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1478–1550

69

Gian Giorgio Trissino

Amor, dapoi che tu non mi consenti ch'io dica il nodo onde tu m'hai legato, non vò tacere il mio felice stato. Bench'ei di tal diletto il cuor m'ingombra,

che, perch'io non sogliesse mai la lingua, si leggeria ne la mia lieta fronte, pur la mente disia che si distingua il dolce ben che hebb'io ne la grand'ombra,

mentre 'l Sol posa sotto l'Oriçonte; o s'io faccesse le belleze conte, per cui tanto diletto al cuor m'è nato, sarei tenuto un Dio, non che beato,

La più leggiadra e la più bella Donna che mai vedesse in alcun tempo il Sole, assai più cara a me de la mia vita, come a chi de l'altrui dolor le duole,

alhor che quasi ogni animale assonna, a sé chiamommi, e 'n vista sbigottita, disse: — La rara tua fede m'invita a farti un don, che forse ti fia grato,

se tanto l'hai, come tu mostri, amato. Il don ch'io ti vò fare è ch'io ti dono me stessa, il cui valor benché sia poco, prendil, perch'io non ho cosa maggiore.

E in questo, o in altro più felice luoco, ov'io mi truovi, hor che tua serva sono, disponerai di me come Signore —. Alhor mi nacque una dolceza al cuore,

ch'io non potea parlar né trarre il fiato, pensando a l'alto ben che m'era dato. Pur io dissi a la fin: — Madonna, Iddio pienamente per me grazie vi renda

di questa nuova mia divina alteza. Amor mi stringe che tal dono io prenda, se ben è troppo, e a voi mi doni anch'io: dono inequale a don di tal grandeza —.

E detto questo, con maggior dolceza d'uno in altro piacere sì fui guidato, che 'l Sol quasi era in Oriente intrato.

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69 · Gian Giorgio Trissino · Poetry Cove