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1478–1550

IL TERZO LIBRO

Gian Giorgio Trissino

Mentre che i capitani erano intenti ad imbarcar quell'onorevol stuolo, il bel Giustino andò verso 'l palazzo per visitar Teodora imperadrice,

e tòr da lei commiato anz'il partire; ed avea seco Amor, che quasi sempre gli facea compagnia dovunque andava. Giunto dunque al palazzo, e l'ampie scale

salendo, ritrovò che la regina volea lavarsi per andare a mensa. Com'ella il vide, con allegra fronte l'accolse, e disse a lui queste parole:

Gentil nipote, voi sarete a tempo venuto qui, ché cenerete nosco, e questa sera goderenvi alquanto, poi che sì tosta è la partenza vostra.

Ed ei rispose con parole accorte: Signora, i' son parato ad ubidirvi in ogni dura impresa, non che in questa che si ha da trappassar con mio diletto.

Or, mentre questo si dicea fra loro, sen venne la bellissima Sofia accompagnata da le sue donzelle; ma come giunta fu sopra la porta

da la camera sua, che spunta in sala, vide Giustino: onde ritenne il passo, e quasi stette per tornarsi dentro; pur venne fuori, e gli occhi a terra fisse,

sparsa nel volto d'un color di rose. Come fa il pellegrin che nel camino vede un serpente, e 'l piè rivolge in dietro tutto smarrito, e poi trapassa inanzi,

spinto da la vergogna e dal disire d'arrivar tosto al suo fedele albergo; tal veramente fu il sembiante allora di quella vaga e vergognosa donna;

poi, fatta riverenza a la regina, subitamente se n'andò da parte. Quando Amor vide lei che tanto schiva s'era condotta a l'onorata cena,

disse fra sè sdegnosamente: Adunque costei fugge chi l'ama, e ne dispregia? Poi che non vide altr'amorosa fiamma che quella che conosce una donzella

vaga di sua beltà, s'altri la mira, proviam di sottoporla al nostro impero. E detto questo, elesse una saetta ferma ed acuta, e l'addattò su l'arco;

poi si raccolse dietro al bel Giustino e drizò gli occhi in lei, tirando forte la dura corda, onde sospinse il strale verso il bel petto e le percosse il cuore:

ma come vide il colpo al segno aggiunto, partissi, e se n'andò ridendo al cielo. E fece come arcier che sta nascosto in qualche macchia, e vede di lontano

libera cervia andar pascendo l'erbe, e l'arco tira e le percuote il fianco: poi lieto del bel colpo indi si parte, lasciando quivi lei ferita a morte.

Quando la bella virginetta accolto si vide il cuor da l'amoroso strale, rivolse gli occhi lampeggianti al viso del bel Giustino, e 'l dilicato petto

di lei da nuovo amor tutto commosso levossi, e mandò fuor qualche sospiro; poi tanto crebbe quella acerba piaga in poco spazio, che le belle guance

si fer pallide e smorte, e poco stando divenner di color di fiamma viva. L'imperadrice a la già posta mensa s'assise sopra una gran sedia d'oro,

e fece a lato a sè seder Giustino, nipote e successor del grande impero; dapoi sedette Asteria, e poi Sofia, che fur uniche figlie di Silvano,

fratel de la regina: onde rimase erano eredi di ricchezza immensa. Qui si portaron ottime vivande in vasi d'oro e di mirabil arte

da cento leggiadrissime donzelle, tutte vestite di damasco bianco col lembo azzuro e con la cinta d'oro; e cent'altre vestite pur di bianco

come le prime stavano d'intorno la ricca mensa, e chi di lor poneva i piatti e chi e' levava e chi trinzava e chi porgeva prezïosi vini

in coppe di finissimi cristalli. Come poi la gran cena al fine aggiunse, l'imperadrice con süave aspetto si volse al bel Giustino, e così disse:

Io vi vedo, signor, disposto a gire con Belisario a la feroce guerra. Certo, figliuol, che a noi pareva il meglio che voi restassi a casa, e che l'impresa

s'avesse ad espedir per quei soldati che sono esperti e che ci son suggetti, senza vostro periglio e vostri affanni. Ed egli a lei rispose in tal maniara:

Veramente, regina, ho molta cura avuta, ed averò mentre ch'io viva, di non far cosa mai che si discosti punto dal vostro altissimo volere:

che 'l mio sommo diletto è d'ubidirvi. Ma spier, se pensarete al gran bisogno che abbia chi è nato d'onorevol sangue d'avere esperïenza de le guerre,

che non sarete al mio passaggio adversa. E poscia i' vado a la più degna impresa che fosse mai, sotto 'l divin governo del miglior capitan ch'al mondo sia:

tal, che s'io non andasse a questa guerra, quando arei più già mai tanta ventura? Sì che non sia noiosa a vostra altezza la mia fervente e virtüosa voglia.

Poi, s'io ritorno vivo, forse ancora sarò caro a qualcun ch'or mi dispregia; e s'io morrò, non sarò senza onore, se ben fia lieto altrui de la mia morte.

Quest'ultime parole furo intese da la bella Sofia come eran dette, e tutta quanta si cangiò nel volto, e racolse nel petto un gran sospiro;

ma per temenza poscia lo ritenne. L'imperadrice con parole dolci rispose al gentilissimo Giustino: Certo, figliuolo, il vostro alto pensiero

non vo' se non lodar, ben ch'ei m'aggravi; ite dunque felice, e vi ricordo d'aver custodia de la vostra vita. Come ebbe udito questo, il bel Giustino

si levò ritto, ed accostossi ad ella umilemente, e col genocchio in terra prese licenza e le basciò la mano. Poi volto per partir, volse ancor gli occhi

verso la sua bellissima Sofia, la quale a caso in lui volgea la vista: onde si rincontrar le belle luci; di che la giovinetta ebbe vergogna,

e i suoi rispinse sorridendo a terra. Poi mentre ch'egli andò verso la porta, ella postosi avanti il suo ventaglio con la coda de l'occhio il rimirava,

e la mente di lei sì come in sogno seguìa le poste de l'amate piante; ma come uscì di corte, ad un balcone si trasse, e lo guardò fin che disparve.

D'indi tornando al luogo ove cenaro, sempre sempre l'avea davanti a gli occhi, ramemorando ogni suo minim'atto ed ogni suo costume, e sempre avendo

dentr'a le orecchie il suo parlar soave. E dicea fra se stessa: Il mondo mai non ebbe, e non arrà cosa più rara. Sedendo poi nel loco ov'egli a cena

s'era seduto, e ciò che avea toccato toccar volendo per sfogare il cuore, dava nuov'esca a l'amorosa fiamma. Al fin partita quindi, e ritirata

ne la camera sua, non si partiro i focosi pensier da la sua mente; ma d'uno in altro spesso trapassando, incominciò temer ch'ei non morisse

in quel periculoso aspro passaggio: e ripensando circa la sua morte, gli occhi s'empier di lacrime, e cadero giù per le guance in su l'eburneo petto;

poi dietro a l'onda d'un sospiro amaro disse fra se medesma este parole: O misera Sofia, come sei colta ne la rete d'amor senza pensarvi!

Or se n'andrà il bellissimo Giustino, il qual t'amava e t'onorava tanto; né tu già mai del suo fervente amore pietade avesti, e non volesti mai,

non che ambasciata udir, ma darli un sguardo. O degno frutto a l'aspra tua durezza: or ti conviene amar quel che fuggisti, e quel che quando t'era avanti gli occhi

avesti a schivo, or che si fa lontano brami e disii. Deh come è ver che 'l bene non si conosce mai, se' non si perde! Chi sa se mosso da possente sdegno

si parte, e cerca questa orribil guerra per andar quasi disperato a morte! O s'ei per caso alcun vi rimanesse, come viver potrò senza vederlo?

E s'io vivrò, come sarò mai lieta, sendo stata cagion che a morte corra il più bel giovinetto e 'l più leggiadro e 'l più gentil che mai nascesse al mondo,

e che m'amava più che la sua vita? Deh poni giù Sofia tanti rispetti, lascia il timor che t'occupava il cuore; cerca, cerca impedir l'aspro vïaggio

al tuo Giustin, fa' ch'ei rimanga a casa; il che lieve ti sia, volendo porre la man sopra la carta, e farli nota la voglia tua: perch'ei t'onora tanto,

che non lascierà voto il tuo disire. E detto questo, cominciò di nuovo dirotto pianto, e sospirando forte a se stessa rispose in tal maniera:

Misera me, dove ho rivolto il cuore? Che mal pensier ne la mia mente alberga? Che ho da far io, se alcun trapassa il mare e vuol andare in sanguinose imprese?

-Vadavi; e se morrà tanta bellezza che devria da la morte esser sicura, muoiasi, e non si macchi il nostro onore: anzi prima che la terra mi summerga,

che mai s'avanti alcun di mie parole, né d'ambasciate o di lascivia alcuna. Ver'è, ch'io priego Iddio che lo riduca vivo nel suo nativo almo paese

per non dar noia al correttor del mondo. Poi ch'ebbe detto questo, ripensando che se 'l vago Giustin non si partiva forse potrebbe per marito averlo:

ché la sorella sua quei giorni avanti le conferì che avea questo pernsiero; onde da tal disio prendendo ardire tolse la carta inanzi, e pose mano

al calamo; e volendo tor la tinta, forte pentissi, e gli gettò da parte; poscia pensò che saria meglio a dirlo a la sua cara Asteria, e per trovarla

andò velocemente fin a l'uscio de la stanza di lei, ma per vergogna sopra quel limitar ritenne il piede; e lentamente ritornossi in dietro,

volgendo per la mente un altro modo; né quel poi le aggradiva, ed al primiero tornando, un'altra volta lo dannava e ne trovava un'altro: onde 'l suo cuore

in cosa alcuna mai non stava fermo. Come talor, se in un capace vaso che sia pien d'acqua tremolante e pura entra il raggio del sol, che si rifletta

nel palco e sotto le aggravate travi, con spessissimo moto or quinci or quindi vola e rivola, e mai non si riposa; così facea il pensiero entr'al bel petto

di quella vaga e giovinetta amante: onde nel mesto cuor tutta confusa si gettò sopra il letto, e sospirando a le lagrime triste allargò il freno;

il che vedendo Fusca sua donzella diletta che per caso indi passava, corse dov'era Asteria, e poi le disse: Signora, la bellissima Sofia

sospira, e piange seco, e nulla dice; temo che qualche infirmità l'offenda. Asteria come intese la sorella, che amava tanto, esser turbata e trista,

andò senza dimora a la sua stanza; e ritrovando lei giacer su 'l letto con le guance di lagrime coperte le disse dolcemente este parole:

Cara sorella mia, che cosa è questa? Chi t'ha noiato, o che dolor ti preme? Forse che qualche infirmità t'offende, di che ne fai sì doloroso pianto?

Parla, non mel celar, fa' che ancor io conosca la cagion de i tuoi sospiri. Al ragionar d'Asteria la fanciulla s'arrossì fortemente, e per vergogna

si tacque ciò che disïava aprirle: e le parole fin sopra la lingua vennero, e poi si ritornaro al cuore; pur tanto a poco a poco amor la spinse,

e 'l dolce ragionar de la sorella, che la sua bocca in tal parlare aperse: Sorella che mi sei sorella e madre, ché nostra vera madre a morte corse

come fui nata, e tu, che assai per tempo vedova e senza figli eri rimasa, m'allevasti dapoi come figliuola, e per te sono or qui: ben che sarebbe

meglio per me ch'io fosse morta in fascie, poi che tu vuoi saper quel, che m'annoia, io tel dirò, che a te non vuo' celare cosa che si rinchiuda entr'al mio petto.

Null'altra infirmità, null'altro male è causa de l'acerbo mio martire se non amor, che troppo mi tormenta. Amo Giustino, e 'l suo partir m'è grave

tanto, che par che mi si parta il cuore; e se non fai tal opra ch'ei rimanga, la tua cara sorella a morte è giunta. D'indi abbassò la testa, e mandò fuori

una fonte di lacrime, e tacette. Per tai parole Asteria entr'al suo petto rimase come stupida, e pensossi di riprenderla prima, e poi si tenne;

e con molta prudenzia le rispose: Sorella che mi sei sorella e figlia, ben conosch'io che l'amorose forze son troppo grandi, e chi da lor si guarda

ha cuor di sasso ed anima di pianta; poi, quanto è più fervente in duro ferro l'appreso fuoco che in söave lana, tanto penso che in te, ch'eri sì fredda,

sia più veemente e più feroce ardore che non sarebbe in men gelata donna. Pur non si deve a lui tanto lasciarsi portar, che la ragion resti summersa.

Noi donne non avemo altro tesoro che la nostra onestà, né d'altra cosa possiamo acquistar gloria in questa vita; però debbiam guardarla, e sempre mai

più che l'anima propria averla cara. Dunque, servando lei, farò tal opra che forse forse resterai contenta; ch'io non ebbi già mai cosa più grata,

né ch'io bramasse più de la tua vita. Ver'è, che far che 'l bel Giustin si resti d'andar, non si potrà, perché ne l'alba si dee partir quest'onorata gente;

ma spero ben di far ch'ei torni in dietro prima che in terra abbia fermato il piede: e s'io conduco al fin quel ch'io maneggio, forse ancor ti vedrò con lui congiunta

di matrimonio e di lodato amore. A sì bel fin sorrise la donzella, e diventò tutta vermiglia in fronte: poi racchetò l'addolorata mente,

il che piacque ad Asteria, e dipartissi; e la bella Sofia se n'andò a letto. Né perché la fredd'ombra de la notte a tutti e' peregrin largisca il sonno,

e facia riposar l'afflitta madre che i figliuoi morti acerbamente piange, e rechi triegua al vigilar de i cani, ebbe mai forza di serrar le luci

e d'acquetare il cuor di quella amante: che sempre rivolgea dentr'al suo petto il bel Giustin, fin che s'aperse il giorno. La bella aurora con le aurate chiome

rimenava a' mortali il giorno e 'l sole; quando il gran Belisario, avendo udita divotamente una solenne messa, prese licenza dal signor del mondo,

e se n'andò subitamente al porto con tutti quei baron ch'eran con lui rimasi in terra e ne i diletti alberghi. Dapoi salì su l'onorata nave

di raso cremisin coperta e d'oro: e parimente di color di fiamma era la vela, e d'un damasco eletto. ccQuivi adunossi un'infinita gente

per veder dipartir sì bella armata; e molti cavalieri antichi e saggi e d'ogni qualità giovani e donne andavan riguardando con disio

quelle gran navi e quel mirabile oste. E tra lor si dicea: Signor del cielo, quanti baroni e quanta bella gente passa in Italia! Veramente io credo

ch'ella fia liberata al primo assalto, e i Gotti rimarran sconfitti e morti; chce 'l ciel non dureria contra costoro. Così s'udian le voci or quinci or quindi,

ché tutta la cittade era commossa; e molte donne lacrimavan forte chi la partenza del söave sposo, chi del figliuol, chi de l'amato padre,

chi d'altra lor carissima persona: e risguardando al ciel porgeano prieghi divoti a Dio per lo ritorno loro. L'imperador si stava ad una vista

d'un gran palazzo che vagheggia il porto e lungo 'l lito molto si distende, per veder quinci dipartirsi insieme l'armate navi e dar le vele al vento.

Come fu il capitan sopra la prora del suo naviglio, quivi ingenocchiossi: e verso 'l cielo alzando ambe le mani, disse divotamente este parole:

O sempiterno Re che 'l ciel governi, né senza 'l tuo voler qua giuso in terra si può muover da sé pur una fronda; porgi le sante orecchie a i nostri prieghi,

e mandaci, Signor, sì fatto vento che ci porti in Italia ancor col giorno. Poi fammi grazia che possiam levarla da le superbe man di quei tiranni,

e con vittoria ritornarsi in dietro: ch'io facio voto di fondare un tempio in Roma, e far che quivi eternamente il nome tuo si celebri e s'adori.

A questi prieghi il Re de l'universo volse la mente, e la divina testa mosse affermando, e fé tremare il mondo. Dapoi levossi Belisario in piedi,

e comandò che dal tenace lito tutti solvessen le veloci navi: ed ei fu il primo, e sciolse quella fune che 'l vago legno suo legava in terra;

onde tutti slegor di mano in mano le navi, e con i remi le allongaro dal porto, e poi spiegar le vele al vento, che tosto le gonfiò: tal che quei legni

correan fendendo i liquidi sentieri, e l'onde gli fremean d'intorno i fondi. Né così spesse l'anitre nel verno che son gelate le riviere e i guazzi

dolci si stan ne le paludi salse, né mai tanti stornei fur visti insieme volar per l'aere, onde s'adombri il sole, quanti navigli insieme eran ne l'onde.

Ma come furon poi tanto lontani che la terra spario, né avanti gli occhi poteva altro apparir che cielo ed onda; l'angel Nettunio andò sopra la gabbia

de la gran nave, e col tridente in mano teneva fermi e rinforzava i venti: i quai facen volar per entro il mare verso Brandizio quelli armati legni,

tanto veloci che parean saette uscite d'archi poderosi e tratte da forti braccia, verso il suo bersaglio. Di questo tutti e' duchi erano allegri,

vedendo come avean favor dal cielo; e così navigando, si trovaro presso a Brandizio al trapassar del giorno: onde per quella notte il capitano

ritenne le sue genti entr'a le navi. Asteria, poi che fu la bella armata sciolta dal lito, e che solcando l'acque giva per l'ampio dorso di Nettuno,

accompagnò l'imperadrice a casa, e lasciò star Sofia dentr'al palazzo ch'era sul lito, e discopriva il mare: la qual fin che poteo veder quei legni

tenne gli occhi in lor fissi; e poi che furo spariti, ancor mirava in quella parte; e dove l'aria più vedea serena, giudicava esser quivi il bel Giustino.

Al fin dal dolor vinta, abbandonando le lucide fenestre, si ritrasse in più rinchiusa e solitaria stanza. Quivi tornando Asteria, ritrovolla

piangere, e sospirar sì duramente che aria mosso a pietà le piante e i marmi; onde per man la prese, e rasciugolle le lacrime da gli occhi, e poi basciolla:

e dolcemente suspirando disse: A che sorella mia ritorni al pianto? Perché ti disconforti? Abbi speranza; ché se i negozi umani hanno i lor piedi

tanto lenti talor, quanto son grandi: pur van con essi al destinato fine. I' vengo or da Teodora imperadrice, e le ho parlato; e truovola disposta

molto a pregare il correttor del mondo che ti dia per marito il bel Giustino, e daragli principio in questo giorno. Sì che non pianger più, piglia conforto;

che poi che fatta s'è questa gran parte ch'a noi s'aspetta, puoi sperar che 'l resto debbia essequir la Providenza eterna. Io voglio ritornare a la regina,

non per spronar l'ardente suo volere, ch'ella è più calda assai che non son io; ma sol per ritrovarmi entr'al palazzo, se bisognasse a lei la mia presenza.

Tu resta pure, e ciba la tua mente di pensier buoni e d'ottima speranza. Queste parole rallentaro alquanto il duol de la bellissima Sofia;

né stette guari, come fu partita Asteria, che rendeo le membra al sonno stanche dal vigilar, vinte dal pianto. L'imperadrice, che disire immenso

avea di collocare al bel Giustino la bellissima figlia di Silvano; fra se stessa pensava il tempo e 'l modo da poter essequir questa sua voglia.

Al fin le parve un ottimo consiglio far pruova di svegliare un bel disio d'amor nel petto al correttor del mondo, tanto che prenda l'amoroso frutto;

e poi pregarlo con preghiere ardenti, ché forse i prieghi aran felice effetto. Onde per espedir questo pensiero, ne la sua bella camera si chiuse

e si spogliò de i consüeti panni; da poi lavò le dilicate membra tutte con acqua d'angeli e di mirto: e come fur ben nette, poscia l'unse

d'olio di Zederbeno e d'altri odori. Dapoi si pose una camiscia bianca lavorata di seta, e sopra quella vestì la ricca sua sottana d'oro;

poscia le calce di rosato in gamba si messe, e le legò sopra il genocchio con bei legami, onde le coscie bianche pareano avorio tra vermiglie rose.

E d'indi tolse le pianelle in piedi, ch'eran pur d'oro, e con riccami eletti; dapoi si pettinò le bionde chiome ondose e vaghe, e d'un odor le asperse

che l'ambrosia parean del paradiso, ed in due belle treccie le ristrinse: sopra le quai pose una cuffia d'oro che da diverse gemme era dipinta.

Poi sopra la bellissima sottana messe una robba di damasco bianco tagliata a quadri, e i quadri eran congiunti con grosse perle in bei nodetti d'oro;

in mezzo ciascun quadro eran diamanti tanto lucenti, che parean fiammelle di foco acceso in trasparente vetro. E fatto questo, entrò per un portello

nel vago e secretissimo giardino: ove si stava il correttor del mondo solo, a pensar ne l'ordinata impresa. Era in quel bel giardino un praticello

tondo e coperto di verdissim'erba e circondato d'una ombrosa selva tutta di mirti e di odorati arranzi; questa si dividea da un canaletto

non molto largo di purissim'acqua che mormorando gìa fra l'erba verde: ne la cui ripa avea, quasi per centro del bel pratello, un platano vestito

di larghe frondi e di dolcissim'ombra. Or sotto questo platano sedeva l'imperador de le mondane genti tutto pien di speranza e di disire

di tòr l'Italia da le man de' Gotti, ma come vide la sua bella moglie venir soletta in quello erboso prato, ratto s'accese d'amorosa fiamma,

simile a quella che nel cuor gli nacque quando primieramente la conobbe. Poi con occhi fiammanti riguardolla, e disse: Anima mia, che nuova cosa

vi mena in questa solitaria selva? Ed ella: Signor caro, io son venuta a tòr da voi licenza, per ch'io voglio ir nel palazzo a lato a la marina

per star con la diletta mia nipote a trastullarla, poi ch'io non le posso trovar, come vorrei, condegno albergo. Rispose il re de i re: Certo ella è tale

che non le può mancar marito alcuno; scelgete pur qual voi volete, ch'io gli el farò avere: e senza alcun rispetto ditel, se ben volete il mio Giustino.

Sì che per tal cagion non vi partite: ch'assai fia meglio, che restiate meco a trastullarvi in bel piacer d'amore, che gir con donne a lato a la marina;

ché mai non appariste a gli occhi miei così bella come or, né sì diletta. Disse alor l'accortissima regina: Signor mio caro, quando voi vogliate

che 'l vostro bel Giustin prenda per moglie la bellissima figlia di Silvano, ch'io tengo per nipote e per figliuola; di queste nozze arò tanto diletto

quanto di cosa mai ch'al mondo avesse. E loderalle ognun, perché vedranno esser congiunta la più bella donna al più bel uom che mai vedesse il sole.

Onde saran non solamente eredi del nostro aver, ma ancor del nostro amore; però volendo 'l far, sarebbe meglio rivocarlo d'Italia: e fatel tosto,

dolce signor, ch'io n'ho tanto disio che mi par invecchiar quasi in un giorno. Rispose il sommo imperador del mondo: Anima dolce, io son molto contento

d'essequir tutto il vostro almo volere. Scrivete di man vostra al bel Giustino, e fate che Marcello ancor gli scriva in nome mio ché se ne torni indietro;

e questo anel vi dò, che è 'l mio sigillo, da sigillarle, e far molte altre cose perché sortiscan sì leggiadre nozze: ch'io bramo compiacervi ovunque io possa.

Dopo questo parlar, le diede un bascio süave, e le gettò le braccia al collo; ed ella stette, e sorridendo disse: Signor mio dolce, or che volete fare?

Ché se venisse alcuno in questo luogo e ci vedesse, arei tanta vergogna che più non ardirei levar la fronte. Entriamo ne le nostre usate stanze,

chiudiamo gli usci, e sopra il vostro letto poniansi, e fate poi quel che vi piace. L'imperador rispose: Alma mia vita, non dubitate de la vista altrui,

ché qui non può venir persona umana se non per la mia stanza; ed io la chiusi come qui venni, ed ho la chiave a canto; e penso che ancor voi chiudeste l'uscio

che vien in esso da le stanze vostre; perché già mai non lo lasciaste aperto. E detto questo, subito abbracciolla; poi si colcar ne la minuta erbetta

la quale allegra gli fioria d'intorno; e gli arboscelli e gli augelletti e i pesci tutti godean di sì soave amore. Come fur stati alquanto in quel diletto,

levorsi, e lieti risedero a l'ombra; e quindi essendo riposati alquanto, tornaro insieme a l'onorate stanze. L'imperadrice oltra misura allegra

per le gran nozze che dovean seguire fece chiamar Marcello, e gli commise che in nome del supremo suo signore scrivesse al bel Giustin che si tornasse

verso Durazzo senza indugio alcuno: e gli mostrò l'anel da sigillarle, onde 'l buon cancellier tosto ubidilla. Ella poi se n'entrò nel suo scrittoio,

e scrisse di sua mano in questa forma: Diletto mio figliuolo, il gran signore per sue lettre v'impone, ed io vi priego, che ritorniate a noi senza dimora:

perch'ei vuole adottarvi per figliuolo, ed io vuo' darvi la più bella sposa e la più mansüeta e la più ricca che si ritruovi sotto il nostro impero.

E questa è la bellissima Sofia, ch'io tengo per figliuola, poi ch'al cielo non piacque mai ch'i' avesse alcuna prole. Questa vi potrà fare esser contento,

perché aver non si può sopra la terra cosa miglior d'una ottima consorte. Sì che passate arditamente il mare, venite tosto e senza alcuno indugio

a sì cari piaceri, a tanta altezza. Così scriss'ella, e poi piegò la carta e la serrò con certe fila d'oro sopra le quai pose la cera verde;

e prese il ricco anello, e con le labbra prima bagnò la prezïosa gemma, e con essa improntò l'alto sigillo, ch'era una nimfa in piè sopra una sfera

con due grand'ali e una ghirlanda in mano. Dapoi chiamato il valoroso Ocipo avanti sé, le disse este parole: Eccoti Ocipo mio, questa è una carta

nostra, e quest'altra è del signor del mondo, che vanno al bel Giustin: piglia partito d'ire in Italia, e darle in propria mano; poi torna seco, s'ei ritorna in dietro.

Udito questo, subito partissi Ocipo, e ratto se ne venne al porto, e montò sopra un bregantin leggiero: e navigò con favorevol vento

tanto che fu a Brandizio in quella notte; poi ricercò fra l'onorate navi e ritrovò Giustin ch'era nel letto, e fecelo svegliare, e appresentolli

le care lettre de i signor del mondo. Come Giustin le lesse, al cuor gli nacque subitamente una letizia immensa: onde levossi prestamente in piedi,

ed or faceva un passo, or si sedeva, ora le rileggeva, non sapendo per soverchio piacer quel che facesse. Poi disse al buon Ocipo: Anch'io mi voglio

questa notte tornar verso Durazzo. D'indi vestissi, e poi chiamò il nocchiero e disse a lui queste parole tali: Slega la nave prestamente, e ponti

ne l'alto mar, ch'io vuo' tornarmi in dietro al sommo imperador, che mi dimanda. Rispose il buon nocchier: Signor mio caro, non vi partite in questa oscura notte,

che senza dubbio fia molta fortuna: il mar s'ingrossa, e fa qualche rimbombo; poi vidi ier sera uscir de l'onde i merghi e gir cridando a i liti, e vidi ancora

le foleghe scherzare in su l'arena; ed era il sol rubecchio al tramontarsi, e tinto in parte di cerulee macchie. Né la sorella, dopo lui rimasa,

avea men fiamma a le novelle corna: che tutti segni son d'aspra tempesta. Disse Giustino: Io vuo' partirmi al tutto; e la fortuna mia che verrà teco

vincerà questa tua che ti spaventa. Sorrise il buon nocchiero, e poi rispose: Vincer mai non si può col mar turbato, né si truova difesa in mezzo a l'onde.

Signor, crediate a me, che sono esperto di questo mar, che già trent'anni il solco: non vi partite, ch'io so dirvi chiaro che ci menate a manifesta morte.

Sdegnossi il bel Giustino, e riguardollo con occhio torto, e poi così gli disse: Anima vile a i miei piaceri adversa, poi che tu temi di morir ne l'acque

morrai di ferro, e poi darotti a i pesci. E così detto, trasse fuor la spada: onde 'l nocchier piangendo ingenocchiossi 'nanzi i suoi piedi, e chieseli perdono;

dapoi si dipartì contra sua voglia, pensando gire a più tardetta morte. E quindi navigando, se n'andaro travagliati da Argeste e da Vulturno

tutta quanta la notte infino a l'alba; e fatto avean tre quarti del camino quando eccoti venir con gran furore Ponente insieme con Garbino ed Ostro

e l'umido Sirocco, e contro a questi soffiar Maestro e Tramontana e Greco con quel che spira onde apparisce Apollo; l'aria poscia di nuvoli coperta

tollendo il giorno ed oscurando il sole empìa ciascun d'altissima paura. Allor s'incominciaro udire i cridi de gli uomini e 'l stridor de le ritorte

misto con quel de i troni e de i baleni; onde se indeboliro al bel Giustino le genocchia e la mente, e risguardando il ciel, piangendo e sospirando disse:

Oh come ha detto il ver questo nocchiero che tosto in mar sarebbe aspra tempesta: eccola giunta; e mena tal furore ch'io non vedo con gli occhi altro che morte.

O felici color che pongon freno a i lor disiri; o fortunati quelli che saran morti da le man de' Gotti nel por la bella Ausonia in libertade!

Questi aran gloria eterna, e fian sepolti da le pietose man de i loro amici; ed io rimarrò morto in mezzo a l'onde senza sepulcro aver se non da i pesci,

e morrò ne la mia fiorita etade quando teneva in man tutta la speme de i maggior ben ch'io disïasse al mondo. Ma tu, bella Sofia, poi ch'io veniva

più per le nozze tue che per l'impero, deh manda un tuo sospiro a la mia morte. Mentre che ciò dicea, si mosse un'onda dal procelloso Greco in alto spinta

che percosse la nave, e ruppe e sparse arbore e vela, e 'l misero nocchiero fece co 'l capo inanzi andar ne l'acque. Il legno poi correa senza governo

per l'onde, che talora eran tant'alte che toccavano il cielo, ed or sì basse che 'l mar diviso dimostrava il fondo; piangeano, i marinari, e facean voti;

piangea Giustino, e riprendeassi indarno. Al fin venne una furia per traverso d'Ostro e Garbino, impetüosi venti, che vinser gli altri e riversor la nave:

e 'l misero Giustin se n'andò sotto; ma non molto dipoi rivenne sopra, e s'apprese ad un legno che natava, ch'era parte de l'arbore divulso;

e poi sovr'esso timido salio sgorgando per la bocca onda marina. L'angel Nettunio ebbe di lui pietate, e in forma d'una folega gli apparve

e disse a lui parlando in tal maniera: Non ti perder, Giustin, benché sia grave l'acerbo caso tuo; va pur natando, che non sei lunge al lito di Durazzo:

ove passegia la tua bella sposa e per te priega il Re de l'universo che ti conduca salvo entr'al gran porto. Lascia poi questo legno, il quale intrica

il tuo camino, e mettite ne l'onde; ché tosto aggiungerai natando a terra. Come ebbe detto questo, dipartissi, ponendo in quel bel corpo ardire e lena;

e racchettando i venti, il sol ridusse. L'affannato Giustin prese conforto dal ragionar di quel celeste messo; pur non ardiva abandonare il legno,

né lasciato l'aria, se non che un'onda venne feroce, e sottosopra il volse: tal che a forza convenne indi lasciarsi e gir sott'acqua, e quando venne sopra

vide il legno da sé molto lontano; onde a natar si pose in vèr levante, e gustava il meschin natando spesso contra la voglia sua quell'onda amara:

ma tanto a poco a poco inanzi il trasse il flusso, ed il valor de le sue braccia, che si potean veder le torri e i muri del gran Durazzo, ed ei non le conobbe;

perché si ritrovava esser sì rotto dal faticoso mar, che appena appena movea le braccia e potea trare il fiato. Pur la fortuna sua tant'oltra il pinse

che 'l pose come morto in su l'arena del palazzo regal vicino al porto. Quivi era la bellissima Sofia, che stava ad aspettar qualche novella

del suo diletto ed onorato amante, perciò che Asteria già le avea narrato come deveva per marito averlo, e che l'imperador gli aveva scritto,

e la regina, ch'ei tornasse in dietro: onde stava pensosa ad aspettarlo, e passeggiava sopra quell'arena maledicendo il mar ch'era turbato,

e ritardava troppo il suo disio. Ma che s'asconde a gli occhi de gli amanti? Com'ella il vide, subito il conobbe, e poco vi mancò che non morisse.

Poi come stupefatta da saetta scesa dal cielo, tacita n'andava intorno intorno a quel bel corpo estinto; e quivi non sapendo altro che farsi,

chinossi, e gli basciò l'umida vesta: d'indi si dibatteo palma con palma e mandò fuori un smisurato crido; tal che la gente corse a quella voce

fuor del palazzo, e giunta in su la riva videro il bel Giustin giacersi in terra: ma come fu riconosciuto, allora incominciossi un doloroso pianto.

Quindi poi fu levato, e fu portato piangendo in una camera terrena, e sopra un ricco letto fu disteso. La misera Sofia se n'andò poi

di sopra, e vista per ventura aperta la camera di Fusca sua donzella, e che non v'era dentro, ivi si chiuse; da poi piangendo e sospirando forte

disse fra se medesma este parole: Pensa, pensa, Sofia, dove t'ha posto l'ingorda voglia e 'l smisurato amore: il tuo caro Giustino a morte è giunto

per venirti a trovare, e tu pur vivi? Tu pur ardisci di guardare il sole, sendo stata cagion del suo morire? Lassa, non fia mai ver ch'io resti viva

senza 'l diletto mio caro consorte. E detto questo, poi volea gettarsi da una fenestra, e terminar la vita, ma per tema d'infamia si ritenne;

e pur disposta di morire al tutto in qualche modo, volse gli occhi e vide acqua con sullimato in un fiaschetto, che la donzella sua, per esser bruna,

l'adoperava a far la faccia bianca. Questa, perché sapeva esser veneno, tutta quanta beveo senza paura, sperando andar subitamente a morte;

e fatto questo, con sicura fronte ne l'usata sua stanza si ritrasse, quivi aspettando l'ultimo suspiro. La savia Asteria, come intese il caso

del misero Giustin summerso in mare, venne con gran prestezza a ritrovarlo: ed avea seco un onorato vecchio nominato Filebo, uom di gran senno,

che avea del mondo esperïenza molta; costui già s'allevò col buon Silvano padre d'Asteria, il qual venendo a morte lo lasciò per compagno a sue figliuole.

Questi come qui giunse, riguardando il bel Giustino, e lui toccando, disse: Certo questo signor non è ancor morto. Onde lo pose con li piedi in alto

e con la bocca in giù, perché gli uscisse l'acqua del petto, e risvegliasse i spirti. L'accortissima donna, quando vide che il giovine Giustino era ancor vivo,

mandò a chiamare il buon Elpidio, ch'era medico eletto, e d'eccellenzia tale che darìa vita agli uomini defonti; questi subitamente a lei ne venne,

ma ne la giunta sua trovò che l'acqua era uscita di corpo al giovinetto, e 'l spirito e la voce eran tornati: onde con vini eletti e sughi d'erbe

rese le forze a le affannate membra. Come fu ristorato il bel Giustino, la buona Asteria se n'andò di sopra per narrare a Sofia questa novella;

e quivi giunta allegramente disse: Diletta mia sorella, or ti rallegra, che 'l tuo caro Giustino è vivo e sano, e l'acqua, che 'l facea parere estinto,

uscita è fuori, e son tornati i spirti: sì che tosto l'arai per tuo marito. Per marito non già, ch'io sarò morta, rispose la bellissima Sofia,

e pose il capo suspirando in grembo. Il che vedendo Asteria, si confuse dentr'a la mente, e non potea pensarsi qual fosse la cagion del suo dolore,

e perché di Giustin non s'allegrasse; però la prese per la mano, e disse: Se tu non credi, cara mia sorella, quel ch'io t'annunzio, tu potrai vederlo;

ma s'altro male ancor t'offende o preme, non me 'l voler celar, ch'io te ne priego per quel perfetto amor che tu mi porti. Rispose allor Sofia: Non vuo' celarti

cosa che si rinchiuda entr'al mio petto. Quando m'apparve morto in su l'arena l'infelice Giustin, tanto mi dolve che mi disposi anch'io voler morire;

e giunta ne la camera di Fusca, volgendo gli occhi, vidi in un fiaschetto acqua con sullimato ch'ella usava perch'era bruna a far la faccia bianca:

questa, perch'io sapeva esser veneno. tutta quanta bibb'io, per ire a morte. Or egli è vivo, ed io lasciar convengo lui che tant'amo e la mia vita insieme,

ingannata da l'onde e da i martiri; né tanto duolmi ne i miei floridi anni morir, quanto mi duol di quella noia grave che arà Giustin de la mia morte.

Così diss'ella, e lagrimando tacque. Come ebbe inteso Asteria il caso amaro de la sorella sua, che amava tanto, non stette a lacrimar né a far lamenti,

come fanno le donne alcuna volta; ma se n'andò con fretta a ritrovare il buon Elpidio, e poi narrolli il bere di quel venen, ma la cagion si tacque,

fingendo che l'avea bevuto in fallo. Il medico gentil vi venne, e tolse olio con acqua tiepida, e gli el porse: ed ella il bebbe, e vomitò il veneno.

Poscia un perfetto antidoto le diede che ogni maligna qualità rimosse, e nel suo primo stato la ripose. Mentre che si facean questi rimedi,

fu narrato a Giustin da una donzella che la sua donna avea preso il veneno; ond'ei si dolse amaramente e pianse, e seco stesso sospirando disse:

Non credo mai che più infelice amante si trovasse di me sotto la luna. Arsi gran tempo di sì bella fiamma quant'alcun'altra mai che 'l mondo avesse;

ma troppo era crudele, e troppo altera. Dapoi la fece amor tanto pietosa, che credendomi morto a lato al mare per soverchio dolor se stessa uccise;

ed io dolente son tornato in vita, per provar doglia poi peggior che morte. Non starò vivo no, non starò vivo: anciderommi con le proprie mani.

E poi che 'l ciel mi niega il mio bel sole in questa luce debile e terrena, forse morendo il vederò ne l'altra vita, vestito di bellezza eterna.

E così detto furibondo uscìo de la camera sua piangendo forte, e venne per veder la donna estinta e quivi appresso lei finir la vita.

Ma giunto in quella stanza, ritrovolla già liberata, e fuor d'ogni periglio: onde gli nacque al cuor tanta dolcezza che quasi non sapea dove si fosse.

E come il mercatante, il quale ha nuova che 'l ricco suo naviglio è in mar sommerso ove ha il figliuolo ed ogni sua sustanza, corre sul lito, e si lamenta e plora;

ma quivi poi lo vede entrar nel porto con le persone e con la robba salva, onde s'admira; e dentr'al cuor si sente diletto e gioia fuor d'ogni misura;

così facea quel giovinetto amante, vedendo viva e fuor d'ogni periglio la donna sua che già tenea per morta. Quando Sofia volgendo intorno gli occhi

vide Giustino, il pallido colore che paura di morte avea dipinto nel suo bel volto, in fiamma si converse; e parimente anch'ei divenne ardente:

né mai però fu detta una parola da alcun di loro, anzi si stavan cheti, cibando gli occhi de le lor figure; né sarian mossi ancor, ma venne un messo,

il qual mandolli il correttor del mondo come ebbe inteso quello orribil caso, che disse al bel Giustin queste parole: Signore, in cui riposa la speranza

del nostro invitto e glorïoso impero, l'ordinator de le romane leggi vi fa saper che se voi state in modo che gir possiate agevolmente a corte

sopra la mula over ne la lettica, che senza alcuno indugio a lui vegniate: perché ha gran desiderio di vedervi dopo 'l vostro acerbissimo periglio.

Come Giustino udì quella ambasciata, dolente si partì da la sua donna; e montò poi sopra un gentil corsiero, e se n'andò söavemente a corte.

Asteria poi mandò per la carretta de la regina, che volea con essa condur la nuova sposa entr'al palazzo, e prestamente il carrattier menolla;

questa avea d'oro la coperta, ed era il mattarasso tutto quanto d'oro, d'oro i guanciali, e d'oro i fornimenti de i gran corsieri, i quali erano quattro,

arditi e forti e come neve bianchi: il primo a man sinistra avea la sella coperta d'oro, e 'l carrattier sovr'essa, che ne la destra mano avea la sferza

e le rétine d'oro avea ne l'altra; né molto dimorò nel gran cortile che venne la bellissima Sofia, di panni eletti e di costumi adorna:

che parea proprio il sol ch'ascenda in cielo. Poi con Asteria sopra la carretta salì contenta e vergognosa in vista; e da molti baroni acompagnate

adagio se n'andor verso 'l palazzo per dar principio a l'onorate nozze, ch'ebber poi lieto e glorïoso fine.

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