La bella principessa di Tarento, ch'er'ita in compagnia del buon Terpandro ne l'ampia sua città per starsi quivi e per quivi aspettar l'estrema scelta
di chi dovea pigliar per suo marito; com'ella da Brandizio si divise incominciò pensar circa il gran stuolo ch'avea veduto in quel munito vallo,
che certo le parea cosa miranda: ma sopra tutti il capitanio eccelso lodava seco, e 'l suo parlar divino. poi discorrendo gli ottimi guerrieri
de l'onorata Compagnia del Sole che eletti fur da Belisario il grande al matrimonio suo, per scegliern'uno, mirabilmente il forte Corsamonte
gli era piacciuto, e gli avea mosso il cuore; onde pensando intorno a quel barone pregava spesso Iddio che lo facesse far qualche pruova, perché avesse causa
giusta di elegger lui per suo consorte. E mentre stava in questi almi pensieri, quasi indivina de la sua ventura fece una sopravesta di sua mano
tutta coperta di ricami eletti, ov'era Corsamonte che ferìa il fier Tebaldo e lo mandava a morte. Or sendo tutta a quel lavoro intenta,
che generava in lei maggiore amore, venne fuor di Partenope un barone ch'avea nome Falerno, ed era stato gran tempo ne la corte di suo padre,
onde caro l'avea come fratello; costui le raccontò tutto 'l successo di Napoli, e com'era andato a sacco, e come l'onorato Corsamonte
saltò giù de le mura entr'a la terra e sol s'oppose a tutti quanti e' Gotti: che pareva un leon ch'in una mandra entra di notte, e fa tremar gli armenti.
Poi le narrò com'egli al primo colpo fece cadere il fier Tebaldo in terra e morto lo lasciò disteso al piano; e disse come prese il gran castello
ov'era la ricchezza di Tebaldo e l'onesta Cillenia sua figliuola, che è il più bel viso che si truovi al mondo. Mentre la giovinetta udia le belle
pruove narrar del suo novello amante, si cangiò molte volte di colore e trasse fuor del petto alti suspiri che da lei solamente erano intesi;
poi talor dimandava al buon Falerno del divin Belisario e di Aquilino, del buon Traiano e del cortese Achille; ma pur tornava spesso a Corsamonte,
interrogandol ben di parte in parte de l'armi, del cavallo e del cimiero ch'avea quel dì nel periglioso assalto; e dimandava ancor con molto affetto
di che ferita egli amazzò Tebaldo ed a che modo entrò ne la gran rocca e come si portò con quelle donne, e se Cillenia gli toccò per sorte:
né d'altro che di lui curava udire a cui supplì Falerno ovunque seppe: ma com'ei poscia fu partito quindi, ella tornò soletta al suo lavoro
ch'era condotto omai vicino al fine; e dopo certi suspiretti ardenti si rallegrò fra sé del suo pensiero, che divinato avea sì caro effetto
di Corsamonte, che Tebaldo uccise: onde poi ragunò dentr'al suo cuore con se medesma, e suspirando disse: Elpidia, sarà ben che 'l tuo ricamo
si doni a quel signor per cui s'è fatto, egli è pur stato quel che di sua mano fece la gran vendetta di tuo padre, che tu bramavi e disïavi tanto.
Appresso ancor fia ben che tu procuri d'aver questo signor per tuo marito, che è il più bello, il più forte e 'l più valente che si trovasse mai sopra la terra;
e tu non puoi di questo esser ripresa, ché nessun sa ch'amor ti spinga a farlo, ma crederà ciascun che tu sii mossa da mente grata e da pietà paterna:
chiedilo adunque a Belisario il grande, che non tel negherà per tuo consorte. Così la bella Elpidia fra se stessa parlava, e discorrea dentr'al suo cuore;
onde com'ebbe poi fornita l'opra chiamò Favenzo, il qual Favenzo er'uno de i quattro cavalier che andor con essa a trovar Belisario entr'al gran vallo.
Questi era il primo gentiluom che avesse Tarento, e fu cognato di Galeso, ch'avea per moglie Ardelia sua sorella, d'anni maturo e di prudenzia pieno:
tal che l'amava e l'onorava molto, e riposava assai sopra il suo senno. Costui fu quel che già le diè il consiglio d'andare a Belisario, e di riporre
se stessa e tutto 'l stato in man di quello. Come adunque Favenzo a lei fu giunto seder lo fece, e poi così gli disse: Io penso, cavalier prudente e saggio,
ch'aver debbiate intieramente udita èla meritevol morte di Tebaldo per man de l'onorato Corsamonte, di che non ebbi mai miglior novella né che tanto aggradisse a la mia mente;
e però non vorei parere ingrata, perché si dee la ricevuta grazia chiuder nel cuore, e dimostrar ne l'opre. Onde per mandar fuor qualche signale
de l'obligo ch'io tengo a quel barone vorrei donarli un vestimento d'oro che tutto è carco di ricami eletti, con grosse perle e prezïose gemme
che di mia propria man furon distinte; e manderolli a far questo mio dono, ed offerirli appresso ogni altra cosa che noi tenemo in quest'almo paese.
Così parlò la giovinetta onesta, ed egli a lei rispose in tal maniera: Signora mia gentil, che per l'etade e per l'immenso amor vi vuo' dir figlia,
io lodo molto il bel vostro pensiero: perché la mente grata de le genti suol esser causa de i gentili effetti che fanno spesso i generosi spirti,
ch'ella è stimulo e spron de la virtute. Mandate adunque l'onorato dono senz'alcuna tardanza a quel signore, che sarà segno d'animo cortese
e ch'ami la memoria di suo padre: ma, se faceste ancora il mio consiglio, di cui non sarà mai cosa migliore, voi mandareste a Belisario il grande
e gli fareste dimandar di grazia d'elegger quel signor per vostro sposo, che non credo giamai che ve lo nieghi. E penso ancor che 'l Re del cielo incline
a questo onesto matrimonio santo, avendo posto inanzi a quel barone il scelerato corpo di Tebaldo; onde l'uccise, e fece la vendetta
del vostro caro e sventurato padre, quanto degna sarà questa cittade, figliuola mia, quanto lodata ancora sarete voi da tutto quanto 'l mondo
se seguiran queste mirabil nozze: ch'ognun vi stimerà d'animo grande e d'intelletto e di giudizio eccelso. Voi poi vi troverete esser consorte
del miglior cavalier che sia nel mondo, e che di nobiltà, bellezza e grado trapassa ogni baron di quella corte: e tanto più devete esser disposta
a far sì degne e glorïose nozze, quanto ch'ei dimostrò quel dì nel campo d'amarvi e quasi d'adorarvi in terra. Dunque essequite il bel nostro consiglio,
e pregate il Signor de l'universo che gli voglia largir cortese effetto: ch'io m'offerisco esser colui che porti la sopravesta d'oro a Corsamonte,
e che faccia per voi quella richiesta al vicimperator de l'occidente. La bella donna con piacere immenso udì il parlar del cavallier saputo,
onde piangeva e sospirava insieme per la dolcezza di sì bel consiglio, ch'era concorde a quel de la sua mente che per vergogna gli teneva occulto;
però le labbra in tai parole aperse: Diletto padre mio, che per mio padre vi tengo e vi terrò mentre ch'io viva; io son contenta far quel che voi dite,
perché il parlar de gli uomini prudenti deve esser legge a i giovenili affetti. Andate adunque a far ciò che vi pare, ché d'ogni appuntamento che farete
non solamente resterò contenta, ma loderollo, e lo terrò per buono. Udito questo, il cavaliero accorto prese da lei la sopravesta d'oro;
poi la mattina nel spuntar de l'alba si pose in via con dieci suoi famigli, e prima s'avviò verso Canosa, d'indi poi cavalcando otto giornate
si fé vicino a la città di Roma, ed intrò in essa nel fuggir del giorno. Quivi alloggiò la sera ad uno albergo ch'era poco lontan da la Ritonda;
e la mattina, come il sole apparve, si levò su da l'ozïoso letto et andò prima al gran duca di Scitia, e lo trovò nel suo ducale albergo
tutto vestito per andare a corte: ma come vide il cavalier pregiato, quasi presago di sì rara nuova, con volto allegro se gli fece incontra;
onde Favenzo a lui così propose: Valososo, leggiadro, alto signore gloria ed onor de i cavalier del mondo, la bella principessa di Tarento
mi manda a visitarvi, e m'ha commesso ch'io vi basci le mani, e ch'io vi dica che avendo inteso che di vostra mano in Napoli occideste il fier Tebaldo
e feste la vendetta di suo padre, di che non ebbe mai cosa più grata, vuol di tal cosa avervi obligo eterno; e per signal de i suoi pensier divoti
vi manda questa sopravesta d'oro ch'è tutta carca di ricami eletti che di sua propria man furon distinti: e priega che vi piaccia di portarla
per amor suo ne l'onorate imprese; e se 'l gran Belisario le conciede grazia, d'elegger voi per suo marito, il che vogl'ire a dimandarli or ora,
faravvi anco un presente di se stessa: perché colei che se medesma dona non può cosa donar ch'abbia più cara. Come udì questo, Corsamonte ardito
divenne in volto di color di fiamma, e tal diletto gli ingombrava il cuore che non potea formar parola alcuna; ma pur disse a la fin: L'eterno Iddio
pienamente per me grazie le renda di così degno e prezïoso dono: ché nol posso far io, né tutte insieme le Scitie che si stan circa l'Imavo.
Ben quella divinissima proferta di eleggermi, se può, per suo consorte voglio accettar, ch'Amor mi stringe a farlo; e parimente a lei mi dono anch'io,
se ben non sono a sua grandezza equale. Poi porterò la sopravesta d'oro e l'alta insegna sua ch'ella mi manda senza cangiarla mai mentre ch'io viva;
andate adunque a Belisario il grande a dimandar la grazia che voi dite, che non posso pensar che ve la nieghi: et io di ciò sarò tanto contento,
quanto s'io fosse imperador del mondo. Da poi ritornerete al nostro albergo, ch'io voglio al tutto che alloggiate meco fin che vi piaccia dimorarvi in Roma.
Com'ebbe detto questo, prese in mano la ricca sopravesta, e la distese sopra una bella e spazïosa mensa; e risguardolla ben di parte in parte
lodando or questa ben nutrita perla, or quel grosso rubino, or quel diamante: ma più lodava l'artificio e 'l senno de la divina man che le distinse.
Dipoi veggendo se dipinto quivi ch'uccideva con l'asta il fier Tebaldo, avea dentr'al suo cuor piacere immenso, tanto che d'indi non sapea partirsi.
In questo tempo giunse il buon Favenzo avanti a Belisario, che si stava nel gran palazzo co i baroni intorno e disponea le guardie de la terra:
venuto adunque a lui, con gesto umile gli fece riverenza, e poi gli disse: Illustre capitan luce del mondo, la giovinetta Elpidia, che mandaste
con la famiglia sua dentr'a Tarento per starsi quivi ad aspettar la scelta di chi devea pigliar per suo marito, mi manda a riverir la vostra altezza,
e dire a quella ancor che avendo inteso che Corsamonte uccise il fier Tebaldo e fece la vendetta di suo padre, di che non ebbe mai cosa più cara,
elegger lo vorria per suo consorte e dimostrarsi a lui cortese e grata, ché tutto 'l popol suo di ciò la priega e gli amici la essortano e i propinqui.
Onde m'ha spinto ananti i vostri piedi a dimandarvi questa grazia onesta, sperando che le debbia esser concessa, essendo egli un de gli onorati duci
che son ne l'alta Compagnia del Sole eletta già da voi per questo effetto: ed ha poi fatta in Napoli tal pruova, come ognun sa, contra i feroci Gotti,
che non si potrà dir che non la merti; e tanto più che la città di Roma, che fu prefisso tempo al dichiarirlo, si truova or presa ne le vostre mani.
Però, caro signor, non le negate questa onesta dimanda, e giusti prieghi. Così diss'egli, e Belisario il grande già li assentia con gli occhi e con la fronte,
quando il fiero Acquilin, che se n'accorse, incominciò parlare in questa forma: Eccelso capitan pien di valore che siete un forte di giustizia e fede,
s'io pongo mente a le parole prime che fur dette da voi dentr'al gran vallo circa il trovar marito a questa donna, non veggio come possano aver luogo
se la concederete a Corsamonte prima che i Gotti sian venuti a Roma. Voi pur scelgeste fuor di tutto 'l campo la nostra bella Compagnia del Sole:
a cui diceste apertamente alora che qual poscia di noi maggior prodezze dimostrerà contra i feroci Gotti eletto fia da lei per suo consorte.
Ma come si potrà mostrar valore contra questa tal gente, s'ella ancora non verrà contra noi con l'arme in mano? Però ponete indugio a l'alta eletta
fin che i nemici vengano a trovarci, che sono in strada, ed han passate l'Alpe: Alor ciascun dimostrerà il su' ardire e la sua forza, e con le mani ardenti
spargerà tanto sangue in su l'arena, che sarà noto a tutto quanto 'l stuolo chi fia più degno di sì nobil donna. Ma se dicesse alcun che Corsamonte
fece gran prove in Napoli, e che uccise con le sue proprie mani il fier Tebaldo facendo la vendetta di Galeso, e che per questo è da preporlo a tutti;
rispondo lui che è ver che quel barone non è privo di ardire e di fortezza, ma non però mi sopravanza tanto che mi facesse ritirare un passo.
Ei non ha più di me le man di fuoco né il cuor di ferro, anzi noi siamo equali di nobiltà, di grado e di fortezza: né differenti siam molto di etade,
ch'egli ha venticinqu'anni, ed io n'ho trenta; e però sempre il correttor del mondo fece la nostra Compagnia del Sole sedere ad una tavola ritonda,
ove ciascuno è l'ultimo e 'l primiero, sol per mostrar la equalità di tutti. Poi nel pigliar di Napoli non credo d'aver fatto di lui prova minore:
che 'l primo fui ch'entrai dentr'a la terra per l'oscuro silenzio de la notte e passai l'acquedutto, e quindi uscito in mezzo la città, con le mie mani
uccisi Arnesto e molti altri compagni che stavano a la guardia de le mura; ed io fui quel che fei sonar la tromba e diedi il primo segno a quei di fuori
onde ciascun da poi sen venne dentro chi con le scale e chi per quella porta che fu da noi primieramente aperta. E se gli è alcun che Corsamonte ammiri
perché saltò dal muro entr'a la terra, pensi ancor fra se stesso che quel salto lo fé parer di me forse più folle, ma non più ardito, e che s'io non apriva
la porta con prestezza a l'altra gente che Corsamonte era condotto a morte: ond'io fui quel che gli salvò la vita, che fu più che la morte di Tebaldo,
la qual per caso gli è caduta in mano, e non per far vendetta di Galeso; bench'io son stato la cagion primiera di quella, perché intrai ne l'acquedutto
e presi la città facendo in essa segno ch'io v'era, onde vo' dir ch'io feci che Corsamonte in Napoli saltasse, che occidesse Tebaldo e che prendesse
per viva forza l'onorata rocca: perché la prima causa de i negozi fa maggior opra che non fan l'estreme, che senza quella non v'arebbon luoco.
Ma meglio è lasciar ir quel che s'è fatto, essendo poco a par di quel che resta; e come i Gotti sian venuti a Roma provar contra costor le nostre forze,
é mai cessar fin che non sian sconfitti over constretti a ritornarsi a dietro: e quel che mostrerà maggior valore eletto fia da lei per suo marito.
Mentre Acquilin parlava, e che i compagni de l'alta Compagnia che porta il sole fremendo confirmavano il suo dire, vi sopragiunse Corsamonte altiero,
e con poca pazienza e gran disdegno stette ad udir la renga di Acquilino; ma come primamente ebbe fornito il suo parlare, a lui rispose e disse:
O Re del ciel, poi ch'Acquilin s'oppone sfacciatamente a tutti i miei desiri, dammi ti priego tanta alta ventura ch'io mi ritruovi un dì con l'armi in dosso
a patir queste diferenze seco: ché si vedrà chi sia di noi più forte. Ma per non lasciar lui senza risposta dirò queste pochissime ragioni.
Se l'onorata Elpidia aver volesse il superbo Acquilin per suo marito, l'arebbe chiesto a Belisario il grande, e non aria mandato a Corsamonte
quel cavalier col suo mirabil dono; ma perch'ella è d'altissimo consiglio e sa ch'ella può tòr chi più gli aggrada per sposo, eletto m'ha per suo marito,
e mi dimanda al capitanio eccelso per la sua cortesia, non che bisogni: ché 'l matrimonio libero esser deve, e bastali il consenso de le parti.
Quanto al dir poi che con ragione eletto m'abbia, non vuo' commemorarlo adesso, per ch'io nol poria far senza lodarmi: ed io sempre cercai che le mie lodi
volassen per la bocca de le genti e ne la lingua mia fossen sepolte; ma dirò ben che questo nostro amico non conosce se stesso, poi che spera
d'aver per moglie sua sì bella dama. Pur si devria pensar che pare un corbo nel suo colore, un cerbero ne gli occhi, una furia infernal dentr'al suo petto:
tal che una donna non potrebbe amarlo. Non vuo' poi replicar quel che alor feci quando fu preso Napoli per forza, perch'egli è noto a tutto quanto il stuolo;
ben io m'admiro ch'egli ardisca a dire ch'ei fu cagion che 'l fier Tebaldo uccisi, send'ei nascoso alor dentr'a quel bucco; d'onde non uscia mai se 'l buon Traiano
nol trascinava fuor con una fune; e poi costui s'attribuisce il tutto sendo de i mille l'un di quei guerrieri che Paucaro guidò ne l'ampio foro.
Io ben fui sol contra la gente Gotta e mandai solo il gran Tebaldo a terra e solo uccisi il scelerato Erode: onde per questo son chiamato folle
dal mio saggio baron, ch'ha il cuor di cervo. Ma lasciamo ora il ragionar da parte, perché le cose d'importanza grande si dén chiarir con arme, e non con ciance;
vestasi l'arme e monti sul destriero, ch'i' andarò fuori ad aspettarlo al prato, al prato di Neron vicino al Tebro: quivi l'aspetterò fin a la notte,
quivi combatterem, fin che un di noi rimarrà morto sopra l'erba, e l'altro ritornerà vittorïoso in Roma. Così parlò il baron, sì forte acceso
d'ira, che gli occhi suoi parean di fuoco. Il feroce Acquilin da l'altra parte tutt'era fiamma, e seco il fier Massenzo e Mundello ed Olando e 'l bel Lucillo
eran parati per venire a l'arme; quando il buon Paulo disse in questa forma: Cari figliuoli miei, che cosa veggio? Qual furia è intrata dentro a i vostri petti?
Che qui presente Belisario il grande v'apparecchiate a por le mani a l'arme senza aspettar la giusta sua sentenza? Olando gli rispose: Almo barone
d'anni, di senno e di prudenzia carco, la nostra Compagnia molto si lagna d'esser privata del sperato onore prima che mostri il suo valor tra i Gotti;
onde vi accerto che per nostra voglia Elpidia non darassi a Corsamonte fin che non siano i Gotti intorno a Roma. Così diceva il generoso Olando:
ma Belisario, che vedea l'acerba contesa de i baron de la sua corte, stava molto suspeso entr'al suo petto, perciò che gli spiacea vedere adversa
la Compagnia del Sole a Corsamonte, onde volea cercar di satisfarla: ché disiava assai che ogni barone s'affaticasse in quella orribil guerra
per la speranza di sì bella moglie; Da l'altra parte disïava ancora che Corsamonte non restasse offeso; ma non può l'omo in un medesmo tempo
mai satisfare a due contrarie parti. Pur discorrendo intorno a questa cosa al fin, li parve esser miglior partito soprastare, e dare una sentenza
che pasca di speranza ogni guerriero, onde le labbra in tai parole aperse: Io veggio ben diletti miei fratelli, che 'l forte Corsamonte ha tanti merti,
che se gli poria dar questa donzella, massimamente poi ch'ella il dimanda. Ma perché gli altri ancor potrebbon fare prove condegne di sì nobil preda,
mi par di soprastare a la sentenza per non levare alcun fuor di speranza; e tu, gentil mio Corsamonte caro, arai pazienza fin che i fieri Gotti
staranno a campo a la città di Roma; che come noi gli abbiam cacciati quindi terminerò chi fia colui che debbia aver la bella Elpidia per consorte,
ch'alor fia 'l tempo commodo a tal cosa: perciò che in mezzo de l'orribil guerre non è ben fatto il far convitti e nozze. Così parlò quel capitanio eccelso;
ma ben firmato avea dentr'al suo cuore di dir secretamente a Corsamonte che a lui si dava l'onorata sposa, e poi pregarlo di tener celata
questa promessa sua, per non privare gli altri baroni ancor di quella speme; e così volea dire anco a Favenzo: ma la fortuna al suo pensier s'oppose,
che spesso sturba ogni dissegno umano; perciò che Corsamonte, avendo udite quelle parole, disse entr'al suo cuore: Il capitan vuol pur ch'i' abbia pazienza,
ma non la voglio aver, perch'ella è cibo d'animi vili e di persone inerti; e prima vuo' morir che mai lasciare ad Acquilin quest'onorata donna.
E così detto dentr'a la sua mente, avolse la sua vesta al braccio manco e pose mano a l'affilato brando, e ratto s'aventò verso Acquilino,
il quale anch'ei prese la spada in mano; presela Bocco e presela Massenzo e Mundello e Catullo e 'l bel Lucillo, e tutti foro intorno a Corsamonte.
Ei nulla teme, ed or tira una punta or un man dritto mena, or un riverso, ora un fendente, e fa mirabil prova: onde conviene ognun tirarsi a dietro;
e qual selvagio toro in su l'arena circondato da i cani e da i bifolci, ch'or questo or quel con le terribil corna spaventa, e tosto in cerco si fa largo,
né si può ritener ch'ei non persegua quel ch'a lui fé primieramente offesa; tal parea Corsamonte in quel conflitto, cargando sempre adosso ad Acquilino,
il qual si diffendea con molto ardire. Or eccoti menare al fier Massenzo un colpo basso verso Corsamonte che certamente gli aria fatto oltraggio,
se non lo riparava il buono Achille che dava solo a quel barone aiuto, ond'era la sua vita e 'l suo soccorso: perché l'amico è simile a la vita,
come simiglia l'invido a la morte. Già s'ingrossava la spietata briga, e già Costanzo con Traiano e Paulo eran corsi nel mezzo a separarli,
e quasi tutto il stuol prendeva l'arme; né mai possibil fu che quei baroni frenar potessen Corsamonte il fiero, fin che non vide il sangue d'Acquilino
cader a terra, e rosseggiar l'arena, perché passato avea la coscia manca. Questo vedendo Belisario il grande s'accese tutto di disdegno e d'ira;
poi cacciò mano a la possente spada e venne appresso a Corsamonte e disse: Corsamonte crudel, tràtti da banda, se non ch'io ti farò lasciar la vita.
Poi chiamò con gran voce la sua guarda, ch'eran dugento alabardieri eletti. Alora il duca si ritrasse in dietro, più per la riverenza del signore
che perché avesse in sé timore alcuno; e quegli altri baron dentr'ai lor fuodri poser le gravi e rilucenti spade. Il feroce Acquilin da l'altra parte,
che con fatica si reggeva in piedi pel molto sangue che gli uscitte fuori, condutto fu da molti suoi compagni verso la casa sua per medicarsi.
Come quando è cessata una tempesta ognun si pone a ricercar del danno che fatto sia ne i culti suoi terreni, e se lo truova esser leggiero e poco
s'allegra, e da sé caccia ogni paura che avesse avuta in quello orribil tempo; così, cessata la terribil zuffa, essendo sani tutti quei guerrieri
fuor che Acquilino, ognun prese conforto: ma Belisario con feroce aspetto si volse inverso Corsamonte e disse: Baron, superbo e senz'alcun rispetto,
non ti vuo' dar la pena che tu merti per questo error, da cui non è mancato di por tutto l'essercito in scompiglio, che ben è noto a tutto quanto il stuolo
ch'esser devrebbe l'ultimo supplizio: ma sol ti vuo' punir con questa nota, ch'io ti trarrò del numero di quelli che deggian prender l'onorata moglie
ch'ha in dote il principato di Tarento. E doppo questo disse anco a Favenzo: Prudente cavallier, quando farete ritorno al vostro grazïoso albergo,
raguaglierete la signora vostra del caso che mi muove a non poterle concieder Corsamonte per marito; e le direte ancor che scelga un altro
di questi eccellentissimi baroni, qual ella vuol, che le sarà concesso. Quando il gran duca udì queste parole, restò tutto confuso entr'al suo petto;
e poi si dipartì tacito e mesto col cuor pensoso e gli occhi a terra fissi, e 'n compagnia del suo fedele Achille con passi lenti andò verso l'albergo:
e quivi giunto non si pose a mensa, ma si ritrasse solo entr'al bel orto del suo palagio, che è vicino al Tebro. Quivi piangendo e sospirando forte
disse fra se medesmo este parole: Il mio destino e la fortuna e l'ira m'han pur condotto a perder quella donna che m'è più cara assai che la mia vita;
ma non la perderò, se non si muta dal buon voler che mi narrò Favenzo: ben ch'io dubito assai, perché le donne son di natura mobili e leggiere,
né duran molto i loro ardenti amori. Ma sia ciò che si voglia: io son disposto non esser d'altra mai mentre ch'io viva; che l'empio capitan può ben vietarmi
che sposa non mi sia, ma non può tormi ch'io non l'osservi sempre, e sempre adori. Ben fu tropo crudel la sua sentenza e troppo ingiusta, a non voler ch'ell'abbia
per suo consorte un uom che le talenti, e voler che Acquilin governi 'l tutto. Deh non star Corsamonte in questo campo ove non si dà premio a la virtute,
ma proccàcciati pur d'altra ventura! Perciò che quel baron che cerca onore non dee mai dimorar sotto 'l governo d'un capitan volubile ed ingiusto.
E detto questo, uscì del bel giardino, e se n'entrò ne l'onorata sala: quivi chiamò Cratidio e Feracuto, suoi cari e fedelissimi ministri,
e si fece recar le lucide arme, ch'eran di fino accial fregiate d'oro; e recate che fur, con gran prestezza il buon Cratidio glie le messe intorno.
In questo mezzo fece por la sella al suo destrier, ch'era nomato Ircano: questo era baglio con le gambe nere e la coda e le chiome, ed avev'anco
ne l'ampia schena in mezzo de le croppe una correggia di colore oscuro. Questo non lasciò mai sopra il suo dorso sedere alcun, né mai sostenne in sella
se non l'ardito Corsamonte solo, a cui donato fu, ch'era polledro, dal re de Ircania nominato Oronte. Onde 'l feroce giovane domollo,
e solo il pote cavalcare al mondo mentre che vivo fu sopra la terra. Questo leggiadro suo corsiero avea la testa magra, picciola ed allegra,
il petto largo, il collo alto e leggiero, la schena curta e rilevato il fianco, le gambe asciutte: e sì le alzava svelte che 'l piè levato gli toccava il ventre;
poscia nel correr suo pareva un vento, e fu sì presto, sì animoso e forte, sì destro al volteggiar, pronto a la mano, che divinava l'animo del duca;
ma, per recar molte parole in una, era il miglior caval che fosse in terra. Or mentre che volea salir sovr'esso quell'ardito guerriero, e dipartirsi,
vi sopragiunse l'onorato Achille, e disse a lui parlando este parole: Diletto mio fratel, che cosa è questa? Io veggio apparecchiati al dipartire
senza far motto al tuo fedele Achille che t'ama e caro t'ha più che se stesso? Parla, non mel celar; fa ch'ancor io conosca la cagion del tuo vïaggio;
che come non sta ben dar fede a tutti, così sta mal non si fidar di alcuno. Questo diss'egli; e Corsamonte a lui: A che debbio ridir quel che m'offende
s'e' t'è palese, e se vedesti il tutto? Ma se ti cal di me, come son certo, monta a cavallo, e dipartianci insieme da questa gente perfida ed ingrata,
che arà bisogno ancor del nostro aiuto quando da i Gotti fia cacciata e vinta: alor mi cercheran ne i lor sermoni, dannando seco la vergogna e l'onta
che mi fan ora, e chiamerammi indarno. Così parlaro, e s'accordaron tosto quei dui summi baroni al dipartirsi: onde il cortese Achil si vestì d'arme
e venir fece il suo destrier Leando; e poscia, come fur montati in sella, subitamente s'allaccior gli elmetti, ch'avean sovr'essi il bel cimier del sole:
ché non vollen cangiar l'antica insegna, se ben la Compagnia gli aveva offesi. D'indi addattaro i scudi al braccio manco, e col guanto d'accial ch'aveano in mano
poser le lanze d'oro in su la coscia, e ratto s'avvior verso la porta, avendo seco dui famegli soli; perciò che gli altri lor lasciaro in Roma.
Mentre che cavalcavan quei guerrieri, come se fusser dui cengiali irsuti che cercan la pastura per le selve, tornò Favenzo a ritrovare il duca,
ma nol trovò, ch'era partito quindi: onde ancor egli con la sua brigata partissi, e s'avviò verso Tarento. Poi come piacque a la Divina Altezza
tutti arrivaron la seconda sera ad una gran badia sotto Priverno: Quivi i baron, vedendo il buon Favenzo, gli fecer festa ed accoglienze grandi;
poi disarmati se n'andaro insieme a visitare il reverendo abbatte. Questi seguia la regola divota del gran Basilio, ed era un vecchio allegro
ch'avea costumi generosi e gravi: però gli accolse umanamente tutti; poi dimandando i nomi di ciascuno, ed a che fine eran venuti quivi,
intese la cagion del lor vïaggio, onde si volse a Corsamonte, e disse: Signore illustre e di regale aspetto, non vuo', né si può dir, che la dimanda
per voi richiesta al capitanio eccelso non fusse giusta, debita ed onesta: ma la vostr'ira ha ben passato il segno, e tanto v'ha d'oscura nebbia ingombro,
che v'ha fatto partir da l'ampio stuolo, e sperar d'acquistar con altro modo la bella principessa di Tarento; il qual modo non so come fia buono
e come luogo arà contra la voglia di Belisario e del signor del mondo. Meglio era certo a supportare alquanto e non vi dipartir, perché si vince
col tolerare ogni fortuna adversa; poi quel che ha molta gente al suo governo convien che retto sia da molta gente, onde gli è forza usar diversi modi
che son talora contra 'l suo disio. Pur, se vorrete fare il mio consiglio, v'insegnerò di guadagnar la donna e la perduta grazia de i signori,
benché sia cosa lubrica ed inferma l'avere apo costoro i primi luochi. Qui presso è la peninsula di Circe, ch'ha sopra il monte un'odorata selva
di cedri e di verdissimi cipressi: ove è una fada di valore immenso, nominata Plutina, che nel volto par giovinetta, ed è matura d'anni
tal che di età non ciede a la sibilla. Gran tempo fa ch'ella divenne cieca: ma se potesse racquistar la vista faria veder di sé cose mirande.
Poi su quel monte una spelunca giace, circondata dal mar verso ponente, ove si truova un venenoso drago possente e grosso, e di sì dura pelle
che nessun ferro uman non può signarla; ed una ninfa sola di quel luoco lo pasce, e sa com'ei si manda a morte: ma nol vuole insegnar, perch'ella è certa
che come fosse estinta quella fiera la vita sua non dureria molt'anni. Or, chi prendesse il fèl di questo vermo e bene ungesse gli occhi a quella fada,
le renderebbe la perduta luce; e però cavalier, che 'n vista siete d'animo invitto e di fortezza immensa, se voi volete andare a quella impresa
e tentar quest'altissima ventura, darovvi il modo d'acquistarne onore: e poi la vista di sì bella donna vi darà tutto 'l ben che mai saprete
desiderare in questa umana vita. Stat'era Corsamonte a quel sermone intento molto, ed era tanto acceso dal desiderio di sanar la fada,
che un'ora gli pareva esser mill'anni di ritrovarsi là con quel serpente; però si volse la vecchio abbate e disse: Divoto padre mio, poi ch'a voi pare
ch'io vada a liberar quella donzella, anch'io son pronto e cupido d'andarvi; insegnatemi adunque com'io possa acquistar questa altissima ventura,
ché ponerommi subito in camino. Alora il vecchio andò ne la sua cella, e ritornò con un libretto in mano, e disse: Figliuol mio, questo libretto
ha in sé descritto tutto quello incanto, con certi versi sacri e certi modi, che se saranno ben servati e detti farassi andare il gran bissone a morte;
e come voi lo vederete estinto subitamente gli trarrete il fèle ed ungerete gli occhi a quella maga, che le farete ritornar la vista:
di che poi vi farà sì cari doni, ch'adempierete i bei vostri disiri. E detto questo gli donò il libretto ch'avea recato, e Corsamonte il prese
allegramente, e se lo pose in seno; poscia i baron si dipartiron quindi, e accompagnati dal divoto abbate infino a l'uscio de le stanzie loro
rimaser quivi, e poi sedero a mensa per satisfare al natural bisogno. Ma come ebber mangiato, si levaro tosto, e venuti ov'erano i destrieri
gli vider governati, e l'orzo inanzi: onde tornaro a i preparati letti, in cui disteser le feroci membra per riposarle fino a la mattina;
ma Corsamonte mai non chiuse gli occhi, né ricevete in lor l'amato sonno. Poi quando apparve in ciel la bella aurora subitamente abbandonor le piume
e si vestir di panni, e poscia d'arme; e venuti che furo i lor cavalli il duca si rivolse al buon Favenzo, e disse: Almo signor, voi ve n'andrete
verso Tarento a la signora nostra, a cui vi piacerà di dir ch'io sono suo servo, e pronto sempre di ubidirla; e poi le nerrerete il grande oltraggio
di Belisario, e le direte apresso che s'egli mi facesse ancor più offese non sarò d'altra mai vivo né morto. E detto questo lagrimando tacque:
dapoi montò sopra il feroce Ircano, e in compagnia de l'onorato Achille prese il vïaggio suo verso 'l ponente. Ma come ebbe passata la palude
Pontina, e giunto fu su 'l mar Tirreno volgendo gli occhi verso Terracina lungo 'l litto del mar vide una fossa profonda e larga, onde passava l'acqua
salsa che dividea tutto quel istmo, con un bel ponte ed una porta sopra che andava a la peninsula di Circe. Subitamente Corsamonte ardito
la riconobbe perch'era dipinta nel primo foglio del divin libretto; onde volse il destriero a quella parte e disse verso l'onorato Achille:
Frate, noi siamo omai condotti al luoco ove convienci aver molte fatiche, se volem far quel glorïoso acquisto che tanto ci lodò l'onesto abbate.
Così parlando, giunsero sul ponte e poscia entrar ne la famosa porta che per grazia del ciel trovaro aperta; Come fur entro, vennero in un prato
ove era un coro di leggiadre ninfe, le quai vedendo quei baroni eccelsi èlasciaro il ballo, e se gli fero incontra: e parimente ancor da l'altra parte i dui signori dismontaro a piedi
e riverenti se n'andaro ad esse, che molto allegramente gli accettaro. Ma sopra tutte l'altre con diletto e con gran tenerezza gli abbracciaro
Basilia e Stratigea, che aveano il primo grado che dar si soglia in quella corte. Eran con esse Eulalia e Dorotea, e dopo lor venian da lunge alquanto
Arpagia con Calumnia, e Colachia e Demetria e Geopona e Liea, Pimenia, Emporia con Trapezia vile; ed altre donne pallide e deformi
che mai non s'accostaro a quei signori. Le quattro prime giovani ch'io dissi dopo le lor dolcissime accoglienze parlaro a i gran baroni in tal maniera:
Signori eccelsi, onor di questa etade tanto amati da noi quanto noi stesse, poi che 'l ciel v'ha condotti in queste parti vi guideremo a la regina nostra,
ch'ha il maggior regno che si truovi in terra; la qual di voi farà quella gran stima che si dee far de gli uomini eccellenti: e vi farebbe ancor maggior onore
se si trovasse aver l'antico lume. Così disse Basilia, e per la mano gli prese, e gli menò dentr'al cortile d'un gran palagio, di richezza immensa:
tutte le mura eran d'argento e d'oro, e d'oro i pavimenti e d'oro i palchi, e di sì belle gemme eran dipinti che non fu visto mai cosa più ricca;
poi le sedie e le mense e gli altri tutti vasi ed arnese di quel gran pallagio pareano tocchi da l'antico Mida prima ch'entrasse le pattoliche onde.
Come le belle donne ebber condotti quei gran baroni sotto l'ampia loggia, e d'indi in un bellissimo sallotto e poscia in una camera regale,
preser licenza, e quivi gli lasciaro, acciò che senza impedimento alcuno potesser disarmarsi a lor bell'agio; ma quando poscia disarmati foro,
ecco venir due damigelle elette d'alti costumi e di beltà suprema con dui robboni di damasco d'oro e due berette di velluto in mano
con le più belle e le più ricche imprese che mai vedesser occhi de' mortali; e giunte avanti lor s'ingenocchiaro e cominciaro a dirli in tal maniera:
Signori illustri e di virtù miranda, le quattro belle giovani che v'hanno guidati in queste fortunate stanze vi mandan dui robboni e due berette
perché con esse loro andar possiate ov'è la nostra altissima regina. E detto questo, gli addataro intorno i bei robboni, e le berette in testa;
onde 'l gran Corsamonte le rispose: Tant'è la cortesia di queste dame, che ci han legato d'obligo immortale; ma se potremo far quel che speriamo
ancor diran che non saremo ingrati. Dopo questo parlar, quelle donzelle preser commiato, e quindi si partiro; poi fur portati prezïosi vini
e rari frutti ed ottimi confetti per altre leggiadrissime fanciulle che parean messaggier del paradiso, onde i baron si rinfrescaro alquanto.
Ma poco stando poi venner le donne che gli avean prima accompagnati in casa, tanto leggiadre e grazïose in vista, che tutti gli infiammar del loro amore;
e parimente se infiammaro anch'elle, perciò ch'eran dui giovani eccellenti che non aveano pari in tutta Europa di forza, di bellezza e di costumi:
Corsamonte era più grandetto alquanto di Achille, e pur Achille era ancor grande; nel resto aveano una bellezza equale, tutti dui biondi e di regale aspetto,
le barbe d'oro e di pel biondo miste che non avean provato anco il rasoio; e gli occhi lor parean due stelle ardenti. Avean le spalle larghe, ma ne i fianchi
erano asciutti qual leoni o pardi; il petto er'alto, la persona dritta, le coscie grosse, e l'altre membra ancora tanto ben poste ed agili e leggiere,
quanto si possan disiare in uomo: Ma Corsamonte avea più curvo il naso e 'l piè più fermo che il cortese Achille, ed ancor era più veloce al corso.
Come adunque le ninfe intraro in sala, quei leggiadri baron gli andaro incontra con tanta cortesia, tanta vaghezza, quant'aver possa una persona umana;
e quivi furon parimente accolti da tutte lor con gentilezza immensa, e poscia Stratigea così gli disse: Signori illustri e di beltà divina,
non è per mio parer da perder tempo, ma sarebbe da andare a l'alta grotta ove dimora la regina nostra, che tutte noi ve introdurremo a lei;
perché col mezzo di sì gran signora possiate aver ciò che 'l cuor vostro agogna. Così diss'ella, e quei baroni allegri le consentiro, e s'avviaro insieme
verso l'albergo de l'antiqua fada; ma quando furo al piè de l'alto monte, ch'era coperto di odorata selva, videro in essa più di mille buche
ch'andavan tutte in giù verso la terra: e poi vedeano intrar persone in esse, altre sedervi appresso ed altre uscirne, femine tutte, e di diversi aspetti.
Come talora in solitario scoglio che sia da l'acqua circondato intorno si veggion pullular molti conigli: chi di lor esce de l'amato buco,
chi v'entra dentro e chi si lieva rito, chi pasce l'erba e chi la terra batte co i piè di dietro e chi scherzando corre; tal facean quelle ninfe entr'a la selva:
però la bella Eulalia, che conobbe la meraviglia de i baroni eletti, sorrise, e poi gli disse in questa forma: Tutti quei buchi sono entrate e porte
da gire a la spelonca di Plutina; e quelle donne ch'escono e van entro sono le guardie e portenarie d'essi. Ma voi gran duchi converrete entrare
per questa porta altissima di mezzo ch'ha in guardia Stratigea, che vi conduce; e la feroce Arpagia tien le chiavi che da lei quasi mai non si diparte.
E detto questo, poscia entraro in essa le quattro ninfe co i baroni a canto; e caminando per l'oscura cava sassosa e bassa e puzzolente e ratta,
giunsero al fine ov'era la regina, pallida in faccia e di vedere oscuro, con veste intorno sordide ed inculte; e però non credero esserli appresso,
se ben Arpagia la mostrava loro; fin che non disse Corsamonte a lei: Siete voi quell'altissima Plutina che tanto è disïata da le genti?
E Plutina rispose: Io son pur essa. A cui soggiunse l'onorato Achille: Siete Plutina voi? Si, son diss'ella. Poi Corsamonte con parole dolci
le cominciò parlare in questo modo: Deh se l'eterno Dio v'adorni ed empia gli occhi di luce acuta più che lince, ditemi la cagion del vostro male,
che forse vi darò qualche rimedio. Ed ella a lui rispose: Alto signore, non vuo' disdire a la dimanda vostra: non perch'io speri aver da voi soccorso,
ma per mostrarmi facile e cortese al tempo ch'i' era giovinetta, e vaga di ritrovarmi dilettosi amanti, ebbi ardir d'affirmar senza rispetto
ch'io non voleva amar se non i buoni e i savi e i giusti, e dimorar con loro, e fuggir tutti i perfidi e gl'ingrati; onde 'l Motor de le superne ruote
subitamente mi privò di luce, perch'io non conoscesse alcun di questi. Così diss'ella, e Corsamonte a lei: O gran disaventura de' mortali!
Pur il Signore altissimo del cielo è solamente da le genti buone amato ed onorato, e non da l'altre; e poi non vuol che sian da voi vedute
né conosciute mai, se non per caso. Ma ditemi, signora, s'a i vostr'occhi si ritornasse la perduta vista, sareste ancor di quel pensier primiero
d'amare i giusti e d'abitar con essi, e di fuggire i perfidi e gl'ingrati? Si sarei, rispos'ella, che è gran tempo che veduto non ho persona giusta.
Ed ei rispose sorridendo, e disse: Meraviglia non è se voi che siete priva di vista non vedete i giusti, che noi che gli occhi avem non ne vedemo.
Ma datevi pur pace, alta regina, ch'io spero in brieve con le mie fatiche di farvi racquistar l'amata luce. Ed ella: Molto mi sarebbe caro,
ché non è ben alcun, sopra la terra che sia sì grato a l'uom quant'è 'l vedere. Ma temo, lassa, che 'l voler divino sarà contrario molto a questa impresa;
ond'egli poi per l'arroganza vostra potria mandarmi qualche altra ruina. E Corsamonte: O timida che siete, voi non sapete, no, le vostre forze.
Certo, se voi racquisterete il lume, non sarà su nel ciel valor sì grande ch'agguagliar possa la possanza vostra: ciò che si truova grazïoso al mondo
e che risplende fra la gente umana per voi sola si fa, per voi s'adorna l'acqua e la terra di bellezze immense, perché ogni cosa a voi s'inchina e cede.
Dunque se voi racquisterete il lume sen verrà giù dal ciel la bella Astrea: onde governerete il mondo insieme, e gli ritornerete il secol d'oro.
Così parlò l'ardito Corsamonte, a cui rispose l'onorata maga: Signor, se 'l fate, io vi sarò tenuta sempre, e non uscirò del vostro albergo
fin che starete in questa umana vita. Così detto e risposto, i gran signori si dipartiro, e con le quattro ninfe se ne tornaro a la divina stanza.
Cookies on Poetry Cove