Poi che forniti fur tutti e' certami fatti per onorar l'estinto duca il vicimperador de l'occidente invitò seco i vincitori a cena
e seco gli menò denr'al palazzo; ma quando si volean poner a mensa venne da Norsa il callido Narsete: e smontato che fu dentr'al palazzo
salì le scale, e ritrovò ch'appunto stavano tutti in piè per assettarsi, onde lo vidder con diletto immenso: e feccion dare a lui l'acqua a le mani
col ramin d'oro e col bacil d'argento, e presso al capitanio l'assettaro. Poi quivi sopra le tovaglie bianche sparse di rose e d'odorati fiori
primieramente fu recato il pane ben cotto e bianco e come spunga lieve in bei piatti d'argento, e dopo quello tra le prime latuche e i pomi estremi
fur poste varie qualità di carni e varii pesci con pastizzi e torte e con guazzetti ed ottimi sapori, in cui tutti e' baron poser le mani
per satisfare a l'importuna fame; ma poi ch'ella fu sciolta o rintuzzata empier le tazze d'un liquor di Bacco piccante e dolce, e di sì buon odore
e sì soave e dilicato al gusto, ch'avanza quel di Candia e quel che nasce unico al mondo in la Trissinca Selva, onde con gran diletto ne gustaro.
Da poi levate le tovaglie e data l'acqua a le man con limpidissim'onda, l'eccelso capitanio de le genti interrogò Narsete in questa forma:
Signore illustre e di suppremo ingegno, non vi sia grave di narrar la causa che da Vitellio dipartir v'ha fatto e non andar con lui dentr'al Piceno:
e perché siete ritornato in Roma. A cui rispose quel barone accorto: Illustre capitanio, il cui valore illustra Europa e fa tremare il mondo,
io vi dirò diffusamente il tutto, poi che volete i miei consigli udire. Quando noi fummo prossimi a Spoletti, ci venner quattro ambasciador da Norsa
che ci parlaron con parole tali: Signori eletti a rassettar l'Europa e dar salute a tutti i suoi paesi, a voi ci manda la città di Norsa,
ch'è nostra patria nobile ed antica, a dimandarvi a i suoi bisogni aita. Questa, come interviene a le cittadi, si truova avere i cittadin divisi
e posti in arme in due diverse parti, che l'una d'esse chiamansi i Dolosi e l'altra si dimandano i Violenti; e tutte queste tra ferite e sangue
dimoran sempre, e gli uni uccidon gli altri talor con forza e spesso con inganni. Or, perché dénsi con estrema cura scacciar le sedizïon de le cittadi
più che non si dén far da i corpi umani le febbri intense, putride ed acute, però noi siam mandati a ritrovarvi ed a pregarvi che vogliate darci
qualche rimedio a quest'orribil male che mai non credo che sanar si possa senza le vostre altissime presenze. Dunque preghianvi che pigliar vi piaccia
questa fatica di venire a Norsa, e risanar quella città divisa. Così parlaro, ed io poi mi ristrinsi secretamente con Vitellio nostro;
e consultato ciò ch'era da farsi mi volsi a gli oratori, e così dissi: Prudenti ambasciadori, il camin nostro che destinato fu verso la Puglia
non si può trammutar, né far più lento, per altra cosa che ci appaia avanti: ma perché il vostro mal molto m'aggrava lascerò andar Vitellio con la gente
ad essequir ciò che gli è stato imposto dal vicimperador de l'occidente; ed io, che posso dirmi sopra soma di queste schiere sue, venirò vosco
con la famiglia mia, che non è molta, e tenterò saldar le vostre piaghe: perché l'unire una città divisa è beneficio nobile ed immenso.
Così risposi, e la risposta nostra mirabilmente a tutti lor fu grata, come mostrar con atti e con parole. Questo negozio adunque ci divise:
ond'ei prese il camin verso l'Abbruzzo ed io men venni a l'onorata Norsa; ove mi ricevér con tanta festa quanta arian fatto un messaggier del Cielo,
dapoi feci chiamar per un araldo Turranio e Polimecano lor capi, l'un de i Violenti e l'altro de i Dolosi; i quai vennero a noi senza dimora
con una compagnia superba e grande di cittadini nobili ed illustri, tutti senz'arme e con le toghe intorno; ed io feci sederli, e poi gli dissi:
Signori adorni d'intelletto e forze, non vi sia grave por prima da canto le vostre passïon, mentre ch'io parlo: perché la passïon l'ingegno offusca
e 'l giudizio impedisce e la prudenza. So che siete tra voi venuti a l'arme forse per causa debole e leggiera: ché la sedizïon spesso si muove
da vil principio e da leggiere offese, e primamente è pargoletta e bassa; poi tanto s'aggrandisce e tanto s'alza, che ci conduce a non pensato fine.
Considerate poi fra voi medesmi che quel che dice o fa ciò che non debbe agli altri, spesse volte ancor da gli altri ode o patisce ciò che non vorrebbe.
Ponete adunque a le discordie vostre qualche compenso, che 'l lasciarle andare non vi può parturir se non ruina; e voi sapete ancor che 'l stare uniti
conserva e fa richissime le terre, sì come il star divisi le distrugge: e che le case pargolette fansi per la concordia glorïose ed alte,
sì come ancora le famose e grandi per la discordia spesso si disfanno. Piacciavi adunque di voler narrarmi le vostre differenze a parte a parte,
perché mi sforzerò di rassettarle, e con tal modo ristorar gli offesi che non aran cagion da prender arme. Così gli dissi, e poi così rispose
Polimecano a me con tai parole: Signore illustre e di valore estremo, Dio sa che mai da me non è mancato d'usar quei buoni termini ed offici
ch'ogni buon cittadin dovrebbe usare, e sempre con modestia e con ingegno da le violenze lor mi son diffeso; e benché in queste brighe un mio fratello
da lor mi fosse crudelmente ucciso, di cui mi saria dolce la vendetta (ché la vendetta ogni aspra ingiuria amonta), pur io son pronto in voi ripormi, e fare
ciò che comanderà la vostra altezza. Così quel Polimecano mi disse, e poi parlò Turranio in questa forma: L'astuto Polimecano si dole
che gli sia stato ucciso un suo fratello; e non dice però che quello acerbo fratel di lui, ch'avea nome Bolpino, uccise a tradimento un mio nipote,
ch'era il più bel garzon, che fosse in Norsa, nomato Lilio; e uccisel per invidia, perciò che Amelia figlia di Rignano, giovane bella e di richezza immensa,
l'amava e lo volea per suo marito: onde mosso da invidia il mal Bolpino l'uccise a tradimento in una strada; e poscia i nostri con armata mano
il dì seguente lui mandaro a morte: e dietro a questi dui molti altri ancora da l'una e l'altra parte furo estinti. Ma ben ch'io sia quel che fu prima offeso,
non vuo' però restar di pormi anch'io, signore eccelso, ne le vostre mani, e di essequire i vostri alti precetti. Così diss'egli, ed io com'ebbi intesa
la volontà di tutte due le parti comendai molto la prontezza loro; e poscia attesi a maneggiar gli accordi ed assettar tutte le offese e i danni
me' che si puote in così brieve tempo: onde a la fin tra lor conclusi pace, e la firmai con parentadi ed altre cose opportune, e con minaccie e pene,
acciò che lungamente ella durasse; e nel trattar di questa pace avea l'alloggiamento in casa di Modesto, ch'era un de i quattro ambasciador di Norsa
che vennerci a trovar presso a Spoleti. Questi era molto nobile e prudente, cortese e ricco e pratico del mondo; onde, poi che la pace fu conchiusa
e dato pranso ad ambe due le parti, parlai verso Modesto in questa forma: Prudente cavaliero, or ch'io mi truovo in queste parti, e col favor del Cielo
ho rassettate le discordie vostre, ardo d'un incredibile desio di visitar la vostra alma Sibilla, antichissima d'anni e di prudenza:
da cui, per grazia a lei dal Ciel concessa, si pòn saper tutte le cose umane che son, che furo e che devran venire: però sapere vorrei da quella il modo
che tener deggia in tutta la mia vita e ne i difficil punti de le guerre. Non vi sia grave adunque dirmi il luoco ov'ella alberga, acciò ch'io possa andarvi.
Così gli dissi, ed egli a me rispose: Signore illustre e di virtù suprema, in questo nostro frigido paese si truova un monte ch'ha nome Vittore
perché vince d'altezza ogni altro monte: ne la cui sponda ch'è verso levante si truova un lago le cui livide acque son piene di demoni, e paion pesci
che van guizzando ognor tra quelle rive; da l'altra sponda poi che guarda a l'Ostro fra duoi suoi colli altissimi discorre il Tronto e bagna Arquata, e poscia tinge
da l'una parte d'Ascoli le mura, perché da l'altra il Castellan le riga, prima ch'al vaso altrui congiunga l'acque. Or sotto questo lago de i demoni
appresso a un luoco che si chiama Gallo si truova la spelunca alta e profunda de la nostra antichissima Sibilla, a cui sogliono andar diverse genti;
ma non ho visto ritornarne alcuno, se non un nostro cittadin divoto, nomato Benedetto, uom d'alto ingegno, che sul monte Cassino or si dimora,
e vive in vita solitaria e santa. Questi di quei ch'andaro a la Sibilla veduto ho solo ritornarsi in dietro: e molto mi parlò di quel vïaggio
per esser mio domestico e parente; dissemi alor che gli ottimi ricordi d'una donna gentil, che gli fu scorta, lo ricondusse fuor per una via
che non è molto cognita a le genti. Però, signor, se voi vorrete andarli vi narrerò quel che dovrette fare, secondo i suoi santissimi precetti.
Così mi disse il provido Modesto, ed io risposi a lui con tai parole: Diletto ospite mio, molto m'aggrada il consiglio gentil che voi mi date;
ditemi adunque il modo che vi disse quel Benedetto santo acciò ch'io possa ben essequir quest'alto mio disire: che chi va ben instrutto a i gran negozi
suole essequirli ben, se non gli manca o l'ingegno o la forza o la fortuna. Così risposi, ed ei seguendo disse: Sul lago de i dimon ch'io v'ho narrato
stanno due nimfe incantatrici, ch'hanno su quelle ripe dilicati alberghi, con bei giardini e limpide fontane. La prima è d'anni giovane, e di faccia
molto lasciva, ed ha nome Margena; questa con sguardi allegri e con accorte maniere e con dolcissime parole v'inviterà d'entrar ne le sue stanze:
ma se voi v'intrerete, al primo tratto farà sedervi, e poneravvi a mensa sopra una tavoletta di cipresso polita e vaga, e dentro a un piatto d'oro
vi farà manducare una salata di tenere erbe e di radici dolci; ma ne la fine poi daravvi frutti in un piatto di terra, tant'amari,
che vi farà parer quegli altri cibi da voi gustati esser veleno acerbo: e se vorrete andar con la sua scorta, ch'ha nome Estesia, a la Sibilla antica,
arete gran fatica a ritrovarla; e se la troverete, non sperate più di tornare a riveder la luce, ma resterete in quelle ampie caverne
sepulto vivo e senza gloria alcuna. Ben vi consiglio, come voi giungete dov'è quella Margena, di offerirle un pane e un gotto d'acqua e tre castagne
ch'io vi preparerò da portar vosco; né la guardate in viso quando fate a lei sì fatta offerta, ma tenete le luci vostre verso il cielo,
e partitevi poi senz'altro dirli; ed andate a man destra per la riva di quel profondo e paventoso lago, non rivolgendo in dietro mai la vista
per cosa che v'appaia in quel vïaggio, ché non potreste più passare avanti. Ma quando voi sarete a l'altro capo opposto al bel albergo di Margena,
quivi ritroverete una donzella nominata Pedia, di gran bellezza, senza lascivia alcuna e senza lisso, ma veneranda e di ottimi costumi:
questa farà sedervi a la sua mensa, fatta di legno di odorato cedro, e farà manducarvi una salata primieramente di radici amare,
che reccheravvi in un piatel d'argento: ma ne la fine poi daravvi frutti di scorza feruginea, ma sì dolci e sì süavi e dilicati al gusto,
che condiranvi tutti gli altri cibi. State pur con costei sicuramente, ché poi daravvi una leggiadra scorta che fia nomata Euloga, da condurvi
per buona strada a la Sibilla antica: e quindi vi farà tornar sicuro per una bucca presso a la Amatrice, molto più chiara e nobile de l'altra.
Così disse Modesto, ed io risposi: Prudente cavalier, questo consiglio vostro mi piace sì, ch'io son disposto senza pensarvi più porlo ad effetto.
Preparatemi adunque il pane e l'acqua e le castagne ch'offerir conviemmi a quella prima perigliosa maga, ch'io voglio andar domane a ritrovarla,
e veder questa altissima ventura. E così detto, come il giorno apparve la seguente mattina, i' me n'andai in compagnia de l'ottimo Modesto
a ritrovar le incantatrici al lago: su la ripa del qual trovammo appunto Margena, che pescava con un amo d'oro e con esca di smeraldi e perle.
Alor Modesto disse: Questa è quella Margena incantatrice ch'io v'ho detto; non vi scordate i fidi miei precetti, se vi volete liberar da lei
e gir sicuramente a la Sibilla. Così disse, e sparì come un baleno che 'l bello aere seren fende e le nubi, e ritornossi a la città di Norsa
per mandare i cavalli e la famiglia ad aspettarmi dentr'a la Amatrice. La bella maga poi, levando il ciglio, quando mi vide presso a quella riva
pose un demonio grande sopra il lito, ch'avea pescato in forma d'una trotta; e volta verso me, con bei sembianti da far inamorare un cuor di sasso
mi venne contra, e poi così mi disse: Ben venga il mio signor, che molto appreggio per la sua fama, e molto onoro ed amo, se ben con gli occhi pria non l'ho veduto.
Entrate signor mio, nel nostro albergo, che col favor de la presenza vostra fia sopra ogni altro glorïoso ed alto: quivi potrete ristorar le membra
affaticate in questi orribil sassi con cibi eletti e prezïosi vini, e poi farò guidarvi a la Sibilla. Questo diss'ella, ed io suspesi il piede,
mosso dal dolce suon de le parole, e quasi fui per porlo entr'a la soglia: ma tornandomi a mente i buon precetti de l'ottimo Modesto, mi ritenni
e non risposi a lei, ma ben le posi il pane e l'acqua e le castagne in mano, guardando sempre mai verso le stelle; ed ella le portò dentr'a l'albergo,
pensando di tornare a persuadermi. Alor mi posi a gir con molta fretta su per la riva de l'orribil lago, sempre a man destra rimirando avanti:
né perché quel demonio ch'era trotta si trammutasse in forma di sirena e con süave canto mi chiamasse, né per rumor ch'i' udisse entr'a quel lago
dietro le spalle mie da quei demoni, mi rivolsi già mai fin ch'io non fui a l'altro capo opposito a Margena. Quivi picchiai con vergognosa fronte
a l'onorato albergo di Pedia, e non senza fatica mi fu aperto: ma come posi il piè dentr'a la soglia del picciol uscio de la bella donna,
che si sedeva in mezzo al suo cortile presso a una limpidissima fontana fra le sue damigelle a far ricami, quel fier demonio che mi correa dietro
in forma di sirena prese un salto subitamente, e si gettò nel lago; e poscia tramutossi in una anguilla che se n'andò guizzando per quell'acque.
Quando la bella donna gli occhi volse e vide ch'i' era giunto avanti lei, mi risguardò con sì benigno aspetto, e pien di maestà tanto miranda,
ch'io me gli ingenocchiai davanti i piedi e dissi a lei con tremebunda voce: Donna, se siete donna, ch'io non credo che questa forma sia cosa mortale,
anzi la stimo angelica e divina, non vi sia grave di piegar le orecchie purgate e dotte a questi nostri prieghi mossi da zelo e da disio d'onore.
Io son venuto a dimandarvi grazia che m'insegniate la sicura strada di poter pervenire a la Sibilla, e poscia quindi a ritornarmi in dietro,
che non si fa senza divino aiuto. Così le dissi, ed ella con la mano mi sollevò da terra e mi rispose: Signor che foste eternamente eletto
nel consiglio divin per torre il giogo ultimo a Roma de la gente gotta e farla andare a l'isola di Tule: io son disposta far ciò che v'aggrada
e dare aiuto a sì mirabil opra: sedete adunque a questa nostra mensa. - e mostrommi una mensa ivi in un canto - Perché, gustando le vivande nostre,
potrete starvi poi senz'altro cibo ne l'alta grotta tutti quanti e' giorni che star convienvi in quell'aspro vïaggio; e manderò con voi questa donzella
nomata Euloga, che vi sarà scorta a trappassar tutti i difficil passi di quella acerba e perigliosa grotta: poi conduravvi fuor per una strada
molto rimotta fino a la Amatrice. Così diss'ella, e poi seder mi fece a la sua bella tavola di cedro, ove gustai quelle radici amare
postemi avanti in un piatel d'argento che quasi tutto mi smagraro il gusto: ma ne la fine poi recommi frutti soavi e dolci e dilicati e saldi
che mi mandaro al cuor tanto ristauro, che sarei stato agevolmente un anno, non che tre giorni, in quella orribil buca senza ricever più null'altro cibo.
Quindi, preso commiato da la nimfa, dietro a i vestigi de la buona Euloga in poco d'ora discendemmo in Gallo, e poscia andammo presso a la caverna
che conduce la gente a la Sibilla: e come fummo dentro da un pertugio ch'era lungo, ed aperto in forma d'uovo, primieramente vi trovammo un lago
mobile e chiaro, e non molto profondo. Alor si volse a me la fida scorta e disse: Signor mio, convien passarvi al primo ingresso questo instabil lago
co i piedi ignudi e con le piante molli; e converravvi star quatr'ore in esso con estremo periglio de la vita, pria che giunger possiate a l'altra ripa.
Alor, vi dirò il ver, ch'entr'al mio cuore pentimmi assai d'esser condutto a questo sì mal sicuro e necessario varco, e venni in fronte scolorito e smorto;
il che vedendo la discreta Euloga per man mi prese, e poi così mi disse: Non dubitate no, signor mio caro, di poter aver mal con la mia guida.
Vedete là quella fanciulla onesta bella ed allegra e candida nel volto che tien l'albergo suo sott'a quel Granchio ed ha due corne in testa, e qunci q quindi
rivolta gli occhi, e mai non può star ferma: quella è la nobilissima Selana, imperatrice e donna de gli umori, che si governan sol com'ella vuole;
e quando se ne va ne gli orizzonti gli fa callare, e crescer quando arriva a l'uno e a l'altro cuspide del cielo che divideno a noi le notti e i giorni:
tal che quell'alma ch'esce fuor di vita convien aspettar sempre che Selana si truvi sopra l'un di questi cerchi orizzontali, perché stando in mezzo
al cielo il biondo Apol non lascia uscirla fuor de la siepe de gli edaci denti. Questa Selana signoreggia il lago che voi vedete: adunque andiamo ad ella,
che volentieri insegneracci il guado; e la divinità del suo favore ci guiderà sì ben per entr'a l'onde, che le trapasserem senz'alcun danno.
Così diss'ella, onde con lei mi lossi; e giunti che noi fummo, al suo conspetto Euloga le parlò con tai parole: Eterna imperatrice de gli umori,
questo baron che voi vedete meco vorrebbe trappassare il vostro lago per arrivare a la Sibilla antica: e la buona Pedia mi manda seco
ad insegnarli i men cattivi passi di queste vostre perigliose grotte, ché così vuole il gran Mottor del cielo. Insegnateci adunque, alta reina,
il più sicuro varco da passarlo, e le quattr'ore che staremo in esso non ci lasciate senza il vostro aiuto. Così le disse Euloga, a cui rispose
la bella e gentilissima Selana: Quivi a man destra è il più sicuro vado di questo nostro periglioso lago; ed ove un gorgo fia di latte bianco
presso a la prima scesa de la ripa, passate quindi senz'alcun timore, ch'io non vi mancherò d'onesto aiuto: Così diss'ella, e subito n'andammo
al dissegnato luoco, e co i piè scalzi mi posi entr'a quel late, e lo passai, e d'indi l'acque: e 'n tutte le quattr'ore ch'io stetti a trappassar l'instabili onde
non conobbi periglio né disturbo ch'i' avesse intorno, e pur ve n'eran molti: tant'avea l'alma debole ed ingombra di pensier lievi e de ignoranza carchi.
Ma come giunto fui su l'altra ripa trovammo un prato nobile, coperto di tenere erbe e leggiadretti fiori: alor mi disse la gentile Euloga:
In questo luoco avemo a star dieci ore, perché una nimfa, ch'ha nome Ermodora, ch'or co i figliuoi di Leda or con Astrea tien la sua casa. ed è molto gentile,
di ingegno acuto e di parole accorte e di man molto ingenïosa e destra, ha questo prato tenerello in guarda. Eccola starsi là fra molte ancelle,
l'una che insegna a por le lettre insieme e l'altra a numerar fin a l'arena la terza a l'armonia, parte di voci parte di corde e flebili instrumenti;
la quarta è intenta a misurar la terra e tutte l'altre superficie e corpi quadrati e rombi e conici e ritondi; la quinta a discoprir tutti i vïaggi
e i moti ingenïosi de le stelle; la sesta a le dispute, e l'altra poi insegna ad agitar diverse cause in giudizii, in consulti e 'n lodar altri,
per far di sé maravigliar la gente. Quell'altra insegna a governar se stesso e quella le republiche e le case e quella a specular metalli e piante
e la natura occulta de le cose e quella a medicar le parti offese o con prudenza mantenerle sane: ed altre ad altre oneste ed utili arti.
Andiamo a star con lor queste dieci ore, che le trappassere' con gran diletto. Così mi disse la gentile Euloga, onde mi posi a gir verso le nimfe.
Alor la cortesissima Ermodora per man mi prese, e fecemi sedere tra quelle damigelle in su quell'erba: che ad una ad una ragionaron meco
sì belle cose e con parlar sì dolce, che 'l tempo scorse ch'io non me n'avvidi, né conobbi la luce de la luna ch'era successa al lampeggiar del sole,
che penetravan dentro a quelle grotte o per divin volere o per incanto sì come soglion penetrar co i raggi vetri o cristalli o limpidissime acque.
La buona Euloga alor mi disse: Andiamo, che già la notte è sopra l'orizzonte col primo passo suo ch'ell'erge al cielo. Così da quelle nimfe si partimmo,
e giungemmo più avanti in un pratello ch'era piantato d'odorati mirti, ed era circondato intorno intorno da un ruscelletto che con limpide acque
giva fuggendo per le tenere erbe. Quivi trovammo la gentil Ciprina, giovane vaga e di bellezze immense, che la sua casa che governa il Tauro
in cui si essalta la celeste luna avea lasciata, ed albergava in Libra: eravi la gentil generatrice con la divinità dell'Ellesponto,
v'eran le Grazie e i Giuochi e le Camene, che tra lascivi balli e soni e canti, conviti e nozze e vestimenti adorni si stavan sempre con diletto e gioia.
Questa con tanta umanità ci accolse quanta possa narrar terrestre lingua: ma comprendendo che le sue donzelle non m'aggradivan molto,e ch'i' era stanco,
disse: Menatel là, gentile Euloga, presso a quel rivo, a riposarsi alquanto fin che l'ora verrà da dipartirsi: che in questo prato convien starsi ott'ore,
prima ch'e' possa trappassar più avanti. Così n'andammo dentr'al bel pratello che ci mostrò quella leggiadra nimfa, e quivi si assidemmo in su la ripa
del fiumicello; e la discreta Euloga del mio diporto ragionava sempre, e disse: Acciò che vi sia nota meglio èla grotta tortüosa ove noi semo, vuo' che sappiate primamente ch'ella
fu fabricata dal voler divino in molte cose simile a la vita che fan le genti sotto il vostro cielo: le quai, come escon fuor del matern'alvo,
i quattro anni primieri de l'infanti menan sotto tutela de la luna; gli altri dieci che siegueno son dati a la tutela di Mercurio, e sono
detti de la püerizia; ed i seguenti otto dapoi da Venere son retti, e son chiamati de gli adolescenti. Quei de la gioventù, che son desnove,
son dedicati al bel occhio del cielo; poi la virilità quindeci n'ave, governati da Marte; e quei di Giove dodeci sono, e son de la vecchiezza
e del consiglio stabile e maturo. Gli altri anni, dopo quei, che 'l ciel conciede son la decrepità, dati a Saturno che s'assimiglia a questa alma Sibilla:
però, prima ch'a lei si possa andare, passar conviensi il lago de gli infanti e i prati di Ermodora e di Ciprina e i campi di Eliodora e quei di Marzia
e quei di Giovia, e star tant'ore in essi quanti son gli anni che si sta in tutela de le lor stelle su ne l'altra vita. In questo mezzo voi darete al sonno
l'afflitte membra vostre, fin che giunga l'ora che 'l gallo suol predir col canto: ch'ad Eliodora poi n'andremo insieme. Così con quelle sue parole dolci
quivi m'addormentò la bella donna: e, come tempo fu, dapoi svegliommi e mi condusse a i campi d'Eliodora ch'avea la casa sua sotto 'l Leone,
e se ne stava con le sue donzelle, Edonia e Callia e Dossia ed Ippia ed Ebe, gioiosa e lieta e fra pensieri eccelsi; e come stato fui con esse loro
le desnove ore ch'io dovea starvi, di cui me ne dormi' la quarta parte, subitamente a Marzia me n'andai, ch'avea le case sue molto dilette
or sotto 'l Scorpio ed or sotto 'l Montone, in cui s'essalta il bel occhio del cielo. Quivi mi stetti quindeci ore, e sempre parlai con Filocrema e Stratigea,
di cui serbai nel cuor molti precetti; e riposato alquanto anco in quel prato menommi a star con Giovia, che ha l'albergo ora nel Sagittario ed or ne i Pesci.
Questa di gentilezza e di bontate, di fede, di bellezza e di giustizia vincea tutte le nimfe di quel luoco; quivi mi ragionai con Callibula
e con Sinesia quelle dodeci ore ch'io stetti seco, e poi partito quindi se ne venimmo a la Sibilla antica, ch'avea l'albergo sotto 'l Capricorno
e sotto quel pastor che fonde l'acque. Come fui giunto avanti a quella diva, ch'era di tanta reverenza in vista quant'esser possa mai cosa del mondo,
ratto me ingenocchiai davanti a lei; ond'ella, che conobbe il mio timore, cominciò ragionar sì dolcemente ch'ogni paura mi scacciò da l'alma:
poi sollevommi con la mano, e disse: Altissimo baron, quanto m'allegro vedervi in questo mio rimoto albergo, considerando quella immensa gloria
che v'apparecchia il Re de l'universo, ch'a Belisario fia molto propinqua! Ei sarà il primo a dibellare i Gotti e porre in libertà l'Italia afflitta,
e voi sarete il prossimo e 'l secondo. Così mi disse la Sibilla, ed io riconfortato da le sue parole incominciai parlarli in questa forma:
Donna eccellente, e di saper tant'alto ch'a la profondità del vostro senno non può mai penetrar pensiero umano; poi che m'alzate il cuore a tanta speme
non vi sia grave ancor farmi palese quel ch'abbia ad avenire in questa guerra, acciò ch'io sappia governarmi in essa; e dirmi come andrà l'imperio, e quale
sarà la nobiltà che Italia onori. Così le dissi, ed ella mi rispose: Signor, questo non è sì agevol cosa come si sta ne la credenza vostra;
pur sforzerommi d'essequirla in parte secondo le mie forze e 'l mio valore. Quando Giovia si viene a star con meco ne la primiera parte del Montone,
che novecento e sessant'anni stassi prima che si ritorni un'altra volta al medesimo punto ov'era alora, alora io faccio a certi miei ministri
dipinger molte spazïose sale de la mia casa con novelle istorie, che mostran quel che dee venire al mondo: perché il corso del cielo e la vecchiezza
e 'l tempo ingannator corroden sempre co i denti de la età tutte le cose e le conducon lentamente a morte; ma come sono pervenute al fine
i tempo in tempo ne risorgon altre. e però se voremo andare in queste sale, mi sforzerò mostrarvi molte di quelle cose che richieste avete.
Dopo questa risposta, mi condusse in una sala spazïosa e grande dipinta d'oro e di sì bei colori che le figure sue parean di carne.
Questa è, disse,la sala de le guerre. Quello è il gran Belisario, che conduce preso dentr'a Bisanzo il re de' Gotti e dàllo in man del correttor del mondo
con tutti quelli amplissimi tesori che ritrovati arà dentr'a Ravenna; quella è la bella Amata, che è mogliera di Vitige, e da poi che fia defunto
prenderà per marito il buon Germano, degno nipote del signor del mondo. Quella è la gente gotta, che ribella al grande imperio, e Totila suo rege
afflige Italia e falli immensi danni: e voi lo romperete appresso il colle ove ruppe i francesi il buon Camillo, e quivi in Caprea fia sepulto e morto:
a cui succede Teio, e nel Vesevo l'ucciderete, e spingerete i Gotti fuor de l'Italia a l'isola di Tule. Dapoi ne l'anno da che nacque Cristo
cinquecento e cinquanta e cinque ed uno quasi nel mezzo del fiorito aprile venirà a morte Belisario il grande, e sepelito fia dentr'a Bisanzo
con molta gloria ed onorevol pompa; e parimente in quel medesimo anno, quando novembre arà forniti gl'Idi, morirà il sommo imperador del mondo,
e nel suo luoco sederà Giustino con la bella Sofia ch'or'è sua moglie. Questi vorrà di Italia rivocarvi, e quella donna con parole indegne
de la vostra virtù farà sdegnarvi e chiamar ne la Italia i Longobardi: ma voi pentito poi di tanto errore e confirmato al pristino governo
di Roma, gli farete star lontani da i confini d'Italia infin che l'alma vostra starà ne le terrene membra: ma quando il cielo a sé l'abbia chiamata
ritorneranvi,e senza alcun contrasto si piglieran l'Italia intorno al Pado: e 'l lor seggio regal sarà in Pavia cento e cent'anni e più, fin che quel grande
re de la Francia Desiderio prenda e solva il lor mal acquistato impero. Poi, vindicati i danni de la chiesa, aràci il fior d'Italia, che dapoi
dividerassi in Gibellini e Guelfi ed empierassi di discordie e sangue, tanto che i stridi andran fino a le stelle. Il grande imperio poi ne l'Orïente
quando fia molto lacerato e manco de le sue membra, e debole ed infermo, ne gli anni de la vostra alma salute dui con cinquanta e quattrocento e mille
sarà destrutto per le man de' Turchi, e l'infelice Constantin fia morto, ultimo imperador, dentr'a Bisanzo. Poi la casa Otomana arà il domìno
di tutta l'Asia, e parte de l'Europa: la casa felicissima Otomana di successori e di richezze immense, ma poco amica a i studi de le Muse;
onde i lor fatti da i preclari ingegni non saran molto celebrati e chiari. Così parlava l'ottima Sibilla, e dopo questo riguardommi e disse:
Deh lasciam star le guerre ora da canto: entriam ne l'altre spazïose sale, ove vedrete le famose case ch'han dati spirti generosi al mondo.
Vedete quanti imperadori e regi e duchi eccellentissimi daranvi le case di Sassonia e di Baviera e quella d'Austria, che le vice tutte,
con la sua Lucimborga e la Aragona, l'Aragona gentil che 'l grande Alfonso manderà ne la Italia a ristorarla: questi sarà sì liberale e giusto
che fia l'essempio a tutti gli altri regi da governare in pace i stati loro. Di lui fia Ferdinando e un altro Alfonso, un altro Ferdinando e un Federico,
gentile e giusto ed amator di pace. Ma questo al fin morrà privo del regno, del regno constituto da i Normani; e poscia da la casa de i Svevi
possederassi, de i Normani erede: perché Costanza uscirà fuor del chiostro presso che vecchia, e pur arà un figliuolo che sarà il fior de i principi del mondo.
Il regno poi di Napoli e di Puglia dopo i Svevi, andarà in man di Carlo, duca d'Angiò, fratel d'un re di Francia: e quivi rimarrà di tempo in tempo
fin che pervenga a gli ottimi Aragoni ch'io v'ho nomati, insino a Federico; ma dopo Federico un Ferdinando, che fia re di Aragona e di Castiglia,
cacciati i Mori fuor de la Granata col suo Consalvo capitanio eccelso torrà quel regno da le man di Francia, ch'acquistato n'avea la maggior parte,
e reggerallo con prudenzia molta: poi lascerallo in mano a Carlo Quinto, nipote e successor d'ogni suo regno, a Carlo imperador, che con gran forza
cercherà sempre opporsi a gli Ottomani; ma prima espedirà l'impresa santa contra i Germani eretici e ribelli de la fede di Cristo e de l'impero.
Questi tutti faranno una gran lega di tante terre e popoli e signori, che sarà cosa orribile a vederli: che tutti quanti da l'Oceano a l'Alpi
saran vestiti d'arme, per spogliare del sacro imperio il correttor del mondo, che fia sopra il Danubio con le squadre de l'Austria e de l'Italia e de la Spagna
per aspettere il buon conte di Bura che sen venìa con le Fiaminghe genti: e già con quelle arà passato il Reno quando eccoti apparir con gran furore
il fier Langravio e 'l duca di Sassogna con altri molti capitani illustri, che seco aran quella infinita gente de la lega smalcadica ch'io dissi,
tutta coperta di brunito acciale; e tante artelarie, tante bombarde faran sparare a un tempo, che la terra tremar vedrassi ed oscurarsi il sole.
Da l'altra parte il correttor del mondo sopra il suo ferocissimo corsiero starassi armato intrepido e virile, e darà cuore a tutte le sue squadre,
smarrite alquanto da le ardenti pale che fulguravan quei nimici orrendi più spesse assai che grandine che caschi giù da le nubi con terribil vento.
Quivi farà munir il suo gran vallo quello ardito signor senza aver tema de le bombarde che fioccavan sempre; ma come poi l'avran munito tanto
che sia riparo a quelli orribil colpi, a sé chiamando l'ottimo Granvela e 'l suo figliuolo Episcopo di Arasso, uomini grandi e di consiglio eletto
che le cose del mondo hanno in governo, consulterà con lor tutto 'l negozio: dapoi col duca d'Alba ed altri molti principi degni e capitani eccelsi
conchiuderassi uscir fuor del steccato e fare il fatto d'arme co i nimici, se ben avran disavantagio molto di cavalli e di genti e di bombarde
ch'a queste supplirian con la virtute. Ma quando poi fia nota a l'empia lega tanta prontezza di venire a l'arme, tacitamente partirassi quindi
e ridurassi dentro a Tanaverto: alor se ne verrà il conte di Bura, e si congiungerà col suo signore. Dapoi l'imperadore andrà seguendo
i suoi superbi e perfidi nimici; e quei fuggendo il fatto d'arme sempre si ridurranno dentr'ai luoghi forti, poi finalmente solveranno il stulo:
e così senza polve e senza sangue il domator de le mondane genti durando il verno fra le nevi e i giacci col stuolo armato intorno a i suoi nimici
conseguirà di lor vittoria immensa; e tutte le città, tutti i paesi, tutti i signori e i principi ribelli nel giusto arbitrio suo si renderanno,
a li quali userà molta clemenza. Ma solamente il duca di Sassogna s'ostinerà nel fiero suo proposto, e se ne fuggirà dentr'al suo stado
che riga l'Albia, impetüoso fiume che mai da tempo alcun non può vadarsi, credendosi per quello esser sicuro; ma l'alto imperador, trovando il vado
che mostreralli un angelo del cielo in luogo che mai più non fu vadato, guazzerà il fiume con prestezza immensa, e quivi giungerallo a l'improviso
e romperallo a prenderal prigione ferito in faccia, il che sarà il sigillo di quella glorïosa alta vittoria: perché Langravio anch'ei ne le sue mani
in volontaria prigionia darassi. Cesare poi se n'entrerà in Augusta con gran trïomfo, e vederansi aprire i chiusi templi di Germania e tutti
fumar gli altari d'odorati incensi e render grazie al Re de l'universo di così degna e così gran vittoria; ed e' sedendo sopra un'alta sede
fra gli oratori e i principi del mondo darà le leggi a quei che furon vinti, e grata pace a tutte l'altre genti. Questo tal fine arà l'impresa santa
di Quinto Carlo Massimo e divino: ma se lo seguirà il popol di Cristo non solamente da le man de i Turchi torrà l'Europa, ma con molta gloria
andrà vincendo il mondo infin a gl'Indi. Mirate ancor quella mirabil casa che fa risplender tutta questa sala; quella è la casa di Valloes, ch'abbonda è
i regi serenissimi e di duchi: questa dal nono Lodovico al primo Francesco arà più coronate teste di Filippi, di Carli e di Luigi
ch'abbia nul'altra de' paesi vostri. Guardate ivi quei tre che vanno insieme l'un dopo l'altro: il primo è Carlo ottavo, che l'Alpe passerà con tal furore
che tutto 'l mondo tremeralli avanti, l'altro sarà il duodecimo Luigi, più forte ad acquistar terre e paesi che a ritenerli; il terzo fia Francesco,
che romperà gli Elvezi a Marignano e fia fautore a i studi de le Muse, a le antigaglie ed ai gentili ingegni. Mirate ancor la casa di Inghelterra
con gli antichi Odoardi e con gli Arrighi, potentissimi re d'arme e tesori, ma ne le mogli alcun poco felice. Quell'altra casa ha i re di Portogallo,
sagaci in ritrovar nuovi paesi: questi andaran da i Lusitani agl'Indi passando l'equinozio co le navi, e recheran sì prezïose gemme
e sì notabil quantità di pepe e di altre cose inusitate e rare, che acquisteranno una ricchezza immensa. Quell'altra è poi la casa Casimiera,
che adornerà di re tutti i Poloni; quella è la Vlacca, onde 'l gran re Matia uscirà fuor con tanta gloria al mondo, che sempre durerà la sua memoria;
quella è la casa illustre di Navara, quella è quella di Scozia, e i Lusignani, ch'hai Saraceni fia d'immenso danno: quell'altra è di Cristierno re de' Daci,
quella è de i Moscoviti di Roscìa. Ma noi siam troppo lunghi in questa sala, chen s'io dovessi raccontarvi il tutto mi mancheriano le parole e 'l tempo.
Passiamo a l'altra omai, ch'io vuo' il futuro dei ben de la fortuna e de l'ingegno e de le forze discoprirvi meglio prima che dal mio chiostro vi diparta.
Così diss'ella, ed io risposi: Donna, veramente vi son tanto tenuto di questa gentilissima fatica che prendete per me, ch'io mi confondo,
né vi so ringraziar come dovrei; ma seguitate pur, che questa cosa mi reca dentr'al cuor diletto immenso. E così detto me n'entrai con ella
in un altro grandissimo salone: questo era pien di papi e cardinali, d'arcivescovi e vescovi ed abbati; onde a me volta sorridendo disse:
Troppo sarebbe a nominar costoro ad un ad un, di cui la maggior parte son degni di silenzio, e non di nome. Pur d'alquanti dirò, che saran chiari
e degni di nomar, per non lasciarvi uscir di qui senza notizia alcuna. Quella è la nobil casa Frangipane, che daravvi un pontefice eccellente
che nomato sarà Gregorio primo; ma non fia troppo amico a le antigaglie di Roma, né a le Muse di Varrone, ché a l'une e l'altre donerà disturbo.
Quella è la gran famiglia de gli Orsini, madre di molti capitani eccelsi, di molti cardinali e molti papi. L'altra che va con ella a paro a paro
è la casa Colonna, anch'alla madre di cardinali e capitani e papi; e quella è la Savella, e poi quell'altra la Caëtana, e l'altra la Contesca,
che daran papi e cardinali a Roma. Quella è la casa Flisca con dui papi, con dui la Picolomina e la Borgia: e quella de la Rovera con dui,
la Medica con dui molto eccellenti; la Condulmeria poi sarà contenta d'un solo, e d'uno parimente i Barbi, e d'un eccellentissimo i Farnesi,
umano e dotto, d'animo virile: questi sarà nomato Paulo terzo, ed arà l'arte vera de i Romani da governare i popoli del mondo
col perdonare a quei che fian suggetti e dibellare e vincere i superbi. La casa di Cibò manderà fuori anch'ella un papa, e quella di Sarzana
arà nel germe suo migliore uscita, che arà Nicola quinto, molto amico a i studi de le Muse e a le buone arti. E poi fra tanti e tanti cardinali
umani e dotti e di laudabil vita, vedete là Bessarïone e 'l Barbo che splendon come due notturne fiamme ch'ardan la notte sopra un alto colle;
quella luce che è là fia d'Antonino, arcivescovo degno di Fiorenza, quella è di Folco, e quella è del Barozzi: ma chi volesse nominarle tutte
perderia tempo assai senza profitto; dunque passiam a quei che non fur cherci, e veggiam prima le case ch'ebber duci, marchesi e conti e cavalieri illustri
ed altri adorni di preclari ingegni. Alor risposi a lei: Gentil mia donna, quel ch'a voi piace a me tanto diletta, ch'io non so desïare altro di meglio.
Ed ella: Rimirate, alto signore quella città che siede in mezzo a l'onde tra le foci del Sile e de la Brenta: questa sarà Vinegia, ch'or si chiama
Rivalto, ed ha molte isolette intorno ch'aran tali edifici e tai splendori che giudicate fian cosa divina. Queste saranvi ancor sì dolci e care
che le ornerete di onorevol tempio . Quindi usciran le glorïose case che daran duci illustri a quei paesi: Angel Participazio fia il primiero
che sarà fatto duce entr'a Rialto; ma questa cosa nobile che poi fia detta Badoera da la gente sederà diece volte in quella sede:
e cinque sederannovi i Sanuti, cinque gli Orseoli, e quattro volte poi i Dandoli, e tre volte i Gradenighi, tre volte i Moresini e i Contarini
e i Falieri e i Michieli e i Mocenighi. ma i Memi, i Steni, i Tiepoli e i Zïani e i Barbarighi ognuna arà dui duci; e uno i Trasdomenici e i Bellegni
già detti Selvi, ed uno i Salamoni, uno i Pollani, i Mastropieri e i Zeni e i Zorzi co i Dolfini e co i Soranzi: un duce aranno anco i Cornari e i Celsi,
i Malipieri e i Foscari e i Venieri, Mori, Troni, Marcelli e Vendramini, Loredani, Grimani, Gritti e Landi. E dopo questi l'ottimo Donato
fia di gran refrigerio al suo bel nido, perché de integrità, prudenza e senno vincerà ognun che quivi unqua sedesse. Tutte queste notabile famiglie
ne la sedia ducal porranno il piede prima che giunga il termine ch'io dissi de gli anni novecento co i sessanta. Molt'altre case poi di grand'altezza,
se ben non daran duci, produrranno a la sua patria cittadini illustri e di virtute e di sublime ingegno: tra le quai renderan molto splendore
Giustinïani, Barbari e Donati, Rinieri, Amuli e Navagerii e Bembi e Dandoli e Capelli e Contarini; ma negli Amuli un Marcantonio fia
che di gloria, bontà , senno e valore trappasserà ciascun di quella etade. Or s'io volesse nominarvi tutte le case ch'ivi aranno uomini degni
più tempo ci vorrebbe assai di quello che v'ha concesso il ciel da star con noi. Mirate la città del mar Tirreno ch'ha nome Genoa, e par contraria a questa:
quivi saran molte famiglie illustre che daran duci illustri al suo paese; e due, che chiameransi Capellazzi, l'una detta Fregosa e l'altra Adorna,
faran molt'opre glorïose e degne co i Doria e Flischi e Spinoli e Grimaldi. Ma quella Doria un principe daralli sì virtüoso e valoroso in arme,
che si giudicherà signor del mare: questi porà la patria in libertade, e rassettate le discordie vecchie la torrà via dal giogo de i francesi,
onde empierassi di ricchezze immense. Vedete là la casa de i Visconti, che produrrà Giovanni e Galeazzo e 'l conte di Virtute, a far tal prove,
ch'acquisteran quasi la Italia tutta; questi fia il primo duca di Milano, che lascerà i paesi in gran travaglio per la sua morte, e 'l suo figliuol Filippo
che quasi perderà tutto il suo stato, ma poi n'acquisterà la maggior parte col Cormignola e 'l Picinino e 'l Sforza. Mirate ancor tre nobili famiglie,
che illustreran la Italia appresso al Pado: l'una sarà la casa di Savoia, con molti duchi glorïosi e degni; l'altra quella da Este, in cui vedransi
Obizzo e Nicolò, Lionello e Borso, che sarà il primo duca in quella gente; ed Ercule suo frate fia il secondo, Alfonso il terzo e suo figliuolo il quarto,
ch'arà il nome de l'avo e la prudenza del padre, e 'l stado più tranquillo e fermo. Questi orneran di inespugnabil mura la lor bella Ferrara, e fian dotati
di gran richezza e di onorata prole. La terza fia la casa da Gonzaga; questa arà molti capitani eccelsi, molti marchesi e cardinali e duchi:
questa il paese ove Virgilio nacque arà sott'essa ed altri, e sarà ancora erede universal del Monferato; di questa fia il magnanimo Ferando,
ch'andrà con Carlo quinto in molte imprese, tal che farà tremar Germania e Francia: e quindi acquisterà sì grandi onori, che la sua chiara e glorïosa fama
aggiungerà da l'uno a l'altro polo. La casa da Carrara e da la Scalla tosto si estingueran, ma fiano eccelse: la Scala arà il magnanimo Cangrande,
che sarà giusto e liberale e forte più d'ogni altro signor di quella etade; estingueransi ancora i Castracani col suo Castruccio, e quella da Romano
con gli Ezzelini e quella da Camino; ma surgeran la Rovera e la Borgia, co i lor feroci duchi oltra i lor papi: e dopo queste i Medici e i Farnesi,
parimente con duchi oltra i lor papi; ché i Medici Lorenzo e Giulïano aran per duchi, ed Alessandro e Cosmo, Cosmo gentil, che di prudenza e senno
vincerà tutti gli altri suoi maggiori: e fia sì amico a i studi de le Muse ed a l'altr'arti ingenïose e buone, che adornerà tutto 'l paese tosco.
Que' de i Farnesi più daransi a l'arme, che 'l duca Ottavio andrà con Carlo Quinto socero suo contra Germania tutta, e farà quivi inestimabil pruove.
Vedete i Malatesti e i Barbïani, e fra i lor capitani il buon Albrigo ch'a Italia renderà il mestier de l'arme e fia 'l maestro di Bellona e Marte.
La casa Montefeltra e la Varana averan duchi valorosi e degni: mirate la Opulenta e la Manfreda e la Pallavicina e da la Torre,
la Rossa, la Rangona e la Triulza, la Uberta, la Torella e la Boiarda e la Sanseverina e la Cantelma e l'Acquaviva, e Davala e Caraffa:
la Davala gentil, che sarà madre di quelli eccellentissimi marchesi da Pescara e dal Guasto, il cui valore rimbomberà dal Tago infino al Gange.
La casa Livïana e la Cogliona anco aran degni capitani in arme. Vedete quei dui fulguri di guerra: l'un sarà detto Braccio, e l'altro Sforza,
ch'empieran tutta Italia di rumori; ma i successor di Sforza aran più stado, che saran duchi di Milano, e poi per le discordie lor lo perderanno.
Mirate quelle nobili famiglie, Saluzzi e Malaspini e del Carretto, Savorgnani e Collalti e Brandolini, Sambonifaci e Bentivogli e Pepi
ed Obizzi e Purlilii e Bivilacqui e Martinenghi e Gambari e Avogari, e quei dal Verme e quei da Castel Barco e da Arco e da Madruzzo e da Lodrone;
ma quella di Madruzio arà un signore che fia pastore e principe di Trento, liberale e magnanimo e cortese, ch'ornerà d'alta gloria il suo capello.
Quell'altre sono ancor famiglie illustri, ma gran tempo v'andrebbe a dirle tutte: però fia ben lasciarle, e con disio passar ne la gran sala de le Muse,
ch'è più bella di questa e più lucente; anzi questa da lei riceve luce, come luna dal sol riceve lume, per quel pertuggio in forma di Sirena.
Così diss'ella, e poi volea menarmi in essa; ed io, che vidi esservi avanti molte figure, tanto ben dipinte che diero a gli occhi miei nuovo diletto,
le dissi: O saggia e grazïosa donna, chi son costor che avanti a questo ingresso paion sì gravi e venerandi in vista? Ed ella: In questo luogo fur dipinti
tutti quanti i Teologhi che furo che saràn dopo il Figliuol de l'Uomo. Quello è Mateo, quello è Giovani, e quello è Marco e quello è Luca, e l'altro è Paulo,
primi scrittor de la criastiana legge. Quello è Basilio e quello e 'l Nazanzeno, e Dionisio e Crisostomo e Origène, Nemesio ed Anastasio e Teodoretto,
Eusebio ed altri assai famosi Greci, che mal poriansi nominarli tutti. Vedi poi là Tertulio e Ciprïano e Lattanzio e Boezio, e tutti i quattro
dottori eletti de la chiesa vostra, Ieronimo ed Ambrosio ed Augustino e Gregorio, e dapoi ne vien Cirillo e Bernardo e 'l scolastico Tomaso,
a cui sarà l'acuto Scotto adverso: onde fian poi due sette in quelle etadi di Tomisti e Scottisti, e fian seguite da due gran moltitudini di genti
che contendon fra sé, come tu vedi; ma lasciànli contendere ed urtarsi, e passam entro omai ne la gran sala, che dipinta sarà d'altri colori.
Volgete gli occhi a quei preclari ingegni: quello è Bessarïon, quell'altro è il Gaza, che darà tanto lume a quella etade che manderalla prossima a le antique.
Quell'altro è il Gemistò col Trapesonzo e 'l Calcondile e 'l Lascari e 'l Mussuro: il Calcondile, che farà che Atene verrà seco in Italia, e pianteravvi
il seme eletto de la lingua greca. Mirate là Polizïano e 'l Pico e 'l Barbaro e 'l Donato e 'l Sipontino, il Biondo, il Losco, il Platina e 'l Budeo
e l'Alberti e 'l Filelfo e 'l Acciaiuoli, il Cosmico e 'l Marcello e 'l Contarini, il Sabellico, il Poggio, il Giovio e 'l Parma, il Maturanzio e Romulo e 'l Bassano,
il Monte Regio, Erasmo e Melantone, il Sessa e 'l Genoa, il Pomponazzo e 'l Maggio, che fian peripatetici eccellenti. Quel poi sarà il Platonico Ficino
col suo Diaceto, e 'l Corsi e 'l Rucellai, che canta l'api del suo florid'orto; e l'ottimo Pontano e 'l Sannazaro e 'l Sadoleto col Flaminio e 'l Bembo,
e 'l Fracastoro e 'l Navagero e 'l Cotta e l'Altilio, il Conternio, il Vida e 'l Molza, e Giovan da la Casa e 'l Castiglione, il Caro e 'l Tasso e 'l Guidiccione e 'l Varchi
e 'l Capello e 'l Molino e l'Alemani e la marchesa di Pescara, e seco Veronica da Gambara, con molte donne eccellenti e di leggiadro ingegno;
Trifon Gabriele al suo Petrarca intento, l'Aretino, il Boiardo e l'Arïosto col Furïoso suo che piace al vulgo, il Pulci e 'l suo Morgante, e poi Burchiello
e 'l Berna e 'l Mauro, ed altri vaghi ingegni che le carte ridendo empion di burle. Ma lasciamo i poeti e rivoltiansi a i studi che saranno in maggior pregio.
Questo è l'eloquentissimo Bonfio, che sarà un Ciceron di quella etade; e quello è il famosissimo Alcïato, che i faticosi studi de le leggi
caverà fuor de la barbaria inculta. Quell'altro è il Leoniceno, e presso a lui il Monte e 'l Frigimelica sen vanno: questi la imbarbarita medicina
ritorneranno al culto di Galeno. Mirate ancora quei pittori eccelsi, il Vinci, il Bonarotti e Tizïano, Zorzone e Rafaello e 'l Pordanone,
le cui pitture fian tanto eccellenti, che pareran più che le vive vive. Or dopo questi è ben ch'io ponga fine a le parole mie troppo prolisse:
perché son qui tanti eccellenti ingegni, che s'io volesse nominarli tutti ci converrebbe trappassar quell'ore che v'ha concesso il Ciel da starvi meco,
le quai son oramai scorse e compiute. Tornate adunque a riveder le stelle, e bastinvi que' pochi ch'io v'ho detti. Così diss'ella, ed io risposi e dissi:
Deh, noia non vi sia, donna eccellente, dirmi anch'il luoco ov'io debba imbarcarmi e dov'io possa ritrovar Giovanni. Ed ella: Come quinci vi partiate
uscendo fuor per un secreto buco che con la scorta de la buona Euloga vi condurrà vicino a l'Amatrice, ove la vostra compagnia v'aspetta,
andate pur di lungo fin a Roma, poi per la foce d'Ostia entrate in mare e dirizzate 'l camin verso Bisanzo: né vi pensate più trovar Giovanni,
che poi che prese Ancona indi partissi e se n'è gito a Rimino, e l'ha preso; ma i Gotti dietro a lui ritengon Osmo ed altri luoghi assai muniti e forti:
onde si truova aver l'assedio intorno, perché non osservò quei buon precetti che gli commise il capitanio eccelso; e così spesso avviene a quelle genti
che far non voglion ciò che è lor comesso. Ma s'ei non ha da Belisario aiuto, diverrà tosto in man de i suoi nimici: però direte a quel signore illustre
che non indugi, e venga a liberarlo. Questo diss'ella, ed io dapoi men venni con la fedele Euloga a l'Amatrice, e quindi a Roma a la presenzia vostra.
Così narolli l'ottimo Narsete: e poi ch'ebbe fornito ognun partissi, e se n'andor ne i lor fedeli alberghi per riposarsi fino a la mattina.
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