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1478–1550

IL LIBRO XIII

Gian Giorgio Trissino

Poi che 'l gran capitanio de le genti si ritirò ne la città di Roma, attese prima a riveder le mura ed assettare in lor tutte le guarde;

né perché avesse combattuto sempre dal cominciar del dì fin a la notte avea 'l cuor lasso o la persona stanca, ché la virtù ne le famose imprese

accresce forza a i generosi ingegni. Ma poi che si cavò l'arme di dosso, fece chiamare a corte ogni barone, i quai si ragunor senza dimora:

che avean le menti sconsolate e meste per la venuta di quell'empia gente. E come quando Zefiro e Lebecchio giungono d'improviso al mar Tirreno

commuoven l'acque, onde s'inalza l'onda marina, e manda fuor molta e molt'alga; così l'assalto de i feroci Gotti ch'erano aggiunti appresso l'alte mura

avea commosso il cuor di quei Romani, e mandavano fuor molti suspiri. Alor levossi Belisario in piedi, e sciolse la sua lingua in tai parole:

Prudenti, valorosi, almi signori mandati qui dal correttor del mondo a por l'antica Esperia in libertade, non vi smarrite, perché voi veggiate

esser tanta gentaglia intorno a Roma: ché quanti più saran, tante più teste aran del vostro ardir paura e tema. Ben spero darvi la vittoria certa,

se l'alto Re del ciel non ci abbandona: ch'io gli ho provati con la spada in mano da l'apparir del sol fino a la sera ed olli avuti tutti quanti addosso,

tal ch'io conosco bene il lor valore; che è tanto e tale ch'io non ne pavento, anzi spero mandarli a fil di spada più col consiglio ancor che con la forza.

Ma perché ne la vita de' mortali cosa non è che sia tanto sicura quant'è un prudente ed ottimo consiglio, però consigli ognun ciò ch'a lui pare

che far si deggia in questa grave impresa, che poscia elegerem ciò che fia meglio. E voi, prudente mio conte d'Isaura, cominciate a parlar, perciòò che sempre

saggio consiglio vien da l'uom ch'è saggio. Così disse il barone, a cui rispose l'accorto vecchio poi con tai parole: Illustre capitan, luce del mondo,

io dirò il parer mio senza rispetto, poscia ch'ei m'è da voi prima richiesto: ché se ben sempre la vecchiezza solve la forza e 'l sangue de l'umane membra,

non però solve la prudenza e 'l senno, anzi s'avvivan col girar de gli anni. Come voi questa mane usciste fuori con mille cavalier contra i nimici

e mi lasciaste a guardia de le terra, intesi alor ch'un numero di Gotti quasi infinito ci veniva addosso, tal che star non poriasi a la campagna:

onde ci converria patir l'assedio. Poi vidi poca vittüaria dentro e poco modo di reccarven'anco: ché l'immature biade del paese

saranno in man de gli adversari nostri. Però, volendo esaminare il tutto, che far per noi si deve in questo caso dirolvi con pochissime parole:

prima è da porre a guardia de le mura fidata gente e capitani eletti ch'abbian la cura ognun de le lor parte; e quelle porte che ci paion troppe

murianle, e restin solamente aperte le più sicure e di maggior bisogno: e poniam molti giovani veloci fuora di queste tra la fossa e 'l muro

che quivi si staran tutta la notte a far le sentinelle, e cambieransi di quattr'ore in quattr'ore, e fien revisti da i cavalieri che anderanno attorno,

e faran darsi l'ordinato nome. Da poi mandiamo in Africa per grano, ché quel che commetteste ad Aldigieri al parer mio sarà condotto tardo,

poi ch'egli è gito a trasportar le genti che vuol mandarci il correttor del mondo. Così propose il buon conte d'Isaura, e fu molto lodato il suo consiglio:

onde il governator de l'occidente fece ben chiuder la Flaminia Porta e dentro la munì con molte pietre, ch'aprir non si potea senza gran tempo;

poi la diede in custodia al fier Costanzo, al quale insieme ancor con Orsicino raccomandò la porta di San Piero vicina al ponte, e sotto il bel sepulcro

che poi fu trasmutato in un castello rotondo ed alto e di fortezza immensa. E diè la Collatina al buon Traiano, la quale ancor si nomina Pinciana,

che seco aveva Pigripio e Fanitio; e per sé proprio tenne la Collina, già Quirinale e poi Salaria detta. La Viminale, over di Santa Agnesa,

ebbe Acquilino e 'l generoso Olando; e la Esquilina, over di San Lorenzo, fu data in guardia a l'onorato Magno col buon Peranio e col gigante Olimpo.

La Nevia o Labicana over Maggiore, ch'alora Prenestina era nomata, ebbe il forte Bessano e 'l fier Mundello; e tu, Tarmuto, l'Asinaria avesti,

che poi si dimandò di San Giovanni, con Ennio e Ciprïan, che t'eran cari; e Sindosio fu posto a la Latina, Catullo a la Capena, e l'Ostïense

o di San Paulo ebbe il possente Arasso; la Portüense ebbe Sertorio e Ciro, ed anco la Pancrazia al vecchio Paulo fu consignata, e la Settimia a Bocco.

Poi fece che s'armor' tutti i più destri e i più veloci giovani del campo: l'un fu Lucillo figlio di Antonina e l'altro Emilio del prudente Paulo

ed Antifilo il terzo, il quarto Augusto con Cesare e Pomponio suoi fratelli e Filippo e Fonteio ed Alessandro, tre bei nipoti del feroce Olando

e figliuoli di Armenio suo fratello; e Rutilio e Marsilio e Camerino fratel di Magno, e gli altri dui di Arasso. Questi dodici duci aveano seco

cento e ventotto giovani per uno, ed ognun d'essi andò fuor de la porta che gli era stata deputata, e quivi facean le guardie tra la fossa e 'l muro.

Come forniti fur questi negozi, il vecchio Paulo ancor levossi e disse: Illustre capitan, luce del mondo, io voglio in voi finir le mie parole,

perciò ch'ancor da voi s'incominciaro come da quel ch'ha il cargo de la guerra: a cui sta bene umanamente udire ciò che ognun parla ad util de l'impresa,

e poscia eleger quel ch'è più salubre. Dunqu'io non tacerò ciò ch'a me pare che sia da far per la vittoria nostra: voi sapete, signor, come privaste

l'ardito Corsamonte de la moglie, ch'è 'l miglior uom ch'avesse il nostro campo. Elpidia il dimandava per marito, e di ragion non si devea negarle

quando v'era il consenso de le parti; ma voi primieramente gliel negaste, da poi, cedendo a la magnanim'ira nata dal suo fallir, che senza dubbio

fu molto grave, lo privaste ancora de la speranza di poter più averla. Voi sapete, signor, come l'amore constringe più le menti de i mortali,

e più le gira, che l'argento e l'oro; ond'ei, d'amor sospinto e dal disdegno, subitamente s'è partito quinci e ci ha lasciati, e cerca altra ventura:

ché se fosse con noi questo guerriero ogni giorno usciria fuor de la terra e faria star quel Turrismondo a segno, e 'n brieve tempo manderialo a morte,

onde ci acquisteria vittoria certa. Adunque il mio consiglio è di placarlo con doni eletti e con parole dolci, e mandar dui de i nostri almi baroni

ch'a lui sian grati, e siano accorti e saggi ed eloquenti; e portinli quei doni e lo dispongano a tornarsi a Roma. A cui rispose Belisario il grande:

Veramente, signor, senza menzogna avete raccontato il nostro errore: ch'alor certo fallai, né vuo' negarlo, quando non diedi Elpidia a Corsamonte.

Ben la dovea promettere a Favenzo e non gli dar materia di fallire, ch'amor può troppo ne le nostre menti; or poscia ch'ei fallì, cedendo a l'ira,

voglio non solamente perdonarli, ma gli vuo' dare Elpidia per consorte, poi che l'ama e disia; ché 'l prender moglie è un mal che suol desiderar la gente:

e quel che si dispone a tòr mogliera camina per la strada del pentirsi, per ciò che l'uom ch'ha donna è sempre servo. Darolli appresso dodici corsieri

veloci e buoni, e sette belle ancelle modeste e che san far tele e ricami; e donerolli venti pezze ancora di drappo d'oro e venti di velluto,

venti di rasi e venti di damaschi, di tabì venti e venti d'ormesino; ed una bella tavola d'argenti doppia di vasi, ed altretanti d'oro,

che saran sopradote de la moglie. Questo darolli acciò che 'l sdegno e l'ira diponga, e torni a la città di Roma: perciò che un uomo ingenïoso e forte

suol valer più che un popolo a la guerra. Alor soggiunse il buon conte d'Isaura: Veramente, signor, questi son doni da far voltare ogni ostinata mente;

e tanto più gli denno esser giocondi, che 'l primo foste che reccò da i Persi il far drappi di seta in queste parti, e qui portaste il seme di quei vermi

che, pasciuti di gelsi, mandan fuori seta dal ventre, de la qual si fanno in brieve tempo intorno un labirinto donde non ponno uscir se non con l'ale;

però, donando a lui drappi sì belli accompagnati con cavalli e dame, lo potran muover facilmente, e farlo venir senza dimora a darci aiuto.

Mandiamo adunque nel spuntar de l'alba Ermodoro e Carin verso Tarento a far che Elpidia se ne venga a Roma, acciò che quando Corsamonte torni

qui la ritruovi, e prendala per moglie; poi darem cura al buon Traiano e a Ciro, che l'ama tanto e gli è frattel cugino, che gli vadano a far questa ambasciata

ed a cercar di rimenarlo a Roma. Come ebbe detto questo, si rivolse a Filodemo: E voi gentil barone disse farete co i sagaci incanti

che noi sappiamo anzi l'aprir del giorno il luoco ove dimora Corsamonte perché possiam mandare a ritrovarlo. Così detto e conchiuso, ognun partissi

fuor del consiglio; e chi di loro andossi nel suo diletto albergo a prender cibo, chi si ridusse a l'ordinate guardie portando seco la parata cena.

Sol Belisario da pensieri involto non dava luogo a l'importuna fame, anzi montò sopra un caval morello e volse riveder tutte le guardie

prima che a gli occhi suoi rendesse il sonno. D'indi partito, e ritornato a casa, non avea cura ancor di prender cibo, tant'era intento a quelli alti negozi;

onde Antonina sua fedel consorte se n'andò a ritrovarlo, e poi gli disse: Caro marito mio, non vi soviene di voi medesmo e de la vostra vita?

Ché dal nascer del dì fin a le stelle avete combattuto co i nimici; e ne l'ultimo terzo de la notte v'affaticate e travagliate ancora

senza pigliarvi nutrimento alcuno. Già viver non si può senza nutrirsi; cercate adunque di serbar la vita, perché da la vostr'anima dipende

il viver di noi tutti e questa impresa. Così diss'ella, e fece porli avanti diversi cibi e dilicati vini, ed ei nulla ne prese; al fin constretto

da i prieghi ardenti di sì cara donna gustò un poco di pane, e non volse altro. Ma Filodemo, ch'era andato a casa, per ubidire il buon conte d'Isaura

prima si chiuse in un secreto luoco, e poscia fece un cerchio sul terreno e v'entrò dentro col libretto in mano; poi messevi una pentola nel mezzo

con certe ossa di morto e certi segni di sangue umano e di civette e guffi; e mentre che leggea sopra 'l quaderno l'apparve un spiritel lungo una spanna

su l'orlo de la pentola a sedere: poi crebbe in forma paventosa e fiera e disse: Che comanda il mio signore? A cui rispose il negromante ardito:

O Rimfagor, che sai tutte le cose che furon fatte e che si fanno al mondo, dimmi in che luogo è Corsamonte il fiero, che se n'uscite fuor de la cittade

e non si sa di lui novella alcuna. Così diss'egli; e quel demonio orrendo rispose irato e con parole corte: Il gran duca di Scitia e quel d'Atene

sono sul monte ove abitò già Circe. E Filodemo a lui:Che fanno quivi? Ed egli: Cercan di sanar Plutina, superbissima fada, de la vista.

Come faremo adunque a ritrovarli?, soggiunse il negromante; ed ei rispose: Mandate là, che troverete aperta l'ascosa porta di quell'ampio luoco

che per noi spesse volte si disserra. Adunque, disse il negromante, aiuta questi baroni eletti che mandiamo per ritrovarli e rimenarli a casa:

ch'altro da l'opra tua non ci bisogna. Ed egli a lui: Signor, questo farassi. Ma s'altro poi da me non vi bisogna, solvete il duro e formidabil nodo

che mi ritien qua su contra mia voglia, e lasciatemi andare al mio tormento. Rimfagor così disse, ed ei lo sciolse, onde tornò nel fondo de l'inferno;

ma nel partir lasciò sì grave odore di sterco, d'assafetida e di solfo, che putia intorno tutta la contrada. Poi Filodemo nel spuntar de l'alba

venne a l'albergo del canuto Paulo; e quivi ritrovò Traiano e Ciro ch'erano in punto per voler partirsi, a cui fé noto ciò che aveano a fare:

onde il buon vecchio fece tòr del vino soave e dolce in una tazza d'oro, e tutti allegramente ne gustaro; Dapoi montaro sopra i lor destrieri

con tre famigli ed Oribasio araldo e presero il camin verso Marino. Vitige poi, che si venia col stuolo dritto per gire a la Salaria Porta,

quando i suoi cavalier fur posti in fuga e che si mescolor con l'altre genti taciti, che parean tornarsi in dietro come impediti da scurissim'ombra,

quivi fermò l'essercito e gli disse: Udite il mio parlar, signori e duchi e voi disposti cavalieri e fanti: se non venia dal ciel con tal prestezza

l'oscura notte ad aiutar quei cani, giunto era il fin de i lor rabbiosi insulti; ben mi credea dover trattarli in modo che non tornassen più verso Durazzo.

Or poi che gli salvò quella grand'ombra, buon è che noi mandiam qualcun de i nostri a Roma per veder quel che si fanno: se pongon guardie intorno la cittade

o se smarriti da le nostre forze fanno tra lor consiglio di fuggirsi e lasciar vòta la città di Roma. Io poscia a quel ch'averà cuor d'andarvi

darò il più bel corsier ch'io tenga in stalla con molti doni prezïosi appresso; e se per caso non potesse intrare dentr'a le mura e le serrate porte,

cerchi di far spavento a quelle genti che saran poste a guardia de la terra con parole superbe e con minaccie: Così propose l'alto re de' Gotti,

onde ognun stava tacito e suspeso; quando un baron ch'avea nome Frodino, brutto di faccia ma veloce al corso, figliuol del ricco Eroldo e di Giufreda,

ch'avea il governo del montoso Urbino, si fece avanti, e disse este parole: Signore, il cuor mi dà d'andare a Roma e di far tutto quel che voi dicete,

se mi giurate sopra il vostro petto di darmi il bel corsier ch'aveva sotto ne la battaglia Belisario il grande; e darmi ancora l'armatura fina,

dal capo a i piè, che si trovava intorno. Così diss'egli e 'l re levò la mano col scettro d'oro, e poi toccossi il petto; e disse: O summo Re che 'l ciel governi,

tu sarai testimon ch'io gli prometto che nessun altro de la gente Gotta non arà il bel corsier che ci dimanda; ma sol si goderà tutti quei doni,

come essequito arà ciò che promette. Giurato ch'ebbe Vitige, il barone pien di speranza dipartissi quindi; e poscia giunto a la città di Roma

ritrovò chiusa la Flaminia porta, e parimente la Pinciana, ed anco la terza che Salaria si dimanda; onde si messe a gire intorno al muro,

che pensò tutte l'altre esser serrate; ma sentendo che in esso eran persone alzò la voce, e minacciando disse: O scelerati e perfidi Romani

ch'avete fatto fallimento a i Gotti e tradita la patria e vo' medesmi per darla a gente che non può tenerla: se forse vi pensate esser difesi

da quei che son fuggiti al primo assalto dinanzi a i colpi de le nostre spade, voi v'ingannate di dannoso errore. Deh tornate meschini al giogo antico,

se non volete esser distrutti ed arsi. Questo diss'egli, e non rispose alcuno di quel popol roman ch'era sul muro a le arroganti sue parole inette;

il che sentendo il giovane Lucillo ch'era a la guardia fuor di quella porta si volse, e disse al suo cugin Tibullo: Che ti par, frate mio, di quello altero

parlar che fa costui? Certo pur troppo morde arrogantemente il nostro onore: non è da supportarlo; andiamo adunque a dar risposta a quel superbo Gotto

ed al suo minacciar con le nostr'arme. Rispose alor Tibullo: Io n'ho più voglia di te; ma temo che non sia molesto a Belisario che lasciam l'officio

che n'ha commesso per novella impresa, senza saputa sua, senza licenza. Disse Lucillo a lui: Non abbiam tempo da dirli alcuna cosa: andiam pur oltra

tosto, che non perdiam sì buona preda; poi se lo prenderem, come ho speranza, saprem qualche dissegno de i nimici che fia giocondo al capitanio nostro:

perché i pensier de l'aversario spesso apportan la vittoria de le guerre. Né temer che la guardia abbia a patire, ché vi resta Gualtier, nostro compagno,

ch'arà in governo la centuria tutta. E così detto, subito n'andaro a dire il lor disegno al buon Gualtiero, ch'assai lodollo e comendollo; ond'essi

allegri s'avvior dietro a quel Gotto tacitamente, e preseno la volta larga, tal ch'ei restò tra 'l fosso e loro. Poi fatto questo, s'appressaro a lui;

ed ei, come sentì venirsi dietro i dui baroni, subito pensossi che fusser messi del signor de i Gotti per rivocarlo o dirli altre parole;

ond'e' si volse, e riconobbe tosto ch'eran nimici, e posesi a fuggire; ma quei veloci giovani correndo èlo seguitavan, che parean dui veltri che corran dietro a caprïola o lepre,

ed insten molto con gli acuti denti per imboccarla, ed ella per le selve gli va fuggendo timorosa avanti: tali pareano alor que' dui baroni,

che correan dietro al misero Frodino e sempre lo volgean verso la terra, né lo lasciavan declinarsi al campo. Ma quando giunti fur presso a la scolta

che custodìa la Nomentana porta, dubitando ch'alcun di quelle guarde no i prevenisse e non gli desse morte e lor togliesse il già sperato onore,

gridò Lucillo a lui: Se non ti fermi, Gotto crudel, ti giungerò con l'asta: né vivo fuggirai da le mie mani. E detto questo, lasciò gir la lancia

de industria, che gli andò sopra la spalla, e 'l ferro avanti a lui ficcossi in terra: ond'ei restò tremando, e per paura era già verde, e gli crollava il mento;

tal che i baroni ansando lo pigliaro con le lor mani, ed ei piangendo disse: Valorosi signor, non m'uccidete, ma fatemi prigion, ch'io vi prometto

di riscattarmi con assai tesoro. Mio padre è ricco, ed è senz'altro erede; e se saprà ch'io sia ne le man vostre vivo, daravvi molto argento ed oro

per liberarmi e rimenarmi a casa. A cui rispose il provido Lucillo: Piglia ardimento, e non pensar di morte; ma dimmi prima qual cagion ti mosse

a venirci a trovar con tanto ardire per l'oscuro silenzio de la notte quando la gente si riposa e dorme, e dir quell'aspre ingiurie al popol nostro.

Fu parola del re che te 'l comise o pur è nato fuor de la tua testa? Frodino alor con tremebunda voce rispose:Il re con sue promesse larghe

m'indusse a venir qui senza pensarvi: egli m'offerse di voler donarmi quel bel corsier che Belisario il grande avea sott'esso il dì de la battaglia,

e l'armatura ancor ch'aveva intorno; e mi comise ch'io venisse a Roma e ch'io sapesse poi ridirli chiaro se si poneva intorno a la cittade

guardie, o smarriti da le nostre forze si consultava di voler fuggire e lasciar vuota la città di Roma: e se per caso io non potesse intrare

dentr'a le mura e le serrate porte, mi comandò che con parole acerbe tentassi far spavento a quella gente che fusse posta a guardia de la terra;

il che fec'io, sì come avete udito. Sorrise alora il giovane Lucillo, e disse verso il misero Frodino: So che tu disïavi immensi doni,

ché quel destrier non truova pare al mondo se non il buon Ircan di Corsamonte: né vuol tenere altro barone in sella che 'l vicimperator de l'occidente.

Ma dimmi prima: quando ti partisti ov'era 'l campo de la gente Gotta? Frodin rispose: Il campo era propinquo al fiume ch'entra nel famoso Tebro;

e Vitige era in mezzo a l'ampio stuolo con tutti e' consiglier de la sua corte. Avanti gli altri Turrismondo altero ha posto il suo superbo alloggiamento

da la parte che guarda inverso Roma; ma da quell'altra che risguarda il Tebro v'han posto albergo Totila e Aldibaldo; ed ove il fiume vien giù dal suo fonte

è il padiglion di Teio e quel di Argalto, questi fan guardia a tutto quanto il stuolo come più forti e di maggiore ardire. Disse Lucillo: E poi gli altri baroni

come sono alloggiati, ed in qual parte? A cui Frodin rispose: E' saria lungo a nominarli tutti ad uno ad uno e dirvi ove ciascun tiene il su' albergo.

Ma se volete penetrar fra i Gotti come a me par che sia 'l vostro desire, ogni altra via che tenterete, certo sarà periculosa e senza frutto

se non quest'una sola ch'io v'insegno: quivi a man destra, un poco fuor di strada, son certi Gotti ch'arrivaro iersera d'Abruzzo, nel fornir de la battaglia;

e 'l capitanio lor, ch'ha nome Urtado, menato ha seco i dui più bei corsieri che mai vedesse alcun mortale in terra, veloci e presti e più che neve bianchi;

e i fornimenti lor son tutti carchi d'argento e d'oro e prezïose gemme, che paiono a veder cosa miranda. Ma legatemi qui fin che tornate,

e poi vedrette s'io v'ho detto il vero. Disse Lucillo a lui: Certo, Frodino, le villane parole, aspre e superbe, ch'hai dette or ora de la gente nostra

meriterian che senza alcun rispetto subitamente io ti mandassi a morte; ma per l'avviso tuo, che pur mi piace, voglio menarti dentr'a la cittade

e darti al capitanio de le genti, che poi farà di te quel che gli piaccia. E così detto fece darsi l'arco e la spada e 'l pugnale, e lo menaro

indietro, e consignaro al buon Gualtiero, dicendo: Frate mio, quest'è la preda ch'abbiamo fatto; serbala, che noi volem far pruova d'acquistarne un'altra.

E detto questo, subito dier volta e se n'andaron là dove avea detto Frodin che stava il capitanio Urtado; e quivi lo trovor con la sua gente,

che per lo caminare e per la cena dormiva, oppresso da profondo sonno; ed ei nel mezzo sotto una gran tenda giacea prostrato e sonnacchioso in terra:

ma non avea le sue bell'arme appresso, che stavan sopra il carro, a cui legati avea i cavai, che masticavan orzo; onde Lucil, che gli conobbe prima,

disse con voce bassa al buon Tibullo: Veramente, fratel, questo è 'l signore che ci disse Frodino, e i suoi corsieri. Or qui lasciar convienci ogni paura,

né bisogna dormir con l'arme in mano. Slega i destrieri e ponvi su le selle, over uccidi ognun che ne la strada dorme, ch'i' arò la cura de i cavalli.

Così diss'egli, e tosto il fier Tibullo si volse, ed amazzò l'ardito Aleso e Fiordelino e 'l suo fratel Leandro l'un dopo l'altro con diversi colpi;

ché Leandro nel petto e Fiordelino ferì nel fianco e ne la gola Aleso. Alor s'udiron gemiti e suspiri di quella gente ch'ei mandava a morte,

e si vedeva insanguinar la terra: e come acerbo lupo entr'a le mandre di pecorelle senza il lor pastore, sazia sovr'esse le affamate brame;

così facea Tibullo in quei d'Abruzzo, fin che n'uccise ventiquattro; e quando n'avea percosso alcuno, il buon Lucillo subito lo prendea per un de i piedi

e ratto lo traea fuor de la starda, perché i cavalli, che non eran usi tra corpi morti e tra ferite e sangue, potessen trappassar senza temerli.

Ma quando aggiunse al capitanio Urtado, che in un profundo sonno era sepolto, il fier Tibullo gli tagliò la gola: ché ben fu sogno dispietato e duro

che 'l fé venticinquesimo tra i morti. In questo mezzo il figlio d'Antonina slegò i cavalli e pose lor le selle co i fornimenti suoi d'oro e di gemme,

e sopra vi salir con gran destrezza: ma non avendo sproni, usor l'acute saette che a Frodino aveano tolte, che fecenglir volando inverso Roma.

In questo tempo il capitanio eccelso con Paulo e con Costanzo e con Bessano eran venuti a riveder le guardie: le quai trovaron vigilanti, e volte

con gli occhi e con la fronte inverso il piano dove era il campo de la gente Gotta: che perean cani intrepidi che stansi circa le mandre a custodir gli armenti

perch'hanno udito per la selva folta esser lupi o leoni, e che i pastori gli fanno intorno strepito e tumulto; così pareano i giovani Romani,

onde il buon Paulo allegramente disse: Custodite, figliuoli, a questo modo la nostra libertà senza dormire. Ma non so se sia vero o s'io m'inganno,

che parmi udir calpesto di cavalli. Rispose alor Gualtieri: Esser potrebbe che 'l bel Lucillo e 'l suo cugin Tibullo fosser venuti con qualche altra preda.

Appena avean queste parole dette che Lucillo apparì sopra un corsiero e sopra l'altro il giovane Tibullo, che fu cosa gioconda a riguardarli;

onde gli disse il venerando Paulo: Ditemi, dilettisimi figliuoli, che buona sorte o che favor del cielo v'ha fatto aver questi sì bei corsieri

che fan stupire ognun di meraviglia. A cui rispose il giovane Lucillo: Vero favor del ciel ne gli ha concessi, di che ne rendo a Dio grazie ed onore.

Noi preso avemo un scelerato Gotto che minacciava al buon popol di Roma con parole superbe, aspre e villane; costui ci disse che venia d'Abruzzo

un cavalier ch'era nomato Urtado che gli avea seco, e c'insegnò la stanza; onde v'andammo, e 'l mio cugin Tibullo uccise lui con altri molti appresso,

ed io tolsi i cavai, ch'eran legati appress'un carro, e masticavan orzo; e condotti gli avem come vedete. Così diss'egli, e fé venir Frodino

legato con fortissimi legami et diello in mano al capitanio eccelso, dicendo: Almo signor, s'i' avesse errato a prender questa spia senza licenza,

vi dimando perdon; che 'l fei per bene e per onore ed util de la impresa: né per questo la guardia ebbe a patire, ché vi restò Gualtier nostro campagno

ch'ebbe in governo la centuria tutta. A cui rispose Belisario il grande: Figliuol, per questa volta io ti perdono: ché s'hai ben fatto ed utile e gioconda

cosa a la nostra glorïosa impresa, pur non è bene abbandonar la scolta per alcun uopo che ci appaia avanti: ché incontrar ti potea qualche vergogna.

E così detto, quei baroni allegri subitamente ritornaro in Roma menando seco il misero Frodino. Quando poi venne fuor la bella Aurora

coronata di rose in vesta d'oro, Vitige udì com'era morto Urtado e toltoli i cavai ch'egli menava, percioché molti de la gente Gotta

eran iti a mirar quel empio fatto: ond'ei ne prese meraviglia e sdegno; da poi vols'ire a rivedere il luoco ove stat'era la battaglia orrenda,

e videl tutto quanto esser coperto d'uomini morti e di cavalli e sangue, e come nel principio di Vallarsa intra Campo Silvano e Campo Grosso

talor si vede un numero di faggi grande, tagliati da diverse mani per farne borre e poi condurle al fiume: tal che le rive e le colline o i poggi

e le strade e le valli intorno al Lemmo son tutte ingombre di atterrate piante; così le piagge e i campi intorno al Tebro erano ingombre di persone estinte:

ond'ebbe gran dolore il re de' Gotti; dapoi s'udì per tutto quanto il stuolo lagrime e strida e meraviglia grande. Quivi si stette fino a mezzo giorno

ad aspettar s'uscivano i Romani; ma come non ne vide uscire alcuno si volse verso la sua gente, e disse: Ecco il valor de i principi di Roma,

che si stan chiusi dentr'a le muraglie e non ardiscon di mostrar la fronte. Io vuo' che gli poniam l'assedio intorno, e che proviamo di cavarli quindi

o per forza di picche o per la fame. Adunque dividianci in sette parti e facciam sette esserciti, e ponianli intorno a quest'amplissima cittade

con sette capitani e sette valli, ch'ognuno arà la cura de le porte che saran più propinque a i lor steccati: tal che non vi potranno entrar gli uccelli

senza far conto con le genti loro; e quivi alloggerem divisi in modo che si potremo anco aiutar l'un l'altro e tutti unirsi ne i maggior bisogni.

Poi gli faremo ancora un altro danno che esser farà l'assedio assai più grave. In Roma son quattordici acquedutti, sì grandi, ch'un arcier sopra 'l cavallo

agevolmente vi può gir per entro: questi conducon l'acque a la cittade, di cui si serven poi molini e bagni; rompianli tutti, ché darem disagi

a i corpi loro, ed indurrem la fame ne la leggiera e mal provista plebe. Così propose Vitige, e lodato fu da ciascun quel empio suo consiglio:

onde si diè la cura al fier Bellambro ch'andasse a por quelli edifici in terra con tutte l'altre belle cose antique che ritrovar potesse in quei contorni,

opra maligna veramente e cruda. Dapoi divise i Gotti in sette parti: l'una tenne per sé, fermando il vallo con essa fuor de la Salaria porta,

e l'altra diede a Turrismondo altiero, che pose sopra la Pinciana il campo. La terza ebbe Aldibaldo, che guardava la Flumentana over Flaminia porta;

la quarta fu la Nomentana, ch'ebe Totila, che fu poi tanto crudele. Ma con la quinta il duca di Milano custodìa l'Esquilina, e poi la sesta,

la qual fu data al valoroso Argalto, andò a la Prenestina over Maggiore; la settima mandò de là dal fiume col fiero Marzio, duca di Vicenza,

ch'era venuto pochi giorni avanti fuor di Tolosa, ed accampossi alora ne' prati di Neron vicini al Tebro, ov'è l'Aurelia porta di San Piero

e quella, che in Transtevere ci guida. Così divise il re tutti e' suoi Gotti; e poi ciascun di lor muniro i valli con pali acuti e con profonde fosse,

tirando dentro gli argini e facendo sovr'essi torri e validi ripari e disponendo ancor le porte e i ponti a guisa di fortissimi castelli.

Come fu fatto questo, un'altra volta fece chiamare il re tutti e' baroni, e cominciò parlarli in tal maniera: Signori e duchi, e' sarà ben ch'abbiamo

pensiero ancor de le persone estinte che non schifaro abbandonar la vita per la difesa de la gente Gotta; di noi per gratitudine devemo

parimente cercar che non sian prive di sepultura e de i supremi onori. Dunque truovi ciascun tutti e' suoi morti, acciò che tutti insieme sian sepulti

con degne essequie e lamentevol pianti. Poi, fatto questo, gettensi i Romani tutti nel fiume, tal che i corpi loro vadan per entro le dilette mura

superbi e tumeffatti a la marina. Dietro al parlar del re, tutta la gente se n'andò lacrimosa a la campagna; e rivolgendo i miseri defonti

chi cercava il fratello e chi il figliuolo e chi il nipote od altro a lui propinquo di parentado o di fraterno amore. E come vanno i timidi colombi

ne i grassi campi seminati d'orzo o di formento o di qualche altra biada cercando il gran che poca terra asconde per riportarlo a i suoi diletti nidi;

così faceano alor tutti quei Gotti, che ricercavan le persone estinte per apportarle ne i muniti alberghi: onde Bisandro, che giacea tra loro

e che spirava ancora, aperse gli occhi; di che s'avvide Rodorico, e disse: Bisandro; ed ei rispose; O fratel caro, porgime un poco d'acqua anzi ch'io muora.

E Rodorico andò correndo al fiume; poi la celata si cavò di testa e l'empì d'acqua liquida, e portolla a quel maschino, e glie ne diede a bere:

onde per essa ristorossi tanto che ritornolli l'intelletto e i sensi. Dapoi lo fece sollevar da terra commodamente a quattro suoi famigli

e portarlo con lui dentr'a l'albergo: ove fu medicato con gran cura di tredeci ferite ch'egli avea, le quali in brieve tempo si sanaro;

ma non gli tornò mai tutto 'l colore, ché pallido restò mentre che visse. Così quel cavaliere ebbe la vita, ch'era giaciuto tra le genti morte

tre giorni intieri, e poi non fu cortese a Rodorico di sì gran servigio: che quel che è liberato da la morte per l'altrui mani, è di natura ingrato.

I Gotti poi, come ebbeno condotti i morti lor dentr'a i muniti valli, gli fecer degne ed onorate essequie. Or mentre che di fuor da l'ampie mura

si facea questo per la gente Gotta, l'angel Palladio giù dal ciel discese per dare aiuto a belisario il grande; e sotto forma del canuto Paulo

incominciò parlarli in tal maniera: Illustre capitan, luce del mondo, so che sapete omai come i nimici han guasti gli quattordeci acquedutti

che portan acqua dentro a queste mura: onde i Romani aran molti disagi, massimamante perché assai molini da veloci canali eran girati

che derivavan tutti da quell'acque; sì che non si potrà macinar grano, che darà gran disturbo a tanta gente quant'ora è in questa amplissima cittade:

ed anco i cittadin, ch'erano avezzi a bagni ed a delitie di giardini come son rivi, pelaghetti e fonti, mancando quelle, aran molto dolore

e cercheran sottrarsi al vostro impero e dar la terra ne le man de' Gotti, che saria la total vostra ruina. A la qual cosa ancor porìa spronarli

il guasto che danno ora a le lor biade, a le lor vigne ed a i lor bei palagi: dunque cercate provedere a questi disconci de la terra, poi che a quelli

de le campagne non può darsi aiuto. Al parlar del buon angelo rispose l'accorto diffensor de le cittadi: Non m'è nuovo, signor, questo periglio,

perché ho pensato intorno a simil cosa non una volta pur, ma molte e molte; e truovo ancor che quelli antiqui eroi che fondòr questo popolo eccellente

ch'avesse a dominar tutta la terra, ebber cura e compenso a tal periglio: e per far che le mole ch'eran poste nel Tebro tra Ianiculo e Aventino,

che quivi ha il corso più veloce e stretto, fosser sicure da i nimici loro, cinsero quel terren di là dal fiume di mura, e poscia dentro l'abitaro,

- il quale ancor Transtevere si chiama - e l'aggiunser'a Roma con un ponte sicuro e grande, e di struttura eterno. Or poi che quelle mole fur distrutte

dal tempo che consuma ogni opra umana e dal condurvi altre più commode acque, fia ben che noi tentiam di restaurarle: ché mal si staria qui senza potere

commodamente macinarsi il grano. L'altre delizie poi, come son bagni, zampilli, vivi pelaghi e fontane, che si fan per diletto entr'a i giardini,

possiàn lasciarle, perché ogni uom virile agevolmente potrà star senz'esse: anzi devrebbe ognun sempre schifarle, ch'elle ci fanno effeminati e molli

e danci in preda de i nimici nostri. Così detto e risposto, fu chiamato Callidio, eccellentissimo architetto, a cui l'angel di Dio così propose:

Callidio, onor de gli architetti umani, poi che 'l gran capitanio de le genti vuol ritornar quelle molina ancora ch'eran sul Tebro presso a l'Aventino,

fia ben che noi facciam sessanta navi e le poniam nel fiume a düe a düe legate con fortissime catene a l'uno e a l'altro lato de le ripe;

e tra ciascuna coppia de le barche si ponerà una ruota in mezzo 'l fiume, che da l'un capo volgerà coi denti di legno un altro rotolo di legno

che girerà la pietra in su la mola, posta sovr'uno di que' dua sandoni. Così ciascuna di coteste coppie avrà sovr'essa un ottimo molino,

che potrà macinar tanto formento quanto bisogni a la cittade ossessa. Callidio, come udì questo disegno e vide l'assentir del capitano,

si pose ad essequirlo, onde sparìo subitamente il messaggier del cielo. Or mentre si fornian queste molina, Burgenzo, che volea che 'l re de' Gotti

l'avesse caro e gli facesse onore, s'imaginò di voler far tal opra con tradimenti e con trattati occulti che guadagnar potesse il suo favore;

onde gli fece intender ch'arìa caro parlar con lui di alcuni suoi pensieri che farebbon profitto a quella impresa: e Vitige se 'l fé condurre avanti,

a cui Burgenzo disse in questo modo: Signore invitto, e di maggior valore d'altro signor che si ritruovi al mondo; se ben avete qui sì buona gente

che porìa vincer tutto l'universo, pur ci bisogna ancor qualche consiglio, perciò che avengon spesse volte a l'uomo, per non si consigliar, molti disconci.

Poi non è alcun che sia tanto prudente che non li giovi ancor gli altrui ricordi; ché, come dice quel proverbio antico, la man lava la mano, e 'l dito il dito.

Io son, signor, dal dì ch'a voi mi resi fatto buon servo de la vostra altezza: però voglio aver cura al vostro bene; ma perché il capitan che non intende

e l'opere e i consigli del nimico va come cieco al prender de i partiti: però, signor, spero di fare in modo che voi saprette ognor ciò che farassi

in Roma, e tutti quanti i lor disegni; onde potrete prender quelle strade che parranvi più corte e più sicure da pervenire al desiderio vostro.

Così disse Burgenzo, e 'l re de' Gotti prese del suo parlar diletto e gioia, e poscia gli rispose in questa forma: Burgenzo, se farai con veri effetti

quel che tu spargi fuor con le parole, io te n'arò grand'obligo, e farotti che resterai di me molto contento. Ma come posso dar pienaria fede

a questo tuo parlar, che non m'inganni? A cui Burgenzo disse: Alto signore, io resterò con la persona vosco, e manderò Sulmonio mio sergente

in Roma ad essequir questo negozio: e se voi troverete alcuna fraude in lui farete poi quella vendetta che più v'aggradi ne la mia persona.

Così diss'egli, e Vitige soggiunse: Questo modo ch'hai detto non mi spiace: va dunque ad essequir ciò che ti pare. Come fu il traditor partito quindi,

chiamò Sulmonio e prima ben lo instrusse; poi lo mandò ne la città di Roma sotto finto color d'esser fuggito fuora del campo da le man de' Gotti.

Questo Sulmonio nel spuntar de l'alba giunse a la porta Prenestina, e molto ansando e timoroso ne l'aspetto chiese a quel portinar d'esser aperto:

ed ei con la licenza di Bessano lo tolse dentro, e poi senza dimora condur lo fece a Belisario avanti, a cui Sulmonio lagrimando disse:

Signore eccelso e di virtù supprema, io son fuggito fuor de l'ampio vallo de' Gotti, che m'avean tenuto in ceppi insieme con Burgenzo mio signore

da che ci preser sopra Ponte Molle; e mentre che i nimici erano intenti circa le triste essequie de i defonti, che sono stati un numero infinito,

Burgenzo m'aiutò levarmi i ferri da i piedi, onde passai quell'alta fossa del vallo, e son venuto a vostra altezza per vivere e morir tra la mia gente.

Il parlar di Sulmonio al capitano non spiacque punto, e per saper novelle del campo a lui così parlando disse: Sulmonio, assai mi piace il tuo venire;

così fuggito fosse anco Burgenzo. Ma dimmi, se lo sai, se 'l re de' Gotti vuol dar battaglia a la città di Roma o pur vuol saccheggiar tutto 'l paese;

e s'egli è pervenuto a le tu' orecchi... qualch'altro suo pensier; fa ch'io l'intenda perch'io possa da lor meglio guardarmi. Rispose poi Sulmonio: Almo signore,

io fui prigion del furibondo Argalto duca di Padoa, il qual con Unigasto discorrea spesso i fatti de la guerra; ed io talor, fingendo non gli udire,

scrivea dentr'al mio cuor le lor parole. Eri diceano come avean saputo d'un vostro fabricar di assai molini in mezzo a l'alveo del corrente fiume;

onde voleano giù mandar per l'acqua arbori e corpi morti per guastarli; poi volean seguitare ad arder tutte le case, e dare il guasto a le campagne;

e dopo questo, una battaglia orrenda voleano dare a le romane mura con ferro e fuoco e machine murali, e voglionvi assalir da tanti lati,

con tanta gente in un medesmo tempo, che non porete far da lor diffesa. Appena avea queste parole dette Sulmonio avanti Belisario il grande,

che cominciòr venir giù per lo fiume legnami e corpi d'uomini, che morti fur ne la guerra presso a Ponte Molle: onde acquistò da tutti estrema fede,

che fu di gran momento a i suoi dissegni. Il vicimperator de l'occidente com'ebbe intesa la materia molta che per lo Tebro turbido e veloce

venia per atterrare i suoi molini; fece poner catene appresso 'l ponte a traverso del fiume, onde ritenne ciò che venia per esso a farli danno:

poi fece con uncini cavar fuori tutto quel che venia per entr'a l'onde; e prima e' corpi morti de i soldati fé porre insieme appresso a Scola Greca,

ov'era Adardo e 'l principe Massenzo: e ragunati poi tutti in un luoco chierici e scole e sacerdoti e frati, con lumi accesi a con solenne pompa

furon portati fin a San Giovanni, accompagnati da persone molte e da soldati e principi e baroni. Quivi fur posti in dui sepulcri eletti

il re de gli Azumiti e 'l gran Massenzo con le lor armi e i lor stendardi intorno; poi gli altri corpi in una tomba grande posero, e vi sculpir queste parole:

Qui son sepulti gli ottimi Romani; che combattendo appresso a Ponte Molle co' Gotti vi lasciar la propria vita per porre in libertà l'Italia oppressa.

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IL LIBRO XIII · Gian Giorgio Trissino · Poetry Cove