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1478–1550

IL PRIMO LIBRO

Gian Giorgio Trissino

Divino Apollo, e voi celesti Muse, ch'avete in guardia i glorïosi fatti e i bei pensier de le terrene menti, piacciavi di cantar per la mia lingua

come quel giusto ch'ordinò le leggi tolse a l'Italia il grave ed aspro giogo de gli empi Gotti, che l'avean tenuta in dura servitù presso a cent'anni:

per la cui libertà fu molta guerra, molto sangue si sparse, e molta gente passò 'nanz'il suo dì ne l'altra vita, come permesse la divina altezza.

Ma dite la cagion che 'l mosse prima a far sì bella e glorïosa impresa. L'altissimo Signor che 'l ciel governa si stava un dì fra le beate genti

risguardando i negozi de' mortali, quando un'alma Virtù, che Providenza da voi si chiama, sospirando disse: O caro padre mio, da cui dipende

ogni opra che si fa là giuso in terra, non vi muove pietà quando mirate che la misera Italia già tant'anni vive sugetta ne le man de' Gotti?

Egli è pur mal che la più bella parte del mondo si ritruovi in tanti affanni, in tanta servitù senza soccorso; pur è passato il destinato tempo

che fu permesso agli angeli nocivi ch'inducessero in lei tanta ruina per penitenza de i commessi errori. Or che la pena avanza ogni delitto

fatela Signor mio libera e sciolta, come talor mi fu per voi promesso. Rispose sorridendo il Padre Eterno: Figliuola, il tuo pensier molto m'aggrada.

Non dubbitar, che già vicino è 'l tempo da doversi esequir la mia promessa; ché ciò ch'io dico e con la testa affermo non può mancar per accidente alcuno.

E detto questo, si tirò da parte, seco stesso pensando il tempo e 'l modo da porre in libertà quel bel paese; e discorrendo al fin gli parve meglio

mandare in sogno al correttor del mondo l'angelo Onerio, e subito chiamollo, ed in tal modo a lui parlando disse: Onerio mio, come si corchi il sole,

prima ch'esca de l'onde un'altra volta, va truova in sogno quel famoso e grande Giustinïano imperador del mondo, che or siede glorïoso entr'a Durazzo,

per la vittoria d'Africa superbo. Digli per nome mio che 'l tempo è giunto da por la bella Ausonia in libertade; e però quelle genti e quelle navi

che ha preparate per mandare in Spagna a far vendetta de le gravi offese che fece quella gente a i suoi soldati quando a la guerra d'Africa si stava,

ora le mandi nell'Italia afflitta: che 'n brieve tempo co 'l favor del cielo la torrà da le man di quei tiranni e farà degno e glorïoso acquisto

de la sua vera e ben fondata sede. L'angel di Dio dopo il divin precetto tolse la Visïone in compagnia, e lieto se n'andò volando a Roma,

poi si vestì de la canuta imago del vicario di Cristo, e caminando per piani monti e mar giunse a Durazzo; e quivi inanzi l'apparir de l'alba

trovò l'imperador dal sonno oppresso ne la camera sua sopra il suo letto; e stando appresso l'onorata testa fatto simile al Papa, in tai parole

sciolse la grave sua cangiata voce: O buon pastor de' popoli, tu dormi e lasci il grege e le tue mandre a i lupi? Non deve mai dormir tutta la notte

quel che siede al governo de le genti. Svegliati almo signor, che 'l tempo è giunto da por la bella Ausonia in libertade; però da parte de l'eterno Sire

ti fo saper che quella gente ch'hai qui preparata per mandare in Spagna la mandi nell'italico terreno: che 'n brieve tempo co 'l favor del cielo

lo torrai da le man di quei tiranni, e farai degno e glorïoso acquisto de la tua vera e ben fondata sede. Così diss'egli, e subito sparìo,

lasciando tutta quell'aurata stanza piena di rose e di celeste odore. Svegliossi il gran signore, e ben conobbe ch'era l'angel di Dio quel che gli apparve;

e disse al fido Pilade, che sempre stava al governo de la sua persona: Pilade, non dormir, ma surgi, e tosto porgime i panni miei, ch'io vo' levarmi

ch'esser non può molto da lunge il giorno. Levossi il cameriero, e tolse prima la camisia di lin sottile e bianca, e la vestì su l'onorate membra;

poi sopra quella ancor vestì il giuppone, ch'era di drappo d'oro; indi calciolli le calze di rosato, e poi le scarpe di veluto rosin gli cinse a i piedi;

e fatto ch'ebbe questo, appresentolli l'acqua a le man con un mirabil vaso di bel cristallo, e sott'a quel tenea un vaso largo di finissim'oro:

ond'ei se ne lavò le mani e 'l volto, ed asciugolle ad un bel drappo bianco, di riccamo gentil fregiato intorno, che Filocardio suo scudier gli porse;

d'indi gli pettinò la bionda chioma, ondosa e vaga, et adattò sovr'essa l'imperïal bereta e la corona di ricche gemme varïata e d'oro.

Dapoi sopra il giuppon messe una vesta di raso cremesin, che intorno al collo e intorno al lembo avea riccami eletti, e quella cinse d'onorevol cinta.

Al fin vestigli il sontüoso manto di drappo d'oro altissimo e superbo, di cui tre palmi si traea per terra; questo affibiò sopra la destra spalla

con una perla sua rotonda e grossa più che una grossa noce, e tanto vaga e di sì bianco e splendido colore, ch'una provincia non poria pagarla:

perch'era unico fior de la natura. La bella aurora che ci rende il giorno fatto avea bianco tutto l'orïente, quando il pastor de i popoli del mondo

s'assise sopra una gran sedia d'oro, e chiamar fece i consüeti araldi, e disse:O fidi e diligenti messi che solete essequire i miei mandati,

trovate i regi, i capitani e i duchi ed ogni cavalier pregiato e grande che dimora nel campo o ne la terra; ditegli che ho bisogno esser con loro

per consigliarmi d'importanti cose, e però tutti vengano a trovarmi; ma prima dite a Belisario il grande, a Paulo ed a Narsete ed Aldigieri

che senza indugio alcun vengano a corte. Dopo l'imperïal comandamento, i buoni araldi subito n'andaro, e chiamaro al consiglio ogni signore;

i quali adorni di superbe veste sopra feroci e morbidi corsieri, accompagnati da le lor famiglie e da molti soldati e molti amici,

cominciarono andar verso 'l palazzo. Già Belisario e Paulo ed Aldigieri e 'l callido Narsete erano aggiunti, e se n'andor con riverenza molta

al sommo imperador, ch'allegramente gli accolse prima, e poi seder gli fece; ed in tal guisa a lor parlando disse: L'amor che mi portate e 'l grande ingegno

che 'n voi conosco e la prudenzia rara fan che 'l vostro consiglio appregi ed ami più d'alcun'altro che si truovi al mondo; e sempre a voi come a i più cari amici

spiego ogn'alto pensier ch'al cuor mi nasce. Sapete ben che per consiglio vostro questa fiorita gente e queste navi fur preparate per mandare in Spagna;

or questa notte l'angelo m'apparve in sogno, e mi comette ch'io la mandi a por la bella Ausonia in libertade, e racquistar quella perduta sede.

Però da l'un de' lati risguardando al voler di Colui che 'l ciel governa, non posso rifiutar quest'alta impresa; pensando poi da l'altra parte come

i Gotti in armi son tanto feroci, ed han sì buona e bellicosa gente che sarà gran fatica a superarli, temo che questo dia molto spavento

a le mie genti, e le ritenga indietro; ond'io per discoprir le menti loro ho fatto convocare al mio consiglio i capitani e i cavalier pregiati,

e preporrò quest'onorata guerra, e vederò come saranno ardenti. Ma se per caso poi, che Dio nol voglia, si mostreranno timidetti e freddi

a così glorïoso e bel passaggio, infiammateli voi con tai sermoni, che non si sturbi sì lodata impresa. Come l'imperadore ebbe fornito,

allora il saggio e venerando Paulo conte d'Isaura con sembiante umano levossi in piedi, e disse este parole: O sacro imperador, ch'in terra siete

la viva imago del Signor del cielo, questo parlar che l'angelo v'ha fatto non è da riputar fallace e vano, poi che 'l Motor de le sustanze eterne

lo manda al maggior uom che 'l mondo alberghi. Ognun sa che l'Italia a voi s'aspetta, che già tant'anni v'occuparo i Gotti; onde ve la promesse Amalasunta

pria che morisse, e poi Teodato ancora giurò di darla, e non servò la fede. Però sarà ben fatto a liberarla da le pergiure man di quei tiranni,

e seguire il camin che 'l ciel ne mostra. Dunque Narsete e Belisario intenti starete ad essequir ciò ch'ei v'ha detto; a che se fia bisogno il parlar nostro,

ed Aldigieri ed io non mancheremo. Così detto e risposto, in piè levossi il sommo imperadore, e tolse in mano il scettro, e s'avviò verso la porta

per gir nel convocato suo consiglio. Quivi eran molti re, molti signori e molti cavalier, ch'eran venuti per farli compagnia fin a quel loco:

in mezzo a cui fu posto, e caminando avanzava ciascun ch'avea d'intorno di beltà, di presenza e di grandezza. Non altrimente che nel ciel sereno

con la fraterna luce il bel pianeta ogni altra stella di bellezza avanza, le quali, avegna che sian belle e grandi quando per se medesme in ciel si stanno,

ma poscia appresso l'infiammata luna paion esser di lei suggette ancelle; così quei re, che tra le genti loro eran formosi ed alti, nel conspetto

di quel ch'avea dal ciel sì largo onore parean tutti di lui suggetti e servi; onde alcun che vedea tanta bellezza giunta col fior d'ogni virtù terrena

disse: Beato il ventre u' foste ascoso, e benedetto il dì ch'al mondo usciste. In questo modo il re de gli altri regi accompagnato gìa di sala in sala

sin che fu al loco apparechiato, e grande. Questo era una basilica superba, larga trecento piedi e cinquecento lunga, ch'intorno avea molte colonne

appresso i muri altissime e rotonde, de le quai l'una era di marmo bianco, l'altra di duro porfido, ch'avea le base d'oro e 'l capitel d'acciale;

ma quelle bianche avean la testa d'oro e 'l piè d'accial, quasi contrarie a l'altre. Fra queste erano statue grandi e belle qual d'oro, qual di marmo, qual d'argento,

qual di metal, di sì mirabil arte e di sì dotta man, che parean vive; intorno a cui finissimi lavori eran di serpentine e d'altri marmi

ch'avanzavan di grazia ogni pittura. Poi gli architravi sopra le colonne eran di marmo, e susteneano il volto di fine pietre varïato e d'oro;

di fine pietre ancora il pavimento era composto, e di sì bei colori, ch'era diletto grande a riguardarlo. Da l'un de' capi avea un suggesto altero

coperto di bellissimi tapeti, in mezzo al quale era una sedia d'oro a la qual si salia per cinque gradi ch'eran coperti tutti di veluto;

e sopra lei pendeva un'alta ombrella d'oro e di grosse perle adorna e vaga. Quivi s'assise il correttor del mondo, intorno a cui presso a gli estremi gradi

eran dodeci seggi, ove sedero i dodeci compagni del signore che 'l vulgo indotto poi chiamaron conti, questi eran duchi di valore immenso,

ch'aveano il primo e 'l più onorevol grado che si potesse dare in quella corte; da ciascun lato poi de l'alto seggio eran dieci altre sedie ornate e grandi,

a le quai s'ascendea sol per tre gradi; quivi sederon venti eccelsi regi ch'a l'imperio di Roma eran suggetti, e tutti alor trovavansi in Durazzo;

gli altri signori poi, baroni e duchi e capitani e cavalier pregiati, tutti sedean per l'onorata sala di grado in grado, ognun post'al suo loco,

di che dodeci araldi avean la cura; ma per la molta gente ch'abondava con gran fatica a pena gli assettaro. Dapoi mandate fuor l'altre persone

che non doveano stare entr'al consiglio, fu comandato che ciascun tacesse, ma come in mar che da rabbiosi venti gonfiato freme, poi che restan queti

rimane un mormorar per entro l'onde; o qual campana che a disteso suoni, poi ch'è restata di sonar si sente per alcun spazio rimbombar d'intorno;

così dopo 'l tacer di tante lingue, restava un mormorio dentr'a la sala: né si chetò, se non quando levossi il sommo imperador co 'l scettro in mano.

Questo era mezzo d'un avorio bianco e mezzo d'un verzin che parea sangue, e quattro cerchi d'oro avea d'intorno e tere d'argento, e in cima eran lavori

tanto eccellenti, e sì perfette gemme, che non fu visto mai cosa sì bella: questo l'eterno Dio mandò dal cielo al suo gran Costantino, e morto lui

stette nascoso poi molti e molt'anni, e d'indi al buon Todosio ancor pervenne; e dietro a quello il Re dell'universo al gran Giustinïan volse donarlo,

con cui reggeva i popoli del mondo; a questo egli appoggiato,in tai parole sciolse la dolce e risonante voce: Cari fedeli, e venerandi amici

nel cui consiglio e nel cui gran valore s'appoggia e si riposa il nostro impero, dapoi che 'l Re delle sustanze eterne mi pose in questa glorïosa sede

ho sempre avuto un desiderio immenso di far cose condegne a tant'altezza. Ma qual si poria far cosa più degna che racquistarle le perdute membra?

Per questo solo in Africa mandai, e racquistai tutto quel gran paese ch'esser si crede il terzo de la terra; ma quello è nulla, infin che non s'acquista

il nostro vero seggio e 'l nostro capo: Questo è l'Italia e l'onorata Roma, ch'infelice si truova in man de' Gotti. Questo mi par che Dio sempre dimandi,

e questo è dove ho volto ogni pensiero; però vorrei mandar la nostra gente che qui d'intorno ragunata avemo a porre in libertà l'Italia afflitta,

e racquistar la mia perduta sede. Ben ho speranza de vittoria certa, poi che 'l gran Belisario tolse a loro sì agevolmente la Sicilia, quando

vittorïoso d'Africa tornava; ma voi, che per prudenza conoscette e le presenti e le future cose, cdite il vostro parer senza rispetto,

e soccorrete a l'alto mio bisogno. Come ebbe detto questo, alzò le ciglia e volse gli occhi al viso di ciascuno, poi risedeo ne l'onorato seggio

attendendo il parlar di quei signori; ma ciascun d'essi tacito si stava, ed aspettava che parlasse prima il consule roman, com'era usanza.

Trovossi allora consule Giovanni figliuol d'Antinodoro e di Erifila, che da tutti Salidio era chiamato; costui di Cappadocia fu nativo,

e venne in corte a sì sublime onore, che fu fatto prefetto del Palazzo. Questo era astuto ed arrogante molto, ed atto a persuader ciò che volea;

e tanto invidïoso de la gloria di Belisario e del suo gran valore, che non volgeva mai la mente ad altro; onde volendo disturbar l'impresa

rispose astutamente in tal maniera: O sacro imperador, che per sustegno v'elesse Dio de le sue caste leggi, la grande umanità ch'alberga in voi

mi fa sicuro a dir ciò che m'occorre senza timore alcun di farvi offesa; perché voi non credete essere amato da quel che afferma ciò che dir vi sente,

ma da colui che a l'onor vostro ha cura; né avete a sdegno che vi parli contra quel che a l'util di voi volge il pensiero: certo il principio d'ogni buon consiglio èè quando 'l vero volentier s'ascolta.

Io non dirò che 'l far la guerra a i Gotti non è cosa cortese, e manco è giusta, ma che fia piena d'infiniti mali; e se ben la vittoria adombra tanto

che fa scordarci ogni passato affanno pur, s'el fin d'ogn'impresa il ciel nasconde, buon è pensar che questa guerra ancora potrebbe uscir contraria a la speranza;

e l'uom dee co 'l consiglio antivenire ogni negozio uman, perché il pentirse dopo l'effetto è da non saldo ingegno. Ah, se questo avenisse, in qual periglio

saria la gloria vostra e 'l vostro impero! Dunque fia meglio a star sicuro e queto che viver con perigli e con fatiche. Già son molt'anni che Zenone Isauro

imperador de le mondane genti, visto che 'l re de gli Eruli Odoacro, Augustulo deposto e morto Oreste, avea l'Italia ingiustamente oppressa,

commise al buon figliuol di Teodemiro, che fu nomato Teodorico il grande, giovane audace e di leggiadro ingegno, ch'andasse a liberar l'Italia afflitta.

Questi v'andò con tutti quanti e' Gotti che si trovava aver sott'il suo regno, e con molta fatica e molti affanni la tolse a quel superbo empio tiranno;

d'indi la possedeo molt'anni e molti osservando di lei l'antiche leggi, e mentre visse ci fu sempre amico; e tal fu Amalasunta sua figliuola,

né di Teodato ancor possiam dolerci, che la Sicilia tacito ci lascia; qual causa dunque abbiam di farli guerra? Mai non si loda chi s'appiglia al torto.

Essi hanno ancor sì bellicosa gente, e in tanta quantità, che metter ponno dugento millia in arme a la campagna; tal che un palmo di terra non torremo

che non ci costi assai tesoro e sangue. Questa dunque mi par non giusta impresa, e di fatica e di periglio estremo; però saria prudenza abandonarla:

né già ci mancheran molt'altre parti d'acquistar terra e glorïosa fama. Ecci la Spagna, coi fallaci Mauri che uccisero in Numidia il forte Algano

e 'l giusto Salamone e 'l buon Ruffino e molta nostra valorosa gente, tutta con tradimenti e con inganni; e meglio fia punir che ci è nimico

che muover guerra a che ci serve ed ama. Questo è il consiglio, imperador supremo, che 'l mio debole ingegno mi dimostra; e s'ei non è molto feroce in vista,

al meno è pien d'amore e pien di fede. Al parlar di Salidio assai signori s'eran commossi, o per le sue parole o pur che fossen da viltade offesi:

ma sopra tutti il re de' Saraceni, che si nomava Areto, e fu figliuolo de la bella Zenobia e di Gaballo; questi per la paura d'Alamandro

aria voluto tutte quelle forze passar ne l'Asia, e non verso 'l Ponente; però, levato in piè, con bel sembiante fé riverenza al correttor del mondo,

poi disse accortamente este parole: O re di tutti e' re che sono in terra, l'immenso amor ch'io porto a questo impero e i benefici che la vostra altezza

m'ha conferiti con sì larga mano, fan ch'io non schifo mai di sottopormi ad ogni grave e periglioso incarco che vi diletti o che v'apporti onore,

perch'io vorrei per voi spender la vita. Pur meco rivolgendo entr'al pensiero tutto 'l parlar che 'l consule v'ha fatto con bel discorso ed ottime ragioni,

creder mi fa che saria forse il meglio lasciare i Gotti star ne la sua pace, e volger queste forze a l'orïente: ove Corrode ed Alamandro il fiero

non pensan altro mai che farvi danno; poi non so quanto sia sicura impresa far guerra in occidente avendo dietro un sì possente e perfido nimico,

che vi disturbarà ciascun dissegno. Mai non fu buon lasciar dopo le spalle cosa che possa dar troppo disturbo; ma se co i Persi piglierete guerra,

i Gotti staran queti, e forse ancora ci potrebbon donare alcuno aiuto. Vinta che fia la Persica possanza, non arete nel mondo altro contrasto,

né mai così dirò, sarete cheto, fin che l'imperio lor non si ruini. Questo non dico per fuggir fatica, che seguir voglio le romane insegne

ovunque il voler vostro o 'l ciel le volga. Fornito il suo parlar, chinò la testa verso l'imperador con gesto umìle e ne la sedia sua si risedette.

Il ragionar di Areto avea piaciuto a molti di quei re de l'orïente, ed a qualcun che non volea travaglio; e già s'apparecchiava a confirmarlo

Zamardo re d'Iberia e 'l re de i Laci; di che s'avidde Belisario il grande, e disse verso il callido Narsete: Surgi, non pensar più figliuol d'Araspo;

snoda la dotta ed eloquente lingua, ch'io veggio a i detti lor volta la gente; onde dubito assai che sarén tardi a satisfar la voglia del signore.

Narsete nacque già ne i Persarmeni, e fu figliuol d'Araspo e di Calena, che di quel gran paese avea 'l governo, questi poi venne a la famosa corte

de l'onorato figlio di Giustino con Arato ed Isarco suoi fratelli, e per lo suo meraviglioso ingegno posto al governo fu d'ogni tesoro,

ed era un uom d'un'eloquenzia rara. Costui, levato in piè, guardò la terra, poi volse gli occhi gravemente intorno e cominciò parlare in questo modo:

Quando meco ripenso quel che ha detto l'imperadore, e le risposte fatte, resto molto confuso entr'a la mente: Ei brama liberar l'Esperia afflitta

e racquistar la sua perduta sede; e l'un consiglia di mandare in Spagna, e l'altro contra i Persi in Oriente: parendoli più agevol quelle strade

che non ponno espedirsi in qualche mese che questa, che si fa quasi in un giorno. Ah, come è duro mantener con arte quella ragion che non risponde al vero!

Ma perché molto il buon Salidio afferma la guerra contra ' Gotti essere ingiusta, e di fatiche e di perigli piena, fia buon considerar queste due parti.

Né vo' negar ch'ogni famosa impresa non sia d'affanni e di sudori involta: perché il bene è figliuol de la fatica, e guerra non fu mai senza perigli.

Ma se 'l gir contra ' Gotti ha tanto peso, che son qui presso, e fra le nostre genti che braman di por giù sì duro giogo; quanto saria più grave andare in Spagna,

che tanto è lunge, e fra una gente fiera che suol quasi adorare i suoi Signori! Certo non ponerem sì tosto il piede ne gl'italici liti, che 'l paese

tutto ribellerà da quei tiranni. Quindi arem gente e vittüarie molte, e terre e mura ancor da repararsi: che gran ristauro è di ciascun passaggio

l'amica volontà de gli abitanti; la qual non vi saria, chi andasse in Spagna, e manco in Persia o in più lontana parte. Ben che non si devria parlar de' Persi,

avendo seco una infinita pace, ché scelerata cosa è il romper fede. Poi, se 'l fin de le guerre è sempre incerto, pensiam come si può mandar soccorso

tanto lontano e consolar gli afflitti; ma ne l'Italia in manco di dui giorni si può mandare, e d'indi aver novelle; né mi spaventa il dir che metter ponno

dugento millia in arme a la campagna, ché la colluvïon de le persone non suol dar la vittoria de le guerre, ma i pochi e buoni, con consiglio ed arte,

più volte han vinto innumerabil gente. Poi se colui che ha più soldati in campo vincesse sempre, il nostro alto signore porria mandar migliaia di migliaia:

ma basterà che ve ne vadan tanti, che reccar possan la vittoria seco; sì come ancora in Africa si fece, il cui vittorïoso almo trionfo

nominato sarà mill'anni e mille. Dunque a me par l'impresa contra ' Gotti di più facilità che l'altre guerre; e parmi parimente onesta e santa,

sì perché sono barbari arrïani, nimici espressi de la nostra fede, come perché ci han tolto la migliore e la più antica e la più bella parte

che mai signoreggiasse il nostro impero. E' manifesto che Zenone Isauro imperador de le mondane genti non mandò ne l'Italia Teodorico

perché s'avesse a far di lei tiranno, ma perché la togliesse ad Odoacro, e tosto, come a lui l'avesse tolta, la ritornasse ne l'imperio antico:

ma quello ingrato poi, com'ebbe vinto l'acerbo re de gli Eruli, si tenne in dura servitù quel bel paese, e fece andarlo d'un tiranno in altro.

Sì che l'antica Esperia a noi s'aspetta, né senza nostro carco è in man d'altrui. Che onore esser ci può far sempre guerra ed acquistare or questa parte or quella

con sudore e con sangue, e poi lasciare il giardin de l'imperio in man de' cani? Dunque non fu già mai più giusta impresa; e poi quest'è 'l voler del nostro sire,

e forse quel de le superne rote. Però ciascun di voi di grado in grado s'accinga al glorïoso e bel passaggio. Così parlò Narsete, e fece a molti

cangiar la volontà del contradire, ed infiammò più valorosi spirti. Allora surse Belisario il grande, al cui levarsi ognuno alzò la fronte,

aspettando d'udir le sue parole come una voce che dal ciel venisse. Ed ei rivolse primamente in alto gli occhi, e le labbra in tai parole aperse:

O Causa de le cause, ogni opra nostra convien che siegua il vostro alto disire; né mai si fé tra noi mirabil pruova che non recasse la virtù dal cielo.

Ben conosch'io che di là su discende il bel pensier ch'al signor nostro è giunto, che 'l sol non vide mai più degna impresa. L'antica terra che già vinse 'l mondo,

e madre fu de la più forte gente, de la più glorïosa e la più santa che producesse mai natura umana, or è suggetta in servitù de' Gotti;

e la figlia di lei, che Costantino già trasse fuor de le sue belle membra, dee star da canto, e non donarle aiuto? Qual altra arà già mai sotto la luna

così giusta cagion di sparger sangue? A questo par che 'l cielo ancor c'inviti: perciò che quella gente è senza capo, senza capo, dich'io, perché Teodato

è pigro e vile, e mai non vide guerra; scelerato, crudele, odioso a tutti poi che fece morire Amalasunta cugina sua, che gli avea dato il regno:

il sangue de la quale innanzi a Dio grida vendetta ognor di quest'ingrato. Dapoi, se la vittoria sarà nostra come par che la terra e 'l ciel prometta,

quant'onor s'averà, quanta richezza! Parmi veder sin al più tristo fante vestito di veluto e carco d'oro ch'aran tolto per forza a quei ribaldi

Gotti, ch'han guasto e dirrubbato il mondo. Dunque signor, che ritenete in terra l'imago di Colui che 'l ciel governa, date principio a l'onorata impresa;

che ogni spirto gentil che cerchi onore sarà disposto e pronto ad ubidirvi. Ma chi ha le membra d'uomo e 'l cuor di cervo rimanga pur sepulto entr'al suo albergo,

e muoia senza gloria in su la piuma. Così diss'egli, e poi ch'ebbe fornito tutti e' buon cavalier, tutti e' baroni si levòn ritti, per mostrarsi pronti

e disïosi di sì bel passaggio. Ma sopra tutti Corsamonte il fiero era pien d'allegrezza e di disio: costui da la gran Tomiri discese,

che fé del figlio sì crudel vendetta; ed era bello e grande, e tanto ardire e tanta forza avea, ch'era tenuto il miglior cavalier che fosse al mondo,

da Belisario in fuor, ch'avea la palma di forza, di prudenza e di bellezza. Questi non si poteo tener, ma disse: Signore invitto e pien d'ogni virtute,

io sarò il primo ch'in Italia passi, e voglio sempre andare innanzi a gli altri, e solo oppormi a tutti quanti e' Gotti. Così diss'egli; e 'l domator del mondo

lieto levossi un'altra volta in piedi, e sciolse la sua lingua in tai parole: S'i' avesse dieci Belisari in corte, benché l'averven'uno è gran ventura,

sarei signor di ciò che illustra il sole; e se de i mille l'un de i miei guerrieri avesser quell'ardir che ha Corsamonte, i Gotti già sarian confusi e vinti.

Poi che lodate il far sì giusta guerra, fia ben chiarir colui che 'n luogo nostro voglio mandare a sì lodata impresa. Andravvi adunque Belisario il grande,

che rappresentarà la mia persona; gli altri offici dapoi, che nel mio stuolo s'hanno a dispor, saran da lui divisi secondo i suoi prudenti alti disegni.

E così ognun di voi si metta in punto, ognun riveggia l'armi e i suoi destrieri, perché si possa tosto intrare in nave e far subitamente il bel passaggio:

che 'l coglier l'inimico all'improviso spesso fu causa di vittoria immensa. L'antico Paulo, come al fin pervenne il sommo imperador, così rispose:

Almo signor, che con prudenza molta reggeste sempre e governaste il mondo, io non discorrerò quanto sia buono l'essequir tosto quest'alto passaggio,

come prudentemente avete detto; perch'ognun sa che 'l differir del tempo suol nuocer sempre a le parate imprese. Ma ben dirò, che avete in vostro luogo

eletto il meglior uom che monti in sella; ei nacque ancor d'un eccellente padre, perciò che fu figliuol del buon Camillo duca di Benevento, uom consulare,

il qual partì da Roma al tempo ch'io parimente parti' fuor di Toscana, per fuggir la sevizia d'Odoacro; e venne e visse qui con molta fama,

ove lasciò questo suo degno erede; il qual dapoi che fu cresciuto e poi che 'l padre rese l'alma al suo Fattore, fece sempre di sé mirabil pruove:

l'Africa il vide e i Vandali, di cui menò l'afflitto re nel suo trionfo. Questi, come è 'l più bel ch'al mondo sia, così ha 'l migliore e più vivace ingegno,

le maggior grazie e le maggior virtuti ch'avesse mai nessun mortale in terra; questi or considerato ed or audace, or presto or tardo sempre si dimostra

secondo che ricerca il tempo e l'opra; né mai s'intrica, si confonde o perde ne le difficultà de le battaglie; e la prosperità no 'l fa superbo,

ma in ogni tempo si dimostra equale, magnanimo, gentil, prudente e forte: onde a le genti d'armi è tanto caro, quanto alcun altro mai ch'al mondo fosse;

né men diletto è da le genti prese e da i paesi soggiugati e vinti, tanta giustizia è in lui, tanta clemenza. Dunque sperate la vittoria certa,

che un capitano tal non fu mai vinto. Allor soggiunse Belisario il grande: Gentil baron, non mi lodate tanto, né mi biasmate ancor, perché parlate

fra gente che conosce il mio valore; pur queste lodi a me molto son care, poi ch'escon fuor di sì lodata lingua. Ma Paulo, seguitando il suo sermone,

disse: Ancor penso che sarebbe meglio, come aremo disnato, andare al campo, ed in presenza de le genti d'arme dare il bastone al capitanio eletto,

acciò che poscia l'ubidisca ognuno; ed egli ancor disponga l'altre cose che son da preparare a tant'impresa. Ne la gran sala quasi ognun lodava

il parer del buon vecchio in questa parte, quando il signor de le mondane genti rispose:Sempre la prudenza umana suole albergar sotto canute chiome;

però prudentemente il nostro padre ci ha ricordato ciò che avemo a fare, e noi dopo il mangiar così faremo. Itene adunque a' vostri usati alberghi.

Questo diss'egli, e subito levossi, onde il grave consiglio si disciolse. L'imperadore andò verso la stanza accompagnato da quei gran signori

ch'erano intorno a l'onorato seggio, e quasi ancor da tutta l'altra gente; ma come giunto fu sopra la porta de la camera sua, lieto si volse

e diè licenza umanamente a tutti; e quei scendendo giù per l'ampie scale, che parean onde d'un superbo fiume, dal palazzo regal si dipartiro.

Poi come al vago giovenir de l'anno, quando fioriscon le terrene piante, l'api che state son ne i buchi loro rinchiuse il verno liete se ne vanno

a coglier cibo su gli amati fiori; così quei ch'eran stati entr'al consiglio rinchiusi alquanto lieti se n'andaro a prender cibo ne i diletti alberghi.

L'ordinator de le città del mondo come fu dentro a l'onorata stanza spogliossi il ricco manto, e chiamar fece il buon Narsete e 'l buon conte d'Isaura,

e disse ad ambi lor queste parole: Cari e prudenti miei mastri di guerra, non vi sia grave andare insieme al campo, ed ordinar le genti in quella piaggia

grande che va da la marina al vallo; che dopo pranso vo' venirvi anch'io per dar principio a la futura impresa. Udito questo, i dui baroni eletti

si dipartiro, e scesi entr'al cortile disse Narsete al buon conte d'Isaura: Che vogliam fare, il mio onorato padre? Volemo andare al nostro alloggiamento

a prender cibo, e dopo 'l mangiare girsene al campo ad ordinar le schiere? A cui rispose il vecchio Paulo, e disse: O buon figliuol del generoso Araspo,

il tempo ch'insta è sì fugace e corto, ch'a noi non ci bisogna perdern'oncia; andiamo al campo, che sarem su 'l fatto, e quivi essequirem questi negozi,

e poscia ciberensi: benché è meglio senza cibo restar che senza onore. Così detto e risposto, se n'andaro senza dire altro al consüeto vallo;

e comandaro a tutti quei baroni che facessino armar le genti loro perché l'imperador volea vederle. Allora ognun con studio e con presteza

ordinò che le trombe e ch'i tamburi desseno a l'arme; e così in tempo brieve si vide ogni persona a le bandiere. Il buon Narsete poi ne la gran piazza

fece acconciare un bel suggesto altero; e 'l vecchio Paulo andò di squadra in squadra guardando e rassettando ogni persona. In questo mezzo la veloce fama

correa per la città, dicendo a tutti come l'imperador dopo 'l mangiare andava al campo a riveder le schiere: ond'ogni cittadin pregiato e grande

per compagnarlo se ne venne a corte; e le donne leggiadre e le donzelle, di ricche vesti e di costumi adorne, s'erano poste tutte a le finestre

per veder cavalcar tanti signori. Ma ne la corte poi dentr'al palazzo s'era ridotta un'infinita gente, e ne la piazza ancor dinanzi a quello

molti leggiadri cavalieri adorni rimetteano cavalli e facean pruove sovr'essi, disïando esser tenuti agili e destri da le lor signore.

In questo mezzo appresso l'ampie scale stava parato un ottimo corsiero guarnito d'oro, e spesso si movea battendo i piedi e masticando il freno.

Al fin discese il correttor del mondo con una compagnia superba e grande di re, di duchi e principi e signori; ed ei co 'l suo paludamento in dosso,

co 'l scettro in mano e col suo brando a lato montò sopra al corsier che l'aspettava. Ma come uscì de l'onorata porta del gran palazzo, le canore trombe

e molti altri stormenti si sentiro sonare a un tratto, e far sì gran rimbombo, che parea che la terra e 'l ciel tremasse; onde molti cavai, qual per paura

qual per altro disio ch'al cuor gli nacque, givan superbi e si volgeano intorno turbando alquanto l'ordine e le genti. E così andando giunsero a la porta

de la città che guarda in ver levante; quivi trovaron l'ordinate schiere, che Paulo e 'l buon Narsete avean condotte verso l'imperador fin a le mura;

ma fatto ch'ebben riverenza a lui, tornaro in dietro al consüeto vallo, ove l'imperadore ancora aggiunse con tutti quei baron ch'avea con lui.

Né prima fu ne l'ordinata piazza, che da ogni parte venne tanta gente che la copriva tutta, e sotto i piedi facca tremare e sospirar la terra.

Quivi era un mormorio non altrimente che quando borea in una selva spira di pini o d'olmi o di fronduti faggi; o quando l'austro fa per entr'al mare

biancheggiar l'onde e risonar l'arene; però molti trombetti e molti araldi s'affatigaro a far che si tacesse e s'ascoltasse il re de gli altri regi;

il qual disceso giù del gran destriero era salito sopra il bel suggesto, ed avea seco Belisario solo. Gli altri signori ancora eran discesi

de i lor cavalli e quelli avean mandati fuor de la piazza, per non dar disturbo al parlamento che doveano udire. L'imperador dipoi con volto allegro

guardò la bella e ben disposta gente, e le sue labbra in tai parole aperse: Ben conosch'io, divoti miei soldati, che con le vostre forze e 'l vostro ingegno

v'avete guadagnato onore e pregio, ed acquistato gloria al nostro impero; né mai vi vidi affaticati o stanchi ne' miei bisogni, e parimente anch'io

non sarò stanco mai nel vostro bene: ché 'l premio dee seguir sempre il servigio o con la mente grata o con gli effetti. Però dovunque arò di voi mestieri,

non vi risparmierò, ch'io mi confido ne l'amor vostro e ne la vostra fede; e parimente anch'io non sarò parco nel riconoscer le fatiche vostre.

Voi dovete saper che già molt'anni l'ingrato re de' Gotti ci ritiene l'antica Esperia e l'onorata Roma, senza la quale il venerando impero

si può dir manco e quasi senza testa; però voglio assalir quest'alta impresa, e racquistar la mia perduta sede: perch'esser non mi par degno di vita

a tolerar così dannoso oltraggio. Adunque io mando Belisario il grande, che rappresenti la persona nostra in questa degna e glorïosa guerra;

e voi vi degnarete andar con esso, ed onorarlo ed ubidirlo tanto, quanto sareste a la mia propria voce; e cercherete ancor portarvi in modo

che 'l mondo sappia che l'Italia afflitta sia liberata per le vostre mani, e che a le nostre mogli, a i nostri figli, per voi sian resi i già perduti nidi.

Così diss'egli; e quelle genti tutte mandaron fuori un smisurato grido, approvando il voler del lor signore. L'imperadore allor chiamò Fedele,

suo buon araldo, e fece darsi un scetro ch'avea fatto pigliar dentr'al palazzo, simile a quel che allor teneva in mano: salvo che 'n lui non era avorio bianco,

ma tutto era verzin, che parea sangue; questo poi diede a Belisario, e disse: Eccovi il scettro, manifesto segno che 'l governo vi dò de le mie genti;

con le quai fate voi ciò che conviensi al valor vostro ed a la vostra fede: perché, come vedete, in voi ripongo l'armi, l'onore e la vittoria nostra.

Dapoi, per darvi autorità maggiore, vi fo conte d'Italia in questo giorno e vice imperador de l'occidente. Il capitanio co 'l genocchio in terra

prese 'l bastone allegramente, e disse: Magnanimo signor tanto cortese che con leggiadri doni e larghi onori vincer sapete i desideri umani;

mi sforzerò di non parer indegno di tant'officio, e di portarmi in modo ch'io corrisponda a la speranza vostra. Come fornite fur queste parole,

l'essercito gridò tant'altamente che la voce n'andò sin a le stelle; ma nuova cosa che qui presso apparve gli occhi di tutti quanti a sé rivolse.

Era presso al steccato un tumuletto con certe macchie d'odorati mirti, ove eran molti leggiadretti nidi pieni di vaghi e mal felici augelli;

quivi uscì un drago fuor d'alcune bucche, e manducava i miseri, ch'ancora non avean piume da poter fuggire; e le madri dolenti intorno a i figli

givan volando e dimandando aiuto: quando ecco venne un'acquila dal cielo, e prese il drago, e ben che si torcesse con le volubil spire e con la coda,

nel portò seco in più lontana parte. De la cui presa ognun prendea diletto, benedicendo quel divino augello: ma durò poco il lor piacer ch'un altro

drago ne venne ancor da quelle buche, e con danno più grave assai che prima si manducava i sfortunati augelli ch'aveano i nidi in quelli ombrosi mirti;

e quasi se gli avea mangiati tutti, quando sen venne un altro augel di Dio ch'uccise il drago e liberò il boschetto. Procopio era un astrologo eccellente,

cui per grazia del cielo eran palesi gl'incogniti vïaggi de le stelle e le sagaci note de gli augelli; onde sapea predir di tempo in tempo

tutte le cose che dovean venire. costui, vedendo il grand'augurio, disse al sommo imperador, ch'era disceso giù del suggesto per tornarsi a casa:

O sacrosanto imperador del mondo, seguite pur quest'onorata impresa, ché 'l ciel vuol darvi la vittoria certa. Quel drago è il re de' Gotti, che si pasce

ne bei nidi d'Italia e la distrugge; l'aquila è Belisario, che prigione lo condurrà nel nostro almo paese. Ma temo, lasso, ancor ch'un altro Gotto

surga più fiero e più crudel di quello, benchè a la fine anch'ei rimarrà morto per le man nostre, e fia l'Italia sciolta. Il signor s'allegrò dentro al suo petto

di tale augurio, e no 'l celò nel volto, ma volto ad ello allegramente disse: O buon profeta, a cui suol far gran parte l'eterno Dio de gli alti suoi secreti,

quanto mi piace ch'al voler del cielo non sia discorde la sentenzia nostra: ché non le può mancar felice effetto. D'indi si volse al capitanio, e disse:

Non è da dar indugio a tal passaggio, poi che tanta vittoria il ciel ne mostra. A cui rispose Belisario il grande: Signor, non credo che saran tre giorni,

che si potran spiegar le vele al vento. Com'ebbe detto questo ogni barone sen venne ad abbracciarlo, e s'allegraro seco de l'alto suo novello officio

e de le dignità ch'a lui fur date; dapoi l'imperador montò a cavallo allegro, e s'avviò verso la terra; e tutti quei signor l'accompagnaro

fin al palazzo, de gli quali alcuni restor ne la cittade, ed altri poi tornaro al campo ed a gli usati alberghi.

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