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1478–1550

45

Gian Giorgio Trissino

L'alta speranza, che mandaste al cuore coi be' vostr'occhi, e quei pensier soavi, che in me poneste con le man d'Amore, tutti gli affanni miei parer men gravi

mi fero un tempo, sì soavemente seppero del mio cuor volger le chiavi. Hor ch'io non veggio in voi più quell'ardente disio d'ogni mio ben, ch'io vidi aperto

mentre che haveste a me volta la mente, tutto quel ch'i' haggio mai per voi sofferto, vò rimembrando, et honne doppio affanno, visto a tanto servir sì duro merto.

Come talhor a l'invecchir de l'anno cadeno a l'arboscel tutte le fronde, che dal vento percosse a terra vanno, o come a nave in meço le salse onde,

ch'è combattuta dal furor de' venti, caden le vele pria ch'ella s'affonde, così i miei beni, i miei desiri ardenti, le mie dolci speranze, i miei pensieri

sono caduti e poco men che spenti. Deh, perché son sì nubilosi e fieri quei lumi che mi fur tanto sereni? Perché son fatti oltra misura altieri?

Forse perché fortuna e 'l ciel mi meni per viva forza a disperata morte e chiuda gli occhi miei di pianger pieni? ogniun si specchi in la mia dura sorte,

né creda a finte lacrime e sospiri, né a sguardi lieti e parolette accorte; che quando haver pietà de' suoi martiri più crederà, la troverà più chiusa,

e fatta ribellante a' suoi desiri. Mentre la fiamma mia fu sì rinchiusa, che a' bei vostr'occhi soli era palese, fu la vostra pietà quasi dischiusa,

che tanto ardor sopra l'ardor m'accese, ch'io non so come vissi, e ogn'hor crescea, vedendovi sì bella e sì cortese. Ma, lasso, quando fermo esser credea,

si levò un vento subito, che svelse da le radici tutto il ben ch'i' havea. Di che quanto 'l cuor pianse, che vi scelse per la più rara mai ch'al mondo fosse,

dical chi spera ne le cose excelse. Pur quel dolor, che per le carne e l'osse sparso, m'havea di gran stupore oppresso, dopo non molto tempo mi riscosse,

e ritornato in me, dissi a me stesso: — Conosci homai che la tua Donna ha tolto a te il suo cuore e in altro amor l'ha messo. Vedi come ti cela il suo bel volto.

Vedi che più non cura del tuo bene. Vedi ogni suo pensier da te disciolto —. D'onde s'accrescon tanto le mie pene adhor adhor, che converrà ch'io mora,

ch'altro non mi può tuor queste catene. Bench'io spero di ciò vedervi anchora, Donna, pentire, e forse sospirando meglio disposta lacrimar talhora.

Et a la vostra etate risguardando a l'altrui torto e a la mia ferma fede, gir Fortuna et Amor spesso biasmando. Poi meritata al fin de la mercede,

che date a me, vedrete come inganna se stessa, chi ingannare altrui si crede; né si può lamentar se non condanna se del medesmo errore, e del suo fallo

e de l'altrui in un tempo s'affanna. Almen potess'io far sì duro il callo al mio dolor, ch'io mi restasse in vita tanto ch'io vi trovasse in questo ballo;

che, com'alma che a Dio si rimarita, lieta se n'usciria di carcer tetro la mia, vedendo voi così pentita; ma perché il viver nostro è, come un vetro,

frale, e più assai s'egli è dintorno leso, non vi sarò, che già la morte ho dietro. Onde sopporterete il vostro peso senza pigliar di me tema o vergogna;

ben forse vi dorrà d'havermi offeso. E come quel che ha perso e indarno agogna ciò che ha perduto, e pur col pensier quivi ritorna spesso, e fa come huom che sogna,

così non mi trovando esser tra vivi, forse alhor loderete il mio servire, e biasmerete chi di lui vi privi; e ricercando hor quinci col desire,

hor quindi ristorarlo, e non possendo, vi dolerete assai del mio morire. Ma che più indarno homai parole spendo? Che s'io v'ho speso il tempo di tant'anni

senza far nulla, ove la speme intendo? Util saria, perch'altri non v'inganni; ma voi non dando fede a le parole, convien che 'l dolor vostro vi disganni;

il che farrassi col girar del Sole.

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