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1478–1550

IL VIGESIMOPRIMO LIBRO

Gian Giorgio Trissino

L'eterno Re nel suo palazzo eterno, che fabricolli il protettor di Lenno fece chiamare il suo consiglio eterno: e primamente se ne intraro in esso

le intelligenzie de le stelle erranti, Saturno, Giove, Marte e 'l biondo Apollo che sol governa il carro de la luce, e poi Mercurio e Venere e Dïana

che ricevendo il lume dal fratello col vario suo girar muove gli umori. Furonvi ancora ed Orïone armato e Cefeo e Cassiopeia ed Arianna,

Perseo, Chirone, Astrea con tutte l'altre intelligenzie de le stelle fisse: e parimente gli angeli del cielo ch'hanno in custodia le fontane e i fiumi

e le azïon de le terrene genti andaro in quello amplissimo consiglio. Quivi il celeste Re, sedendo in mezzo quelle sustanzie nobili ed eterne

sopra la sedia sua d'oro e di gemme, e rivolgendo gli occhi eterni a Roma ed a i gran valli de gli afflitti Gotti, incominciò parlare in questa forma:

e ragionando lui quetossi il mondo, tal che la terra immobili tenea tutte le frondi, e gli animai selvaggi non si vedeano andar per entro i boschi,

e 'l gran Nettuno avea l'onde tranquille, e non ardiano in lor guizzare i pesci, e l'aere senza nubi e senza venti non era corso da volanti ucelli;

così quetossi al suo parlare il mondo, ed E' sciolse la lingua in tai parole: Udite il mio parlar, sustanze eterne, e riponetel dentr'a i vostri petti,

ch'io vuo' scoprirvi il corso de la guerra che ha da seguire intra i Romani e i Gotti: acciò che voi sapendo il mio volere lo seguitiate, e non gli siate adverse;

che s'alcuna di voi vorrà far opra contra la voglia mia, le farò noto con lor vrgogna il mio potere immenso. Io voglio adunque che sian vinti e' Gotti

e sia posta l'Italia in libertade; ben voglio pria che 'l gran signor de i Sciti uccida Turrismondo, e dopo questo vuo' ch'ancor egli in brieve sia tradito

e sia condotto indegnamente a morte nel tuor di prigionia la bella donna, perché tale è il destin sotto cui nacque. Poi so ch'e' non faracci ancor gli onori

né i sacrifici che devrebbe farci per la sua nobilissima vittoria, e però gli apparecchio questa pena. E voglio ancor che Belisario il grande

constringa a ritornarsi il re de' Gotti con tutte le sue genti dentr'a Ravenna, e poscia quivi combattendo il prenda e lo meni prigion dentr'a Bisanzo:

onde l'Ausonia libera si resti sotto tutella del romano impero; e se poi le fia dato alcun disturbo da i ribellanti Gotti, ancor fien vinti.

Così parlò il Motor de l'universo, e dopo il suo parlar tremò la terra e l'aere spinse fulguri e baleni; onde l'angel Latonio a lui rispose:

Signor del ciel che governate il mondo e reggete i negozi de i mortali con tanta providenza e tanto senno ch'alcun nostro intelletto non v'aggiunge;

ben sapiam noi, né mai ci fu nascosto, che a Voi non si può far contrasto alcuno: perché 'l vostro valor tanto è profondo, ch'al par di quello il poter nostro è nulla.

Sì ch'io non credo che nessun di noi sia per opporsi al Vostro alto volere né con fatti contrari o con parole, anzi tutti sarem per essequirlo:

e se altrimente pria si fosse fatto per alcuna sustanzia de le nostre, non fu per contraporsi a quel, ma solo perché non c'era noto il grande abisso

del Vostro profondissimo consiglio. Or che Vostra mercè l'ha discoperto, lo seguirem, né partirènci punto da i vostri efficaccissimi precetti.

Così disse Latonio, e 'l Re del cielo sorrise, e poi rispose: Or così sia: mandisi adunque per l'Eburnea Porta un sogno falso a Turrismondo altero,

di tal maniera e di tal forza ch'egli ardisca d'uscir fuori a la campagna solo, e combatter contra Corsamonte; e tu, Iunonio, prendine la cura.

L'angel Iunonio dal divin precetto mosso, ridendo abbandonò l'Olimpo, e passò Traccia e i suoi nivosi monti; e sempre andando per le cime d'essi,

né toccando co i piè l'arida terra, al fin discese in una valle ombrosa ove è la casa de l'inerte Sonno, ch'è fratel de la morte, e tolse quivi

l'Insonnio falso, e poi menollo a Roma e nel steccato intrò di Turrismondo: e poco inanzi a l'apparir de l'alba pose l'Insonnio presso a la sua testa

che gli fé vaneggiar denanzi a gli occhi molte figure nobili e diverse. Esser pareali in un teatro grande de la sua terra, ch'è press'al Timavo;

poi coronato di vittrice alloro gli parea gire in un superbo tempio, e quivi il patriarca per la mano prenderlo, e dire a lui queste parole:

Signor, voi siete giunto a tanta gloria quanta aver possa alcun di questa gente: perciò che avendo Corsamonte ucciso col tòrre Elpidia fuor de le sue mani,

penso che sia ben fatto a riposarvi in questo luoco, ed offerirli ancora la ghirlanda gentil ch'avete in testa. Così gli disse quel fallace Sogno,

e poi partissi subito, ed andossi a transtullar con le ozïose genti, svegliossi Turrismondo, e con diletto per la mente volgea quel dolce insogno:

e certo si credea di dar la morte a Corsamonte in quell'istesso giorno; sciocco, che non intese il senso oscuro di quel parlar, né 'l suo riposo eterno.

Però si vestì d'arme e venne al vallo; e trovò il re che stava entr'al consiglio sopra i ripari a la Pretoria Porta ed era nel suo cuor molto suspeso

per la percossa ch'ebbe e per le pruove ch'avea vedute il dì di Corsamonte. Ma poi che sparsi fur per tutti e' colli, gli adorni raggi de l'arcier di Delo,

Corsamonte s'armò di lucide arme e montò sopra il suo feroce Ircano; e senza dir parola a l'altra gente se n'uscì fuor per la Pinciana Porta

e solo se n'andò verso il gran vallo. Il re de' Gotti, che venir lo vide, non lo conobbe prima, e giudicollo un uom che si fuggisse da i Romani

per voler militar sotto 'l su' impero: ma come giunto fu presso a i ripari fu conosciuto a le parole e a l'arme, perciò che 'l duca alteramente disse:

O gente Gotta di fallaci inganni, d'attender parca e di promesse larga: poi ch'avete pigliata la mia donna con tradimenti al tempo de la tregua

e non l'avete resa al forte Achille secondo i patti che con lui giuraste, io vi disfido tutti quanti a morte: e voglio io solo mantenervi a tutti

che siete vili e mancator di fede. Così parlò l'audace Corsamonte; e 'l re de' Gotti e gli altri suoi baroni tutti rimaser taciti e suspesi:

ma Turrismondo, che nel petto avea quel alto insogno, al re si volse e disse: Signore eccelso, io m'offerisco solo combatter con costui da corpo a corpo:

e s'ei m'uccide, a voi starà la cura de la vendetta, con quest'altra gente, e far che del su' ardir porti la pena. Io voglio adunque col mio proprio sangue

salvar la gloria de gli antichi nostri, e più tosto morir che aver vergogna. Così diss'egli, e poi montò a cavallo e se n'andò velocemente al campo.

Vitige poi con tutta l'altra gente armata se n'andò sopra i ripari per veder quella asperrima battaglia de i dui più forti cavalier del mondo;

e Turrismondo alor con l'elmo in testa e con la forte lancia su la coscia se n'andò appresso a Corsamonte, e disse: Corsamonte,io son qui con l'arme indosso

per giostrar teco, e mantener l'onore de i miei maggiori e del paese Gotto: ma sarà ben che noi fermiamo i patti prima, e giuriamo al Re de l'universo

che s'io ti manderò giostrando a terra tu sarai mio prigion senza contrasto, ed anch'io sarò tuo, se tu m'abbatti; ma se ciascun di noi rimane in sella

combatterem con le taglienti spade: e se da te sarò ferito o morto prenderai l'arme mie, rendendo il corpo a la famiglia mia per seppellirlo;

ch'anch'io farò di te questo medesmo. E Corsamonte a lui con gli occhi torti: Crudel baron, non mi parlar di patti, avendo fatte a me sì gravi offese

e possedendo il ben che tu m'hai tolto: ché non puon farsi accordi che sian fermi tra l'agno e 'l lupo e tra il leone e l'omo, ché l'odio che è tra lor mai non si estingue;

e così l'odio nostro non ricerca patti né tregue, che sarìano indarno se l'un di noi non cade in sul terreno e non dona col sangue a l'altro gloria.

Sveglia pur dentr'al cuor la tua virtute, ch'or ti farà bisogno esser gagliardo: e spero di pagarti in questo giorno de l'ingiurie ch'hai fatte a la mia donna

ed a i diletti miei fidi compagni. Or prendi campo, e mostra il tuo valore. Così diss'egli e volse il suo cavallo, e Turrismondo poi fece il medesmo;

e dilungati alquanto, si voltaro e vennersi a incontrar con l'aste basse: ed ambi si colpiro in sommo a i scudi, e feceno un rumor tanto profondo

che tutto il prato gli tremava intorno: né fa sì gran rumor quando il Velino cade da Pe' di Luco entr'a la Nera, quantunque s'oda più di dieci miglia

i suo rimbombo, e cinque miglia intorno si veggian scintillar le lucide acque: tal fu l'orribil suon de i dui gran colpi di quei possenti ed ottimi guerrieri;

e le scintille che n'usciron d'essi si vider scintillar ne i sette colli di Roma, e fuori in tutti sette i valli: ma tal fu l'arte e la mirabil forza

di que' dui valentissimi signori, che rupper tutti dui l'orribili aste né si moveron punto de la sella, come fusser murati entr'a gli arcioni.

Ma poi ch'ebber gettati i tronchi in terra e messo mano a le taglienti spade, s'andaro adosso, che parean leoni irati con la schiuma intono i denti:

e Turrismondo pria tirò una punta verso la testa del possente duca; ma Corsamonte la parò col scudo, tal che l'acuta punta de la spada

non potèo trappassar quel fino acciale: ben lo segnò d'assai notabil segno. Da l'altra parte il forte Corsamonte gli tirò de la spada in ver la vista

de l'elmo, e Turrismondo per schivarla s'abbassò presso al col del suo destriero: onde 'l stocco gli andò sopra la testa ed altro non toccò che l'aria e 'l vento.

Poscia il gran duca replicolli un colpo per cacciarli la spada entr'a la gola, ed egli ancor la riparò col scudo: ma ben la spada furïosa entrando

dentr'a la lama si ficcò nel legno e tutto lo passò vicino al braccio, né però giunse a lui dentr'a la carne; ben restò fitta nel possente scudo,

che per voler del ciel la tenne salda, e Turrismondo lasciò girlo in terra: tal che l'ardito duca, non potendo ricovrar la sua spada, abbandonolla;

e 'l scudo che tenea nel braccio manco trasse con tal furor verso 'l nimico, che gli percosse il braccio destro, e félli cader la spada sua sopra l'arena:

ond'ambi senza scudi e senza spade rimasi s'abbracciarono a traverso; e tirando l'un l'altro, Corsamonte trasse 'l gran Turrismondo de la sella:

e, per non lo lasciar cadere al piano, convenne anch'egli andar sopra l'arena: che parve una grand'acquila ch'ha preso un fiero drago, e nel levarlo in alto

l'empio se li aviticchia intorno a l'ali con le volubil spire e con la coda, tal che l'ucel di Dio rimane abbasso, fin che con l'unge e con l'orribil becco

gli frange il capo e fallo andare a morte, poi si ritorna glorïoso in alto; cotal pareva il gran duca de i Sciti quando cadèo con Turrismondo al piano.

Ma come giunto fu con lui su l'erba, lo prese per la testa del cingiale che portava ne l'elmo per cimiero: e molto lo tirò per tragliel fuori

di capo e non poteo, ch'era legato a la corazza con coreggie forti; ma il buon angel Palladio alor sfibbiolle, tal che, slegate, quel fortissimo elmo

senza molto tirar gli uscì di capo: e Corsamonte poi lo prese in mano e trar non lo poteo molto da lunge da lui, perch'era in terra, ma gettollo

appresso il buon Ircan ch'ivi si stava vicino al suo signor, senza partirsi. E Turrismondo alor quando si vide tratto l'elmo di testa, bestemiando

guardava il cielo, e nel suo cuor dicea: O fallace destin, dove m'hai giunto con sogni falsi e con speranze vane? Fammi il peggio che puoi, ch'io ten dispriego.

E Corsamonte alor, volgendo gli occhi, vide il suo brando ch'era ivi propinquo, perché Palladio l'avea tratto fuori di quel gran scudo, e posto in su l'arena:

il che vedendo il glorïoso duca abbandonò il nimico, e saltò in piedi e tolse in mano avidamente il brando; e Turrismondo anch'ei levossi in piedi

e tolse l'elmo suo, ch'er'ivi a canto, e con diletto se lo pose in testa. E Corsamonte poi gli disse: Prendi ancor la spada tua, ch'io son contento:

perché vuo' che finiam questa battaglia a piedi, e senza alcun vantaggio d'arme; ch'aver da te non voglio altro vantaggio che quel valor che m'ha donato il Cielo.

Rispose Turrismondo: Io ti ringrazio de l'alta cortesia ch'io veggio usarti, e questa riporrò dentr'al mio petto, ché la riposta grazia è un bel tesoro:

ma pur meglio saria l'empia battaglia lasciar per oggi, e dipartirsi amici. E Corsamonte a lui con gli occhi torti rispose: Amici? Ah scelerato cane,

tu pensi ch'io mi scordi tante ingiurie che tu m'hai fatte e fai? Deh come è vero che l'ignoranza fa le menti audaci e la ragion le fa dubbiose e lente.

Or l'ignoranza tua ti face ardito dopo tanti dispregi e tante offese che tu m'hai fatte a dimandar ch'io lasci l'empia battaglia, e ti divenga amico.

S'io t'ho lasciato prender la tua spada fu perch'io spero con maggior mia gloria darti la morte e le tue pessim'opre punire in questo dì con tua vergogna.

E così detto, gli tirò una punta ne la vista de l'elmo, e Turrismondo si ritirò con la persona indietro, tal che non potè coglierlo a suo modo.

Ma Turrismondo anch'ei ne spinse un'altra nel petto a Corsamonte, e non passolli punto la sua finissima corazza. Poi Corsamonte da disdegno ed ira

spinto guardava ben tutto 'l nimico, e disïava pur d'accorlo in loco che la percossa sua non fosse indarno: onde vedendo che nel porsi l'elmo

s'avea lasciata un po' di carne ignuda là dove il collo si congiunge al petto, che è loco paratissimo a la morte, se gli fé appresso, e poi cacciò la punta

quivi del stocco, e trappassolli il collo sì fieramente ch'ei cadette in terra; e Corsamonte alor così gli disse: Tu se' pur giunto, Turrismondo, al fine

de la tua vita debole e caduca; né ti pensasti mai ch'avendo presa la donna mia nel tempo de la tregua si devesse di questa averne cura,

né mi stimavi nulla, essendo altrove; sciocco, pur ti dovea tornare a mente che l'esser privo di colei che s'ama tanto ci apporta più crudel dolore

quanto è più dolce il ben ch'indi s'aspetta; e dovevi pensar com'io non era da queste parti ancor tanto lontano ch'io non potesse vindicar tal onta.

Or io son stato a te troppo vicino poi ch'io t'ho morto; e le tue carne molli saranno pasto d'avoltori e cani. E Turrismondo, che la morte a i denti

avea, con umil voce a lui rispose: Io vi priego, signor, per la vostr'alma, per la vittorïosa vostra mano e per color che v'han produtto al mondo

che non vogliate far che le mie membra sian date a i cani e a gli affamati augelli: bastivi la vittoria e 'l grande onore d'aver mandato Turrismondo a morte;

e rendete il suo corpo a Baldimarca, che possa collocarlo entr'a un sepulcro che sia memoria de la gloria vostra: e Dio farà che tutti i vostri amici

vi loderan di sì pietoso officio. Così diss'egli, e Corsamonte a lui: Ben so che non devrei muovermi punto per le parole tue, vedendo ancora

restare in prigionia la mia consorte che mi rubbasti in mezzo de la strada. Ma pascer non mi vuo' di corpi estinti: mori sicuro pur, ch'a le tue membra

non lascerò più far dispregio alcuno; e renderansi a i tuoi quand'a lor piaccia. Mentre poi volea farli ancor risposta l'afflitto Turrismondo che morìa,

gli occhi suoi fur di tenebre coperti e l'alma andò gemendo a l'altra vita. Il gran duca di Scitia, avendo avuto quella vittoria nobile ed immensa,

rimontò sopra il suo feroce Ircano e s'aviò verso la gente gotta che dolente piangea sopra i ripari per l'empia morte di sì gran barone:

ma pur vedendol Vitige venire verso il gran vallo, subito mandolli contra seicento cavalieri eletti sotto 'l governo del feroce Teio,

di Marzio, di Canducio e di Pitone; e questi usciti in ordine quadrato assaliro il baron, ch'avea già tolta un'altra lancia sua nodosa in mano

che Filopisto gli portava dietro. E primamente contra lui si mosse il duca di Milan con l'asta bassa, il duca di Milan, ch'era rimaso

il più forte baron ch'avesser Gotti dopo l'acerbo fin di Turrismondo: e Corsamonte con la lancia in resta ver lui si mosse, e si colpir ne gli elmi,

onde molte faville andaro al cielo; e come il ferro in una gran fucina tolto dal fuoco e posto in su l'incude quando è percosso a tempo da i martelli

sparge per tutto le faville ardenti; così da i colpi de l'acute lancie molte faville uscir de i lucid'elmi. Ma Corsamonte per l'orribil colpo

di Teio non piegò la sua persona: ben Teio alor per viva forza cadde sopra il verde terren tutto stordito. Appena Corsamonte era rivolto

con l'asta ricovrata in su la coscia, che 'l fier Canducio con la sua chimera che portava nel scudo per insegna si mosse contra lui con l'asta bassa:

e Corsamonte contra lui si mosse e gli passò con la feroce lancia il petto, e lo mandò disteso al piano; e Marzio dietro a lui mandò per terra

col colpo che lo colse in una tempia e tutto lo stordì, ma non l'uccise. Con quella lancia ancor ferì Prialto, che l'attaccò nel scudo ov'eran posti

i tre denti d'argento per insegna e tutto lo passò come una cera: e penetrò sotto la poppa manca, onde lo stese palpitando a l'erba;

e quel meschin volgendo gli occhi al cielo sul duro ponto de l'orribil morte si ricordò de l'Adige e di Trento. Alor si pose quella gente in fuga,

e fuggendo n'andor vicini al vallo: onde vedendo il perfido Pitone, che da un sol cavaliero eran seguiti, disse con voce disdegnosa ed alta:

Non avete vergogna, o gente gotta, di fatti vile e di minaccie altera, a fuggir tutta con sì gran paura dinanzi a un cavalier che vi persiegue

solo, e non ha nessun de' suoi Romani che lo possa veder, non che aiutarlo, se non il paggio suo che gli va dietro? E voi, che siete qui più di seicento,

in presenza del re da lui fuggite come greggia d'agnelle inanzi al lupo. Così diss'egli, ed impugnò la lancia e spronò il suo caval contra 'l gran duca;

e tutta l'altra gente si rivolse con lui per dar la morte a Corsamonte: e Corsamonte anch'ei con l'asta bassa contra Piton si mosse, e lo percosse

d'un sì feroce colpo ne la testa, che l'elmo forte alor non lo difese, ma l'empia lancia gli passò la fronte ed acquetò 'l furor dentr'al cervello

e mandò l'ape sua; che per insegna portava, a gustar fiori in su quel prato. Ascaltro poi col giglio suo d'argento volse gustare anch'ei l'aspre percosse

del fiero duca, ed ei lo stese al piano con la sua lancia che passolli il petto. Alor si pose un'altra volta in fuga tutta la gente gotta, e 'l duca sempre

gli era a le spalle, e con l'orribil colpi mandava tutti gli ultimi a la morte: fin che s'ascose ognun dentr'al gran vallo, e Teio e Marzio ancora entror con essi,

perché riposti fur sopra i destrieri da i lor fedeli amici e da i compagni; il che vedendo il re molto s'accese di vergogna e di sdegno, e poscia disse

verso Aldibaldo suo queste parole: Gran cosa è ch'un guerrier tanto n'offenda. Io vuo' ch'andiamo fuor con tutto il stuolo e che lo circondiam di gente armata,

tanto che questi ci pervenga in mano o vivo o morto, e più non torni a Roma. So ben ch'egli è vergogna a gir con tanti, che cento millia e più farem con l'arme,

contra un baron che ci assalisce solo: ma questa villania sarà coperta da la vittoria di sì gran nimico e da l'utilità, che quindi aremo:

perché la gente suol laudare il fine de i gran negozi, e non guardare a i mezzi. Così Vitige disse, e poi condusse tutte le genti armate a la campagna:

con tanto furore e con tai cridi usciron fuor, ch'arìa tremato il mondo, sol Corsamonte senza alcun timore gli aspettò tutti, che parea un leone

ch'è circondato da infinita gente bramosa e vaga di mandarlo a morte: ed ei camina lento e la dispregia, ma quando qualche giovane con l'asta

lo fiede, si rivolge e con la bocca aperta e con la schiuma intorno i denti sveglia nel cuor la sua robusta forza e con la coda si percote i fianchi

per incitarsi meglio a la battaglia; dapoi si muove, e con orribil vista sen va tra lor, fin che ne mandi a terra alcuno, od ei sia morto al primo incontro;

così incitava Corsamonte il fiero l'ira per assalir tutti quei Gotti. Il primo che l'offese fu Finalto, ch'avea la pastorella per insegna

e governava Fossambruno e Calli: costui ferì ne l'elmo Corsamonte con la nodosa lancia, e non piegollo punto, che stette ritto in su l'arcione

come una torre che percuota il vento; ma Corsamonte poi con l'asta fiera l'accolse ne la gola, e lo distese senza poter parlar sopra l'arena.

E dopo lui percosse Filadelfo, ch'era figliuol del principe Boardo, ch'è 'l più giust'uom ch'abbia la gente gotta; e regge la citàà che inonda il Reno

prima ch'al grande Eridano s'aggiunga: costui percosse alor sopra il belico ove il nervoso stomaco s'asconde e morto lo gettò fuor de l'arcione.

L'angel Palladio poi discese in Roma e prese la figura di Rappallo, ch'era fratel del padre d'Antonina e governava lei come figliuola;

poi disse al capitanio este parole: Signore eccelso e di virtù suprema, mandate a dar soccorso a Corsamonte che sol combatte con la gente gotta,

di cui n'ha forse centomillia intorno: e benché egli abbia ucciso Turrismondo e Canducio e Prialto e Filadelfo con altri molti, e tutta via n'uccida;

pur se non mandarete a darli aiuto senz'alcun dubbio non potrà durarvi, quantunque egli abbia forza oltra misura, che solamente a dar la morte a tanti

non vi porìa bastar braccio del mondo: ma se sarete presto al suo soccorso, voi caccierete i Gotti in questo giorno di là dal Tebro con vittoria grande.

Com'udì questo, il capitanio eccelso guardollo, e vide al caminar che fece ed a le piante sue, che non toccaro il suol, ch'egli era un messagier del cielo:

però disse a le genti ch'avea poste in Campo Marzio per mandarle a fare una battaglia grande co i nimici: Andate, valorosi almi guerrieri

che siete il fior de le romane genti, a dar soccorso a l'alto Corsamonte che sol combatte con la gente gotta ed ha mandato Turrismondo a morte

con parecchi altri principi e signori: ma tanti se ne truova avere intorno che senza aiuto non poria durarvi. Itene adunque arditamente fuori,

ch'oltre che aiuterete quel guerriero farete strada a la vittoria nostra. Così diss'egli e quella armata gente se n'uscì tosto fuor de la cittade

e se n'andò velocemente al campo tutta sotto 'l governo di Bessano: col quale andaro ancor Traiano e Olando e Mundello e Longin, Sertorio e Ciro

ed altri molti principi romani tutti a cavallo, e poi v'andaron dietro due legïoni a piedi co i lor capi. Il giunger di costor fu molto grato

a Corsamonte, e rallegrossi tutto, come suol farsi dentr'ad una nave che 'n mezzo 'l mar si sta priva di venti e non ha speme di poter seguire,

senza il spirar di quelli, il suo vïaggio, onde i nocchieri stan suspesi e mesti: ma se un propizio vento ivi si scuopre ognun s'allegra, e con l'enfiate vele

subitamente pongonsi in camino; così ne l'apparir di tanto aiuto lieto si spinse il duca entr'a i nimici: e fece andar per terra Sinderico,

ch'era figliuol di Linteo e di Marulla, Linteo, che poi morì dentr'al Piceno e fu fratel carnal d'Amalaverga madre del re, tal che 'l figliuol di lui

veniva ad esser suo fratel cugino; questi morì per man di Corsamonte, che gli cacciò la lancia in mezz'al petto, e quella se n'uscì da l'altra parte

del corpo a punto in mezzo de le spalle. In questo tempo aggiunse il fier Bessano, e con la lancia sua percosse Osdeo e tutto lo passò di banda in banda;

Mundello uccise Andargo e Frigiderno, l'un con la lancia e l'altro con la spada: Longino anch'ei facea mirabil pruove, ch'uccise Bagliardino e poi Frodillo

e Gottifredo con l'orribil asta, Gottifredo gentil, ch'era fratello del sventurato Arbengo e di Bellambro, a cui mandollo il buon conte di Egitto

a tenir compagnia presso a Plutone. Ma Corsamonte, che pareva un drago, tanti n'urtava e ne mandava a morte, che di sangue correa tutto 'l terreno:

e tutti e' Gotti gli fuggiano avanti come timide lepre avanti i cani; e volendo fuggir dentr'a i lor valli, l'ardito duca gli pigliò la volta

e non ve i lasciò gir senza contrasto. Dapoi l'angel Iunonio avanti gli occhi de i Gotti pose una tal nebbia oscura che 'n due diverse parti gli divise:

la metà d'essi corse a Ponte Molle dietro al lor re, ch'andava inanzi a tutti; questa seguita fu dal fier Mundello e da Longino e da molti altri duchi,

l'altra metà n'andò verso il Tevrone, che chiamossi Anïene al tempo prisco: questa seguita fu da Corsamonte che ne facea meravigliosa strage;

tal che da tema e da paura spinta ratto cacciossi ne le lucid'onde di quel bel fiume, e con rumore immenso facea le ripe risonare e l'acque:

e i Gotti poi coperti da le volte del fiume, si vedeano e quinci e quindi notar per esso verso l'altra ripa: e qual locuste dal furor cacciate

del fuoco che s'accenda entr'a una stoppia se ne vanno fuggendo verso il fiume: ma quella fiamma impetüosa tanto èle stringe, che s'attuffano entr'a l'acque; così per lo furor di Corsamonte

s'empìa quel fiume d'uomini e cavalli. Poi quell'alto baron discese a piedi; e senza lancia con la spada in mano gli seguitava ognor per entro l'acque,

e tanti n'uccidea, ch'ivano al cielo i gemiti e i suspiri, e l'onde vaghe divenian tutte turbide e sanguigne. E come i pesci in mar 'nanzi al delfino

fuggono dentro a le caverne e i porti con gran timor, che san che fian presi divorati saran senza dimora da sì veloce e sì spietata fiera;

così quei Gotti s'ascondeano tutti per le ripe del fiume e dentr'ai gorghi, che sapean ben che quanti fosser colti da Corsamonte, tutti arian la morte.

Al fin n'uscì fuor l'ardito duca stanco di dar la morte a sì vil gente, e prese l'asta sua ch'era appoggiata ad un gran salce appresso il suo destriero:

e mentre che volea salir sovr'esso gli venne avanti il giovane Bellano, ch'era fratel del principe Aldibaldo; onde affirmossi il duca e fra sé disse:

Fia ben che questi guste la percossa del frassino ancor ei ch'io tengo in mano, prima ch'i' ascenda sopra il mio destriero. Alor Bellano a lui si fece appresso,

e l'asta gli toccò con la man manca e con la destra gli abbracciava i piedi, dicendo: Eccellentissimo signore che siete il fior de i cavalier del mondo,

per quel perfetto amor che voi portate a i vostri dilettissimi parenti, a i vostri amici ed a la patria vostra, non m'uccidete, e fatemi prigione:

ch'io mi riscoterò con molto argento. Non sono ancor sei giorni interi ch'io aggiunsi da Verona in queste parti; e la mia sorte e 'l mio destino amaro

venir m'ha fatto ne le vostre mani: da cui non penso di poter fuggire se la pietà ch'è in voi non mi fa salvo. Così disse Bellano, e Corsamonte

rispose umanamente: Io son contento lasciarti vivo, e manderotti a Roma al capitanio eccelso de le genti; da poi lo diede in man de i suoi compagni

che lo menor prigion dentr'a le mura. D'indi montò sopra il feroce Ircano e s'incontrò col perfido Carnuto: questi è fratel di Teio, ed ha in governo

il laco Lario e la città di Como; ed è tanto crudel che spesso ha fatto gli uomini vivi lacerare a i cani, prendendo del lor mal tanto diletto

che superava ogni altro suo trastullo. A questo appose il ferro entr'a la vista de l'elmo, e penetrò ne l'occhio manco e poscia trappassò da l'altra parte:

e fél cadere e morsicar l'arena. Dopo quel colpo Corsamonte ardito spronò il cavallo verso Ponte Molle, là dove il fier Mundello e 'l fier Longino

e Bessano e Traiano e Olando e Ciro con le lor genti avean seguiti i Gotti: ma come i Gotti fur vicini al Tebro, si volse Teio e Totila e Vernolfo

con molti altri baroni, e in retroguarda si poser per dar tempo a i lor soldati che potesser passar fuggendo il ponte; ché 'l re de' Gotti avea la porta aperta

de la gran rocca, per salvar la gente: e ne l'aprir di lei v'entrò la luce che facea scorta a quei ch'erano in fuga. Il che vedendo l'ottimo Longino,

che si trovava essere avanti a tutti, ferì con la sua spada Carïato, giovane bello e di costumi eletti fratel di Rodorico e di Corillo,

e morto lo mandò sopra 'l terreno. Alor Corillo e Rodorico e Teio gli furo intorno, e Totila e Vernolfo, e tutti quanti con le spade in mano

gli percoteano le fortissime arme: che parean proprio una tempesta orrenda che cada giù dal ciel senz'altra pioggia sopra le case al tempo de l'estate

che rompe tutti e' vetri a le fenestre e spezza ancor le tegole ne i tetti, e piante e foglie e frutti a terra manda; tali eran spesse le percosse acerbe

de i cinque feroccissimi guerrieri sopra il forte Longin, che gli era in mezzo: ed egli ora col scudo, or con la spada si ricopria da quelli orribil colpi;

e poi tirò una punta al gran Vernolfo, che gli era avanti, e gli passò la gola, tal che lo fece andar giù del destriero, a mal suo grado, e lo distese in terra.

Totila in quel tirolli una stoccata dietro a le spalle, e gli passò la schena, e dentro penetrò perfino al petto; e 'l fiero Teio con un'altra punta

feroce gli passò la destra coscia, e tanto penetrò, che 'l suo destriero gli uccise sotto, e féllo andare al piano: ma come fu caduto il buon Longino,

l'anima sua gli uscì fuor de le membra; il che vedendo il giovane Corillo smontò, che gli volea tagliar la testa e portarla con lui di là dal fiume.

In questo aggiunse Corsamonte il fiero, e tutti quei baron si dilungaro quindi, e Corillo sol restovvi a piedi: come quando talora entr'a un cortile

molti pollami sono intorno a un serpe co i duri becchi, e l'han condotto a morte: se 'l nibbio appare a lor con larghi voli fuggono tutti, e 'l pollo ch'è più lento

rimanli in preda, onde 'l carpisce e mangia; così Corillo, che trovossi appresso Longino, e gli volea tagliar la testa, rimase in preda a Corsamonte il grande:

il qual discese giù del buon Ircano e lo toccò con l'asta nel costato, di modo che lo stese in su 'l terreno; poi con la spada sua tagliolli il capo

netto dal busto, e lo gettò nel Tebro. E Rodorico e Totila fuggiro dentr'a la rocca e chiusero la porta, lasciando alcuni pochi ancor di fuori

che tutti morti fur da Corsamonte e gettati con l'arme entr'al gran fiume. Il forte duca poi volea tentare di prender quella altissima fortezza,

ancor che per veder levato il ponte gli paresse impossibile a pigliarla. Alora il Re de la celeste corte per far seguire il corso al suo destino

mandò dal ciel l'angel Palladio in terra, il qual prese la forma di Bessano e disse a Corsamonte este parole: Signore eccelso e di valore immenso,

a me non par che sia da por fatica in prender quest'altissima fortezza: anzi devem lasciar fuggir i Gotti a lor bel agio, poi che se ne vanno;

ché non si dee la fuga de i nimici impedir mai, ma vuolsi agevolarla, s'alor fosse uopo far ponti d'argento: ché non si può veder più dolce vista

che le nimiche spalle in fuga volte. Torniamo adunque a la città di Roma, ché 'l sole è basso, e tosto fia sott'acqua: e se stanotte partiransi i Gotti,

come mi rendo certo che faranno, doman potremo aver questi altri luochi con manco assai fatiche e manco morti. Così parlò quell'angelo, e sparìo

dinanzi a gli occhi suoi come un baleno: ond'ei conobbe chiaramente ch'egli er'un de i messaggier del paradiso; e senza più tentar quell'alta rocca

il duca e gli altri ritornaro in Roma: e l'alegrezza di sì gran vittoria fu temperata alquanto per la morte del feroce Longin conte d'Egitto.

Il re de' Gotti oltra misura mesto vedendo che i Romani eran partiti dal fiume, e ch'apparia l'umida notte, discese in terra giù del suo corsiero

e poi fece chiamare a i fidi araldi tutti e' principi suoi dentr'al consiglio; e come quivi ragunati foro, ch'eran percossi da dolore amaro,

il re gemendo e suspirando molto incominciò parlarli in questa forma: Diletti amici miei, signori e duchi, da poi che 'l Re del ciel ci è tanto adverso

che mi bisogna far nuovi pensieri, pensiamo prima a la salute nostra: ch'essendoci mancata la speranza che 'l Signor di là su mi pose in cuore

di prender Roma e Belisario insieme, e racquistare ancor l'Italia tutta; penso che meglio sia ch'io torni in dietro per la medesma via ch'io son venuto

e vi riduca salvi entr'a Ravenna: se ben lasciato ho qui la maggior parte di quelle genti ch'io menai con meco; ché men male è perdendo perder parte

che mettere ogni cosa in gran ruina. Quest'è forse il voler di quel Motore a cui denno ubidir le cose umane, perché a la forza sua non è riparo.

Partiànci adunque tutti in questa notte et andiamo ad Otricoli, e poi quindi ritorneremo ne i paesi nostri, lasciando Roma a Belisario il grande

ed attendendo a conservare il resto. Dietro al parlar del re ciascun rimase tacito e muto, e pien d'alto dolore; al fin rispose il duca di Trivigi

Totila, e mandò fuor queste parole: Fate, summo signor, quel che vi piace, ché tutti sarem pronti ad ubidirvi co 'l cuor suspeso e l'animo dolente.

Pur non abbiate a sdegno perch'io sia d'altro parere e di contraria voglia: che se 'l Motor del ciel v'ha dato il scettro sopra la gente gotta pur ci resta

ne i nostri petti libero il volere, che non si muove mai se non dal bene ch'è vero bene o che così gli paia. Ognun conosce che questi aspri mali

fatti ci son da l'empio Corsamonte, perché a la forza sua non è riparo: ma s'ei fosse defunto, aver potremmo qualche speranza di vittoria ancora.

Sapete pur quel che Burgenzo disse quando ne le man vostre fu condotta la bella pricipessa di Tarento, ch'ei sperava per lei di darvi in brieve

o morto o preso Corsamonte il fiero. Proviamo adunque pria questo dissegno, ché m'offerisco anch'io porvi la vita acciò che 'l suo sperar sortisca effetto:

cosa che ci daria la guerra vinta. Così diss'egli, e tutti gli altri Gotti lodaro ed admiraro il suo parlare: onde Aldibaldo in piè levossi e disse:

Totila mio, come d'ardire e forza tu vinci ogni baron de gli anni tuoi, così gli avanzi ancor d'alto consiglio: però posso affirmar che 'l tuo ricordo

riprender non si può per voce umana, né se ne può trovare un che sia meglio; né già lo lodo per desio di guerra, ch'è ben senza fratelli e senza casa

e senza leggi quel che la disia: ma questo dico sol per la salute e per la gloria de la gente nostra, perché perdendo Roma perderemo

l'Italia tutta, e non arem più luoco da stare in vita libera e sicura. Mandiamo adunque a tuor con buona scorta Burgenzo, ed intendiamo il suo dissegno,

che forse ci darà sì fatto lume che fia cagion de la vittoria nostra. Il parlar d'Aldibaldo a tutti piacque, onde Vitige re si volse a Teio

e disse: Teio, va dentr'al gran vallo posto tra l'Asinaria e la Latina ch'era in custodia del feroce Argalto e mena cinquecento cavalieri

teco, per irvi con sicura scorta: quivi truova Burgenzo, e fa 'l venire subitamente a la presenza nostra acciò che inteso bene il suo consiglio

si possa poi per noi porlo ad effetto. Partissi Teio, e in poco spazio d'ora ritornò quivi con Burgenzo seco: a cui narrando il re tutto 'l bisogno

e ricercandol de la sua promessa, gli disse accortamente este parole: Signori, poi ch'io divenni vostro servo di propria volontà, non penso ad altro

che di far beneficio a vostra altezza: ché quel che non s'ingegna a satisfare al suo signore, ha l'intelletto offeso. Io spero tanto far con mie parole

e con l'ingegno mio, che Corsamonte diman si troverà dentr'a la rocca di Prima Porta, male armato e solo, sperando trarre Elpidia di prigione.

Or quivi, al primo terzo de la notte, fate che sia l'essercito parato, ch'entrodurollo, e spero fare in modo che senza dubbio Corsamonte arete

o morto o preso ne le vostre mani. Ma pria bisogna in questa notte istessa partirvi quinci, e gir con tutto 'l stuolo di là da quella rocca, ad imboscarvi

in qualche occulto luoco ivi propinquo: e fate star tutte le genti in arme, acciò che com'io mostri una facella si truovin pronte ed entrin ne la rocca,

la qual farò che troveranno aperta; e queste sian divise in tre squadroni, che se per caso il primo fosse rotto dal supremo valor di Corsamonte

vi succeda il secondo, e a quello il terzo: perché non potrà mai fuggir da tutti. Ma per far che i Romani abbian per certo il partir vostro, e che voi siate andato

con tutto quanto il stuol verso Ravenna, arder farete i vostri sette valli, e sol mi lascierete in un di quelli legato in ceppi, ch'io farò vedervi

ciò che sa fare il mio sagace ingegno. Così disse Burgenzo, e fu lodato da tutti il suo consiglio, e preparorsi a doverlo essequir senza dimora;

ed egli andò volando a Prima Porta, ed ordinò gli inganni con Sarmento, ch'era luogotenente d'Unigasto; e poi tornossi al re con gran prestezza,

e fermo presuposto o di morire o di condure il duca entr'al castello.

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