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1478–1550

26

Gian Giorgio Trissino

Salubre fonte, e tu, rinchiusa valle, cinta di boschi e di fioriti colli, non molto lunge dal bel fiume d'Arno, quanto diviso, ohimè, da la mia Donna

mi ritenete, onde per campi e selve la chiamo sempre, et in sospiri e in rime. E s'io sperasse pur che le mie rime s'alzasser sì che fuor di questa valle

potesser gire in quelle care selve fra il bel Benaco e gli Appennini colli, u' si posa talhor la bella Donna, che mi fa men gradir la riva d'Arno,

tante ne scriverei, che Serchio et Arno s'allegrerian de le mie nuove rime, e forse alcun pensier di quella Donna trarrian per forza in quest'amena valle,

per lo qual se vedrian ridere i colli, e gli animai far festa per le selve. Ma, lasso, i' vò per le più folte selve contando i dì, dopo ch'io giunsi ad Arno;

né spero che a passar tant'alti colli possin levarsi mai sì grevi rime; e però poche e da restare in valle ne canto, e non da gir dinanzi a Donna.

Ver'è che 'l mio pensier, leggiadra Donna, spesso figura ne le ombrose selve sì fiso, ch'io mi credo in qualche valle trovarmi seco, e poi, come onda in Arno

l'altr'onda caccia, così quel le rime, che l'han chiamata indarno per li colli. Deh, come fora meglio in aspri colli viver lontano a quella dura Donna,

che giamai non pregiò pianto né rime, e non è fiera più ritrosa in selve di lei, né pesce alcun più sordo in Arno; e pur meco la bramo in poggio e in valle.

E nel pensar di lei le valle e i colli mi scordo, et Arno insieme e ogni altra Donna, né veggio selve, né conosco rime.

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