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1478–1550

IL SECONDO LIBRO

Gian Giorgio Trissino

La notte già col suo stellato manto copria l'adorna faccia de la terra, e tutti gli animali avean ristauro dal sonno, e tregua al travagliar del giorno,

posando in lei le risolute membra; sol Belisario da' pensieri involto non dava luogo al lusingar del sonno, ma rivolgea più cose entr'a la mente

che a la vittoria sua facean mestieri. Prima considerava quai dovesse degnamente preporre a i grandi offici, e quanta gente ancora e quante navi

fossen bisogno a l'ordinata impresa; e per qual porto poscia o per qual strada dovesse entrar ne la nimica terra. E così andando d'un pensier ne l'altro

era già presso a l'apparir de l'alba, quando il pensare e la vigilia molta per viva forza gli aggravaron gli occhi. Allor l'angel Palladio, che a la cura

di lui fu posto dal voler superno il primo dì che fu prodotto al mondo, discese giù dal ciel per darli aiuto; e sotto forma del canuto Paulo

gli apparve, e disse a lui queste parole: O valoroso germe di Camillo, ben si può dir che questo alto passaggio ti sta fisso nel cuor, poi che ti face

pensare e non dormir tutta la notte. Pensa pur ben, che ne le gravi imprese suol meglio elegger quel che meglio pensa; so che 'n gli offici che ricercan forze

per te fian posti i forti, e dove il senno sarà mestier, vi saran posti i saggi, che sono il cuore e 'l spirto de le guerre; e so che menerai la gente usata,

lasciando i nuovi e male esperti a dietro. Pur questo voglio dir, che tu diponghi a Brandizio lo stuol: ne la qual terra son pochi Gotti, e 'l popol gli è nimico,

onde fia vostra ne la prima giunta; e 'l prender sì buon porto e tal cittade sarà d'utile immenso a quest'impresa. Ma siate presti, acciò che non s'intenda

né vi si possa por presidio alcuno. Darotti ancora un ottimo ricordo, che tu abbi cura de i paesi vinti e de la gente soggiugata, e sempre

onora e temi il Re de l'universo. Il capitanio al fin de le parole aperse gli occhi, e vide un gran splendore, con un odor celeste, onde conobbe

ch'egli era un messaggier del paradiso; e dietro a lui volgendo ambe le luci e dolcemente sospirando, disse: O sustanzia del ciel piena d'amore,

come pietosamente a i miei difetti supplir ti veggio; ond'io prendo speranza, poscia che 'l tuo valor non ci abbandona, che questa impresa arà felice effetto.

Così diss'egli, e subito levossi; poi si vestì de i consüeti panni, e accompagnato da la sua famiglia andò a trovare il buon conte d'Isaura

ch'allora allora se n'uscia del letto; ed egli come a sé venir lo vide aperse le sue labbra in tai parole: O capitanio provido ed eccelso,

voi non volete che si perda il tempo, andando attorno ne l'aprir de l'alba. A cui rispose Belisario il grande: I negozi son molti, e 'l tempo è brieve;

e chi perder lo lascia, o no 'l previene, i suoi disegni spesse volte vanno molto diversi al disïato fine: però ne vengo a voi per consigliarmi,

che 'l fatto è grave, e l'importanza è grande, ed ha bisogno di consiglio e d'arte. Così tra lor dicendo, sopragiunse il buon Narsete, e di comun parere

andaro al porto a riveder le navi; e ritrovato che ve n'eran tante quante facean bisogno a quell'impresa, subito s'avïar verso la corte

per consultar co 'l corretor del mondo circa gli offici e circa l'altre cose ch'eran da prepararsi al gran passaggio. Come fur giunti entr'al regale albergo,

vider l'angel Palladio in forma umana che con l'imperador facea discorsi; questi s'assimigliava al buon Marcello, ch'era il gran cancellier ch'aveva in nota

tutta la gente d'arme e 'l lor valore; ma dopo 'l salutar di quei baroni in modo si celò, che solamente rimase conto a Belisario il grande,

ond'ei divenne oltra misura allegro; poi si rivolse al correttor del mondo, e disse umilemente este parole: Almo signor, s'avete scelti ancora

i capitani e i cavalier pregiati ch'han da venire a l'ordinata impresa, non vi sia grave dirli, acciò ch'io possa tosto essequire il vostro alto volere.

Il savio imperadore a lui rispose: Or ora con Marcel dicea di questo; e risguardando poi, non lo rivide, ché l'angelo ch'avea la sua sembianza

era fatto invisibile a ciascuno; ned ei per questo il suo parlar ritenne, anzi seguendo a Belisario disse: I' vuo' mandare il fior de le mie genti

che qui d'intorno ragunate avemo; però di quest'essercito sì grande vi voglio dar due legïon maggiori ch'aran mille pedoni per coorte:

onde fian più che ventimillia fanti e che mille e dugento uomini d'arme; ed arete altretanti de gli aiuti, e più, che i cavalier saran duo tanti;

darovvi sette poi de i miei compagni che voi chiamate conti, ed otto regi, sedeci duchi e principi ventuno, ed altri valorosi cavalieri

che tutti son descritti in questa carta. E diè una carta a Belisario in mano, il qual la prese col genocchio in terra, e prima la basciò, da poi l'aperse

leggendo ad uno ad un tutti e' baroni. Ma voi beate Vergini, che foste nutrici e figlie del divino Omero ch'i'ammiro tanto, e vo seguendo l'orme

al me' ch'io so de i suoi vestigi eterni; reggete il faticoso mio viaggio, ch'io mi son posto per novella strada non più calcata da terrene piante;

diteci tutti e' capitani eletti ch'andaro a liberar l'Italia oppressa: perché il commemorar tutta la turba saria soverchia e non laudabil opra.

Ben piacciavi narrar primieramente come stava l'imperio, ed in che modo le provincie di quello eran divise. Il grande imperio, ch'era un corpo solo,

avea dui capi: un ne l'antica Roma, che reggeva i paesi occidentali, e l'altro ne la nuova, che dal volgo s'appella la città di Constantino:

questa era capo a tutto l'orïente; onde l'aquila d'oro in campo rosso, insegna imperïal, poi si dipinse, e si dipinge, con due teste, ancora.

L'imperio di levante avea dui capi maggior de gli altri, e deti eran prefetti, d'Illiria l'uno e d'Orïente l'altro. Similemente dui prefetti avea

l'imperio di ponente, l'un de' quali d'Italia si dicea, l'altro di Francia: che vice imperador porian nomarsi. Il prefetto d'Italia, ch'era il primo,

tre dïocesi avea nel suo governo: l'una era Italia, Illirico era l'altra, ed Africa la terza; e ognuna d'esse avea sotto di sé provinzie molte.

L'Italia ve n'avea ben dicesette, e l'Illirico sei, l'Africa cinque; ma quel di Francia avea sotto 'l suo scettro tre dïocesi anch'ei superbe e grandi:

Francia, Spagna, Bertagna, che Inghilterra da gli Angli di Sassonia poi fu detta; la Francia, a cui Germania era congiunta, dicesette provincie aveano insieme,

la Spagna sette e la Bertagna cinque. Ora, perché poi che fu morto Oreste l'Imperio occidentale era distrutto, e le provinzie sue teneansi allora

da' Tedeschi, da' Vandali e da' Gotti e d'altre nazïon feroci e strane; però questo che ho detto fia bastante a la divisïon di quello impero.

Dunque passiamo all'orïente, ch'era integro e possessor d'ogni suo luogo. Il prefetto dapoi de l'Orïente avea cinque dïocesi in governo,

la Tracia, l'Asia, il Ponto e l'Orïente, e dietro a queste la famosa Egitto. Quel d'Illirico poi n'avea due sole, l'un'era Macedonia, e l'altra è Dacia.

La Tracia ha sei provinzie: una è l'Europa, ove è Constantinopoli la grande, Tracia, Scitia, Emimonte, e la Seconda Misia, dapoi vien Rodope sezzaia.

L'Asia minore ha poi dieci provenze, Lidia, Pamfilia, Caria ed Ellesponto, Pissidia, Licaonia, Licia e Frigia, le Ciclade e la Frigia Salutare.

Il Ponto undeci n'ha, Galatia Prima, Onoriada, Bitinia, Paflagonia, Cappadocia la Prima e la Seconda, Ponto Polemoniaco, Elenoponto,

Armenia Prima ed Armenia Seconda: Galatia Salutar vien dopo queste. L'Orïente n'ha quindeci: Fenicia, Palestina, Cilicia, Arabia e Cipro,

Palestina Seconda, Isauria, Siria, Siria Eufratense e Siria Salutare, e Fenicia di Libano e Ofroena, Mesopotamia e Fenicia Seconda;

l'ultima è Palestina Salutare. L'Egitto aveva poi cinque provenze: l'un'era Egitto, ove Alessandria è posta, l'altra è Tebaida, e poscia Arcadia e Libia

Secca, e Libia Pentapoli, che è quinta. Sei n'ha la Macedonia, e queste sono Tesalia, Epiro Vecchio, Acaia, Creta e Macedonia, e poi la Nuova Epiro.

Ma la Dacia n'ha cinque: una è la Dacia Mediterranea, l'altra è la Ripense, Dardania, Misia Prima, e dopo questa vien la Prevalitana ultimamente.

Di queste cinquantotto alme provenze Isauria aveva per governo un conte, un proconsule Acaia, Arabia un duca; quindeci poi di loro erano rette

da duchi consulari, e l'altre poscia ch'eran quaranta, a presidi fur date, che prencipi puon dirsi a' nostri tempi: dodeci de le quali aveano duchi

non consulari, oltra i suoi primi prenci; e ne l'Egitto si teneva un conte. Or tempo è di narrare ad uno ad uno chi furon quelli ch'in Italia andaro:

però, vergini Muse, a voi non spiaccia di porger mano a tant'alto lavoro. L'imperador de le mondane genti, com'ebbe eletto Belisario il grande

per vice imperador dell'occidente: Belisario, che già presso a Vulturno nacque di Possidonia e di Camillo; a costui diede il fior de la sua gente.

e prima era descritto ne la lista il buon Paulo toscan conte d'Isaura, d'anni, di senno e d'eloquenzia pieno; ed avea in mezzo del suo scudo d'oro

un bel specchio d'acciaio per insegna. Seguiva il buon Longin conte d'Egitto; questi nel scudo suo pesante e forte avea scolpita una leggiadra nimfa

che porgea bere ad un leone irsutto con una tazza d'or ch'aveva in mano. Attalo è il terzo, conte de i tesori, che porta per insegna un gran telaro,

con una tela ordita intorno al subbio. Poi Valentino conte de i cavalli che stavano a la guardia del signore, e 'l conte de i pedoni Atenodoro;

ciascun di questi avea nel scudo bianco un falcon nero, e l'un parea volare, ma l'altro sopra un tronco si posava. E Ciro ed Orsicin conti novelli,

d'Africa l'uno e di Sicilia l'altro; ma Ciro conte d'Africa portava entr'al suo scudo verde un caval bianco ch'avea sovr'esso un fanciulletto ignudo,

ed Orsicino avea sola una rosa rossa nel scudo suo vermiglio e bianco. Eravi Arato re de' Saraceni membruto e nero; questi avea per arma

nel campo azzuro una colomba d'oro. Süarto re de gli Eruli portava in color bianco un zibellino oscuro. Zamardo re d'Iberia avea una tigre,

e Zacco re de i Lazi una pantera. Albino poscia re de' Longobardi il scudo avea senz'altra cosa dentro: così portava il re de gli Azumiti,

che Adardo si nomò, ma il scudo è d'oro, sì come quel d'Albino era d'argento. Cosmondo re de' Gepidi portava un bel castel percosso da saetta;

e Gordio re de gli Unni, che fur detti Ongari poi, portava un fanciullino che risaldava una corona rotta. Con lui venia la vergine Nicandra,

savia, gentile e di bellezza immensa, che figlia fu di suo fratel Boagro; questa non fece mai tele o ricami, ma fu nutrita tra cavalli ed armi:

e tanto è destra, e sì feroce e forte, che non è alcun barone in quel paese che ardisca aspettar lei con l'armi in mano; onde per far di sé pruova maggiore

era venuta a la famosa corte con seimillia disposti e buon guerieri; poi ne l'Italia ancor volse passare, per provar la sua forza contra i Gotti,

che le fur causa d'immatura morte: questa porta nel scudo una medusa con la feroce chioma di serpenti. Eravi il gran Bessan duca di Dacia,

possente e fiero, coi capelli attorti mezzi canuti e con la barba bianca; questi fu Gotto, ma non volse mai contra l'imperio andar con gli altri Gotti:

onde l'imperador gli diè in governo la gran Dacia Ripense; ed ei portava un veltro bianco entr'al suo scudo nero. Fuvvi Costanzo, l'anima superba,

duca di Candia e mastro de i pedoni, uom grande e bruno e di feroce aspetto; il qual nel scudo suo tenea per arma un orso fiero uscito de la tana.

Eravi Magno principe di Frigia, mastro de i cavalieri, uom di gran senno, maraviglioso ordinator di squadre: costui portava per antica insegna

in campo rosso una colonna bianca; ed Innocenzio ancor duca di Cipro, che nacque di Eliodora e di Pisandro in su la riva del corrente Lico:

però nel scudo suo portava un fiume. Ed Aldigieri principe di Rodi, savio e gentile: questi avea per moglie la bella Ersilia figlia d'Antonina,

che del gran Belisario era consorte; questi avea per insegna una liburna con sei gran rote che solcavan l'onde. Ennio con essi ancora era descritto,

duca di Macedonia, che portava un bel camaleonte per insegna; ed avea seco il suo fratel Tarmuto, prence di Licaonia, il qual tenea

due gran corne vermiglie in campo d'oro. Il principe d'Arcadia Erodïano, il qual di nobiltà volea la palma, e dicea che gli antiqui suoi maggiori

nacquero in Grecia avanti che la luna: costui per arma sua portava un drago. Da poi venia la Compagnia del Sole: questi eran sempre dodeci compagni,

i miglior cavalier ch'avesse il mondo; pari eran quasi d'animo e di forze, e d'età quasi pari: e l'un di questi era il gran Belisario, il qual portava

nel campo d'oro un fier torello ardente; e l'altro è l'animoso Corsamonte, giovane, bello e d'incredibil forza, ch'era nel correr suo tanto leggiero,

e sì veloce che passava il vento: onde correa per un fiorito prato senza calcar con le sue piante i fiori; questi è duca di Scitia, ed ha nel scudo

un leon d'oro in mezzo il campo azzuro. Il terzo era Aquilin, l'anima accesa, di statura quadrata e barba nera, che duca di Pamfilia era chiamato;

questi avea per insegna in campo verde un monton bianco con le corna rosse. Traian duca di Siria, uom giusto e forte e grande, avea nel suo pesante scudo

in campo rosso una bilancia d'oro. Dopo costoro era 'l cortese Achille, giovane ardito e di leggiadro aspetto, che partorito fu nel bel Trezeno,

città sì grata a la famosa Atene, da la vaga Ericina ascostamente, perché avea tolto il giovinetto Alcasto contra la voglia del superbo padre;

questi nutrito fu tra dure selve, da poi servì l'imperador Giustino, che 'l fé duca d'Atene: ond'ei portava nel campo d'oro tre bei tronchi verdi

ch'avean sovr'essi un saggittario acerbo. Con questi ancora era il feroce Olando, duca di Paflagonia, il qual portava nel color bianco il capricorno nero.

Il duca di Fenicia, che Mundello si dimandava, porta per insegna un granchio d'oro in mezzo al campo rosso; ma 'l principe di Rodope Massenzo

portava il nero scorpio in color bianco. Eravi ancora il giovane Lucillo, leggiadro e biondo e di costumi eletti, già chiamato Fozio; quest'era figlio

de la bella Antonina e di Ramondo, nipote di Nastagio imperadore: questa, poi che Ramondo a morte venne, tolse il gran Belisario per marito,

onde Lucillo a lui si fé privigno; Lucillo, il qual portava una donzella ignuda e vaga con due spighe in mano: che fu segnal che non dopo molt'anni

ornò la vita sua d'abito santo. Bocco, che poi fu principe di Licia, avea nel scudo un uom ch'una grand'urna teneva in spalla, e gìa fondendo l'acque.

Dapoi veniva il principe Catullo, faceto, acorto e di valore immenso, principe d'Onoriada, il qual portava dui fanciulli abbracciati in campo d'oro;

Teogene v'è poi duca d'Arabia: questi chiudea la Compagnia del Sole, il qual nel scudo suo tenea dipinti dui pesci bianchi in un ceruleo mare.

E perché ognun di questi avea ne l'elmo per suo cimiero il sol, però da tutti la Compagnia del Sole eran chiamati. Or è da nominare il forte Arasso,

ch'era un de' primi cavalier di corte, principe di Galatia; questi un gallo avea nel scudo con la cresta d'oro. E dietro a lui veniva il buon Terpandro,

figliuol d'Armonio e di Cillenia nimfa; Terpandro, caro a le celesti muse, a cui Febo donò la lira e 'l canto quand'era in Tespe là press'a Parnaso:

questi fu eletto principe di Epiro, e nel bel scudo suo portava un cigno. Vien poi Demetrio duca di Tebaida, il qual porta per arma un cocodrillo

che piange un pastorel ch'aveva occiso. Pigripio v'era ancor, figliuol di Mauro, principe di Pissidia: e questo Mauro sapea le cose che dovean venire;

onde avea conosciuto per le stelle che 'n la guerra d'Italia il suo figliuolo Pigripio moriria per man de' Gotti; però l'avea più tempo ritenuto

de le guerre lontan: ma volse andarvi, ché la morte il cacciava e 'l suo destino; questi nel scudo per insegna avea un bel cipresso verde in campo d'oro.

Burgenzo poscia prence di Tesaglia vi fu, ch'avea la luna con l'eclipsi; questi era guercio, magro, storto e calvo, e fu sì avaro e scelerato tanto,

che per denari aria tradito il mondo; ma i tradimenti suoi furon scoperti, ond'arso fu vicino a la Minerva; e 'l buon Sertorio duca di Cilicia

avea nel verde una cervetta bianca. Il principe di Caria, che Olimonte si dimandava, era unico figliuolo de la bella Artemisia e di Giordano,

antico capitanio di Damasco; ed avea per insegna una candela accesa in mezzo una fenestra oscura. Teodetto e Cosmo poscia eran fratelli,

figliuoli di Peonio e di Sosandra, principi de la Frigia Salutare; questi sapean tutte le piante e l'erbe che la terra produce, e l'altre cose

degne che puon sanar gli uomini infermi: onde da tutto 'l mondo eran tenuti medici eletti, e d'eccellenzia rara; questi portavan per antica insegna

sei palle rosse poste in campo d'oro. E Teodorisco figlio di Palmera, gran regina d'Arabia, ancor fu posto con gli altri cavalieri in quella lista;

questi portava nel suo scudo un tempio. Fuvvi anco Olimpo figlio di Clearco, che già di tutta Scozia ebbe 'l governo: questi era 'l maggior uom che fosse in corte,

né fu nel campo cavalier sì grande che con la testa gli aggiungessi al fianco; esso portava per insegna Atlante che sosteneva il ciel con le sue spalle.

E Damïan, che di Mesopotamia principe fu, portava per insegna in campo azzuro un campanin d'argento. E dietro a questo Eudocimo era scritto,

principe d'Emimonte, il quale è losco, e porta in campo rosso i gigli bianchi. Sindosio andovvi ancor duca d'Europa, che nacque d'Atamante e di Lisippa:

e la bella Lisippa inamorata del giovane Atamante sen fuggìo dal vecchio padre, e se n'andò con lui; e parturì presso a gli Euganei Colli

il bel Sindosio, e poi non stette quivi, ma tornar volse a la sua cara madre co 'l fanciullin ch'aveva, e fu raccolta da lei con molte lagrime e sospiri:

dapoi fu erede di ricchezza immensa, ch'altro germe non era in quel legnaggio; ed avea per insegna un bel ginebro. Eravi Arato duca di Bitinia,

fratel carnal del callido Narsete; ed avea in campo azzuro un monte d'oro. Gualtier di Cappadocia era signore e principe, e portava per insegna

il quartier nero e bianco entr'al suo scudo: questi era giovinetto, questi ancora de l'astuto Salidio era nipote, ma Belisario amò più che se stesso.

Paucaro Isauro v'è, che Ellenoponto governa come principe, e che porta tre gran tresse d'argento in campo azzuro. Peranio v'era ancor duca di Libia,

savio ed accorto e buon mastro di guerra; questi nacque in Perugia, e fu figliuolo de la gentil Cecilia e di Metello, e per insegna sua portava un pino.

Principe d'Osroena era il buon Grinto, che in campo azzuro avea la croce bianca; e Faniteo, che di Prevalitana principe fu, v'andò, ben che Corinna

sua madre avesse assai tentato indarno di ritenerlo a casa, perché in sogno veduto avea che da fatiche stanco sopra una bella tomba si posava,

che parve annunzio di futura morte; ma quei spregiando i sogni de la madre andò dove 'l guidava il suo destino, che 'l dovea far morir presso a Cesenna:

questi avea un arco d'oro in campo nero. Eravi Ciprïan principe accorto di Fenicia di Libano, ed avea nel scudo un cedro verde per insegna;

e quei che furon duchi di Leone, Pomponio, Augusto e Cesare fratelli, e poi da' Borgognoni indi cacciati vennero in Tracia a l'onorata corte;

questi fur parturiti in un portato sopra la ripa d'Arari, che poi nominò Saona la futura gente: questi ebber tanto una sembianza istessa,

che spesso l'un per l'altro era pigliato da i lor parenti con süave errore; e tutti tre teneano per insegna quattro gran liste d'oro in campo verde.

Con essi andava il valoroso Armano principe di Dardania, il qual portava la volpe d'oro entr'al suo scudo ardente. L'ultimo è Filodemo incantatore,

pallido, bruno e co i capelli attorti, duca di Palestina, e nel suo scudo teneva un corbo nero in campo d'oro. Questi eran scritti tutti ne la carta

che lesse allora il capitanio eccelso. Ma il sommo imperador mastro di guerra volse poi che Procopio ancor v'andasse, figliuol d'Urania e del prudente Iparco:

perciò che essendo astrologo eccellente co 'l saggio antiveder de l'avenire potea molto giovare a quell'impresa: ed ei lieto v'andò; costui portava

una sfera dorata in campo azzuro. A questa guerra ancor volse passare Giustin nipote del signor del mondo, Giustin figliuol d'Aurelio e di Biglienza,

Giustin, ch'era 'l più bel che fosse in terra, ma nato più per Venere che Marte; questi avea per insegna un bel Cupido con l'arco in mano e le saette al fianco.

Poi che fu letta l'onorata lista, l'imperador fece venirsi avanti Carterio, Ferventino e Sermonetto suoi cari, fidi e diligenti araldi,

e disse lor: Ponitevi in camino, trovate quei baron che son descritti ad uno ad uno in questa nostra carta; ditegli come noi gli abbiamo eletti

da dover gir con Belisario il grande a porre in libertà l'Italia afflitta; però ciascun di lor si metta in punto, che partiransi anzi che sian tre giorni.

Trovate ancor le legïon che sono entr'al gran vallo ragunate insieme; dite a la Prima Italica, ed a quella che la Seconda Italica si chiama,

ch'io l'aggio elette per miglior de l'altre da racquistar la mia perduta sede; però ciascuna d'esse arditamente vada a mostrar l'usato suo valore.

Come ebbe detto questo, si rivolse al vice imperador de l'occidente, e disse a lui queste parole tali: Prudente capitan mastro di guerra,

prima ve n'andarete fra gli aiuti che sono in campo, e prenderete tanti di lor ch'ascender possano a la summa de i fanti legionari che v'ho detto,

e 'l doppio ancor de i cavalieri armati. Disponete dapoi tutti gli offici ne l'ampio stuol che menerete vosco; mutate i capi o raffermate quelli

che vi son or come vi pare meglio; e finalmente fate ogni altra cosa che vi paia opportuna a tanta impresa. A cui rispose Belisario il grande:

Signor d'ogni signor che vive al mondo, così m'aiuti il Re de l'universo com'io fo volentier ciò che v'aggrada e non risparmierò fatica alcuna

per satisfare al vostro alto disio: anzi morrò sotto sì grave pondo, prima che far vergogna a tant'officio; ma per fuggir l'invidia, io voglio dirli

che tutti e' maggior gradi furo eletti da la vostra santissima corona. E detto questo, gli basciò la mano. Da l'altra parte, i valorosi araldi

dopo l'imperïal comandamento si dipartiro e se n'andaro al campo; e quivi prima a tutti quei baroni che scritti fur ne l'onorata lista,

poscia a le legïon ch'erano elette fecion palese ciò che loro imposto fu dal signore e correttor del mondo: Il che ciascuno allegramente udio.

Or chi vedesse poi con quanta fretta s'apparecchiava ognuno al bel passaggio, giudicherebbe ciò cosa miranda: chi rivedeva l'armi e chi i destrieri

facea ferrare, e chi pennoni e lance portava intorno, e chi di lor facea rassettar briglie e racconciar le selle; non altrimente in una ricca villa

quando vien la vindemia anzi 'l suo tempo e l'uva imbruna ne i feraci colli, chi cinge botte e chi racconcia tini, chi torcoli apparecchia o appresta scale,

chi sgombra cesti e chi coltelli arruota, e ciascun gode di non stare indarno: così parea quell'onorata gente. Ma poi com'ebbe il capitanio eccelso

preso licenza dal signor del mondo, se n'andò al campo a riveder le schiere; e quivi giunto, circondato fue da tutti quei baron ch'eran descritti

ne la gran lista che portar gli araldi, e da le legïon che furo elette: a cui l'eccelso capitanio disse: Signori e cavalier, vuo' che sappiate

tutti gli onori che ne l'ampio stuolo v'ha disegnati il correttor del mondo: acciò ch'ogni baron circa 'l su' officio sia diligente, e non consumi il tempo.

L'onorato Bessan duca di Dacia e 'l feroce Costanzo fian legati, che dopo 'l capitanio è 'l primo onore; ed ammiraglio fia di tutto il mare

il valoroso principe di Rodi. Poi vuol che 'l saggio e venerando Paulo conte d'Isaura sia mastro del campo, e capitanio de l'artelarie

che si dimandan machine da guerra fatt'ha il sagace e provido Orsicino. Ed Attalo, ch'è conte de i tesori, elegge per questore e camerlingo.

vuol poi ch'in ogni legïon sian poste dieci coorti, millïarie tutte: ond'essa legïon fia diecimillia e dugento e quaranta eletti fanti

e seicento e quaranta uomini d'arme. I fanti tutti poi saran divisi in triari, in astati, in principali, in arcieri, in veloci, in balestrieri,

partendo appresso ogni ordine di questi ne le sue dieci consüete parti. gli uomini d'arme, la metà di loro fian catafrati, e gli altri a la leggiera,

partiti anch'essi in dieci parti equali; e fa sovr'ogni legïone eletta sei buon tribuni: e de la prima ha fatti l'ardito Corsamonte, e poi Mundello,

Longino e Achille con Sertorio e Bocco; e de l'altra seconda vuol che sia il possente Aquilino e 'l fier Massenzo, Traian, Catullo con Olando e Magno.

E lascia poi che tutti gli altri capi che ne le fantarie si deggion fare eletti sian da i militi romani: il cui capo minor sarà il promosso,

ch'arà tre fanti sotto 'l suo governo, che saran quattro con la sua persona. Poi dui promossi fian sott'un sergente, che parimente ancor sarà promosso;

e dui sergenti sott'un caporale, che fia sergente e caporale insieme; e poi dui caporali obediranno l'iconomo, e du' iconomi al squadriero,

e dui squadrieri al contestabil loro saran suggetti, e questo al colonnello, che sarà contestabile ancor egli; e tutti i contestabili averanno

una centuria intiera al lor governo, che fia centoventotto eletti fanti col suo luogotenente e 'l banderale; oltra li quali ancor gli sarà dato

un buon tergiduttore e un tamburino. Agli onorati cavalier, che sono e di grave armatura e di leggiera, per ogni legïon posto ha il suo capo:

l'uno è Sindosio, e l'altro è Valentino; e ciascun d'essi ha dieci conduttieri, computando tra quei la sua persona; ed ogni conduttiero ha la sua squadra,

che son sessantaquattro uomini d'arme, ed ogni squadra poi sarà due bande, ogni banda due turme, ed ogni turma decurie due, di otto uomini per una;

onde averà ciascuna alma coorte un colonnel di principali ed uno di astati, una centuria di triari ed una di veloci, una d'arcieri,

un'altra che averà balestre e fonde; saravvi anco una squadra di cavalli, che fian sessantaquattro, e saran parte con arme gravi e parte a la leggiera.

Questo fia dunque tutto il nostro stuolo, e questi fian quelli onorati offici che vi consegna il domator del mondo; però ciascun gli esserciti, e si mostri

degno di tanto e di più nobil grado. Così fé noto il capitanio eccelso a i suoi baroni i deputati onori: onde ciascun l'udì con gran diletto,

e si rivolse a le commesse genti. Quivi i tribuni s'accozzaro insieme per supplir l'ampie legïoni elette; e tolser tanto numero di fanti

quanto gli bisognava a farle intere; e quei di lor ch'avean minore etade posero ne i veloci e sagittari, ma quei ch'aveano poi qualche più tempo

messero ne gli astati, e gli altri ancora di età maggiore entror tra i principali, e i più provetti diedero a i triari. Come le legïon furon supplite,

e furo eletti ancor tutti quei capi ch'aver dovea l'essercito romano, i buon tribuni in su l'imagin sacre del Re del cielo e del signor del mondo

fecion giurar le genti ad uno ad uno d'ubidir sempre al capitanio eletto, e fare a suo poter ciò ch'e' comandi. Questo gli fecer pria giurare, e poi

gli armaron tutti di finissim'arme: dando a i triari, a i principi, a gli astati le lor corazze e le schiniere in gamba, e i scudi in braccio e le celade in testa,

le spade al fianco e dui veruti in mano; ma in vece de i veruti a i buon triari furon date aste co i spontoni in cima. L'arme poi de i veloci eran rotelle

con mezzeteste e giavarine in pugno; de i sagittari fur balestre ed archi. Or mentre si facean questi negozi, Belisario n'andò verso gli aiuti,

e tolse d'essi un numero di fanti equale a quel de i legionari primi: ma volse tor duo tanti cavalieri, come gli avea commesso il suo signore

e come era anco la romana usanza. Poi per prefetti de i pedestri aiuti elesse il re Cosmundo e 'l fiero Albino, e Gordio re de gli Unni e 'l re Suarto,

e la gentil Nicandra e 'l forte Arasso. Questi fur de l'un corno; ma de l'altro fu il re de i Saraceni e 'l re de i Lazi, e quel d'Iberia e quel de gli Azumiti

con Teodorisco e co 'l gigante Olimpo; fur poi divisi i cavalieri armati in squadre, in bande ed in decurie e turme; ma le genti da piè furon partite

in colonelli, che tenean sott'essi contestabili, iconomi e squadrieri, e promossi e sergenti e caporali, come avean proprio le romane schiere.

D'indi gli armaron di bonissime arme, tal, che a sì bello e sì onorevol stuolo non parea che mancasse alcuna cosa; il che vedendo il venerando Paulo,

per adempire ogni romana usanza si volse a i regi, e disse in questa forma: O valorosi ed ottimi prefetti, scelgete fuor di questa vostra gente

tanti buon cavalier che siano il terzo o poco men di tutti quei che avete, e parimente il quinto de i pedoni: che sempre questi al capitan si danno

strasordinari, acciò che stiano intenti e preparati a gli alti suoi disegni. Così diss'egli; e quei gentil signori donaro al suo parlar cortese effetto:

e tolto tutto il numero richiesto de i più prestanti e valorosi in arme, gli appresentaro a Belisario il grande. Come fu fatto questo, i buon tribuni

diedero un altro giuramento a tutti, sì liberi qual servi di quel stuolo, che non rubasser nulla entr'al steccato; e quel che a caso ritrovasse alcuno,

lo portasse con fede a i suoi tribuni. Dato che fu quel giuramento a tutti, fecero che dui segni de gli astati e dui de i principali avesser cura

di tener netta ed ordinar la piazza ch'avanti i lor tentori si distende; e tre segni anco per ciascun tribuno fur ordinati al ministerio loro,

e che ogni giorno dimorasse un segno intorno al capitanio a far la guardia continua ed onorar la sua persona. Or mentre si facean tali ordinanze

ne l'ampio stuolo, il capitanio eletto andava intorno e rivedeva il tutto; e tanto stette in questi alti negozi, che sopragiunse l'ombra de la notte

e lo impedì: sì che tornar convenne a riposarsi ne l'usato albergo. Poi, come apparve fuor la bella aurora coronata di rose in vesta d'oro,

l'imperador de le città del mondo si levò su da l'ozïose piume e si vestì de i consueti panni; dapoi disse ad Ocipo che chiamasse

Tarsilogo re d'arme, ond'egli andoe e fece lui venir senza dimora: a cui l'imperador, come lo vide ne la camera intrar, parlando disse:

Tarsilogo re d'arme, or che tu sei l'annunciator de le future guerre, vattene verso Italia, ed in Ravenna truova Teodato re de i fieri Gotti;

e digli, che più volte ho chiesto a lui che si parta d'Italia, e mi rilassi come è 'l dever l'antico mio paese ov'è fondata la mia vera sede,

ed ei fatto non l'ha: ma fin qui sempre con parole cortesi e fatti adversi cercato ha di menar la cosa a lungo. Ond'io gli fo saper che son risolto

di far questa richiesta omai con l'arme: e però s'apparecchi a far difesa, che tosto gli sarò con l'oste adosso. Adunque va', ch'io farò darti un grippo

perché tu passi agevolmente il mare. Così disse il signore, ed ei partissi con somma diligenzia e con prestezza: e prima intrando nel fedele albergo

prese la cotta d'arme e l'altre cose che gli facean mestiero a quel vïaggio; poi se n'andò subitamente al porto. Quivi trovò che 'l valoroso Ocipo

gli avea fatto apprestare un bel grippetto; onde vi salì sopra, e fatto vela allegro s'avvïò verso Ravenna. In questo tempo Belisario il grande

non stava indarno, anzi co 'l giorno uscito di casa e giunto al consüeto vallo, s'affaticava a rassetar le genti che furon deputate al gran passaggio.

Vedendo poi come sariano in punto da potersi imbarcar, se n'andò a corte, e quivi disse al correttor del mondo: Altissimo signor, tutte le schiere

che denno andar contra i feroci Gotti sono parate, e puon montarsi in nave: né s'aspett'altro che la vostra voce. Udito questo, il re de gli altri regi

si levò su da la dorata sede e ingenocchiossi; e tutti gli altri ancora s'ingenocchiaro, e taciti ed attenti stavano a udire i suoi divoti prieghi.

Ed ei co 'l capo discoperto volse le luci in alto, ed umilmente disse: Signor del ciel, poi che seguendo il cenno del messaggier che mi mandaste in sogno

son posto a far sì perigliosa impresa, non mi negare il tuo divin favore, senza 'l qual non fu mai cosa perfetta; ché s'ei, come speriam, non ci abbandona,

forse farem qualche laudabil'opra: perché ogni bene, ogni terrestre onore piove sopra color che a te son cari. Deh fa Signor che questa gente ponga

l'Ausonia in libertade, e meni ancora il re de' Gotti preso in le mie mani. A questi prieghi il Re de l'universo volse la mente, e la divina testa

mosse affermando, e fé tremare il mondo; onde l'imperador levossi in piedi e lietamente al capitanio disse: Fate pur imbarcar tutti e' soldati,

acciò che voi diman piacendo a Dio, che sarà marte a' vintidui d'aprile, partir possiate, e nel medesmo giorno ire in Italia, or che vi serve il vento.

Udito questo, Belisario il grande si dipartì dal correttor del mondo e venne al porto, e vide già le navi esser parate, e che ve n'eran tante

che tutta ricoprian l'onda marina; quindi tornò là dove avea lasciate le schiere elette, e ragunate insieme, e disse lor queste parole tali:

Tempo è, fedeli ed ottimi soldati, che voi prendiate il consüeto cibo, perciò ch'avete da montare in nave prima ch'a questo dì s'asconda il sole.

Dunque ciascuno assetti e' suoi cavalli ed apparecchi l'armi e ogni altra cosa che vuol portare in quello almo paese; ove ci converrà combatter spesso,

espugnar terre e far molte fatiche: ché senza queste non s'acquista onore. Così diss'egli; e tutte quelle schiere gridaron forte, che sembravan onde

del mare intorno a un scoglio, che percosse sian quinci e quindi da rabbiosi venti; poi si partir con ordine, ed andaro a prender cibo negli usati alberghi.

Quivi levando ognun le mani in alto e risguardando al ciel, porgeano prieghi divoti chi ad un santo e chi ad un altro, che gl'impetrasser grazia di fuggire

la morte, e con vittoria ritornarsi carchi di ricca e glorïosa preda. Ma l'alto Re del ciel concesse a molti questa tal grazia, e dinegolla a molti:

perché molti di lor dovean restare morti in Italia, e non tornar più in dietro. Belisario dapoi ritenne seco il savio Paulo e 'l principe Aldigieri,

Bessan, Costanzo e Corsamonte il forte; fece restarvi ancora il buon Traiano ed Aquilino e l'onorato Achille. Ma come fur ne l'alto alloggiamento,

il buon sescalco fece che i donzelli gli dier l'acqua a le man con un bel vaso che parea d'or sopra un bacil d'argento: e lavate le man, se le asciugaro

a tovaglie de lin sottili e bianche che gli fur porte da persone elette; d'indi assettorsi a la ben posta mensa, ove fur poste poi di tempo in tempo

i cibi eletti e i dilicati vini che l'uso militar gli concedeva. Come la sete e l'importuna fame fur rintuzzate, il buon conte d'Isaura

cominciò prima, e disse este parole: Belisario gentil, mastro di guerra, non è da ritardar più longamente questo negozio, perché 'l giorno è poco

a dover porre in mar tante persone. Fate pur che le trombe e che i tamburi suonino a l'arme, e così in tempo brieve saran tutti e' soldati a le bandiere;

noi poscia intorno andrem di parte in parte compartendo le genti entr'a le navi. Così diss'egli, e 'l capitanio eccelso lieto seguì quest'ottimo consiglio,

e fece dar subitamente a l'arme: onde ognun s'adunò con gran prestezza. Il capitan dapoi con quei signori gli furo intorno, e separando or questi

or quelli gl'inviavano a le navi. L'angel Palladio ancora era tra loro col scudo in braccio di mirabil'arte e di materia eterna, che tolleva

a chi mirava in lui quasi la vista. Questi essortava ognuno ad imbarcarsi arditamente, e poscia in lor poneva ardire e forza ed animo feroce:

tal ch'a tutti facea parer più dolce l'armi e la guerra che 'l posarsi a casa. E come le loquaci irondinelle ne l'equinozio verno al mar sen vanno,

e non han tema di passar tant'acqua per trovar temperato e bel paese u' possan far lor ingegnosi nidi ed allevar la disïata prole;

così faceano allor quei buon romani per passare in Italia, e racquistare l'antico nido a i lor futuri eredi. Poi come i buon pastor verso la sera

parteno i greggi suoi, che mescolarsi il giorno insieme ne gli erbosi campi, e chiudon loro in separati ovili; così faceano Belisario il grande

e tutti quei baron ch'eran con lui di quelle armate e valorose schiere standogli intorno; e mai non si posaro fin che le compagnie di parte in parte

videro poste in separate navi: né questa lor solicita fatica prima ebbe fine, che nel ciel sereno s'incominciaro a riveder le stelle.

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IL SECONDO LIBRO · Gian Giorgio Trissino · Poetry Cove