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1478–1550

55

Gian Giorgio Trissino

Donna gentil, che dal consiglio eterno fosti mandata qui tra noi, per darne tutto quel ben che può dal Ciel venire, a te rivolgo il mio parlare interno,

perché la voce, ne l'humana carne legata, non può gir dietro al desire; e benché Amore et ei mi sforze a dire con parole interrotte il mio dolore,

non le ascoltar, ma guarda entr'al mio cuore, ove suona un parlar che non si scuopre; ivi udirai lodar le tue bell'opre, e l'alte grazie a te date dal Cielo;

et udirai come il corporeo velo m'intrica sì ch'i' ho buon camin perduto, né 'l posso ritrovar senza 'l tu' aiuto. Donna gentil, che di virtù divina,

d'inaudita belleza il mondo adorni, rivolta gli occhi al mio doglioso stato, mira il tuo servo in che sentier camina labile e torto; drizalo, che 'l torni

a quel primo camin che havea lasciato. Vedi ch'a te si volge, et ha firmato nel viso tuo tutta la sua speranza; e quell'altro suo viver che gli avanza,

spera che anchor per te faccia alcun frutto. Ben si conosce al mondo esser produtto sol per servirti, onde a te sola è volto; allumalo coi raggi del bel volto,

sì che sicur sotto 'l terrestre pondo trappasse la caligine del mondo. Donna gentil, de l'altre donne Donna, di costumi reali alto ricetto,

che aguagli e vinci di chiareza il Sole, tu sei l'appoggio saldo e la colonna d'ogni casto pensier, d'ogni diletto, d'ogni ben, che nel mondo haver si suole;

chi ascolta l'honorate tue parole e nota il grave sentimento loro, s' empie d'un tal piacer, che ogni thesoro giudica vile al parangon di quelle.

Cosa alcuna non è sotto le stelle, né sopra forse, al tuo saper celata, ch'una parte di te sempre è beata, perch'è simile a Dio, da cui dipende,

e l'altra anchora a quel camino intende. Donna gentil, quelle tue luci sante giri con sì mirabil maestade che humana vista in lor non può firmarse.

Ogni basso pensier le fugge inante: beato è quel che ver la tua beltade rivolse gli occhi, e più colui che n'arse. Né giamai vento alcun sì tosto sparse

humida nebbia, come i dui begli occhi fanno sparire i desiderii sciocchi, ovunque il raggio di sua luce aggiunge. Tanto infelice è l'huom quanto è più lunge

da la tua vista. Et io ch'era vicino, misero. qual mia colpa o qual distino m'ha dilungato, ohimè, sì lungo spazio? Di che non sarò mai di pianger sazio.

Donna gentil, quanto dolor m'ingombra, quando meco medesmo mi ramento che mai volgesse gli occhi in altra parte; s'io mi vivea sotto la tua dolce ombra

da' miei prim'anni, harei forse il contento che d'ogni humana cura ne diparte; tanto diletto ha l'huom nel contemplarte, che ogni altra cosa e se medesmo oblia.

Tornami, Donna, a la smarrita via, habbi pietà di me, che in questo corpo sotto 'l più ardente Sole aggiaccio e torpo; non ti celar più tempo a gli occhi miei,

che s'io ti veggio un dì quant'io vorrei, cosa non fia che poi di te mi privi, fin ch'io sarò nel numero de i vivi. Donna gentil, con le ginocchia chine,

con le man giunte a te porgo i miei prieghi, come a colei che sola può bearmi. Ben veggio a me vicin l'ultimo fine, che non so che par che m'offuschi e leghi,

e meni a morte, ch'io non posso aitarmi. Ne gli occhi tuoi veggio riposte l'armi da far contra di questo ogni difesa; muovile, adunque, se d'un huom ti pesa

ch'ingiustamente sia condotto a morte; mostra, Donna gentil, quanto sei forte, come usi, quando vuoi, l'amaro e l'acro; che se per te risurgo, io ti consacro

la lingua e 'l stile e l'animo e l'ingegno, né mai mi partirò fuor del tuo regno.

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