ch'entendi i suoi costumi e 'l modo e 'l tempo da poterla aprire, e che comandi a tutti e' suoi ministri, piacciati farla aprir tanto ch'io possa
uscir di questo periglioso colle e gire in luochi fertili ed ameni. Fammi, dolce signor, di ciò contento, che sempre onorerotti, e sempremai
conoscerò da te tutto 'l mio bene. Così parlò Mundello, e quel fanciullo lietamente ascoltò la sua dimanda, poi disse: Eccellentissimo barone,
la virtù vostra e 'l vostro alto valore m'induce volentieri a compiacervi ed essequire il bel vostro disio. E detto questo a sé dimandar fece
sette fantesche sordide, che stansi ne la cucina di suo padre intente continüamente a prepararli cibi, perch'è molto vorace e mangia sempre,
e quanto mangia più tanto ha più fame: a queste comandò con tai parole: Andate, Avaria, Arpagia e Diligenza, Omotia, Venturina e Fraudia e Toca;
portate al padre mio coppioso pranso con vini eletti e con vivande fatte di cose soporifere e gioconde, tal che pasciuto si riposi e dorma;
e dormend'egli, aprite la sua porta picciola e stretta, e fate uscir per essa questo notabilissimo barone. Come quelle ministre ebbero inteso
la voglia e 'l comandar del lor signore l'essequir tosto, e senza indugio alcuno portaro a Poro il soporato pranso, ed e' mandollo avidamente al ventre:
né l'avea tutto tragugliato appenna, che si distese in terra, e le sue membra furono oppresse da profondo sonno. Alor quelle fantesche aprir la porta
ch'era rinchiusa, e 'l cavaliero ardito se n'uscì fuor con tutte le sue genti: ché 'l buon Fidelio e 'l buon Palladio insieme con l'affrettarle e darle ardire e forza
e con l'aprir l'entrata di Penia le avean condotte appunto a quella porta nel tempo che Mundel se n'uscia fuori; onde scendèro insieme a la campagna.
Come fu scorsa quell'aspra ventura e che le genti si trovaro al piano ben ordinate, se n'andaro avanti, e 'l giorno dietro aggiunsero su 'l Pado:
e fatto un ponte a quel sopra i battelli che aveano seco, subito 'l passaro. Alor Palibio, che trovossi a caso sopra la ripa del profondo fiume,
come vide passar tutto quel stuolo e conobbe l'insegne de i Romani, volse 'l cavallo, e posesi a fuggire: e correndo n'andò dentr'a Pavia
e trovò il ferocissimo Algazzero, ch'era fratel cugin del fier Tuncasso, e disse a lui queste parole tali: Signor che siete a la custodia posto
di questa munitissima cittade, in cui la robba prezïosa e cara de i Gotti di Liguria si conserva; sappiate come l'oste de i Romani
passato ha 'l fiume, e viene a ritrovarvi per torvi, se potrà, questa cittade e tutti i nostri amplissimi tesori. Adunque provedete a custodirla
con diligenza, ch'io v'ho fatto cauto; ché se voi foste colto a l'improviso agevolmente vi porian far danno. Al parlar di Polibio quel barone
molto s'accese di disdegno e d'ira. poi disse: Io voglio uscire a la campagna, e provar questi principi Romani come son forti, poi che son sì arditi
di venirci a trovar fino in Liguria: io pur ho meco il fior de tutti e' Gotti ch'hanno gli alberghi lor vicini al Pado, onde uscirò con essi a la campagna,
e farò ben che gli inimici nostri tosto si pentiran d'esser venuti in queste parti a stuccicar le vespe. Così diss'egli, e poi fece portarsi
le lucid'arme di brunito acciale e prestamente se le pose intorno; poi comandò che tutta la sua gente tosto s'armasse e gli venisse a canto:
e come questi ragunati foro montò sopra 'l feroce suo corsiero, ch'era coperto di minuta maglia, e ratto s'avviò fuor de la porta
con gran furore e paventosi gridi. Non altrimenti a l'abbagliar de' cani l'orso sdegnoso salta fuor del buco e contr'al cacciator tutto s'aventa,
ed e' l'aspetta co 'l suo spiedo in mano senza temer di quella orribil fiera; così nell'uscir fuor de gli empi Gotti i buon Romani, ch'eran già propinqui
a i muri di Pavia, non si smarriro, ma gli affrontaro con immenso ardire: ed Ennio, ch'era il primo, abassò l'asta e colse Cattabriga ne l'elmetto,
Cattabriga crudel ch'era nipote del perfido Zamolso, e fu nutrito vicino a la riviera di Lavagno; a costui ruppe le cervella e l'elmo
e lo distese morto in su l'arena. Quando ciò vide il giovine Candalo, ch'era figliuol bastardo di Tuncasso e compagno fidel di Cattabriga,
simile a lui di mente e di costumi (ch'ogni uom suol esser simile a colui de la cui conversanza si diletta): costor non si vivean un senza l'altro,
che stavan sempre insieme, e sempre insieme mangiavano e dormivano ed insieme amavano anco una leggiadra donna e questa ancora si godeano insieme
senza destarsi gelosia fra loro, perché l'un sempre accomodava l'altro; costui, vedendo il suo compagno in terra, ebbe gran doglia, e trasse fuor la spada
e diede un colpo acerbo su la testa ad Ennio: ed Ennio, il quale avea già tratta fuor la sua spada, la cacciò nel fianco a quel meschino, e fece andarlo in terra
disteso e morto appresso al suo compagno, per dormir seco ancor sì duro sonno. E dopo questo uccise Salernino, fratel del duca che reggea Vercelli,
e lo passò col stocco ne la golla, onde caddette a calcitrar nel piano. I Gotti, che vedean sì fieri colpi, si sgomentaro, e sarian posti in fuga,
se 'l feroce Algazzer non si movea: che se n'andò vers'Ennio con la lancia bassa, sperando di mandarlo a morte; ma Pomponio, che vide esser senz'asta
Ennio, temendo ch'ei non fusse offeso da quel Gotto crudel, spronò 'l cavallo con l'asta bassa anch'ei verso Algazzero, e s'incontraro in mezzo del camino;
Pomponio ruppe la nodosa lancia nel scudo del pagan, ma non lo mosse né disconciollo punto de la sella: ed Algazzero lui toccò ne l'elmo
d'un colpo sì crudel, che fece andarlo su le crope al destrier tutto stordito; onde Algazzero, quando si rivolse e vide portar lui dal suo cavallo,
perch'era fuor di sé verso 'l ponente, senza punto tardar gli tenne dietro: e quattro eletti cavallieri armati con lui si mosser per mandarlo a morte.
Fidelio poi, ch'entrato era in un tempio per fare alcune orazïon divote quando primieramente s'affrontaro, sentendo 'l corso d'un caval veloce
se n'uscì fuor del tempio, e vide ch'era il bon Pomponio, il qual tutto stordito si lasciava portar dal suo destriero, e parea sempre che cader dovesse;
onde Fidelio da pietà commosso montò a cavallo, e con gli acuti sproni lo spinse, che volea donarli aiuto: ma l'empia sua fortuna apparecchiolli
un duro caso per mandarlo a morte, perciò che 'l suo corsiero urtò in un fosso e caddeo sotto sopra, onde convenne a suo mal grado andar disteso in terra;
ed Algazzero, che trovossi alora vicino al luoco ove Fidelio cadde, con la sua lancia gli traffisse il petto: e i quattro cavallier ch'eran con esso
con alti cridi e con parole acerbe gli andaro adosso, e tutti lo feriro; che parean i pastor, quando per caso vedon caduto un lupo entro a la fossa
fabricata da lor per tale effetto, si stanno intorno a l'impaniata fiera con sassi e dardi e con bastoni e lancie e cercan tutti di ferirlo a pruova,
né cessan mai fin che non l'hanno estinto: così facean quei dispietati Gotti, onde Fidelio Eparco a morte venne; e non giovaro a lui voti né prieghi
che alor alor avea fatti nel tempio: ché nulla cosa può tenerci in vita quando 'l pianeta ha destinata l'ora. Pomponio al gran cridor de gli empi Gotti
ch'uccidevan Fidelio in sé rivenne, e 'l buon angel di Dio gli apparve, e disse: Fuggi, Pomponio mio, verso le schiere de i tuoi Romani, e pònite fra loro,
acciò che quei ch'hanno Fidelio ucciso non ti facessen ir con lui sotterra. Così disse quell'angelo, e spirolli tanto timor, che lo sospinse in fuga;
onde senza tardar pigliando in mano la briglia e i piè fermando entr'a le staffe spronò il suo buon corsier verso i Romani, e ratto se n'entrò fra le sue schiere:
onde Algazzero che correali dietro quando no 'l poté aggiunger né ferire urtò co i cavalier ch'eran con lui ne le più folte schiere de i Romani;
e primamente uccise Palamedo, figliuol di Gualdo e di Topina nimfa, Palamedo gentil, che fu nutrito per pagio ne la corte di Costanzo
e con lui venne a liberar l'Esperia: ma liberar non poté la sua vita dal feroce Algazzer, che trappassolli il petto, e morto lo distese a l'erba.
Uccise ancor Nucerio e Tartarino, Simone e Babilonio e Malpeloso, tutti con gravi e paventosi colpi; e dopo questi uccise Filodemo
incantatore ed eccellente mago, e gli partì la testa fino al petto; né li giovaro i consüeti incanti che non andasse a insanguinar l'arena.
Come i Romani vider Filodemo da quel colpo crudel cadere al prato si sbigotiro, e volean porsi in fuga; se 'l fier Mundello, il qual ne l'altro corno
si stava, e combattea con molto ardire e facea prove smisurate e grandi, avendo ucciso Prassio e Barbadirco, Piombone e Populonio e Dolimano,
gran capitani de la gente Gotta, tutti con vari e dispietati colpi: ch'avea passatto a Prassio con la lancia l'elmo d'acciale, e a Barbadirco il petto
ed a Piombon con la sua spada avea passato il collo, e a Populonio il fianco, e tagliata la testa a Dolimano; quando alora Mundel vide il suo stuolo
come l'onda del mar tutto commosso si fece dare una possente lancia e spronò 'l suo caval verso Algazzero: ch'era colui che nel sinistro corno
poneva in fuga la romana gente; onde Algazzero, che venir lo vide, tolse una lancia anch'ei possente in mano e ratto s'avviò verso Mundello
e disse: Aspro Roman, questo fia 'l colpo che chiarirà chi fia di noi più forte, e forse finirà tutta la guerra. Or così sia, disse Mundello; e poi
rivoltaro i cavalli e preser campo e venersi a incontrar con l'aste basse; che parean dui montoni a la foresta che con le corna lor rugose e torte
vanno a cozzarsi acerbamente insieme, e l'altre pecorelle stan da canto a mirar la virtù de i lor mariti: così i Romani e i Gotti erano intenti
a mirar la virtù de i lor signori Algazzero attaccò dentr'al gran scudo del fier Mundello la sua forte lancia nel luoco appunto ov'era il granchio d'oro;
ma no 'l poteo passar, perché quell'asta nel mezzo si ficcò, lasciando il ferro con una parte del fiaccato legno dentr'a le lame del pesante scudo.
Mundello ferì lui ne la baviera con la sua lancia, e trappassolla tutta; e 'l ferro impetüoso entr'a la golla passando, lo mandò disteso al piano.
Al cader di costui levossi un crido altissimo ed allegro ne i Romani, che si spingeano arditamente avanti; ne i Gotti poi s'udian suspiri amari
vedendo morto il capitanio loro e timidetti si traeano indietro. Mundello ed Ennio con Pomponio e Grinto urtòr ne gli altri con sì gran furore
che tosto gli sbandaro, e in un momento tutta la gente lor fu posta in fuga; e gli ottimi Romani ivan fra quella sempre ferendo, e n'uccideano tanti
che di sangue correa tutto 'l terreno: e poco vi mancò ch'entr'a la porta non andasser con essi, e quella terra fosse alor presa contra 'l suo destino;
il che certo avenia, se Radagaso, che fu lasciato a guardia de le mura, non s'accorgea sì tosto del periglio. Sendo adunque costui sopra la torre
di quella porta che vagheggia il barco, vide la morte di Algazzero, e vide l'orribil fuga de la gente gotta: onde gridò con voce alta e tremenda:
Non vi smarrite, o generosi Gotti, se ben il vostro capitanio è morto: entrate pur in questa alma cittade, ché serrando le porte e alzando i ponti
difenderènci da quelli aspri cani sì che non potran farci alcuna offesa. Così cridava Radagaso acerbo; poi ratto scese giù presso a la porta,
e come i primi furo entrati in essa, vedendo esser con gli ultimi e' Romani, chiuse stridendo le ferrate poste, poi fece alzare i ponti; onde i meschini
ch'erano stati gli ultimi a la fuga restaro in preda de i nimici armati: ma non avendo più speranza alcuna d'entrar ne la città, ch'aveali esclusi,
gettaron l'arme in terra, e ingenocchiorsi avanti a i piè de i cavalier romani dicendo: Almi signor, non ci uccidete, che sarènvi fedeli, e donerenvi
argento ed oro assai per liberarsi; e se pur ci vorrete aver per servi seguirem tutti i vostri alti precetti. Quando vide Mundel ch'eran senz'arme
e che parlavan con le braccia in croce, gli accettò per prigioni, e prender fece subitamente i lor cavalli e l'arme e dielli in guardia a l'onorato Grinto.
Poi si ritrasse ne la parte estrema del barco che risguarda inver Binasco, e quivi s'alloggiò con la sua gente; e fece ritrovar Fidelio Eparco
con gli altri che moriro in quella zuffa per farli poi condur verso Milano ed onorarli de gli estremi onori. La mattina seguente il fier Mundello
fece cantare una solenne messa al pastor di Milan, ch'era in quel luoco; il qual, com'ebbe reso grazie a Dio che concesso gli avea tanta vittoria,
indi partissi e se n'andò a Milano per preparar le stanze a quei signori ed onorarli ne la lor venuta. Mundel poi vi restò tutto quel giorno,
e circondò le mura di Pavia tre volte con la gente, per vedere s'eran difese o se volean lasciarle; ma quelle ritrovò sì ben munite
che non le parve di tentarle indarno, onde tornossi ad alloggiar nel luoco ove alloggiatto avea la sera inanzi. Poi come venne fuor quell'altra aurora
con le palme di rose e co i piè d'oro, il valoroso duca de i Fenici, ch'era il gran capitan di quella impresa, al terzo suon de le canore trombe
montò a cavallo, e tutto l'altro stuolo fece marchiar con lui verso Milano: ove arivor quella medesma sera, e ritrovor che 'l popolo divoto
co 'l lor pastore e i magistrati inanzi erano usciti un miglio ad incontrarli; e quivi poi con reverenza grande salutaro i Romani e dieron volta
e ne la lor città gli accompagnaro, che gli aspettava con letizia immensa: tal che le strade ove dovean passare tutte quante coperte eran di panni,
con archi e mete e purpure e trofei e con leggiadre donne a le fenestre. Quivi primieramente entrar nel domo, poi fatta riverenza al sommo altare
si dipartiro quindi, e in un palazzo presso a la piazza accompagnaro il duca con la sua gente, e quivi lo lasciaro. I Gotti poscia ch'erano in Pavia
fecion sapere a VItige i lor casi per un soldato ch'avea nome Argante; questi, come gli intese, ebbe gran doglia, e chiamar fece Uragio suo nipote,
giovane astuto e di valore immenso, e disse lui queste parole tali: Caro figliuol, perché il feroce Teio non c'è, né può da Rimino partirsi,
che tien l'assedio intorno a quelle mura; siate contento andarvene in Liguria, che poi che ha ribellato il gran Milano con molte terre che gli sono intorno,
fia ben raccorre i Gotti di quei luoghi e menarceli qui dentr'a Ravenna: che, come intendo, Belisario il grande uscito è fuor de la città di Roma
e vien con tutto 'l stuolo ad assalirci, onde vuo' prepararmi a far diffesa. Così diss'egli; e quel baron partissi e subito n'andò verso Piacenza.
Mentre che si facean questi negozi, l'angel Gradivo, ch'ha diletto sempre d'arme e di guerre e di ferite e sangue, se n'andò in Francia a ritrovar Tiberto
re del paese, il quale era in Leone; poi tramutato in forma di Guiscardo, ch'era zio di quel re, così gli disse: Serenissimo re, tanto possente
quanto alcun altro che si truovi al mondo, volete comportar che i Gotti afflitti da le continue guerre e da i Romani, che son anch'essi indeboliti e stanchi,
cerchin d'aver l'Italia in lor domino; e voi che siete sì propinquo ad essa e ch'avete tant'oro e tanta gente che sarian atte a debellare il mondo,
starvi da canto e trastullarvi in ozio? Non vi lasciate uscir tanta ventura fuor de le mani, dateli di piglio, che 'l ben si dee pigliar quand'egli appare.
Tre fini sono a tutte l'opre umane, l'utile, il dilettevole e l'onesto, che si dimanda a i nostri tempi onore; e voi per ciascun d'essi far dovete
questa onorata e glorïosa impresa: ché, per esser l'Italia a noi propinqua, sarà d'utile immenso al vostro regno, e di tanto diletto e tanto onore
quanto possa pensar pensier umano. Andate adunque lieto ad acquistarla e liberarla da quelle empie guerre. Così disse quell'angelo, e spirolli
nel cor leggiero un gran disio d'averla: onde gli uscir di mente accordi e leghe ch'avesser sigillate co i Romani, ché quella gente oltra misura è pronta
a romper fede e non servare accordi; però chiamando i capitani e iduchi del suo paese, a quei propose e disse: Signori illustri, io vi comando e priego
che facciate adunar tutte le genti che soglion portar arme in questo regno; ch'io vuo' passare arditamente l'Alpe, e con esse acquistar l'Italia tutta
e sottoporla a la corona nostra. Come quei cavalieri ebbero udita la proposta del re, si dipartiro, e ragunaron prestamente insieme
la gente de la Francia entr'a Leone; e come tutte ragunate furo, che più di centomillia eran in arme, quel re feroce sopra 'l suo destriero
si pose inanzi, e tutti gli altri dopo, e drizzar verso Italia il lor camino; e trapassando prestamente l'Alpe andavan chete per passare il Pado
senza far danno alcuno in quel paese, perché non fusse lor turbato il varco. Sendo poi giunto il capitanio Uragio per mandato del re press'al Ticino,
ragunò tutti e' Gotti del paese ed uscì fuor con essi a la campagna, che gli volea condur verso Ravenna; e 'l buon duca Mundel, che questo intese,
sendosi date a lui Navarra e Como e Lodi ed altre terre ivi propinque, fece star Ennio a guardia di Milano ed e' se n'uscì fuor con tutto 'l stuolo:
e ratto se n'andò verso Cremona e pose il campo suo vicino al fiume, cinque miglia propinquo al stuol d'Uragio, per impedirli il transito in Piceno.
E così stando l'un vicino a l'altro senza combatter, né venire a l'armi, perché i Romani non volean far altro che dar impedimento al lor vïaggio
e far che non andasseno a Ravenna; e i Gotti poi temean, se fossen rotti, che quella rotta desse gran ruina al lor signore, e al lor imperio afflitto:
e così stando ognun dentr'a i lor valli, Tiberto re, ch'avea passato l'Alpe con cento millia armati a la campagna senza far in Liguria alcun disconzo,
andava molto cheto verso 'l ponte del Po tenuto da la gente Gotta con gran presidio di cavalli e fanti; il che intendendo il capitanio Uragio
s'allegrò nel suo cuor, pensando certo che fossero venuti a darli aiuto onde sperava col favor di Francia agevolmente vincere i Romani
e cacciarli d'Italia e torli Roma. Però chiamò Belardo e Malaspino, ch'eran baroni arditi ed eloquenti, e disse lor queste parole tali:
L'improvisa venuta de i Francesi con tanta multitudine di gente mi reca dentr'al cuor gran meraviglia: perciò ch'essendo già gran tempo stati
da noi richiesti di mandarci aiuto secondo il nostro sigillato accordo, proferendoli appresso argento ed oro, mai non ci vollen dare alcun soccorso;
or son venuti senz'esser richiesti. Però mi par ch'andiate ad incontrarli con questi doni di cavalli e d'armi, e renderli per noi grazie immortali
di così generoso e grande aiuto; ché chi soccorre a l'uopo de l'amico senza esserne da lui prima richiesto fa cosa molto degna e molto rara,
onde se gli dee avere obligo eterno. Questo gli disse Uragio, e gir lasciolli. Come Tiberto poi fu presso alponte passò per quel con tutta la sua gente,
ché quivi non trovò contrasto alcuno: perché quei Gotti che si stavan ivi lieti gli aperson le serrate porte de i castelli del ponte e de le rocche,
pensando che venisser loro amici. Ma come il re v'entrò, senza dimora vi pose un gran presidio di Francesi: poi le miglier de i Gotti e i lor figliuoli,
che ritrovaron dentro a quei castelli, fur presi ed imolati, e i corpi loro subitamente fur gettati al fiume per prima offerta de l'ooribil guerra;
e parimente ancor vi fur gettati Balardo e Malaspin, che furon presi quando venianli contra con quei doni. E fatto questo subito n'andaro
verso 'l campo de i Gotti, e quivi entraro, che lo trovaro aperto, e con diletto eran veduti da la gente gotta, che credean lor venire a darli aiuto;
ma come furon entro, gli assaliro con le allabarde, e gli uccideano tutti: il che vedendo gli infelici Gotti subitamente abbandonaro il vallo
e se n'andaro in paventosa fuga. e volendo fuggir verso Toscana andor per entro 'l campo de i Romani; ed essi, non sapendo la cagione
di quel fuggir sì subito de i Gotti, pensaro un leggierissimo pensiero, che Belisario per occulte strade fusse venuto, e che gli avesse data
quella gran rotta, e toltoli il lor vallo: onde da tal pensier tutti commossi ratto s'armaro, e se n'andaro in fretta per congiunger con lui tutta la gente;
ma si trovaro fuor d'ogni credenza condotti fra la gente de i Francesi: però convenne a lor contra lor voglia venire a l'armi, e non potendo starsi
quella sì poca gente contr'a tante migliaia di Francesi e di Germani deliberaron di voler salvarsi, e prestamente posersi a fuggire;
né si fidando star dentr'al lor vallo volser la fuga lor verso Toscana. E così quel Tiberto in poco d'ora fugò dui grandi esserciti e i lor valli
prese con molta vettovaglia dentro; e lieto del periurio ivi s'assise per goder quella aventurosa preda. Il Re del cielo a così orribil fatto
volse la faccia disdegnosa in dietro, e gli dispiacque assai che avendo rotta la fede a i Gotti ed a i Romani a un tempo fosser di tanto error sicuri e lieti;
onde a Latonio ed a Iunonio disse: Cari messi del cielo, angeli eletti, scendete giù da le superbe nubi, mutate l'aria e corrompete i venti;
e fate sì ch'io veggia aspra vendetta da l'empia crudeltà di quei Francesi che col periurio lor si fan sì grandi. Così diss'egli, e quei celesti messi
sen venner giù dal ciel come un baleno che 'l bell'aere seren fende e le nubi; e l'un se ne volò sopra una torre de la fortezza che guardava il ponte,
e l'altro se n'andò d'intorno al fiume facendo uscir da lui vapori amari. Latonio quando fu sopra la torre pose su l'arco l'empie sue saette
e spinsele nel campo de i Francesi: le quai v'indusser sì terribil peste, che si morian senza rimedio alcuno; e primamente s'attacor ne i muli
e ne i Satini, e poi ne i corpi umani: questi con varie qualità di morti cadeano e per le chiese e per le strade, e le lor piazze e le campagne tutte
eran coperte di persone estinte, ch'empian d'orrore e di paura ognuno; onde quel re con miserabil voce si lamentava de la sua fortuna,
che di man gli tollea tanta vittoria. E nove giorni interi eran passati fra quella acerba e miserabil peste, quando l'angel Palladio, ch'era intento
a dar favor a gli ottimi Romani, sotto la forma di Orcalo prelato antico ed onorato ne la Francia apparve in sogno al re Tiberto, e disse:
Eccelso re ch'avete il scettro in mano de la vittorïosa nostra gente, io vi ricordo che pensar debbiate quanto sia grave error mancar di fede;
ché chi manca di fede e perde quella perder altro non può ch'abbia di meglio. Voi prometeste al correttor del mondo mandarli aiuto a debellare i Gotti;
né solamente non l'avete fatto, ma v'accordaste poi co 'l re de' Gotti, il qual vi diede tutta la Provenza, e prometeste a lui secreto aiuto;
ma spesse volte i desideri ingordi ci son cagion di pessimi consigli. Poi senza risguardare a tai promesse che voi faceste a l'una e l'altra gente
apertamente or gli venite contra, rompendo a un tempo a gli uni e a gli altri fede. Ma se la forza vostra è tanto grande che non ha tema di persone umane
temete almeno il Re de l'universo, ch'ha in odio estremo così gravi eccessi e gli punisce con terribil pene: però mandato v'ha sì fiera peste
ad ammunirvi, acciò che non facciate maggior dimora in questo vostro errore; che se voi vi starete ancor più tempo vi punirà dapoi ne la persona.
Così disse quell'angelo, e sparìo e nel sparir lasciò sì gran splendore sopra quel re, che subito destossi e vide ch'era un messaggier del cileo:
onde tutto s'impìo d'aspro timore. Dapoi levossi prestamente in piedi, e non disse ad alcun questo suo sogno: ma ratto fece armar tutta la gente
che in quella peste era rimasa viva, la qual di poco trappassava il terzo, e con essa tornò verso la Francia per fuggir l'ira del Signore eterno.
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