Nel tempo che si stava entr'a le mura il capitanio a far ripari e fossi e che quei cavalier ch'avean pigliato Faulo eran iti a liberare Areta,
i buon legati co i tribuni insieme che si trovar ne l'adunato stuolo faceano essercitar tutte le genti: tal che i tironi almen due volte al giorno
si riduceano sopra la quintana, ed imparavan quivi a fare il passo pare di tempo e di lunghezza equale, da gir con esso almen tre miglia a l'ora;
poi si davano al corso ed al saltare saraglie e fossi, ed a natar ne l'onde: e dopo questo ivano contra un palo nodoso e grosso e di robusto legno
ch'avanzava sei piè sopra la terra; e con un scudo grave ed una mazza ch'era di peso doppio d'una spada combattean seco, e come a un lor nimico
tentavan di ferirlo or ne la gola ora nei fianchi ed ora ne la faccia: né gli menavan mai se non di punta. Erano ancor quei giovinetti intenti
a tirar aste e trar balestre ed archi ed a saltar sopra cavai di legno e destramente maneggiarsi in essi; ed imparavan anco a portar pesi,
a cavar fossi e far tutti i ripari ch'eran mestieri a circondare il vallo. Onde venendo Belisario il grande una mattina nel spuntar de l'alba
a riveder come si stava il campo per farlo caminar verso Tarento, il vecchio Paulo se gli fece incontra, ed in tal modo a lui parlando disse:
Illustre capitan, luce del mondo, divisi avem gli alloggiamenti tutti, ed avem posto ogni centuria insieme sotto il suo contestabile, che stansi
a mangiare e dormir sempre in un loco; et ordinato avem che ogni promosso abbia i suoi fanti, e stian presso al sergente; e che i sergenti stian co i caporali,
e quei co i loro iconomi e squadrieri, tenendo sempre i consüeti luochi. Ed io gli facio stare in questa forma acciò che meglio si conoscan tutti
l'un l'altro, e cerchi ognun di farsi onore, né mai si turbin gli ordini e le schiere: anzi turbati si racconcin tosto. Ancora i contestabili e i tribuni
fan sempre essercitare i lor soldati ne' modi et ordinanze de le guerre: tal che si voltan tutti quanti al scudo e tutti a l'asta, over si mutan tutti,
e tutti tornan prestamente al dritto, secondo il comandar del capitano. San condensare e rarefar le squadre, doppiarle e triplicarle, e per i giughi
congiunger le decurie e per i versi, o intercallarle in mezzo o porle a dietro. Sanno voltare ancor tutte le schiere col modo macedonico o 'l coreo,
o co 'l lacedemonio, ch'è il migliore. Sanno indurre e dedurre ogni falange, san farla obliqua over trasversa o dritta, san farla in cuneo, in rostro, avanti inflessa
o dietro o in plinto o tutta implessa o curva; e similmente i cavaglier san porsi in quadro, in rombo, in pendola od in uovo: di che possete esperïenza farne,
e veder s'egli è ver quel ch'io ragiono. Così disse il buon vecchio, a cui rispose l'invitto capitanio de le genti: O sommo Re de le sustanze eterne,
quant'obligo v'avem d'aver sì buoni, sì bene instrutti e prattichi soldati: onde per far che siano ancor migliori ne gli essercizi ed arte de la guerra,
vuo' porre a tutti quest'almo certame: che quel soldato che sarà più pronto e diligente ad ubidire i capi, ed arà l'armi sue lucenti e nette
e saprà meglio star ne l'ordinanze e fia più ardito a porsi entr'a i perigli cercando sempre d'acquistarsi onore, costui fia eletto subito promosso;
e de i promossi quel che fia più cauto a governare i fanti a lui commessi, fia creato sergente, e de i sergenti iconomi sian fatti, e poi squadrieri;
ed i miglior di questi sian creati centurïoni, e d'indi colonnelli: e poi di colonnelli sian tribuni. Oltre di questo, quel che ne la guerra
ferirà il suo nimico, arà una spada che arà il manico d'oro e l'elsa e 'l pomo; ma a chi lo getterà giù del cavallo o spoglierallo, fian donati ancora
dui sproni d'oro appresso a quella spada, e farol cavalier con le mie mani. Chi poi di lor ne la battaglia orrenda diffenderà da morte il suo compagno,
arà per premio una collanna d'oro di peso grave e di gentil disegno; e chi ne l'espugnar de le cittadi sarà il primiero a gir sopra le mura,
fia coronato di corona eletta che arà le foglie sue di quel metallo che tanto è disïato da le genti, con le insegne de i merli intorno intorno.
A tutti poi costor daremo ancora le paghe doppie, oltra i predetti doni. Così dicea quel capitanio eccelso; ed ascoltato fu con gran diletto
da tutti quei guerrier ch'eran presenti: onde a lui disse l'onorato Magno: Supremo capitan, mastro di guerra, io vuo' narrarvi un ordine che tiene
Pompeio contestabil de gli astati, perché possiate dar qualche più laude a queste diligenti sue fatiche. Egli si lieva nel spuntar de l'alba,
e mena tutta la centuria fuori, l'un dopo l'altro, ed ei precede a tutti; e poco stando, poscia la divide tutta in due squadre co i squadrieri avanti,
dapoi la parte ancora in quattro parti, e gli iconomi allor son posti in fronte; d'indi la face in otto, e vengon poscia i caporali tutti esser primieri;
e dopo questo fa ridurla ancora in sedeci altre parti, onde i sergenti tengono il primo giugo de la schiera. Poi la fa porre in trentadue quadriglie
l'una apo l'altra dietro a i suoi promossi, che tutti in giugo se ne vanno avanti; ma quando s'avvicinano a la tenda la torna ne le due primiere squadre,
ed entran poi nel contubernio loro a due a due, con ordine mirando: e vanno con quell'ordine a la mensa, ove ancor siede ognun sempre al suo loco.
Ma, finito il mangiar, se n'escon fuori, ed il tergiduttore allor vien prima, poi gli altri sieguen dietro ad uno ad uno cominciando da gli ultimi: onde adviene
che quei che fur postremi ne l'entrare sono i primi a l'uscire, e restan dietro color che ne l'entrar furono i primi; sì che il centurïon vien dopo tutti,
e pur comanda a tutti ovunque sia. Questo medesimo ordine si tiene quando vuol passeggiar con le sue squadre: ch'egli è il primier, se vanno inver levante,
e tutti ad un ad un gli tengon dietro; ma quando poi camina ver ponente, allora il suo tergiduttore è il primo, e gli altri van con l'ordine ch'io dissi,
ond'ei riman postremo; ed a tal modo imparano a marchiar verso i nimici, e parimente a ritirarsi in dietro senza disordinarsi in parte alcuna.
Così gli disse Magno, a cui rispose l'eccelso capitanio de le genti: Quanto mi piace l'essercizio ch'odo che tien Pompeio circa i suoi soldati:
il qual farete ancor servarsi a gli altri, ché l'ordine servato ne le guerre è di momento estremo a le vittorie. E poi, se ben la più onorevol cura
del capitanio è di nutrir le genti, tal che non manchi vittüaria al campo, e la seconda è di tenerle sane con frequenti essercizi e con fatiche;
la terza è pur che siano instrutte e dotte ne l'ordinanze ed arti de la guerra: come la quarta è ch'animose e pronte le facia a voler porsi entr'a i perigli;
e poi la quinta è ch'ubidiscan tutte al capo lor senza tardanza alcuna. Adunque le farete esser maestre in codeste ordinanze, perché noi
con diligenza attenderemo al resto. Mentre che si dicean queste parole, ecco apparir quegli undeci guerrieri ch'erano stati a liberare Areta;
ma come il capitan gli vide insieme tutti quanti tornar giocondi e sani, divenne molto allegro entr'al suo petto. Da l'altra parte i cavalieri adorni,
vedendo il capitan, scendero in terra de i lor destrieri, e se n'andaro a lui con gesto umile, ed inchinor la fronte: ed ei giocondamente gli raccolse.
Poi prese Corsamonte con la destra mano, ed il buon Traian con la sinistra, e si rivolse verso gli altri, e disse: O valorosi miei diletti amici,
veramente son stato in gran pensiero de le vostre fortissime persone; e dentr'al cuore avea molta temenza che qualche fraude non v'avesse colti
e fatti andare indegnamente a morte: or sia lodato Iddio, che siete salvi. E però voi starete a pransar nosco, poi ci direte quel che avete fatto
per liberar questi compagni vostri. Così diss'egli; e volse che Costanzo restasse e Paulo con Bessano e Magno in compagnia di questi a mangiar seco.
Poi tutti quanti si lavar le mani e s'assettaro a l'onorata mensa l'un presso a l'altro; indi pigliando i cibi che in quella posti fur di tempo in tempo,
rintuzzaron la fame, e poi la sete scacciaro ancor co i prezïosi vini che gli fur porti in lucidi cristalli. Allora il capitanio de le genti
narrar si fece a l'ottimo Traiano tutto 'l vïaggio, e ciò che gli era occorso da la partenza lor fino al ritorno: che fé stupire ognun di meraviglia.
Ma poi che furon di stupore scarchi, il capitanio si rivilse, e disse: Valorosi, leggiadri, alti baroni, noi loderemo il Re de l'universo
che v'ha tornati con vittoria al campo fuor di tanti perigli e tanti inganni. Dapoi fia ben che proseguiam la guerra, ch'el differir ne l'ordinate imprese
spesso è un venen ch'atterra ogni ventura. Vuo' lasciar in Brandizio Atenodoro con tre buone coorti in compagnia che guarderanno e teniran quel loco,
se tutta Europa gli venisse a torno. E noi diman ne l'apparir de l'alba quinci si partirem con tutto il stuolo, ed anderemo a la città che siede
su la marina tra 'l Vesevo e Baia: e cercherem d'averla ne le mani, né gli risparmierem fatica o tempo. E detto questo, subito levossi
per gire a la quintana, e per vedere come si essercitavano i soldati; quando eccoti apparir due belle schiere di genti disarmate, i quali in mano
portavan rami di canuta oliva: e tutta quanta la minuta plebe del campo lieta gli correa dintorno. Il che vedendo Belisario il grande
si fermò nel pretorio, e come intese ch'erano ambasciador d'alcune terre, subitamente a sè chiamar gli fece, ed in tal modo a lor parlando disse:
Leggiadri cavalier che 'n vista siete degni di ogni alto ed onorevol grado, poiché venite a me con questa insegna che tanto piace al Re de l'universo,
solvete arditamente i parlar vostri, e dite quel che voi da noi cercate, perché sarem disposti a compiacervi. A cui rispose un venerando vecchio
che si nomava Policasto, ed era il principal de gli orator di Leccie; e disse a lui parlando in questa forma: Illustre capitan, mastro di guerra,
noi siamo quattro ambasciador venuti da la città di Leccie a vostra altezza: la quale avendo già tre giorni inteso che 'l corretor del mondo a noi vi manda
per por l'antica Esperia in libertade, vi vuol far un presente di se stessa, ché fia gran giovamento a tanta impresa. E queste son le chiavi de le porte
ch'ella vi manda, ed io ve le consegno; onde a voi sta mandarvi quella gente che vi paia opportuna a mantenerla, ché noi la piglierem con gran diletto:
ed oltre a quella, le persone nostre s'ingegneran di ritenerla sempre divota e serva de l'imperio vostro. Né per questo cerchiam se non quei patti
ch'al bel Brandizio fur da voi concessi. Così parlò l'ambasciadore al duca di Benevento, ed ei prese le chiavi allegramente, e poi così rispose:
La città vostra m'è tanto più grata, quanto d'averla avea minor speranza senza nostri travagli e vostri danni. Or sia lodato il Re de l'universo
che v'ha rivolti per sicura strada: dunque noi la pigliam di buona voglia, e mostrerenli quanto ci sia caro questo suo degno e prezïoso dono;
e gli faremo ancor più larghi patti de i brandusini che ci avete chiesti. A pena Belisario ebbe fornita la sua risposta, che si fece avanti
un altro cavaliero, e così disse: Ancor io sono ambasciador d'Idrunto, che vien divoto ne le vostre mani; e parimente manda a voi le chiavi
de le sue porte, ed io ve le appresento: né vi voglio laudare il nostro porto, né dir che siam vicini a la Valona ed a Corfù, perché sapete meglio
di noi ciò che v'è commodo a l'impresa. Sol questo vi dirò, che noi speriamo di far tal pruova de la nostra fede, che sarete di quella assai contento.
Or mentre ch'e' dicea queste parole, apparve una bellissima donzella ch'avea le veste di colore oscuro, e venia sopra un palafren morello
con quattro nobil cavalieri intorno, gravi d'aspetto e di matura etade: che parimente anch'essi eran vestiti con le famiglie lor tutti di nero.
Belisario si volse a quella vista con desiderio di saper chi fosse la damigella e i cavalier pregiati: ma prima prese l'onorate chiavi,
e disse al cavalier ch'a lui le diede, ch'era nomato Salentin da Castro: Gentile ambasciador prudente e saggio, accetto volentier la terra vostra,
e più con fatti assai che con parole conoscer vi farem quanto siam grati. Era già scesa la donzella al piano dal palafreno, e in mezzo a i dui più vecchi
de i quattro cavalier ch'eran con essa giunse umilmente a Belisario avanti, e cominciava ingenocchiarsi a i piedi del capitan, quand'ei, che se n'accorse,
per man la prese e sollevolla e disse: Dite, donna gentil, ciò che vi piace, e non usiate cerimonie meco: ch'io son così mortal come voi siete,
ed ubidisco al correttor del mondo, come denno ubidir tutte le genti. Questo diss'egli; e la donzella poi levossi in piedi, e vergognosa in vista
le dolci labbra in tai parole aperse: Invitto capitan che vinto avete quasi le tre gran parti de la terra, e siete or giunto ne l'Italia afflitta
per liberarla da le man crudeli e da la dura servitù de i Gotti: io sono Elpidia, figlia di Galeso e de la nobilissima Safena,
che diede a lui per dote il bel Tarento con altre terre che gli sono intorno, de le quai tutte son rimasa erede. Perché Tebaldo, capitan de i Gotti
che son ne la Calabria e ne la Puglia, mi volea dar per moglie a un suo figliuolo ch'è il più brutto, il più sciocco e 'l più dapoco che si ritruovi tra la gente loro,
tal che mio padre a lui non volse darmi; ond'e' s'empìo di tanto sdegno ed ira, che giorno e notte non pensava ad altro che a far di tal repulsa aspra vendetta.
Or aspettando tempo al suo proposto finse più non curar le nostre nozze. Advenne poi che 'l mio diletto padre, andando un giorno sconosciuto a Roma
con un famiglio ed un ragazzo soli perché volea parlar col re de i Gotti secretamente, che l'avea richiesto, fu sopragiunto da la notte oscura
su quella strada che divide i boschi Pontini, e se ne va sotto Priverno. Quivi alloggiar convenne in un albergo mal proveduto e in solitario loco:
ove trovossi ancora il fier Tebaldo, che da Roma venia verso Campagna, e smontato era un quarto d'ora avanti; ma nostro padre a lui non dimostrossi,
perché volea celar quella sua gita. Pur Tebaldo il conobbe, e nulla disse: anzi in tutto mostrò di non vederlo; dapoi la notte, in su 'l profondo sonno,
entrò con dui compagni in quella stanza, ch'era mal chiusa, ove dormia Galeso, e lo scannor miseramente in letto co i lor pugnali che teneano in mano;
poi, fatto questo, uccisero il famiglio che dormia quivi sopra il pavimento, e morto ancor avrebbono il ragazzo, ch'era svegliato e stava appresso l'uscio:
ben finse di dormir, come gli vide, ma cheto cheto poi se n'uscì fuori mentre ch'erano intorno al suo padrone; e d'indi caminò tutte le notti,
dormendo i giorni, fin che a noi pervenne e ci narrò quel doloroso caso. Il fier Tebaldo poi come ebbe ucciso Galeso, il prese per l'antica chioma,
e via dal busto gli spiccò la testa, e quella si portò dentr'al su' albergo; ancor gli tolse il consüeto anello, e i deti gli tagliò per trarlo fuori.
Fatto quel grave e scelerato eccesso, il perfido assassin partissi quindi, e portò seco l'infelice teschio; poi non credendo che ci fosse nota
la dispietata morte di mio padre, fece presso a Tarento una imboscata, e mandò quivi un simulato messo da parte di Galeso co 'l su' anello,
che mi pregava assai per sue parole ch'i' andasse a ritrovarlo a Benevento, perch'era oppresso da sì grave febbre, che in brieve si credea finir la vita,
e mi volea vedere anz'il suo fine. Come la madre mia, che avea già udito dal suo ragazzo il maleficio orrendo, vide quel messo e intese la proposta,
subito gli fé por le mani adosso, e poscia gli fé dar molti tormenti: ond'ei le confessò che 'l fier Tebaldo era in una imboscata ivi propinqua,
e dissegnava, com'io usciva fuori de la città, d'avermi ne le mani e far di me vittuperosi strazi, udendo questo, l'infelice donna,
mossa da sdegno e da dolore acerbo, fece impiccar quel messaggiero a un merlo; che s'ella il tenea vivo, e poi mandava il popol nostro intorno a la imboscata,
gli arebbe presi facilmente tutti, e facea del marito aspra vendetta: ma la meschina si accecò ne l'ira, e diede morte a quel che avea men colpa,
il cui morir fu poi salute a gli altri: ché sendo visto lui da quei di fuori impeso, si pensor d'esser scoperti, e quella istessa notte si partiro;
ma ben lasciaro un miserabil segno, ché fecer porre il teschio di Galeso presso a la porta sopra un alto palo. E quel dapoi ne l'apparir de l'alba
fu conosciuto da la nostra gente, e quindi fu spiccato, e con gran pianto fu riportato a la sua cara moglie: la qual poi trammortì com'ella il vide,
né si poteo più rivocare in vita con medicine ed argumenti umani; onde sepulta fu con quella testa che gli era più che se medesma cara;
ed io rimasi poscia in gran dolore, priva del padre e de la madre a un tempo. Né mi conforta punto perch'io sia di tanta facultà rimasta erede,
ch'altro germe non è nel nostro sangue: anzi son vissa in un continuo pianto da l'ora in qua, che son quaranta giorni, che seguitor quelle infelici morti.
Poi, come intesi de la vostra giunta, venuta sono a voi senza dimora, che siete il più giust'uom che in terra alberghi: e qui ripongo ne l'arbitrio vostro
la robba ch'i' aggio e la persona e 'l stado, e prenderò colui per mio consorte che mi fia dato da la vostra altezza; e s'ei fosse il più vil di tutto il stuolo,
sempre l'onorerò per mio signore. Così parlò quella fanciulla onesta; e nel suo ragionar, la bella faccia di rugiadose lacrime bagnava:
onde mosse a pietà tuti e' baroni; e chi di lor per la beltà miranda, chi per la dote, e chi per i costumi disïava d'averla per consorte:
ma sopra tutti Corsamonte il fiero di lei s'accese, e la volea per moglie; né il feroce Aquilin da l'altra parte avea per lei d'amor men caldo il petto,
e così aveano Achil, Traiano e Ciro e tutti gli altri principi e signori che si trovor nel padiglione a udirla; ma non ardian di far parola alcuna,
se Belisario non parlava prima: il quale a lei rispose in questa forma: Leggiadrissima donna, assai mi dole de i vostri affanni e de le gravi offese
che avete avute da la gente Gotta: ma spero in Dio ch'io ne farò vendetta, se vivo resterò sopra la terra. Da l'altra parte poi molto m'aggrada
che abbiate tanta confidenza in noi, e che vogliate prender per marito colui che noi destinerem di darvi: a la qual cosa io vuo' pensarci alquanto,
ché difficil sarà trovar barone che sia condegno di sì rara moglie. Però mi par di non andare in fretta a tale elezïon, che si dee sempre
usar consiglio ben maturo e saldo in quel che s'ha da far sol una volta. Fra questo tempo voi potrete starvi nel bel Tarento, o se volete ancora
andare ov'è Teodora imperadrice, io vi farò condur dentr'a Durazzo; e sarete da lei sì bene accolta, che non vi spiacerà d'esservi andata.
Questo diss'egli, ed ella a lui rispose: Signor mio caro, ecco la vostra ancella, parata a far di sè quel ch'a voi piace; e d'ogni cosa ella sarà contenta
che giudicata fia da voi per buona. Allora il capitan soggiunse: Adunque potrem pigliar la più sicura strada, che è di mandarvi a l'onorata corte.
Come udì questo Corsamonte altiero crollò prima la testa, e poscia disse: Eccelso capitanio, io so che siete tanto prudente ne le vostre imprese,
che non vi fa mestier l'altrui consiglio: pur non starò di dir quel che a me pare. E se ben sono anch'io di quei ch'han voglia d'aver sì cara ed onorata donna,
non è però ch'io non conosca il dritto, e ch'io non dica il ver senza menzogna. Non indugiate, no, sì lungo tempo a ritrovar marito a la donzella:
ché l'indugiare è 'l tosco de gli amanti; ma scelgete un di noi, qual più v'aggrada: ché scelto ch'ei sarà, farà qualche opra degna di gloria contra i fieri Gotti
che lo dimostrerà quanto sia degno d'aver sì bella e virtüosa moglie. Ma se voi non volete esser colui che facia questa invidïosa scelta,
non la lasciate trappassare il mare; ma fate che ciascun che brami averla per moglie venga qui con l'armi in dosso, ch'io vuo' con lor provarmi ad uno ad uno;
e s'io gli vinco o gli conduco a morte la damigella allor mi sarà data, che onorerolla ed amerolla tanto, quanto si possa amar persona umana:
ma se per caso io fosse o vinto o morto, colui che fia vittorïoso al campo ancor sarà signor de la donzella. Così parlò quel giovane feroce,
e 'l superbo Aquilin dapoi gli disse: Io son parato, Corsamonte altero, d'essere il primo che combatta teco per questa nobilissima signora:
che ancora a gli occhi miei le donne belle paiono belle, e so cercar d'averle; ché la mia lancia e la mia spada punge come la tua, sì che non ho paura
né di te né d'altr'uom che monti in sella. Questo diss'egli, e Corsamonte tutto si rodea dentro di disdegno e d'ira, e gli occhi suoi parean di fiamma ardente;
poi disse: A che più star? Vegnamo a l'arme, proviam con esse chi è di noi più forte. E detto questo, pose la gran mano sopra la fiera spada per cavarla
e combatter con lui senza dimora; ma Bessan ch'era quivi lo ritenne, e tutti gli altri cavalieri e duchi gli erano intorno, e con parole accorte
cercavan di placare il suo disdegno ma non potean, ch'egli era come un scoglio che sta nel mare, ed è percosso intorno ccontinuamente da terribili onde,
che non si muove per soffiar de' venti né per la schiuma che 'l percuota o l'alga. Aquilin stava poi da l'altra parte a l'erta, e non volea cederli punto.
Allora surse il venerando Paulo conte d'Isaura, e disse in questa forma: Veramente il parlar di Corsamonte non merta al parer mio d'esser ripreso:
ben si devrebbe commutare alquanto ne la seconda sua narrata parte, perché la prima non poria dir meglio. Egli ha pur detto nel principio come
sarebbe ben che 'l capitanio nostro scelgesse quel di noi che più gli aggrada; ché scelto ch'ei sarà, farà qualche opra degna di gloria contra i fieri Gotti
che lo dimostrerà quanto sia degno d'aver sì bella e virtüosa donna. Questo non merta già d'esser corretto; ma l'altra parte si, la qual disfida
ogni baron che la disia per moglie, ecc vuol combatter con ciascun di loro. Certo questo parlar non fu mai buono, per ciò che non è ben fra noi medesmi
far così acerbe e sanguinose pruove, le quai son da serbar contra i nimici. Ma a voi, signor, che tutto 'l pondo avete di questo eletto essercito romano,
non sarà grave il far quel ch'io vi dico: perch'io son vecchio, e non ragiono indarno. Tegnam pur la donzella entr'a Tarento, come fu il primo bel vostro disegno,
che sarà più giocondo a questi amanti. Dapoi scelgete dieci almi baroni de i miglior cavalier del nostro campo; e quel di lor che di maggior valore
si mostrerà contra la gente Gotta, eletto fia da lei per suo marito quando arem presa la città di Roma. Così parlò il buon vecchio, e tutto il stuolo
laudava mormorando il suo consiglio; onde l'eccelso capitanio disse: O valoroso mio conte d'Isaura, molto mi piace il consigliar che fate
e però son disposto di essequirlo. Adunque scelgeremo a questa pruova tutta la nostra Compagnia del Sole, che sono undeci eletti almi baroni:
perch'io, che son duodecimo, non v'entro, ché avendo moglie non potrei sposarla. Chi adunque di costor maggior prodezza dimostrerà contra la gente Gotta,
eletto fia da lei per suo consorte: perché la elezïone a lei s'aspetta, se 'l matrimonio libero esser deve. A quel parlar di Belisario il grande
fu poi soggiunto dal cortese Achille: Valoroso signor, sendo ancor io un de gli eletti a quest'almo certame, non voglio risparmiar fatica alcuna
per acquistar tant'onorato pregio; e se per caso il ciel me ne fa degno, ché certo mi sarà il maggior contento ch'i' avesse mai, né ch'io potesse avere,
vorrò dar la mia sorte a Corsamonte, poi che è sì vago e cupido d'averla: ché sempre amato l'ho come fratello, ed ho più cari i suoi piaceri onesti
e 'l suo verace ben che 'l mio medesmo. Udendo questo, Corsamonte ardito slargò le braccia e corse ad abbracciarlo, e lo basciò teneramente in fronte;
poi disse: Almo fratel, sempre t'amai, e sempre t'amerò mentre ch'io viva; e sapea parimente esser amato da te, che noi siamo allevati insieme
da giovinetti in su col gran Giustino, e siamo stati insieme in ogni guerra. Pur non credea che tu m'amassi tanto quanto mi mostran or le tue parole:
che 'l dare altrui la sua diletta donna ben è signal d'un inaudito amore. Però mi sforzerò non esser vinto da te di questo sì cortese affetto:
ché chi si lascia vincere in amore è di cuor basso, e di natura ingrata. Così diss'egli, e da quel giorno inanzi furo i più cari e i più leali amici
che si trovasser mai sopra la terra. Il vecchio Paulo, poi che pur vedea l'ira che Corsamonte avea nel petto e la natura acerba di Aquilino,
sì dubitava assai che queste cose parturissero ancor qualche disconcio; però si volse a Belisario, e disse: Eccelso capitanio de le genti,
poi che s'è fatta la mirabil scelta de tutti quei signor che prender puonsi da l'onorata Elpidia per mariti, perciò che l'alta Compagnia del Sole
tiene i miglior guerrier che portin arme, fia bene ancor che mitighiate l'ire del fiero Corsamonte e di Aquilino, da cui nascer poria qualche disturbo.
No no, rispose Corsamonte ardito; Lasciateci pur star come noi semo, ché in brieve tempo vuo' chiarirlo al tutto qual sia miglior di noi con l'armi in mano.
Allora disse Belisario il grande: Corsamonte gentil, molto mi piace che tu vogli chiarir qual sia migliore, od Aquilino o tu, con l'armi in mano:
ma cotesto chiarir vuo' che si facia per amor mio contra la gente Gotta, e non si volga verso i nostri petti: che quel che fia miglior contra costoro
possederà la disïata donna, la qual non si può aver per altro modo; ed io voglio esser giudice di questo. Appresso i' priego voi che mi doniate
per questa volta le querele vostre, e che vi piaccia a me lasciar la cura, ed a l'imperador, di rassettarle: a cui vuo' dar di questa cosa avviso.
Così diss'egli, ed ambe due le parti restor di ciò contente, e fu promesso da ciascun d'essi di non farsi offesa. Come fornite fur queste parole,
il capitanio volse che tornasse la bella Elpidia a star dentr'a Tarento, e con lei fece andare il buon Terpandro con una compagnia di eletti fanti:
poi mandò a Leccie il provido Marullo; ma Calisteo se n'andò verso Idrunto, avendo tutti le centurie loro. Belisario, dapoi si volse, e disse
a quegli altri baron ch'avea dintorno: Signori, è ben ch'andiate entr'a le tende e che vi prepariate al gran vïaggio: ché domattina i' vuo' partirmi quinci
per essequir l'incominciata impresa. Come udir questo, tutti si partiro e se n'andaro a i consüeti alberghi, e quivi preparor le cose loro
ed aspettaron la futura luce. Ma come apparve il dì sopra la terra, il capitanio si levò del letto, e tosto si vestì di panni e d'arme;
d'indi uscì fuor del padiglione armato, avendo udita una divota messa da l'onorato vescovo di Tebe: poi fece por la bocca a gli oricalchi
e dare il primo segno al dipartirsi. Ma quei soldati, come lo sentiro, prima abbassaro il padiglion superbo di Belisario, e poscia lo legaro,
e legar anco quei de i lor tribuni; d'indi legate fur trabacche e tende di tutti gli altri cavalieri e fanti con gran destrezza e con prestezza immensa:
che pareano i messor, quando un bel piano han posto in terra di matura biada, che, sopragiunta una profonda nube piena di pioggia e di crudel tempesta,
ciascun a pruova lega le sue faglie per porle in cappe o per condurle a casa prima che l'acqua le corrompa o guasti; così faceano allor quei buon romani
legando in fretta careaggi e salme per porle sopra le carrette e i muli dietro a la voce di quell'altro suono. Or, fatto questo, le sonore trombe
mandaro il grido del secondo segno: onde la salmaria fu posta tutta sopra i lor validissimi giumenti. Ma come carghe fur tutte le some,
il capitan fé ragunar le schiere, e subito salì sopra un sugesto e la sua bocca in tai parole aperse: Io penso, valorosi almi guerrieri,
che tutti quei di voi ch'han qualche etade sian stati in molte perigliose imprese, ed abbian combattuto co i nimici, ma nondimeno mai non sono usciti
con sì gran stuolo e con sì gran possanza, come or condutta avemo in queste parti: perciò che andremo a pendere un paese che è posseduto da feroci genti.
Vogliate adunque dimostrarvi equali a voi medesmi, e non parer men forti di quel che foste ancor ne l'altre guerre. La bella Italia è sollevata tutta,
e spera di veder felice fine al buon principio che mostrato avemo per l'odio grande ch'ella porta a i Gotti. Però bisogna ben che siamo cauti
nel nostro andare ed avvisati molto, ed aver cura che i nimici nostri non ci facesser poi qualche vergogna che c'impedisse il già sperato onore.
Adunque i duchi, i cavalieri e i fanti si stiano a l'erta, in ordine e parati come s'avessen da combatter ora, ché i tempi de le guerre sono ascosi,
e da lieve principio, o da qualch'ira, si fan più volte i fatti d'arme orrendi; e spesso i pochi proveduti e cauti vincono i molti che non han paura
de i lor nimici, e sproveduti vansi. Sempre color che ne i terreni ostili fan guerra, denno aver le menti audaci, ma star con l'opre timide e sicure;
perciò che quei che fanno a questo modo sono ne l'assalir sempre animosi, e se sono assaliti da i nimici si truovano anco preparati e forti.
Pensate poi che andiam contra persone possenti, ed atte a far diffesa grande: e se non sono or fuori a la campagna, non gli crediate neghitosi o lenti;
anzi pensate che verranno a l'arme, quando si veggian ribellar le terre e tòr le mogli e saccheggiar le case: perché tutti color che veggion farsi
avanti gli occhi vituperio e danno s'accendon d'ira, e più furrore han quelli ne le cui menti men raggione alberga; e tanto più s'addireranno i Gotti,
quanto son usi a non patire oltraggi, ma soglion depredar gli altrui paesi e le lor terre conservare intatte. Seguiamo adunque l'onorata impresa:
state continui a l'ordine e provisti, e pronti ad essequir ciò ch'io comandi. Così parlò quel capitanio eccelso; e poscia descendeo giù del suggesto
e montò sopra il suo destrier Vallarco: d'indi fece sonar le terze trombe, e tutto 'l campo cominciò avviarsi. Il primo avanti gli altri era Costanzo
duca di Candia e mastro de i pedoni, con quattro re superbi in compagnia, Cosmondo, Albino, Gordio e 'l fier Suarto; e la gentil Nicandra e 'l forte Arasso
e gli strasordinari ivan con essi. Dopo costoro andava il destro corno, che dietro a sè tenea le proprie some; d'indi seguìa l'ardito Corsamonte
con cinque buon tribuni: e fur Mundello, Longino e Achille con Sertorio e Bocco, soli a cavallo; e tutti gli altri capi con la lor legïon seguianli a piedi,
la qual menava i carrïaggi dopo; e dietro a quella il provido Orsicino venia con fabri e machine eccellenti, dapoi si mosse Belisario il grande
con cinquecento alabardieri eletti che d'ogni parte lo cingeano intorno; e 'l feroce Aquilino il seguitava con cinque buon tribuni, e fur Massenzo,
Traian, Catullo con Olando e Magno, soli a cavallo; e tutti gli altri capi con la lor legïon veniano a piedi, la quale avea gli 'mpedimenti dopo.
L'ultimo loco ebbe il sinistro corno, che sol mandava i carrïaggi avanti, ed il suo capo gli veniva dietro: quest'era il gran Bessan duca di Dacia,
co 'l re de i Saraceni e 'l re de i Lazi e quel de Iberia e quel de gli Azumiti, con Teodorisco e co 'l gigante Olimpo. I cavalieri poi seguiano parte
gli ordini loro, e parte ivan da i lati, per sicurezza de i giumenti carghi. E così andando, giunsero in un piano venti miglia lontan, presso a un bel fiume;
allora il vecchio e venerando Paulo mastro del campo, ch'era andato avanti con Ennio, con Procopio e con Lucillo, volto a Procopio disse este parole:
Procopio mio, quest'è un mirabil piano da porvi il campo: ecco qui presso il fiume, ecco quel lato poi che guarda a l'ostro quant'atto è a girne a saccomano, e quanto
è destro a l'acqua e buon da far la fronte e collocarvi la pretoria porta. Così parlava il buon conte d'Isaura; a cui Procopio rispondendo disse:
Gentil signor d'ogni virtute adorno, che dite poi de l'eminente loco posto nel mezzo, e che vagheggia il tutto? Non vi par egli che potremo porvi
sicuramente il bel pretorio nostro?. Queste parole a l'onorato vecchio non spiacquer punto, e se n'andò sovr'esso: e come l'ebbe contemplato alquanto
scese giù del cavallo, e di sua mano vi piantò sopra una bandiera bianca. Poi fece misurar da ciascun lato de la predetta candida bandiera
piè cento, che venian per ogni fianco ducento piedi, e quel quadrato scelse e deputollo a Belisario il grande: nel quale ancora, a l'ultime confine,
verso l'aspetto attissimo a gir fuori, fé porre un altro bel stendardo rosso; d'indi passò cinquanta piedi inanzi, e tirovvi una linea equidistante
al gran quadrato, e qui doveano porsi i padiglion de gli ottimi tribuni: però piantovvi una vermiglia insegna. Poi fece misurar cent'altri piedi,
per far la bella piazza avanti ad essi: ove una linea lunga fu distesa parallela a quell'altra, e posto un segno ch'era il principio da locar le genti.
Or questa linea in mezzo fu divisa, e fecer quinci la primiera strada, larga cinquanta piedi, e lunga poi quasi due millia piè verso la porta,
signando quella con notabil aste; ne la qual strada deputati foro gli alloggiamenti a i cavalieri armati che ne le legïoni eran descritti,
facendo tutti i contuberni loro cent'e cinquanta piè per ogni banda; dietro a costoro stavano i trïari, che guardavano poi sovr'altre vie
tutte segnate con notabil aste: ma i contuberi loro erano larghi la metà sola i quegl'altri primi, quantunque fosser di lunghezza equali.
Poi di rimpetto a questi era l'albergo de i principai, che rietro avean gli astati, con le lor tende in su le estreme calli; e furo i contuberni di costoro
cent'e cinquanta piè per ogni lato, come eran quei de i cavalier ch'io dissi; ed era ognuna de le cinque strade larga cinquanta piè come la prima.
Dirimpetto a gli astati avean gli alberghi i cavaliar descritti ne gli aiuti; e dietro a questi erano i fanti loro, che avean l'entrata sua verso 'l steccato,
ch'era lontano almen dugento piedi; e tutti i contuberni de gli aiuti avean la lor lunghezza equale agli altri, ma ne l'altezza poscia eran maggiori:
perciò che i cavalieri avean d'altezza dugento piedi, ed i pedon trecento. Forniti i cinque contuberni primi, così divisi per ciascuna strige,
fece una strada che partiva questi da gli altri cinque, e si dicea quintana, che le strige partìa tutte a traverso: e quivi essercitavano i soldati.
Da l'un de i lati poi del padiglione del capitanio era una piazza grande pretoria, e l'altra dal sinistro canto questoria, ch'era data al camerlingo.
Da i capi de le piazze erano stanze di quei baron che non avean condotta, e di molt'altri cavalieri eletti ch'eran venuti in campo ad onorare
il capitanio e quella bella impresa. Ma lungo la larghezza de le piazze confinava una via di cento piedi, partita in mezzo da una corta strada
larga cinquanta piè, che se n'andava a la postrema parte del steccato. Sopra quell'ampia via verso le piazze stavano i cavalier strasordinari,
e dietro i fanti de l'istesso grado, ch'avean l'entrata loro inver la fossa che sostenea la decumana porta: ed erano le stanze di costoro
cent'e cinquanta piè per ciascun lato. Or, fatto tutto quest'alto dissegno, sonor le trombe; e subito fu posto il padiglion del capitanio eccelso
nel mezzo, ov'era la bandiera bianca, D'indi i soldati con prestezza immensa cinser di fossa poi tutto 'l steccato, ch'era quadrato, e quella fossa larga
fecer cubiti dieci ed alta cinque; dapoi drizzate fur tutte le tende in brieve spazio di pochissime ore. E come quando in un teatro grande,
che i spettator sono assettati, e vaghi d'udir qualche amenissimo poema, il buon corago fa callar le vele che nascondeano l'onorata scena,
subitamente a gli occhi di ciascuno appar che nasca una città novella con piazze e tempi e con teatri e logge, onde cupidamente ognun la mira
e nota il bel che si ritruova in essa; così, munito quello aperto piano, subito nacque una città miranda che dava albergo a tutta quella gente.
Poi messi fanti a guardia de le porte ed ordinate le vigilie tutte, si stetter quivi ad aspettare il giorno. Or mentre si facea questo vïaggio
da l'onorato essercito romano, Tarsilogo re d'arme, che partissi già da Durazzo, e se n'andava in fretta ad intimar la guerra al re de' Gotti,
giunse in Ancona, e ritrovollo a caso far dimoranza in quell'alma cittade; onde smontò del suo veloce grippo, e si vestì la bella cotta d'arme
di veluto rosin cosperso d'oro che un'aquila dorata avea nel petto ed un'altra n'avea dopo le spalle: così vestito andò verso 'l palazzo
ove alloggiava il re con le sue genti, e quivi giunto l'animoso araldo a lui non fece riverenza alcuna, ma disse audacemente in questo modo:
L'imperador de le mondane genti vi fa saper che v'ha più volte chiesto ch'usciate fuor d'Italia, e rilasciate, come è 'l dever, l'antico suo paese;
ma sin qui fatto non l'avete, e sempre con parole cortesi e fatti avversi cercaste di menar la cosa in lungo. Però vi dice ch'egli s'è rissolto
di far questa richiesta omai con l'arme: preparatevi adunque a far diffesa, che tosto vi sarà con l'oste adosso. Come Teodato udì l'aspra proposta,
si cangiò tutto quanto di colore: e stando un poco poi prese ardimento, e con molta arroganza gli rispose: Superbo messaggier, che tanto ardire
hai di venir a minacciarmi guerra, se non ti parti fuor di questi luochi farò che tu darai de' calzi al vento. Porta poi per risposta al tuo signore
ch'io vuo' l'Italia per la gente Gotta, che posseduta l'ha presso a cent'anni; e s'egli ci verrà con l'oste adosso, non potrà forse più tornarlo indietro:
ché rimarrà da noi sconfitto e morto. Così parlò quel re feroce in vista, ma dentro a l'alma travagliato e mesto; onde il re d'arme ritornossi al grippo,
e tosto lo drizzò verso Durazzo. Ma non era anco diece miglia in mare, che da Brandizio sopravenne un messo nativo Gotto, e nominato Alfano,
che disse avanti il re queste parole: Signore, i' porto a voi novelle amare: Brandizio è perso, e la figliuola vostra co 'l suo marito son partiti quindi,
ed han seguito le nemiche insegne. Poi ch'a Teodato la novella amara fu manifesta interamente tutta, divenne prima pallido nel volto,
e dentr'al petto gli tremava il cuore: e poco stando, poscia si rinchiuse ne la camera sua, traendo fuori dal cuor profondo altissimi sospiri.
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