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1478–1550

59

Gian Giorgio Trissino

Gentil Signora, i' voglio per consiglio d'Amor poner in carte la vostr'alma beltà, che 'l mondo honora, E se l'ingegno e l'arte

così sapesser, com'io la raccoglio dentr'al mio petto dimostrarla fuora, io crederei che le mie Rime anchora fra perle e rose in bocca de le Nymphe

si dovesseno udir mill'anni e mille; ma voi, Donne gentil, che le tranquille, chiare, soavi e dilicate lymphe del fonte di Parnaso in guardia havete,

date a la mia gran sete qualche poco liquore, acciò che in tutto non sia diverso a la speranza il frutto. So che tropp'alto aspiro

a voler celebrar quella beltate, che stancherebbe il vostro antico padre, ma s'a la volontate mancheran forze, almen fia bel ch'i' admiro

e lodo cose al mondo alte e leggiadre. Felice petto e fortunata madre, la qual nutrì quest'honorato Sole, che l'altro di lasù vince d'assai!

Non fu nel mondo, né sarà più mai simil belleza, che né con parole, né con arte ad alcun si può mostrare, ma chi potrà firmare

per poco spazio la sua vista in ella, dirà che non fu mai cosa sì bella. Non è, non è mortale la grazia e la beltà che 'n lei raccolse

quella virtù del Ciel che la produsse. Oro mai non si tolse d'alcuna vena a le sue chiome equale, né credo mai che così nero fusse

guajaco che da l'India si condusse, nuovo rimedio a l'insanabil piaghe, come le belle ciglia; e sì lucenti non sono in Ciel seren due stelle ardenti,

come son di costei le luci vaghe; né gigli o neve han bianco sì perfetto com'ella ha 'l viso e 'l petto, in cui qualche rosseza vi si posa,

che pare in latte una vermiglia rosa. Un ordine di perle, che si ritruovi star fra dui corali, sono i bei denti e la purpurea bocca;

e nel sorrider tali queste cose divengon, ch'a vederle smisurato piacere in noi trabocca. Ah, che de le mille una non si tocca,

per me, di sue belleze alme e divine! O chiarissimo Sol de l'età nostra, quanto transcende la belleza vostra l'altre belleze eterne e pellegrine!

Quanta grazia del Cielo in voi si spande! E l'esser dritta e grande, gli humeri larghi, e quello andar celeste di quanta gloria e maiestà vi veste!

Ma tutto 'l resto è nulla, ad udir le parole honeste e belle, e contemplar gli angelici costumi; e sentir che di quelle

ogni affannata mente si trastulla, e 'l mondo di dolceza si consumi. E come suol con gli honorati lumi far un dolce sereno ovunque i' gira,

così con le soavi parolette acqueta ogni dolore, e l'imperfette menti ristaura, et a ben far le inspira; ma quando le sue labbra al canto muove,

tanta dolceza piove dal Ciel, che l'aere si rallegra, e 'l vento a sì dolce harmonia s'afferma intento. La dilicata mano

dimostra anchor ne l'opre di Minerva quanto sia raro il suo leggiadro ingegno. Né solitaria cerva fugge il comercio human tanto lontano

quanto a lei non s'accosta ira né sdegno. O Donna scesa dal celeste Regno per far fede tra noi del Paradiso, molto m'incresce che 'l mio dir non giunga

a i vostri merti, anzi da lor s'allunga, che men si vede il Sol, quanto più fiso si guarda in lui. Ma numerar le arene, o le stelle serene

prima potrebbe alcun, che dir l'immense grazie che 'l Cielo in voi par che dispense. Qual ape mattutina vola di fiore in fior per la dolceza

che nel suo nuovo mel poner disia, tal per ogni belleza, per ogni grazia de la mia divina Donna, sen vola ogn'hor la mente mia;

ma tanto ivi s'invesca, che s'oblia di se stessa, e di dir ciò ch'ella nota; et io che a quel che dice non arrivo con l'intelletto, assai manco il discrivo;

onde l'opra riman confusa e vota. Però ponerò freno al mio disire. E quel ch'io resto a dire di quest'alma gentil, dirallo il mondo,

che de la sua beltà si fa giocondo.

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