Quand'ebbe intesa Belisario il grande la manifesta fuga de le schiere, si dolse molto, e col suo braccio al collo, ch'oprar non lo potea per la ferita
che gli avea dato il perfido Ulïeno, se n'andò verso la Pinciana Porta per tòr dentro color ch'erano fuori e medicar dapoi tutti gli offesi.
Come fu quivi, ritrovò ch'entrata quasi era tutta la romana gente: onde tolti entro alcuni pochi ancora ch'eran restati adietro chiuder fece
la porta, e por le guarde su le mura; d'indi tornò subitamente a casa, ove trovò che i medici raccolti s'erano intorno al generoso Arasso,
che nel destr'occhio avea la gran saetta: e non gli ardiano por le mani adosso, non per salvarli l'occhio, perché ognuno di loro omai l'avean come perduto,
ma per non lacerar le vene o i nervi, che 'n quella parte son copiose e molti, ed esser la cagion de la sua morte. Alor Teodetto, medico eccellente,
palpolli con la man di rietro al collo, leggiermente premendo e dimandolli se dal toccar di lui sentìa dolore; ed e' rispose: Sì ch'ivi mi duole.
Onde l'accorto medico gli disse: Arasso, non vi date alcun pensiero, che voi sarete salvo, e l'occhio ancora non perderà la luce e sarà salvo,
perciò che 'l ferro è prossimo a la pelle. E così detto, ratto si disciolse le maniche dal braccio, e 'n suso alciolle; dapoi si pose a turno un drappo bianco,
e primamente gli tagliò quel legno de la saetta ch'apparia nel volto con un tagliente ed ottimo coltello: e poi sfesse la pelle in quella parte
del collo che più dolve al gran barone, e con la tenacissima tanaglia quindi prendéo l'acuto ferro e trasse da quella parte fuor l'empia saetta,
ch'aveva in sé tre ferocissimi ami, e così l'occhio suo rimase illeso. Poscia prendette albume d'uovo e stoppa di lino, ed ambe gli fasciò le piaghe;
dapoi con sughi d'erbe e con unguenti sì fattamente gli curò la faccia, che non v'apparve mai signale alcuno. Così curò Teodetto il forte Arasso,
che piacque molto al capitanio eccelso. Ma gli altri ebber da poi peggior ventura ch'andaro a medicar Catullo e Bocco: perché Catullo nel cavar de l'asta,
che gli era molto fitta ne la testa, trammortì prima, e pochi giorni poi andò freneticando a l'altra vita; e parimente ancor moritte Bocco,
ch'avea tagliato il musculo del braccio manco a traverso, onde col sangue insieme la vita sua n'andò verso le stelle. E così questi dui baroni illustri
moriro, e pianti fur da tutto 'l stuolo. Ma non per questo il capitanio eccelso era più lento a ristorar la guerra: se ben traea dal cuore alti sospiri
e numerosi più che le faville ch'escono al stucicar d'un arso cepo, onde suol disïar la gente vana d'aver numero tal d'argento e d'oro;
anzi tra quei sospiri amari e folti il capitanio fece andar gli araldi a dimandar la gente al suo consiglio: e comandolli che dicesser piano,
per non muover tumulto entr'a la terra; ed egli il primo fu che venne in sala, ed aspettava in essa i gran baroni che sconsolati si condusser ivi.
Onde poi surse Belisario il grande e dopo un grave gemito gli disse: Signori adorni di virtù supprema ridotti qui per consultar la guerra
e medicar questo disconcio che oggi avuto abbiam per volontà del Cielo che commutò la mia primiera voglia: ma non si può schivar ciò ch'ei destina
né per consiglio uman né per fatiche. Dricciamo adunque e rivolgiamo i passi in questa nostra asperrima tempesta a qualche via che ci ristori alquanto.
Penso che saria ben mandar qualcuno de i nostri cavalier verso i steccati dei Gotti, e questi over entrando in essi over pigliando alcun di quei che fuori
per la campagna van cercando i morti, tentasse di scoprire i lor consigli: il che seriacci di piacere immenso e di gran beneficio a questa impresa;
che 'l sapere i pensier de i lor nimici spesso trasmuta la fortuna adversa. Vadavi adunque alcun ch'abbia ardimento: ch'oltra ch'acquisterà fama immortale,
ancora ogni signor, quando ritorni, daralli un dono di cavalli o d'arme o d'altra cosa prezïosa e rara per testimonio de la sua virtute:
Così parlò quel capitanio eccelso, ed ognun stava tacito e suspeso, ché questo gli parea troppo periglio. Alfin levossi in piedi il fier Mundello,
e disse: Almo signore, il cuor mi sprona d'andare a questa perigliosa impresa; ma s'ancor meco ne venisse un altro, sarìa più salda e più sicura andata:
ché quando vanno dui, s'aiutan meglio l'un l'altro a ritrovar ciò che den fare; ché sempre un solo ha più l'ingegno tardo e più dubioso e debole il pensiero.
Così diss'egli, e molti volean ire con esso lui: voleavi andar Bessano, Olando e Magno e Valerano e Ciro; voleavi andar Teogene e Traiano,
che tutti questi avean la mente pronta d'entrar fra l'empie schiere de i nimici e a lor mal'onta rapportar novelle de l'arroganza e dei dissegni loro:
onde poi disse Belisario il grande: Mundello mio carrissimo e diletto, eleggi qual tu vuoi di questi niostri baroni; poi che se ne veggion tanti
che vorrian venir teco i tal negozio; e non guardare a dignità né a grado, ma solamente a la virtù ch'è in loro. Così diss'egli, e poi parlò Mundello:
Or che vi piace ch'io di questi eleggia qual più mi aggrada, io voglio il buon Traiano, ch'è di cuor pronto e di giudizio saldo e buon tolerator d'ogni fatica:
ch'avendo meco quest'almo barone arei speranza uscir fuor de le fiamme. A cui rispose il buon duca Traiano: Lasciamo pur da canto queste lode,
Mundello mio, cerchiam di far qualche opra utile a questa glorïosa impresa, che sarem chiari ancor che non vogliamo. Andiam pur tosto,e non perdiam più tempo,
ch'è già passato il terzo de la notte. E detto questo, subito s'armaro d'arme sicure e senza alcun splendore, e se n'uscir per la Salaria Porta;
né molto spazio s'allongaron quindi che sentiro a man destra una civetta che da l'angel Palladio era mandata: onde allegrossi molto il buon Traiano
e disse: Angel di Dio, tu sei pur sempre apparecchiato e pronto a darmi aiuto, e nessun atto mio non t'è nascosto. Fammi grazia, signor, ch'io faccia prima
qualche bell'opra, e poi ritorni in Roma sano e con gloria assai maggior che preda. Così pregò Traiano, e poi Mundello con le man giunte anch'ei pregando disse:
Non ti partir da noi, celeste messo; governa il periglioso mio vïaggio, ch'io faccio voto farti un bello altare subitamente ch'io ritorni in Roma,
e fare in esso un sacrificio ogni anno per onorare il tuo divino aiuto. L'angel Palladio a lor così rispose: Ite sicuri, o miei diletti amici,
ch'io sarò vosco, e copriròvi tutti di nebbia tal che non sarete offesi. Così detto e risposto se n'andaro, che parean dui fortissimi leoni,
tra corpi morti ed arme sparse e sangue; né prima giunti fur presso al gran vallo che sentir voci dolorose e pianti sì gravi, che parea che fusse giunta
la ruina total di tutti i Gotti, di che s'ammirar molto i dui guerrieri. E mentre eran vicini a la gran porta, e non poteano intrarvi, essendo chiusa,
venne Unigasto, ch'era stato al ponte e d'indi al vallo del feroce Argalto, onde fu tosto aperto e tolto dentro; tal che i baroni senz'esser veduti,
ch'eran coperti da la nebbia oscura, entror con essolui nel forte vallo, e quivi intese poi come la causa di quei dolori eran l'acerbe morti
dei principali de la gente gotta che furo il dì ne la battaglia uccisi. Poscia Unigasto, giunto a la presenza del re, cominciò dire in questa forma:
Alto signor ch'avete in mano il freno del grande imperio de la gente gotta: considerando meco tante morti che son seguite in quest'aspra battaglia,
e del vostro fratello e del mio figlio e di tant'altri valorosi duchi, penso che saria buono a porvi modo; ché, benché paia altrui ch'abbiam vantaggio
ne la giornata d'oggi, io nol conosco: anzi a me par disavantaggio grande l'aver spenduto in essa tanto sangue. Noi combattiam con genti alme e divine,
che come vinte son tornan più fiere; però venuto sono a ritrovarvi sì tardo, ché ora è 'l terzo de la notte, per dirvi apertamente il mio pensiero,
qual è, che noi pigliam qualche compenso a questa acerba e dispietata guerra. Argalto dice ch'ha per fermo inteso come l'imperador farebbe accordo
onesto e buono con la gente gotta: il che, se fosse, ci trarrìa d'affanni. Dunque a me par che noi debbiam mandare a Roma a far la tregua co i Romani
per nove dì, da seppellire i morti: e 'n questo tempo maneggiar l'accordo. Dissemi ancora Argalto e Turrismondo ch'hanno a le mani un altro bel negozio,
che forse il forniranno in questo tempo con gran profitto de la vostra altezza. Questo fedel consiglio al re de' Gotti non spiacque punto, ch'era stanco omai
di guerreggiar con sì feroci genti; e comandò che Rubicone andasse quella mattina ne l'aprir de l'alba ad offerir la tregua a i buon Romani
per nove dì, da seppellire i morti; e disse ad Unigasto che tornasse a riposarsi col feroce Argalto. Udito ch'ebber questo, i dui baroni,
senz'esser mai veduti da persona, se n'uscir fuori ancor con Unigasto, e poi disse Traiano al fier Mundello: Hai tu veduto, frate, che i pensieri
non son men travagliati ne i nimici di quel che siano i nostri entr'a la terra? A me parrebbe ancor d'andare in Prati nel steccato di Marzio, e veder quivi
se potremo buscar qualch'altra nuova. Disse Mundello: Andiamo, e s'avviaro per l'empia via che conduceva in Prati; ma caminaron poco verso il ponte
ch'udiro un che venìa per quella strada, onde Traiano ancor disse a Mundello: Mundello, o questi è un uom che vien de Prati a portar qualche nuova al re de' Gotti,
od è qualcun che va spogliando i morti. Tiriànci ove è quel subero, e lasciànlo venirci appresso, e subito piglianlo: ese ci narrerà cosa che vaglia
lo menerem prigion dentr'a le mura, se non, l'uccideremo in questo loco. Così parlando pianamente insieme si ritiraro al subero, e colui
non stette guari che vi fu vicino; poi Mundello davanti e Traian dietro in un medesmo tempo l'abbracciaro, che pervero dui gatti intorno a un topo
ch'uscito sia del consüeto bucco e vada incauto a procurarsi cibo. Come quel meschinel si vide preso ingenocchiossi, e lagrimando disse:
Non m'uccidete, altissimi signori, ch'io mi riscoterò con grossa taglia, e cosa vi dirò ch'a voi sia grata. Traian rispose: Non temer di morte,
se cosa mi dirai che mi talenti; ma pria dimmi chi sei, poi donde vieni e quel che vai facendo in questo loco. Disse alora il prigion: Son Lucimborgo,
figliuol di Nome sacro de la selva; e benché 'l padre mio sia molto avaro, pur è sì ricco di denari e campi, d'usure e mercanzie, ch'assai tesoro
per la salute mia potrà donarvi. Io poscia andava a l'alto re de' Gotti, che 'l duca di Vicenza a lui mi manda per farli manifesto un gran trattato
che tiene in Roma per aver le mura che son di qua dal Tebro appresso il ponte. Al suon di quel trattato, il buon Traiano aprì le orecchie e dimandolli: Dimmi
ancor più chiaramente questa cosa, e come volean torci la cittade; che s'io la scuopro, e troverassi vera, ti darò premio ancora oltra la vita.
E Lucimborgo disse: Dui Romani, l'un detto Saturnino e l'altro Gracco, ch'hanno gli alberghi lor presso a San Piero, furon da Truffaldello e Rubaldino,
dui giottarelli attissimi a le frodi, corrotti e mossi con argento ed oro a far ch'essi portassen su quel muro acqua alloppiata mescolata in vino,
e darlo quivi a bere a quelle guarde, che le farian dormir tutta la notte: onde lieve sarìa prender le mura con le barchette che porrian nel fiume.
carche di scale e di fiorita gente. Come udir questo, i dui baroni accorti lascior la via che gli menava in Prati e ritornaro al capitanio in Roma,
che gli aspettava a la Salaria Porta. Come gli vide Belisario il grande con quel prigion, si rallegrò nel cuore, e così fecer parimente gli altri
ch'erano seco quivi ad aspettarli: e come quando ne la gran tempesta del mar turbato i dui figliuoi di Leda vengono ad apparir sopra i navigli,
ne l'arbor conquassato o ne le corde, tutta la gente si rallegra e spera che sarà salva quell'afflitta nave; così ne l'apparir de i dui guerrieri
si rallegror le menti de i Romani, onde poi disse il buon conte d'Isaura: Valoroso Traian, mastro di guerra, chi è questo cavalier che voi menate?
A cui rispose il callido Traiano: Questi abbiam preso or ora ne la strada, che Marzio lo mandava al suo signore, ed acci discoperto un pensier folle
ch'avea quel duca di pigliar la terra e di mandarci tutti a fil di spada. Ancora io vi so dir che 'l re de' Gotti è sazio de la guerra, e manderavvi
diman per tempo a dimandar la tregua per nove dì, da seppellire i morti, e maneggiar con voi qualch'altro accordo. Così diss'egli, e poscia a parte a parte
minutamente raccontolli il tutto; e poscia disse: Io voglio andare ancora a discoprir le perigliose insidie che costui m'ha narrate, e voi potrete
andare entro 'l palazzo ad aspettarmi. Com'ebbe detto questo, dipartissi subitamente ed andò verso 'l ponte: quivi trovò che Saturnino e Gracco
a punto preparavan la bevanda da poter poi portar sopra le mura, onde gli prese e gli menò al palazzo e consignolli a Belisario il grande
col lor vino alloppiato entr'un barile; e Belisario, avendo inteso il vero, ordinò prima la futura pena, poi rimandò i baroni a i loro alberghi
per dar riposo a le affannate membra col grato don de l'ozïoso sonno. Ma quando venne fuor la bella aurora a rimenare il dì sopra la terra,
fur tagliate a quei dui l'orecchie e 'l naso, e posti sopra un asino e mandati a Marzio per la Porta di san Piero perché il lor vituperio gli mostrasse
che 'l folle suo dissegno era scoperto. Poi, fatto questo, Rubicone aggiunse col mandato del re da l'altra porta; ed introdotto a Belisario avanti,
che si trovava alora entr'al consiglio, espose la imbasciata in questa forma: Illustre capitanio de i Romani, Vitige re de i Gotti a voi mi manda,
e dice come egli ha per fermo inteso che 'l vostro imperador farebbe accordo onesto e buono con la gente Gotta. Però giudica ben fare una tregua
di nove dì, per sepellire i morti; e 'n questo tempo maneggiar l'accordo. A cui rispose Belisario il grande: Araldo, tu puoi dire al tuo signore
come contenti siam di far la tregua de i nove dì, per sepellire i morti, ch'io non contendo con la gente estinta. Ma quanto a maneggiar l'accordo poi,
faccialo pur col correttor del mondo, che di ciò ch'ei farà sarem contenti. Così disse, e giurò sopra il suo scettro che osserveria l'addimandata tregua:
onde poi Rubicon tornossi al vallo e referì la tregua esser conclusa. Alor le genti Gotte se n'andaro a trovare i lor morti e sepellirli;
così facean da Roma i buon Romani. Ma Belisario poi si volse e disse agli altri cavalier ch'avea d'intorno: Agrippa esser dee morto, ch'io nol veggio
venirmi a visitar come solea. A cui disse Gualtier: Signor mio caro, egli non vive, e morse ne la zuffa che fu fatt'eri con la gente Gotta:
ch'essendo cinto da inimici armati, come si dice, fé mirabil prove, poi morto fu da Argalto e Turismondo; e la consorte sua questa mattina,
come fu giunto qui l'araldo gotto, uscì con le sue donne a la campagna: e mi fu detto ch'ella tolse il corpo ne la carretta seco, e l'ha portato
al fiume, e quivi l'ha lavato ed unto, poi l'ha vestito ed adornato tutto; e siede in terra appresso quello estinto ed il capo di lui sopra i genocchi.
Come udì questo, il capitanio eccelso si percosse con la man la destra coscia; poi subito montò sopra il cavallo con mille cavalier de la sua gente
e se n'andò con essi ove giacea vicino al Tebro il sventurato Agrippa: e fece che Traian gli portò dietro bellissimi ornamenti, per vestirlo
con quelli ed onorar l'estinto amico. Ma come quivi giunse, e vide in terra seder la donna con quel morto a canto, lagrimò per dolore e per pietade,
poi disse al morto Agrippa: Anima fida, tu sei da noi partita, e ci hai lasciati per la partenza tua colmi di doglia. E detto questo, gli toccò la mano:
ma la mano il seguì, ch'era spiccata dal braccio, che tagliolla il fiero Argalto; onde si dolse il capitanio ancora più gravemente, e rese a lei la mano;
ed ella lagrimando la ritolse, e poi basciolla et addatolla al braccio al me' che pòte, e sospirando disse: Così vanno, signor, le cose umane.
Ma che bisogna più che voi miriate ne i nostri amari e miserabil casi? Egli è per mia cagion condotto al fine: io sciocca l'essortai che far dovesse
così, per dimostrarsi amico degno de la vostra virtù ch'è senza pare; onde so ben che non pensossi ad altro che farsi onore, e non pregiar la vita.
Or egli è morto senza aver mancato né a le parole mie né a vostra altezza; ed io che l'essortai sono ancor viva. Così diss'ella, e Belisario il grande
si stette un poco tacito e suspeso lagrimando con gli occhi, e poi le disse: O generosa donna, il vostro Agrippa è giunto a bella ed onorevol morte,
ch'è 'l proprio fin de la virtù de l'uomo. Però pigliando voi questi ornamenti nostri, ch'ora vi porta il buon Traiano, l'adornerete, e noi farènli appresso
un onorato e nobile sepulcro che fia del suo valor memoria eterna. Ed anco a voi, per la beltà ch'avete, per l'onestate e tante altre virtuti,
faremo onor sopra ciascuna donna: e manderènvi ove vorrete andare con buona scorta e compagnia sicura. Ditecel pur senza rispetto alcuno,
ch'essequirem tutta la vostra voglia. Ed ella: Signor mio, non dubitate, che pria ch'a questo dì s'asconda il sole vi farò noto ov'io mi viglia andare.
Alora il capitanio indi partissi pien di misericordia, ripensando di qual marito era la donna priva e qual mogliera Agrippa avea lasciata
senza sperar mai più di rivederla. Cillenia poi commise a i fidi eunuchi, Salvidio e gli altri dui ch'avea con lei, ch'andassero a notar qualche buon loco
da fare un bel sepulcro al lor signore, come avea detto il capitanio eccelso; poi mandò l'altre sue donzelle al fiume a tòrli un vaso pien di liquid'onda,
e la nutrice sua ritenne seco, e disse: Madre mia, quand'io sia morta ricopri Agrippa e me d'una sol vesta. La vecchia intenta al suon de le parole
non intese a che fin l'avesse dette; ma come vide lei prender la spada dal fianco del marito, e porla in terra col pomo, e volger la sua punta al petto,
piangendo corse incontro a le donzelle per farle venir tosto, et impedire con ella insieme quella acerba morte. Allor Cillenia suspirando disse:
Anima santa e di virtù supprema senza la qual non vuo' veder più luce ma voglio venir teco ovunque andrai; e le nostr'ossa mescolate insieme
forse fian poste in una istessa tomba. E detto questo, fece andar la punta di quella acuta spada entr'al suo petto sotto la poppa manca appresso il cuore,
e cadde poi sopra il marito estinto. In questo tempo corsen le donzelle, e come vider lei caduta e morta sopra l'acuta e sanguinosa spada
mandaron un cridor fin a le stelle, piangendo, urlando e lacerando i panni; e l'infelice vecchia si traeva i capelli di testa, e con i pugni
batteasi il petto e si graffiava il volto. In questo tempo ritornar gli eunuchi; e quando vider la lor donna estinta appresso il lor signor, trassen le spade
e se n'andaro a volontaria morte appoggiando i lor petti a le lor punte. Ma poi che 'l capitanio intese il caso, rimase stupefatto entr'al suo petto:
e fece por que' dui fedei consorti in una bella ed onorevol tomba e farli essequie sontüose e degne; né lasciò senza onore anco gli eunuchi,
ma fece sepelirli in un sepulcro e porvi i nomi loro e la lor fede. Dapoi nel cominciar di quella tregua l'eccelso capitanio de le genti
disse in tal forma al callido Narsete ed a Giovanni, che Vitellio ancora si solea nominar da tutto il stuolo: Poi che v'ha detto il correttor del mondo
che debbiate tornare entr'a Bisanzo, penso che sarà ben ch'andiate prima per la via d'Adria ch'è di là da Fermo, ove mandiamo il buon Vitellio nostro
con più di mille cavalieri armati a scorseggiare e depredare i Gotti. Però, finita questa nuova tregua, s'io non vi scrivo quinci altro dissegno
ponete a sacco tutte le lor terre, pigliando i lor fanciulli e le lor donne; e voi potrete poi starvi in Ancona e quindi navicar verso Durazzo:
perché Vitellio andrà con quella gente quanto più andar potrà presso a Ravenna, acciò che i Gotti sian constretti anch'essi guardare a diffensar la sedia loro.
Ben gli ricordo nel passare inanzi che non si lasci alcun presidio dietro che poi gli possa dar noia e disturbo. Così gli disse il capitanio eccelso;
poi la mattina nel spuntar de l'alba si pose con Vitellio in quel vïaggio. Da la parte de i Gotti, il fiero Argalto, spronato e persüaso da Burgenzo
che volea male estremo a Corsamonte, ritrovò Turrismondo, e poi gli disse: Turrismondo, tu sai quel che parlammo l'altr'ieri insieme de la nobil preda
che potrem far nel tempo de la tregua. La bella principessa di Tarento, quando partì da Napoli, sen venne a passi lenti al Garigliano e a Fondi
e quindi a Terracina ed a Priverno: che per la via non la trovò Giraldo, che dovea farla gir verso 'l Circeo; percioché preso fu da certi nostri
soldati, i quali inteso il suo camino lo dispogliaro e gli taglior la testa: e poscia andaron sconosciuti a Fondi, e quivi ritrovor la bella donna
la qual doman dee giungere a Marino, come affirmavan poi d'averlo inteso da certi suoi famigli a Terracina. Andiamo adunque a far sì ricca preda,
che la salute fia del nostro impero. Rispose Turrismondo: Andiam pur tosto, ch'io sarò pronto sempre al nostro bene. Poi, come giunse l'ombra de la notte,
si dipartiro insieme, e se n'andaro con cinquecento cavalieri armati; e fér tacitamente una imboscata tra Belletri e Marin presso a la strada:
ma come il dì seguente indi passaro Elpidia con Terpandro e la sua corte, questi subitamente gli assaliro e gli prenderon tutti, eccetto quattro;
l'un fu Terpandro, e l'altro il buon Favenzo, i quai vedendo presa la lor donna e non possendo darle alcuno aiuto, si posero a fuggir verso Belletri
e d'indi a Sermonetta ad a Priverno e poscia a la badia di Fossa Nuova, che cinquecento monachi pascea: e tolta scorta da l'antico abbate,
che disse lor dov'erano i baroni, andaro al monte ove abitò già Circe. La bella Elpidia, che si vide presa da quelli armati al tempo de la tregua,
ch'a lei fu nota in Fondi e Sermonetta, disse ad Argalto con sicura fronte: Signor, quel detto antiquo non è falso, che i giuramenti de i cattivi sono
scritti ne l'onde, e in marmo quei de i buoni. Così veggi' or che la promessa fede e la giurata tregua in tutto è spenta o cancellata dentr'a i vostri petti.
Ma fate pur di voi ciò che vi piace, che 'l fermo mio voler non sarà mosso: e se voi mi farete ingiuria alcuna me n'uscirò di vita, con speranza
che Corsamonte ne farà vendetta. Così parlò la donna, e quel barone a lei ripose umanamente, e disse: Non dubitate, no, gentil signora,
d'ingiuria alcuna: e pria che 'l sol tramonti vi conduremo avanti al re de' Gotti, che poi vi manderà dove gli piaccia: e serverà tutti gli accordi fatti
secondo il suo costume e la sua fede. E detto questo, punsero i cavalli, voltandosi a man dritta fuor di strada; né si fermaro mai, fin che non furo
nel gran steccato del feroce Argalto, ove smontaro a rinfrescarsi alquanto per condur poi la donna al re de' Gotti. A cui Burgenzo, come udì la presa
d'Elpidia, lieto e sorridendo corse e disse al re parlando in questa forma: Signore eccelso e di valore immenso, io vengo a voi con ottime novelle
che fian cagion de la vittoria vostra: Argalto e Turrismondo in questo giorno han presa Elpidia fin presso a Marino, e con lei son tornati entr'al lor vallo.
Quest'è la principessa di Tarento già promessa per moglie a Corsamonte, ch'è 'l miglior cavalier che porti lancia: onde spero per lei di darvi in brieve
o morto o preso quell'alto barone; tal che se questo fia, senz'alcun dubbio si potrà dir per voi la guerra vinta. Burgenzo appena avea narrato il caso
con gran piacer del re, che venne Argalto con la donzella presa, e così disse: Invitto mio signor, quest'è la donna ch'avemo presa Turrismondo ed io.
Ordinate di lei ciò che vi pare. Vitige alor si volse ad Unigasto e disse: Piglierete questa donna e menerete lei di là dal ponte
a Prima Porta, e quivi in quella rocca la guarderete con estrema cura: perch'ella esser poria la gloria nostra. Terpandro in questo tempo e 'l buon Favenzo
con la scorta del monaco arrivaro a gli onorati alberghi di Plutina: e ritrovaro Achille e Corsamonte, che passeggiavan soli entr'al cortile;
e Corsamonte, come volse gli occhi e vide i dui baron dolenti in vista, s'attristò tutto, e poi così gli disse: Che cosa c'è, Terpandro, e voi, Favenzo,
che venite a trovarci in questo loco?; ed ei, ch'erano già discesi a piedi e le destre a le destre avean congiunte, lagrimor prima, e poi Terpandro disse:
Signore illustre e di supprema forza, non so se voi sappiate ch'Ermodoro insieme con Carin venne a Tarento, ch'ivi mandollo Belisario il grande
per far ch'Elpidia si venisse a Roma, che volea darla a voi per sua consorte, sendo pentito del negar che fece quando per suo marito a lui vi chiese:
ond'ella, che venia per questo effetto con donne e cavalier de la sua corte, tra Belletri e Marin fummo assaliti da più di mille cavalieri armati
che pigliarono Elpidia e gli altri tutti e gli menaro verso il campo gotto; e noi, non gli possendo dare aiuto, se ne fuggimmo pria verso Belletri
e d'indi a l'abbadia di Fossa Nuova, u' tolta scorta da l'antico abbate siamo venuti qui sol per trovarvi e farvi nota la presura amara
di quella donna, e dimandarvi aiuto. Com'ebbe intesa Corsamonte altiero l'acerba prigionia de la sua donna, lagrimò per disdegno e per dolore,
poi disse verso l'onorato Achille: Fratel mio caro, l'empia mia durezza m'ha indotto in questo sì crudele affanno. Or voglio andare a liberar costei,
s'io vi dovesse ben lasciar la vita: ch'avendo posta in me la sua speranza non voglio mai ch'abbia sperato indarno. Andiamo adunque, e non perdiam più tempo.
Questo diss'egli, a cui rispose Achille: Fratello, il tuo dolor tanto mi pesa che non manco del mio m'offende il cuore; onde sarò parato a seguitarti,
se ben tu andassi infin a l'altro polo: ch'io vuo' per te patire ogni fatica, ché quel che s'affatica per l'amico mi par che s'affatichi per se stesso.
Ben io vorrei ch'avendo assai penato per trar il fel del corpo a questo vermo, che restassimo ancor quattr'altri giorni ch'ai venticinque mancano a gir fuori,
tempo prefisso a noi da quella nimfa per dar la morte al venenoso drago e torli il fele e risanar Plutina: questo vorrei che noi facessem pria,
ch'ella c'insegnerà da poi la strada più facile e più corta e più sicura, da torre Elpidia da le man de' Gotti che non sarà l'andar per forza d'arme.
Questo rispose Achille, e Corsamonte crollò la testa, e sospirando disse: Non stiamo ad aspettar di dar la luce a questa fada, e non perdiam quei giorni:
chi sa ciò che sarà fin a quel tempo? Andiamo pur ad aiutar la donna: ch'egli è un ricever beneficio, quando si può far beneficio ad un che 'l merti.
Partianci adunque senza dir più nulla a queste nimfe qui né a questa fada. Così diss'egli, e fece che i scudieri sellaro i lor cavalli e senza indugio
s'armaron tutti, e quindi si partiro; ma non sapeano poi trovar la porta ch'uscia fuor di quel monte, se la guida del monaco gentil non la mostrava:
e, mostrata che l'ebbe, indi partissi e lasciò i cavalier, che se n'andaro per la riva del mar fin a Nettuno, e d'indi ad Ostia, e poi di lungo a Roma.
Ben primamente in Roma erano intrati Ermodoro e Carin, che fur quegli altri dui cavalier de i quattro che fuggiro; e giunti avanti al capitanio eccelso
gli raccontor per ordine quell'onta che gli fu fatta da la gente gotta. Il capitanio alor com'ebbe intesa la rapina d'Elpidia in quella tregua,
si dolse molto, e senz'altra dimora fece chiamar la gente al suo consiglio: a cui sciolse la lingua in tai parole: Signori eletti a liberare il mondo
da l'aspra tirannia de gli empi Gotti che non osservan mai patti né fede: sapete pur la tregua che facemmo non sono ancor sei giorni a loro instanza;
or ce l'han rotta, e preso han ne la strada tra Belletri e Marin co i lor soldati la bella principessa di Tarento ch'i' avea mandata a dimandare a Roma
per darla a Corsamonte per mogliera: onde fia ben mandare un nostro araldo a dimandarla al re che ce la renda, e che ci mandi quei che l'hanno presa
per poterli punir di questa ingiuria com'è costume antico de i Romani. Così diss'egli,e subito mandossi Carterio a fare al re questa dimanda,
il quale aggiunto a Vitige gli disse: Signore eccelso, io so che voi sapete la tregua che fu fatta a vostra instanza, non sono ancor sei dì, per nove giorni:
ora i vostri l'han rotta, ed hanno presa la bella principessa di Tarento tra Belletri e Marin sopra la strada; però mi manda il capitanio nostro
a dimandar la donna e chi l'han presa, per poterli punir di tanta ingiuria. A cui rispose il re con tai parole: Quel che dimanda il capitanio vostro
è certamente fuor d'ogni ragione: Elpidia anticamente è nostra serva, né perch'ella si sia da noi fuggita è però divenuta cosa vostra,
anzi riman qual'era; e se l'abbiamo fatta tornarsi nel dominio antico, di giustizia e ragion vi dee restare, e volem che vi stia mentre che viva.
La tregua fu per sepelire i morti, e non per dare a voi le cose nostre: tornate adunque a dire al vostro duca che noi non gli abbiam fatto alcuna offesa.
L'araldo ritornò senza dimora, e riferì quella risposta ingiusta a gli onorati principi romani, che spiacque molto a tutto quanto il stuolo;
onde alor disse il buon conte d'Isaura: Signor, la tregua è rotta, e noi siam chiari del loro empio voler: però cerchiamo con qualche ripresaglia ristorarci.
Paulino mio figliuol, che noi mandammo, come sapete, in Ostia a custodirla mi fa saper che l'altra sera i Gotti lasciaron Porto senza alcuna guarda,
e se n'andaro a ritrovare Argalto per stare ivi con lui dentr'al suo vallo; e dice, se volete ch'ei vi vada, che acquisterallo in manco di quattr'ore,
ché tutta la città l'aspetta e priega. Sì sì, rispose ognun, questa fia buona cosa da ricovrar la donna nostra; onde espediro Emilio, e vel mandaro.
Come fu quivi, il giovinetto eletto mandò Paulino a la città di Porto, che l'occupò senza disturbo alcuno, ed egli in vece sua rimase in Ostia;
ma quando venne fuor la bella aurora che la luce del dì portava in fronte, Ciro, che insieme avea col forte Arasso la Porta d'Ostia o di San Paulo in guarda,
pria che l'aprisse uscì per la pianchetta con venti cavalieri, a discoprire se quivi intorno fussero i nimici; e caminando dal sinistro lato
e poi dal destro verso la marina, vide venir sei cavalieri armati: onde firmossi, e tutto si raccolse prestamente ne l'arme, ed aspettolli.
Ma come furo alquanto a lui propinqui, conobbe Corsamonte suo cugino: onde cavossi l'elmo ed abbracciollo, ed egli abbracciò lui con tanta festa
quanta si possan far persone umane. Poi toccata la mano a gli altri tutti si mise l'elmo, e se n'andaro insieme dentr'a la porta con letizia immensa,
e d'indi se n'andaro al gran palazzo ov'era Belisario entr'al consiglio con tutti quanti i principi romani: i quali estremamente s'allegraro
per la venuta di quei dui signori. E Corsamonte poi toccò la mano al capitanio prima, e d'indi a gli altri, che con gran tenerezza l'abbracciaro;
e molti avean le lagrime su gli occhi per l'allegrezza de la sua venuta; poi tutti quei che solean stare in casa da le ferite oppressi o d'altra cura
vennero per veder questi signori: e Corsamonte alor parlando disse: Illustre capitanio de le genti, ben conosch'io che saria stato il meglio,
non sol per noi, ma per l'Italia tutta, non esser nata la discordia nostra; ma poi ch'è morto quel che ne fu causa, del cui morir però molto mi duole,
ch'egli era un uom di smisurato ardire e di forza maggiore assai che senno: or ch'egli è morto, e quella donna è presa, per cui son stati questi acerbi mali,
depongo l'ira, e vengo a sottopormi al vostro eccellentissimo governo. Ma ben v'essorto, or che la tregua è rotta, di far uscir le schiere a la campagna
acciò ch'anch'io possa giostrar co i Gotti e mostrarli il valor de la mia lancia. Così diss'egli, e s'allegraron tutti de le modeste sue gentil parole;
poi levò in piedi Belisario il grande e cominciò parlare in questa forma: Io dirò, Corsamonte, quel che ho detto più volte a questi cari miei fratelli:
non si può mai fuggir quel che 'l Ciel vuole né per consiglio uman né per fatiche, ch'indi dipendon l'opre de i mortali. Il Ciel fu quello, il Ciel, che così volse
ch'io vi privasse di sì cara donna contra la buona mia primiera voglia: ch'alor certo pensai dentr'al mio petto di voler darvi Elpidia per mogliera,
e volea sol che s'induggiasse alquanto; ma non so come il Ciel privommi in tutto di quel fermo voler ch'avea nel cuore. Or poi che voi, non risguardando a questo,
vi siete ritornato a darci aiuto, anch'io voglio onorarvi, e darvi i doni che vi promesser già Traiano e Ciro; ma non v'incresca d'aspettare alquanto,
ch'io gli farò portare in questo luoco. A cui rispose Corsamonte ardito: Illustre capitan gloria del mondo, a voi starà il mandarmi i vostri doni
o 'l tenerli apo voi quanto vi piaccia, che sempre mi saran giocondi e cari. Or mi par tempo di trattar la guerra e gir contra i nimici a la campagna:
perch'io non veggio l'ora di provarmi con Turrismondo, e veder la sua forza; poi vorrò star fra i primi a la battaglia ed animar gli amici, e con furore
cacciare a sbaragliar tutti i nimici. Alor disse Traian queste parole: Barone illustre e di suppremo ardire, non si dee mai partire alcun dal giusto
perché 'l nimico suo gli faccia oltraggio contra giustizia, perché sempre è meglio che 'l torto sia dal canto del nimico. Dovendo adunque ancor durar la tregua
co i Gotti e tutto questo giorno e l'altro, sarà ben aspettar ch'ella finisca, e dopo quella andare a la battaglia. In questo mezzo attenderà ciascuno
a ristorar le lor persone e l'arme, per uscir poi più vigorosi al campo; e 'l capitanio eccelso de le genti farà portare i suoi promessi doni
perché noto vi sia quanto v'onora. Questo disse Traiano, a cui rispose l'eccelso capitanio de le genti: Molto m'aggrada il dir del buon Traiano:
restisi adunque, e vederansi i doni; poi tutti ne verrete a pransar meco per far più ferma e più gioconda pace. E detto questo, fece andar Fonteio
e Pomponio e Filippo ed Alessandro ed Armenio e Rutilio e Camerino col buon Traiano a tuor tutti quei doni; ed essi ritornaro in un momento
con molti servi lor carghi di robbe: e portar primamente venti pezzi di drappo d'oro e venti di velluto, venti di rasi e venti di damaschi,
ed una bella tavola d'argenti doppia di vasi, ed altretanti d'oro; e dopo questi dodici corsieri furon menati e sette belle ancelle
modeste e che san far tele e ricami; ed ogni cosa in mezzo a quel consiglio fu posta, ch'allegrò tutta la gente, da poi l'ardito Corsamonte disse:
O Re del ciel, tu dài molti disturbi a le mondane genti, acciò che ognuno del tuo sommo valor più si ricordi. Da te processe il sdegno che n'offese,
e da te nascerà forse il rimedio a questo grave mal ch'ora ci preme: ben quanto avanza il capitanio nostro d'ingegno e forza ogni persona umana,
tanto supera ognun ch'al mondo sia d'animo invitto e liberale e grande; ond'io gli resterò sempre obligato di sì bei doni e di sì grande onore
che fatto m'ha ne la presenza vostra. Così diss'egli, e quei donzelli accorti dièro i bei doni a i Tartari del duca che ratto gli portaro entr'a l'albergo.
Appena avean queste parole ditte, che giunse in Roma un messaggier de i Gotti: il qual venuto a Belisario avanti incomenciò parlare in questa forma:
Illustre capitanio de i Romani, l'eccelso re de i Gotti a voi mi manda, e si lamenta de la vostra gente che gli ha tolte le terre, onde vi chiede
che gli rendiate la città di Porto ch'hanno occupata al tempo de la tregua. A cui rispose Belisario il grande: Quel re sa ben ch'ei non gli han tolto nulla,
però che i cittadin di quella terra n'eran patroni, e questi gli han chiamati e data la città ne le lor mani. Ma voi ci avete ben rotta la tregua,
e tolta Elpidia nostra in su la strada accompagnata da le nostre genti, né l'avete renduta al nostro araldo che ve la dimandò per mie parole.
Or fate come il debitor maligno, che per non satisfar ciò che è tenuto dimanda al creditor senza vergogna cosa che in lei non ha ragione alcuna.
Tornate adunque a dire al signor vostro che renda Elpidia, e non dimandi Porto. Alora disse Rubicone araldo: Poi che le differenze de la tregua
si convengon chiarir con l'armi in mano, vi dico ancor come il feroce Argalto vi fa saper che s'egli è alcun de' vostri ch'ardisca di condursi a corpo a corpo
a combatter con lui, si metta in punto e venga al pian ch'è sotto san Lorenzo e porti tutte l'arme che gli piaccia: ch'ei parimente porterà quell'arme
ch'a lui fian grate per combatter seco; e non rifiuta alcun del vostro campo, da Corsamonte in fuor, che Turrismondo brama giostrar con lui quando ritorni.
Poi vuol che si combatta infin che l'uno doni col sangue la vittoria a l'altro: e vuol, s'ei vince che gli diate Porto e, se fia vinto, renderavvi Elpidia.
Come udì questo, l'onorato Achille si volse al capitanio, ed ei col cenno gli consentì di far quella risposta; onde poi disse a lui: Gentile araldo,
potrete riferire al vostro Argalto ch'Achille accetta di combatter seco sì per l'onor de i principi Romani come per vendicar l'ingiurie e l'onte
di Corsamonte e mie, perché deen sempre l'ingiurie de gli amici esser comuni. E questo non direi per Corsamonte, che faria me' di me le sue vendette,
s'io non lo riserbasse a Turrismondo: ma Turrismondo poi, come lo senta, vorrebbe forse esser di là dal Gange. Quanto a l'arme che dice, io son contento
venir con arme e senza a tal duello: per dimostrarli che i Romani ignudi lo vincerian tutto coperto d'arme. Del premio ch'aver debbia quel che vinca,
se 'l capitanio eccelso lo consente, m'accordo a voler far ciò che voi dite. Questo diss'egli, e Belisario il grande rispose prestamente: Io vel consento;
ma voglio ben che pria che si combatta ch'anco il re giuri di serbar tal patto, come farò ancor io presente ognuno. Tornate adunque, Rubicone, al vallo;
e riferite al re come dimane verrò col mio guerriero a la campagna; e quivi prima giurerem l'accordo, poi si combatterà fin ch'al Ciel piaccia
di donar la vittoria ad un di loro. E così detto, lasciò gir l'araldo.
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