Io vado per cantare ad Amarille, che le mie capre sopra il monte sono, e Titiro le pasce e le governa. Pasci, Titiro mio, le mie caprette,
e poi menale a bere a la fontana, e guarda ben che 'l capro non t'offenda, che suol cozar con le rugose corna. O graziosa mia bella Amarille,
perché non poni fuor de la spelonca la testa e chiami il tuo fedele amante? Certo in odio tu m'hai, certo ti paio barbato e simo; tu sarai cagione
che con le proprie man mi darò morte. ecco io ti porto diece belle poma, le quali ho tolte giù da quella pianta che tu mi comandasti; e poi dimane
io te ne recherò de l'altre anchora. Deh, guarda il mio dolore! Almen foss'io un'ape murmurante, ch'io verrei ne la cara spelonca, trappassando
l'hedera verde che la porta ingombra, e 'l filice, ove dormi e ti nascondi. Hor io conosco Amor, quant'egli è grave. Certo la madre sua tra dure selve
nutrillo, e dielli latte di leona. Ah, che 'l m'infiamma le midolle e gli ossi! O bel guardo gentile, o cuor di sasso, o Nympha, c'ha' le ciglia adorne e nere,
accetta il tuo capraro; a lui conciedi tanto de l'amor tuo, che 'l pigli un bascio; ch'un bascio anchor senz'altro è gran diletto. Tu mi farai straziar questa ghirlanda,
la qual ti serbo, et è contesta tutta d'apio, di persa e di vermiglie rose. O mia fiera ventura, ove m'hai posto? Perché non s'ode il suon di miei lamenti?
Io mi dispoglierò l'irsuta vesta, e getterommi in mar da quella riva donde Olpio piscator contempla i toni; e s'io morrò, so che n'harai diletto.
Ben m'avid'io, quando faccea la pruova se tu m'amavi, che la foglia mai del papavero mio non rese suono, ma sopra il pugno queta si disciolse.
Dissemi anchor l'antica Parabata, che col cribro indovina e mai non erra, spigolando l'altr'hier, che di buon cuore t'amo ben io, ma tu non m'ami punto.
Sappi ch'io tengo una capretta bianca che suol far sempre dui capretti al parto; questa ti serbo; e Ritaca, la bruna figlia d'Amermo, spesso me la chiede
con molti prieghi, et alla fine haralla, che tu sei troppo dilicata e schiva. L'occhio destro mi salta; io credo certo che tosto la vedrò; però starommi
appoggiato a quel pin cantando a l'ombra; e forse quivi guarderammi, ch'ella non ha di ferro o di diamante il cuore. Quando la bella virginetta volse
Hippomene gentil pigliar per moglie, con certi pomi in man si diede al corso; ma come furon d'Atalanta scorti, ratto s'accese di profondo amore.
Quando Melampo hebbe condotto in Pylo i buoi d'Iphiclo, il suo fratel Biante godeo l'amata e graziosa donna, madre de la prudente Alphesibea.
Pascendo, poi, ne' monti il vago Adone le pecorelle sue, d'ardente amore accese sì la bella Citherea, che benché morto sia, non l'abbandona.
I' tengo anchor beato Endimione, che dormì per amor sì lungo sonno, beato Iasion, che tanto fece, quanto non deve udir gente profana.
Duolmi la testa, e tu di ciò non curi. Io non canterò più, ma gitterommi disteso in terra, e darò pasto a i lupi: ch'a te sarà come soave mele.
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