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1478–1550

IL QUINTO LIBRO

Gian Giorgio Trissino

Quel sommo Re che tempera e governa ciò che 'l ciel cuopre e che circonda il mare se ne sedea nel suo dorato seggio posto ne l'alto pavimento, ch'era

fitto co i chiodi suoi di lucid'oro, ed avea intorno le sustanze eterne; quando, volgendo ne l'Italia afflitta gli occhi divini, umanamente disse:

Or ch'è propinquo il destinato tempo da por l'antica Esperia in libertade, sarà ben fatto che si sciolga Areta, e la superba Acratia s'imprigioni.

Però, Palladio mio, prenderai cura di far che quei baron ch'han preso Faulo faciano ancor questa lodata impresa, ch'agevol le sarà, se tu gli insegni.

Discendi adunque prestamente in terra, e dagli il modo da fornir tal opra. Così parlava il Re de l'universo; quando l'angel Sofronio a lui si volse

e disse: O Padre eterno, onde procede tutto quel ben di che s'adorna il mondo, deh fate ancor che l'impudica Gnatia, ricetto d'ogni vizio, si summerga,

né di quella si truovi altro che 'l nome. I' pur v'udi' narrar che a questo fine l'avea dannata la giustizia eterna: fate che 'l suo destino ora s'adempia.

Così dicea quell'angelo modesto; al cui parlare il gran Motor del cielo piegò la fronte, e sorridendo disse: Veramente, Sofronio, amor ti spinge

di vero bene e di lodevoli opre a portar odio a quella avara terra, nido di tradimenti e di menzogne e nimica mortal d'ogni virtute.

I' son contento ch'ella sia summersa. E detto questo, la divina testa mosse, affirmando, e fé tremare il mondo; dapoi si volse al gran Nettunnio e disse:

Nettunio, tu che siedi al bel governo di tutta l'acqua che s'accolge in mare, come tu vedi esser disciolta Areta esci con gran furor sopra quei liti,

e fa' che Gnatia tutta si summerga, tal che di lei non resti altro che 'l nome. Così fu detto a quei celesti messi; onde l'angel Palladio in un momento

si pose due grand'ali in su le braccia e due minor presso a l'estreme piante, e scese in terra giù come un baleno: a la cui scesa le compresse nebbie

si dilattaro, e serenossi il cielo. Poi sotto forma del canuto Paulo venne a Traiano ed al cortese Achille, che allora allor gli avea lasciati il sonno,

e dolcemente ragionando disse: Prudenti cavalier mastri di guerra, io m'allegro con voi ch'abbiate preso l'astuto Faulo e i perfidi giganti.

Ma dove è Corsamonte, e gli altri sette che Faulo avea pigliati appresso 'l fonte? Perché non son con voi? Dove son iti? Rispose allora il callido Traiano:

Savio signore onor de l'età nostra, Corsamonte n'andò con quella donna che pria condusse i cavalieri al prato, sì che di lui non penso altro che male.

Gli altri baroni poi, m'ha detto Faulo che si trovano a Gnatia impregionati nel bel giardin d'Acratia sua sorella, né si potranno aver se non v'andiamo:

e se v'andiamo ancor, pensa che aremo fatica e danno assai nel trarli quindi. Pur ardo d'un disio troppo fervente di girvi; ma non ho chi mi vi guidi.

L'angel Palladio poi così gli disse: Almo baron che mai non siete sazio d'acquistar gloria e di pigliar fatiche, se voi volete andare a tanta impresa

mi v'offerisco esser la vostra guida: ch'altre volte son stato in quel paese, e nel giardino ancor di quella maga: di cui poco mancò che non restassi

anch'io prigion, ma liberommi Areta, che m'insegnò com'io dovea partirmi. Lasciate adunque a guardia de la rocca il re de' Saraceni, e voi venite

meco, e recate ancor quei doi fiaschetti di stagno così bel che par d'argento; poi vi dirò ciò che n'arete a fare. Così disse Palladio e i dui baroni

non udir già quelle parole indarno, ma se n'andor con lui verso 'l sanaio; e giunti quivi, l'angelo gli fece spogliarsi tutti i consüeti panni,

e poscia entrar ne la santissim'acqua e con essa lavar tutte le membra: poi dire inverso il sol quete parole: O bel occhio del ciel che vedi il tutto

e 'l tutto intendi, allumaci le menti con la virtù che t'ha concessa Iddio, tanto che noi possiam con qualche ingegno trarre i presi baron dal duro incanto.

Come ebber detto questo, si levaro in piedi, e si vestiro i panni e l'armi, d'indi i fiaschetti empier di liquid'onda; e poi che gli ebber posti a i loro arcioni

salirono a caval leggieri e destri come se fusser dui pennuti ucelli, e seguitaron la divina scorta: la qual messe un vigor ne i lor destrieri,

ed una lena tal, che givan forte per quella strada come avesser ali; e pareva a i baron che andasser lenti, tant'era il moto lor söave e queto.

Or così andando l'angelo gli disse: Prudenti cavalier mastri di guerra, voi non sapete il sito del giardino d'Acratia, e come in quel si soglia intrare.

Io vel dirò, perciò ch'il vidi tutto allor che d'indi liberommi Areta. Venendosi da Roma inver levante, ne la città di Gnatia a man sinistra

siede un bel prato, che trecento braccia è largo tutto, e cinquecento è lungo. Questo è coperto di minuta erbetta, e circondato ancor d'alti cupressi

che con l'acute cime equidistanti ascendon verso 'l ciel, che paion mete. In ogni capo de l'ameno prato nel mezzo apunto surge una fontana

tra bianchi marmi di purissim'acqua, che inaffia il suolo e tien l'erbetta verde. Intorno a queste fonti siedon sempre bei damigelli e candide donzelle

tenere e fresche e di leggiadro aspetto, che invitan tutti a ber quell'acqua dolce: e con le bianche man la porgon loro in coppe di finissimi cristalli.

Ma chi de l'una beve de le fonti tanto s'accende di pensier lascivi, ch'altro non cura poi che balli e canti, conviti e giuochi e ragionar d'amore:

e vien più molle assai che se lavato l'avesse in Caria la salmacia limfa; ma chi beve de l'altra, ha in odio estremo ogni virtute e ogni virile impresa.

Il lato lungo poi di quel bel prato ch'è posto di rimpetto al primo ingresso chiude un gran muro altissimo, e superbo di finissimi marmi e d'alabastri:

ch'ha in sè tre porte, e quella che è nel mezzo è tutta d'oro, e di cristallo è l'altra; la terza è fatta poi di avorio bianco. Queste tre porte per diversa intrata

spuntano in uno amplissimo cortile lastricato di porfido e d'ofite, che ha la medesma simmetria del prato; e quel cortile è circondato intorno

di larghe logge, con collonne tonde che son tant'alte quanto è la larghezza del pavimento, e sono grosse ancora l'ottava parte e più di quella altezza,

ed han sovr'esse capitei d'argento tant'alti quanto la colonna è grossa: e sotto han spire di metal che sono per la metà del capitello in alto.

Queste sustengon gli epistili immensi, sopra cui si riposa il palco d'oro. Or queste logge istorïate sono di figure gentil, che paion vive.

Quivi è l'amor de la famosa greca che Troia sosteneo d'esser disfatta pria che volerla rendere al marito. Quivi è dipinta ancor la lunga fame

di Lidia, col trovar diversi giuochi per passar tempo ed ingannare il ventre. Evvi Sardanapalo e Galïeno, e le nozze di Ippodame e mill'altre

cose da dar diletto a i riguardanti. Veggonsi poi per le superbe logge in molti luoghi cavalieri e dame prender vari diletti e bei diporti,

ciascun secondo l'appetito loro: chi giuoca a carte, o a tavoliero, o a dadi, chi mangia e beve, e chi l'amata donna tien per la mano, e i suoi pensier le conta;

e tutti son serviti da fanciulli accorti e presti e da gentil donzelle che paion messaggier del paradiso. Da queste quattro logge s'entra poi

per una porta in una sala grande, e di quella in un'altra: e tutte quante sono guardate da portieri eletti, ed han le viste lor sopra verzieri

pieni d'aranzi e d'odorate piante; in queste sale sono uomini e donne che si diportan con delizie immense. D'indi si viene a l'onorata stanza

d'Acratia, ch'ha diversi camerini con dilicati letti e specchi grandi, con oro e gemme, e con figure ignude di marmi e di color che paion vive:

e con tante delizie e tanti odori e bagni d'acque tiepide e profumi, che 'l sol non vide mai cosa più molle. Di questa s'entra sotto due gran logge

fatte di pietre prezïose e d'oro, tanto leggiadre, e dilicate tanto, quanto possa pensar persona umana. L'una ha l'aspetto suo verso levante

con colonne d'argento, e l'altra poi ha le colonne d'or verso ponente. Ciascuna d'esse dal suo vago aspetto possiede un bel giardin, con pure fonti

di limpid'acque che raccolte insieme fanno laghetti ch'han diversi pesci piccioli e vaghi e di color d'argento che van guizzando per le lucid'onde.

Sonovi alcune selve ombrose e piene di fiere innocue e di loquaci augelli. Quivi non mancano arbori né frutti d'ogni maniera né verdissim'erbe

tutte dipinte d'odorati fiori che non si spengon mai la state o 'l verno. Da la postrema parte de la stanza de la superba Acratia è un picciol uscio

che non si vede mai, perché è coperto da i panni d'oro ond'ella è sempre adorna. Questo è di ferro e d'ebeno contesto, e chiuso se ne sta la notte e 'l giorno

con tai puntelli e con sì forti chiavi, che muover non lo può fortezza umana: ma sol talora Inopia lo disserra. Per questo s'esce in una selva orrenda

ove son l'erbe livide, ch'odore mandano d'assafetida e di solfo; e questa orribil selva è circondata d'un gran muro di ferro, e quindi s'esce

per un sol uscio picciolo e coperto di amare ortiche e di pungenti spine, ove una vecchia imperïosa siede con una sferza in man, ch'ognun perquote:

e le percosse sue son tanto amare, che vanno infino a le midole e a gli ossi. Per questa porta vi conviene intrare, se liberar volete i vostri amici:

perché ne l'altre son tanti perigli e tante guardie e sì sottili incanti, che non potreste mai cavarne i piedi. Ma come abbiate tocche le sferzate

de l'empia vecchia, e per l'orribil selva fatta la via con le taglienti spade, itene a l'usciolin che vi conduce ne la stanza d'Acratia, e quel spruzzate

con l'acqua che portate entr'a i fiaschetti, che lo vedrete per se stesso aprirsi: e quivi intrando armati a l'improviso, pigliarete a traverso quelle maghe;

né le lasciate mai, se ben vedete che sian converse in paventose forme. Che visto quel che la lor vesta asconde sen fuggiranno, o vi daranno aiuto.

Mentre che l'angel ragionava questo, giunsero a Gnatia, ov'era un largo prato ch'avea quasi nel mezzo un alto faggio con rami sparsi e con bellissim'ombra.

L'angel seguì parlando: Questa è quella città d'Acratia che ora vi dicea: quivi presso a le mura sta nascosto l'uficio di Metanéa, che è quella vecchia

ch'io v'ho narrato, ch'ha la sferza in mano. Smontate de i destrieri, ed ivi andate per trarre i buon guerrier da quella morte: ite senza timor, ché l'uom ch'è audace

meglio essequisce ogni negozio umano. E così detto trasse fuor la spada, e sopra i scudi lor fece una croce: dapoi sparì da gli occhi lor, volando

su l'alto faggio in forma di colomba; onde i baron si rallegraron molto, perché lo vider messaggier del cielo. Dapoi disceser giù de i lor cavalli

subitamente, e gli legaro al faggio; e ratto s'avvior verso la macchia, avendo ognuno il suo fiaschetto a canto con l'acqua in cui Sinesia era conversa.

Né stetter molto, ch'arrivaro a l'uscio di Metanéa, la qual sedea sovr'esso; e come venir vide quei baroni, guardolli prima, e poi conobbe chiaro

ch'avean ne i scudi la divina insegna, onde gli disse: Altissimi signori cari a l'eterno Iddio, quest'è l'entrata che la grazia del cielo a voi concede;

e mìssei dentro a la ferrata porta: ma ne l'entrar toccollii in su le spalle con la sua scurïada, onde sentiro tanto dolore e sì spietata pena,

che poca più gli aria condotti a morte, e quasi stetter per cadersi a terra. Pur andor oltre, e per la selva amara si fecer via con le taglienti spade:

ma non poter fuggir tutte le spine, che molte gli passor l'audaci piante. Al fine andaro a l'uscio, il quale intrava ne la stanza d'Acratia, e ritrovorlo

chiuso; e però con l'acqua del sanaio che seco aveano lo spruzzaro, ed esso divinamente subito s'aperse: onde intrar entro i dui baroni armati

a l'improviso, con orribil vista. E come quando in una corte, piena di pollicini e d'anitre, si calla il nibbio per carpirne alcun di loro,

con gran paura le galline e i polli e gli anadrotti per diversi luoghi corron fuggendo a i lor securi alberghi; così ne l'apparir di quei guerrieri

le dame e i damigei fuggiron tutti, chi qua chi là, per quel famoso albergo: onde rimaser sbigottite e sole Acratia e Ligridonia, e furon prese

da gli arditi baron senza tardanza. Quando si vider prese, quelle maghe mutorsi in acqua per voler fuggire, e quasi che gli uscir fuor de le braccia:

pur le ritenner fortemente; e poi volsersi in foco e in paventose serpi, volsersi in fumo, in nube, in tigre e in orse: né mai però lasciorle i buon guerrieri.

Ond'elle, visto che 'l cangiar figura non le giovava, ne la prima forma tornaro, e tutte liete si voltaro a dolci prieghi, a parolette e ciance:

ma parimente fur gettate al vento, ché la virtù del cielo avea sì chiuse le orecchie a quei baron, che non sentiro la forza e 'l suon de i lor süavi accenti;

e già volean portarle inver la selva, quando cridor con una voce orrenda: Aiuto, aiuto, aiuto, che siam morte. A questa voce un numero d'armati

si mosse insieme, che parea una nube piena d'amara grandine e tempesta che vien per l'aria con colore oscuro; onde la gente fa sonar le squille,

e l'accorto pastor conduce tosto in qualche speco il suo lanoso armento: così venian fremendo quei guerrieri. Avanti a tutti eran dui gran baroni,

Corsamonte e Aquilin, con l'arme in mano; il che vedendo l'onorato Achille e 'l callido Traian si rallegraro, e poi gli disse Achil queste parole:

Ove correte, o cari miei fratelli? non ci vedete qui, che siam venuti per selve e spine e per sentieri amari a trarvi fuor di questo orribil nodo?

Così parlava il buon duca d'Atene; ma Corsamonte non rispose nulla, ché non conobbe lui né la sua voce, tanto era oppresso dal feroce incanto:

anzi volea menarli su la testa con la sua spada, quando il buon Traiano, che Acratia in braccio avea, levò la gonna di lei, mostrando le secrete parti.

Come a quei cavalier furon scoperte quelle brutture che coprian la veste, e le vider le coscie esser due biscie di fiero aspetto, e d'indi uscirne un lezzo

che superava ogni altra orribil puzza; Quasi svegliati da mortal letargo si risentiro, e si disciolse il velo che gli era stato intorno a gli occhi avolto:

onde l'un l'altro subito conobbe. Poi, conoscendo i lor fedeli amici, gli andaro incontra, e lieti gli abbracciaro con le luci di lagrime coperte;

a i quali il buon Traian parlando disse: Illustri cavalier che foste oppressi dal grave incanto, e libertà v'appare, bevete ancor de la santissim'acqua

che avemo acanto, che daravvi aiuto a risanar la tramutata mente; né vi smarrite perché abbiamo in braccio queste nimiche vostre, che terrenle

a lor mal grado invillupate e ferme. Così diss'egli, e quei signor cortesi poser la bocca a gli onorati fiaschi e gustor la dolce acqua del sanaio;

or questo ber gli fu tanto salubre, che gli allumò la tenebrosa mente. Come s'alluma qualche oscura stanza la notte, allor ch'ognun riposa e dorme,

se 'l buon Vulcan da cenere coperto s'avvolge intorno a gli aridi legnami che sopra i grandi alari fur distesi per asciugarli, acciò che la mattina

più agevolmente gli accendesse il fuoco: onde ciascun da la soverchia luce ratto si sveglia, e risguardando intorno si vede cinto di novello albore;

così dal ber de la mirabile onda furo allumati i cavalieri eletti. Dapoi si volse Corsamonte ardito a i dui saggi guerrieri, e così disse:

Gentil baroni il cui valore immenso è noto omai da le Colonne a gli Indi, quant'obligo v'avem che i vostri piedi sian mossi insin a qui per darci aiuto

e liberarci fuor di questo inferno che n'avea torta sì la mente e i sensi, che l'un di noi non conosceva l'altro; ed eravamo solamente intenti

al nostro male e a la ruina nostra, tanto n'avea quell'acqua de le fonti, la qual bevemmo nel primiero ingresso, fatti da noi medesmi esser diversi.

Però saremo a voi sempre tenuti, ché l'esser grato è una virtù divina ch'adorna e lega il bel commerzio umano. Drizzate adunque il vostro almo vïaggio

verso quei luoghi che vi son più grati, che verrem dietro a le pedate vostre. Così parlavan quei baroni allegri; e quelle maghe non dicevan nulla,

ma lagrimavan che parean due fonti con acqua bruna e di copiosa vena che scendan giù per dui sassosi colli. E mentre quei signor faceano festa

per la lor libertà ch'aveano avuta, venne l'antica Metanéa su l'uscio de l'aspra selva, e con parole gravi riprese lor dicendo in tal maniera:

Che negligenzia in questo alto negozio usar vi veggio? Non perdete il tempo, che è di pregio maggior che non si stima: itene a quella torre - ed una torre

di vive pietre gli mostrò col dito - e quindi tratte fuor la buona Areta aprendo l'uscio con la nobil onda; poi ritornate insieme a l'alto faggio.

Così disse la vecchia, e quei baroni tutti cospersi di vergogna in fronte andaro a la prigion dov'era Areta e spruzzor l'uscio, e subito s'aperse.

Com'egli aperto fu, se n'uscì fuori la cattivella e quattro sue figliuole, ch'eran per lunga prigionia venute pallide in faccia e di color di morte;

quindi tornaron per la selva orrenda tenendo sempre le nimiche in braccio, e l'aspra Metanéa gli accompagnava dando sferzate a Corsamonte altiero,

che penetravan le midole e gli ossi; batteva ancor Massenzo ed Aquilino e gli altri cinque, e non avean riparo: perch'ella er'ombra, e nessun corpo umano

potea tenerla, o farle alcuna offesa. Or così caminando, usciron fuori de l'empia selva, e quella vecchia altiera gli chiuse dietro la ferrata porta:

ond'essi andaro al disïato faggio; e come giunti fur sotto quell'ombra, legarono ambe due le belle maghe con le capezze forti de i cavalli.

E già voleano ritornarsi a casa, quando disse a Traian la buona Areta: Signore illustre e di supremo ingegno, deh, se conceda il Re de l'universo

felice effetto a i vostri alti pensieri: poi che ci avete in libertà ridotte, di che siam per avervi obligo eterno, non vi sia grave fare un altro bene

ch'a l'infelice Italia fia salubre. Questo è levare il disonesto incanto de le due fonti de l'ameno prato, ch'empion le menti di pensier lascivi

e recan odio a le virili imprese. E questo agevol fia, se voi volete andare ad esse, e con le vostre mani porvi una stilla d'acqua del sanaio,

che tutta solverà la lor possanza. Così parlava Areta, e 'l buon Traiano stava sospeso, e non sapea che farsi: da l'una parte disïava andarli,

da l'altra gli increscea lasciar le donne, perché temea qualche celato inganno; quando l'angel Palladio, che su 'l faggio stava ad udire in forma di colomba,

sciolse parlando la divina voce: Non temer, no, Traian, siegui il consiglio de la prudente e valorosa Areta ch'ora ti lascio per fidata scorta:

quivi averete ancora i buon cavalli di questi altri signor che sono a piedi. E così detto, andò volando al cielo. Traiano, udito quel celeste messo,

subito s'avviò verso la terra, e menò seco l'onorato Achille e 'l bel Sindosio e 'l giovane Lucillo, e lasciò gli altri a guardia de le donne.

Come fur giunti su l'ameno prato ov'eran le bellissime fontane, quelle trovaro abbandonate e prive de i lor ministri, che per quel rumore

erano corsi tutti entr'al palagio; e però quivi senz'alcun disturbo presero i fiaschi che teneano a canto e gli versor ne l'incantate limfe:

dapoi subitamente si partiro senza rivolger mai la faccia indietro. In questo mezzo il giovane Lucillo vide i cavalli che venian da bere,

ed eran per entrar ne l'ampie stalle che sono a punto di rimpetto al prato; onde si volse al bel Sindosio, e disse: Ecco, Sindosio mio, che la fortuna

render ci vole i nostri almi destrieri: andiam con essi, che pigliar si vuole sempre l'occasïon, quand'ella appare. E così detto, andaro entr'a la stalla,

e tolsero di mano a quei ragazzi tutti i cavalli lor senza contrasto, e poi con essi ritornaro al faggio. Come i baron ch'eran rimasi quivi

s'avvider che veniano i lor corsieri, volser la faccia prestamente a quelli, e s'allegraron tutti ne l'aspetto quale Elitropia a l'apparir del sole;

poi vi montaro arditamente sopra, e tolte in groppa l'onorate donne e le due maghe, s'avvïaro insieme verso Brandizio con letizia immensa.

né furon molto dilungati quindi che sentir prima un terremoto orrendo, e dietro a quello i dispietati venti correr per l'aria, e 'l mar turbato e fiero

muggiar fremendo, e far tanto rimbombo e venir tanti folgori e baleni e troni e pioggia e grandine e tempesta, che parea che n'andasse il mondo a terra.

Il che vedendo i cavalieri accorti si ritiraro in un famoso albergo lungo la strada, ove chiamato l'oste si dismontaro, e rinfrescorsi alquanto

fin che passasse quella orribil pioggia. Ed ecco, avanti al dichinar del giorno, sendo Traian ridotto su la porta de l'osteria per riguardare il tempo,

venne un bel vecchio con maniere oneste ch'avea un fanciullo in braccio, e due fanciulle modeste e vaghe gli veniano a canto: onde 'l savio baron così gli disse:

Padre gentile il cui pensoso aspetto vi mostra degno di miglior fortuna, deh, grave non vi sia di dirci un poco chi voi vi siete e di che terra, e d'onde

ora venite in questo orribil tempo. A cui rispose l'affannato vecchio: Leggiadro cavalier, non vuo' far niego di satisfare a la dimanda vostra.

Io nacqui già ne l'infelice Gnatia: quivi sempre abitai, quindi ne vengo; e fui testor di lacrimabil carmi. Or mentre ch'io scrivea certe mie ciance,

venne una voce altissima dal cielo, che disse: Eugenio mio,vattene tosto, esci di questa scelerata terra, che oggi verrà dal ciel la sua ruina:

e mena l'innocente tua famiglia sola con teco, e lascia ogni altra cosa. Così diss'ella; ed io, che sempre fui pronto a seguir ciò ch'ordinava il cielo,

partimmi con le figlie e con la moglie, ch'aveva in braccio questo mio figliuolo il qual di poco avea lasciato il latte; e quando fummo fuor de la cittade,

a me si volse l'infelice donna, e sospirando disse in questa forma: Caro marito mio, tenete un poco questo fanciul, ch'io vuo' tornare indietro

a farmi render la mia cuffia d'oro ch'i avea prestata a Livia mia cugina; non v'incresca aspettar fin ch'io la reco. Così diss'ella, ed io dipoi risposi:

Deh non tornar, diletta mia consorte, ne la città, non ti curar di robba; cerchiam pur di salvar queste persone e d'ubidire al Re de l'universo.

Così le dissi lagrimando forte; ed ella, non curando il mio parlare, lasciò il fanciullo e ritornossi dentro; io poi mi posi sopra di una altura

fuor de la porta, e stava ad aspettarla. Or mentre ch'i' era al suo ritorno intento, senti' venire un terremoto orrendo, e 'l mar muggiare, e folgori e tempesta

cader a terra con sì larga pioggia, come se avesse a rüinarsi il mondo. I fiumi tutti eran ridotti insieme verso la terra, ed il gonfiato mare

sorse tant'alto, che copria le mura de l'infelici e sventurate case, piene di pianti e gemiti e sospiri di genti che moriano: e sopra i tetti

vedeansi star le scapigliate madri co i figliolini in collo, che piangendo tendeano indarno le manine al cielo. L'angel Nettunnio col tridente in mano

andava intorno, e gli angeli nocivi gli tenean dietro, e con cridori orrendi facean tremare e suffocar le genti, le quai volean natando uscir de l'onde.

Ma quando l'acqua fu vicina al loco ov'io mi stava a l'ombra d'un sacello che mi copria da la terribil pioggia, allor sgridommi la divina voce:

Che fai misero qui? Vattene omai, non aspettare Antinoa tua consorte: ch'ella è affogata dentr'a la cittade per non voler seguire il tuo consiglio.

Com'i' udi' questo, subito partimmi; e son venuto qui, come vedeste, lasciando tutta la città summersa. Così parlò il buon vecchio: a cui Traiano

söavemente sospirando disse: Eugenio, questa vostr'aspra sciagura mi pesa sì, ch'a lagrimar m'invita; ma pur mi piace che 'l presidio eterno

da la vostra virtù non s'allontana. Poi, se la nostra compagnia v'aggrada, ve la offerisco pronta a darvi aiuto, e farvi parte de la mia sustanza.

Questo disse Traiano, ed ei rispose: Gentil barone e di regale aspetto, il sommo Iddio per me premio vi renda di queste gentilissime proferte,

le quali io serbo a mio maggior bisogno. Or voglio andar qui presso ad un castello, e ritrovare alcuni miei parenti per star con essi, e con l'aiuto loro

dar nutrimento a questa mia famiglia. Così tra lor fu detto, e poi Traiano e tutti gli altri si partiro insieme; e tanto cavalcor, che a mezza notte

giunsero appresso l'acquistata rocca ov'era preso Faulo e i suoi giganti. Quivi gridò tre volte il buon Achille: Areto, Areto, apriteci le porte,

che siam tornati con vittoria grande. Areto, che conobbe la sua voce, subito scese, e poi per un portello tolse entro ad un ad un tutti e' baroni;

e poste in prigionia quelle due maghe si riposaro insino a la mattina. Ma come venne fuor la bella aurora coronata di rose in vesta d'oro,

subitamente quei signori allegri si levor su da l'ozïoso letto e si vestiro i panni e poscia l'armi. In questo venne la prudente Areta

a visitarli, e poi così gli disse: Signori illustri e di mirabil forza, poiché,vostra mercé, condotta sono vicina al caro mio fedele albergo

ch'è di rimpetto là sopra quel monte, piacciavi infino ad esso accompagnarci, acciò che ancora più vi siam tenute: benché i meriti vostri son tant'alti,

e ci han legate d'obligo sì grande, che poca o nulla vi si può far giunta. Se volete condurre anco i prigioni al nostr'albergo, vi porrem tal guardia

che non saranci traffurati o tolti. Così diss'ella, e quei baron cortesi senza far scuse o replicar parole seguir con l'opra la dimanda onesta;

e fatti ben legar tutti e' prigioni, andaro insieme a l'onorato monte. Quivi trovar due strade: una era larga e piana e senza impedimento alcuno,

tal, che vi potean ir cavalli e carri; l'altra era stretta, e sì sassosa ed erta, ch'a pena l'uom potea salirvi a piedi, e non senza fatica e senza affanni.

Il bel Lucillo, il quale andava inanzi, già s'avviava per la larga strada, però che Edonia, giovinetta allegra che si trovava in essa, a lui si volse

e lo sospinse con parole tali: Leggiadro cavalier cortese e saggio, come dimostra la sembianza vostra, questo sentier che è quivi a man sinistra

è più söave e di minor fatica assai de l'altro ch'a man destra sale. Entrate adunque arditamente in esso, ch'io ne verrò con voi parlando sempre

di rime e versi e bei pensier d'amore, e la mia compagnia forse fia tale che v'agevolerà tutto 'l camino. Questo diss'ella; e quel barone, acceso

da le parole dolci e da i begli occhi di quella vaga e grazïosa donna, già s'avviava dietro a le sue piante: quando lo rivocò la buona Areta,

e disse: Almo baron, quell'ampia via che par sì piana al cominciar primiero, sempre s'inaspra, e ne la fine ha molti sassi precipitosi, onde non puote

senza miracol grande uscirci uom vivo; e quella damigella che or v'essorta non verrà vosco poi per quei perigli, ma lascieravvi senza alcuna scorta

in mezzo i precipizi, in mezzo i scogli. Però volgete in dietro i vostri passi: gite per l'altra via che voi vedete ivi a man destra, e se vi par noiosa

e stretta ed erta ne i primieri ingressi, non vi smarrite, che dapoi fia piana quando s'appressi al disïato fine: il qual vi mena in certi ameni campi

che han bei riposi e dilettevoli ombre. Quivi vedrete ancor sott'altri panni la bella Edonia ch'or v'aggrada tanto: la qual starà con voi la notte e 'l giorno.

Così gli disse l'onorata areta; onde venne il baron vermiglio in faccia per la vergogna del commesso errore, e prestamente ritornossi indietro:

poi s'avviò con gli altri al destro calle. Ma prima tutti dismontaro a piedi e lasciaro i cavalli appresso il monte, ché non potea salir destriero alcuno

per quelle pietre discoscese ed aspre: ed anco i buon guerrier, ch'eran pedoni, spesse fïate, per fermar le piante, convenian tòr da le lor mani aiuto.

Quivi un bel vecchio rubicondo e grasso stava da l'un de' lati de la strada, e accompagnava quei baroni afflitti su per gli alpestri e faticosi balzi.

Da l'altro lato v'era una vecchietta con gli occhi gravi e con le membra lasse ch'avea una lonza incatenata seco; questa iva inanzi a l'onorata Areta,

ed aiutava i cavalieri erranti ne i più dubbiosi e più difficil passi. Poi ne l'andare in su sempre più lata venìa la strada, e men sassosa ed erta,

onde i dui vecchi ritornaro a basso: però che Areta a lor si volse, e disse: Tornate in dietro, o miei fedeli amici, a custodir la strada in cui vi pose

il grande Architettor de l'universo; e quivi accompagnate ogni persona ch'ascender voglia al glorïoso monte: sopra il qual senza voi non può salirsi.

Ma tu, Sudor, perché sei grasso e lento, lascia pur gire avanti la Fatica, e siegui poi gli amati suoi vestigi. Come udir questo, i dui concordi vecchi

subitamente quindi si partiro; poscia i baroni al fin di quella via sassosa ed aspra e malagevol tanto si ritrovaro in un söave piano

pien d'ogni frutto che è salubre al mondo: ove trovaro ancor sott'un gran lauro la bella Edonia in abito regale, che 'n contra se gli fé tanto gioconda,

che porse a gli occhi lor nuovo diletto. Nel mezzo di quel pian sopra una pietra viva era posto un forte e bel castello, cinto di quattro altissime muraglie:

la prima, che chiudea tutto quel loco da la parte di fuori, era d'acciale, e la seconda cinta ad andar dentro parea di lucidissimo ametisto,

la terza or fino, e l'intima diamante. Questa fortezza poi, ch'è la più bella che si trovasse mai sotto la luna, era la stanza u' solea far dimora

la buona Areta pria che fosse presa: e stando in prigionia, fu poi tenuta da Leuteria gentil sua fida amica. Come la dama vide il suo bel nido

s'allegrò molto, e dolcemente pianse per la memoria de l'amato albergo; poi si volse a i baroni, e così disse: Signori eletti a liberare il mondo

da la superba servitù de' Gotti, quest'è l'antico alloggiamento nostro, che sarà sempre parimente vostro: perché non ho da voi cosa divisa.

E detto questo, andò presso a la entrata, e dimandò Carterio e 'l presto Anchino, e disse: O fedelissimi ministri, aprite omai queste serrate porte:

ché la vostra regina si ritorna dopo molti travagli al suo terreno. Così diss'ella, e i portinari allegri apriro un picciol fenestrin, volendo

veder con gli occhi lor se questo è vero; ma come vider la regina salva, calaro i ponti e spalancar le porte per onorar l'altissima lor donna:

e come entrata fu dentr'al seraglio, se le gettor per adorarla a i piedi, e per letizia lagrimavan sempre. Dapoi chiamaron tutta la famiglia

che venisse a mirar tanto diletto: onde subito corse la Clemenza, corse la Castità, corse l'Onore, la Magnanimità, la Cortesia,

la Liberalità, con altre molte; e accompagnate da la Gloria, tutte vennero ad abbracciar la lor regina. Fornite le accoglienze oneste e liete,

la buona Areta co i baroni eccelsi entror per gli altri cerchi ad uno ad uno: ché le lor porte ritrovaro aperte, e i fidi portenari esser sovr'esse

giocondi e lieti per sì gran venuta. Quindi arrivaron poi sopra la piazza ch'era davanti al suo regale albergo; questo avea ne l'ingresso una gran loggia

più ricca assai che dilicata o molle, con tanta simmetria, con sì bell'arte, che dava a gli occhi altrui molto diletto. Ciascun de i canti di quel gran palazzo,

ch'erano quattro, aveano un'alta torre fatta di larghe punte di diamante; nel mezzo poi s'apriva un bel cortile da quattro logge circondato intorno.

Di queste l'una, ove finia l'entrata, e l'altra opposta a quella eran più lunghe de l'altre due che lo cingean da i lati, perciò che le più lunghe fur distinte

in trentadui pilastri e trentun vano, sì come l'altre che chiudeano i capi ognuna in ventun foro era divisa. Quei gran pilastri poscia avean nel mezzo

colonne eccelse sopra piedistali che sosteneano il solido architrave, ch'avea sovr'esso e zoforo e cornice. Poi quel palazzo tutto era composto

con gran giudizio in dorica misura, ed era ancor d'una materia eterna che vincea di bellezza ogni altro marmo. Ma come i nobilissimi baroni

entraro in esso, e vider quelle logge, rimaser pieni sì di meraviglia che non potean formar parola alcuna: ma rivolgeano gli occhi intorno intorno

tacitamente, e lo miravan tutto; dapoi vedendo una concordia grande di camere, di sale e d'altri luochi, con bella rispondenza d'ogni cosa,

si generava in lor piacere estremo; onde gli disse la divina Areta: Valorosi, leggiadri, alti baroni, a me non par che sia da spender tempo

nel contemplar questo edificio nostro, ché veder lo potrete a più bell'agio. Entriamo prima in questa destra sala, che voi riposarete i corpi lassi

e darete a le forze alcun ristauro con cibi eletti e prezïosi vini. Così gli disse l'onorata Areta; e quei baroni entrar ne l'ampia sala

che di mirabil gemme era dipinta, e poi s'assiser ne le sedie d'oro ch'eran vicine a l'ordinate mense, u' ristoraron le affannate membra.

Poi che la sete e l'importuna fame fur rintuzzate, disse il buon Traiano: Donna gentil d'ogni bellezza adorna e di costumi altissimi e reali,

or che v'abbiam condotte al vostro albergo ritorneremo a Belisario il grande, che forse accusa la tardanza nostra: e qui si rimaran tutti e' prigioni

ch'entrar con noi ne la primiera cinta; perché volemo a voi lasciar la cura di custodirli, e porvi intorno nodi tai, che non possan più fuggirsi quindi.

Così diss'egli, e poi rispose Areta: Gentil signor, sì come egli è il dovere d'accarezzar quell'ospite che avemo ne i nostri alberghi fin che vi dimora;

così sta ben, quando vuol ir, mandarlo con le commodità del suo vïaggio. Dunque, se star volete in questi luochi, voi ci sarete sommamente cari;

e se pur ir vi piace, i' son per darvi ogni cosa opportuna al vostro andare; e farò che le quattro mie figliuole vi faran compagnia dovunque andrete,

e sempre vi saran ministre e guide. Né vi prendete poi pensiero alcuno di questi prigionier ch'a noi lasciate, ch'userem diligenza in custodirli.

Ben voglio fare al mio Traiano un dono di questa bella e prezïosa gemma; la qual, se voi la porterete in bocca, farà che asseguirete ogni dimanda.

E detto questo, un bel anel gli diede, la cui pietra era di color di mele ma scintillava come fiamma ardente; dapoi si volse a Corsamonte, e disse:

A voi, che siete oltra misura forte, voglio donare una maniglia d'oro, la quale ha in sè questa virtù miranda, che chi la tien vicina a la sua carne

non può da ferro alcuno esser trafitto. Così diss'ella, e si slegò dal braccio la sua bella maniglia, e a lui la porse; l'altra volea donare ad Aquilino,

ma non la poté svilupar da quello. Poi Corsamonte con la faccia allegra prese l'alta maniglia, e le rispose: Nobilissima donna, io non saprei

né con lingua mostrar né con sembianti quanto grato mi sia questo bel dono; pur sforzerommi farlo a voi palese con l'onorarvi sempre e sempre amarvi.

Ma ben però non vuo' restar di dirvi che 'l mandar or con noi le vostre figlie mi par cosa soverchia, perché tutti sapremo al campo andar senz'altra scorta.

e se venisser damigelle nosco, ci darian qualche biasmo apò le genti, che 'l vulgo mai non suol pensare il dritto: sì che meglio sarà lasciarle a casa.

Così diss'egli, a cui rispose Areta: Quel che dentr'al suo cuor sa ch'e' non erra non dee aver tema de l'altrui menzogne; pur, per schiffar le suspettose lingue,

queste mie figlie, che con voi verranno, saran coperte d'una nebbia oscura che non potrà vederle umana vista; onde staransi a i ministeri vostri

senza potervi dare infamia alcuna. Questo gli disse Areta, e 'l buon Traiano rispose a lei: Poi che così v'aggrada, noi menerem queste donzelle nosco,

e non rifiuterem sì care scorte. E così detto, ognun prese licenza da l'onorata Areta e si partiro; e come furon giù de l'alto colle,

trovaro i lor cavai ch'avean lasciati al piè di quella faticosa costa. Quivi montar subitamente in sella e tolser quelle damigelle in groppa:

Traian tolse Fronesia, e Corsamonte tolse Andria, e tolse Dicheosina Achille e Sofrosina il giovane Lucillo; poi tutti insieme se n'andaro al campo.

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IL QUINTO LIBRO · Gian Giorgio Trissino · Poetry Cove