Il candor luminoso de l'alma stirpe, che di rai celesti a le muse vestìo gli alti natali onde s'odon chiamar figlie di Giove,
di Giove il re degli uomini e de' dèi, e là sovra le stelle si salutan sorelle e da Perseo e da Bacco
e da' Bellorofonti e dagli Alcidi; tal fresca origin diva destò ne' lor ben generosi petti pensier tutti magnanimi e sublimi,
schivi di laude ornar virtù volgari, ma celebrar sol opre e chiare e grandi con tai divine imagini e sì vaste che imitarle dispera umano stile.
Perché applicâro ogni alto studio e cura d'intesser i bei lor lavori eterni, di sé formando ampia immortal corona, cui fa splendido centro il dio del lume
che a le cose mortai numera gli anni e de' spirti immortali eterna i nomi, al suon di quella lira, che dolce accorda in melodia celeste
i vari error de le rotanti sfere, ed in bell'armonia quant'eran prima dissonanti e fèri, tanto poi mansueti e ben concordi
fe' risonar gli uman costumi in terra. Quindi gli eterni lumi, ove la terra è ricoverta d'ombre, or senza nome allumerien l'Olimpo:
anzi l'istesso Febo sconosciuto or roteria la sua gran lampa al mondo; Febo, che 'n forza da le sagge muse ai dèi dispensa e lume e vita in cielo.
Ond'infra l'alta sfera, che pigra corre il mietitor degli anni, sol pel rispetto e per pietà di figlio ha posto il suo regal inclito seggio,
pien d'apollinea luce, il sommo Giove per lunghi spazi sopra agli altri dèi; perché primo insegnò temer gli dèi a' fèri empi giganti,
a' quai le prime sue divine leggi col fulmin scrisse e l'intimò col tuono. Sotto lui Marte gira, che ne le crude guerre e sanguinose,
dentro zuffe, terror, stragi e spaventi, la rabbia regge e 'l rio furor de l'armi. E presso al truce poi Vener fiameggia con sua ridente alma serena luce,
che, co' suoi vaghi vezzi, atti leggiadri, piegonne a gentilezze il ferreo mondo. Mercurio tutto indi di sol vestito, celeste araldo, dètta a' vincitori
di terminar da uomini le guerre e conservar con giuste leggi i vinti. La più pressa di tutti a noi Diana gira tra l'ombre tacita e secreta,
che con schive e sdegnose sue maniere ritrose ella pur ne destò l'amor umano, ch'attese a celebrar cittadi e regni,
restando a solitudini diserte i Pani ignudi e i satiri sfacciati. E nel sommo del cielo eterno tempio, ch'erge le vòlte d'immortal zaffiro,
queste pittrici dive con terren'ombre e co' celesti lumi dipinsero i primier famosi eroi, che del cammin del sole oltra i confini
portâro con le lor grand'opre eccelse su l'ali della gloria il greco nome. Anzi sovra il sublime Campidoglio del mondo,
di cui son spettatori uomini e dèi, per mano de le muse le insegne de le lor stupende imprese in eterni trofei veggiam sospese.
Là del leon la spoglia, che la selva nemea distrusse ed arse, tuttavia, quando la s'indossa il sole, secca i torrenti e le campagne asseta.
E colà dove pende de la Gorgone il teschio: col terribile aspetto e spaventoso tuttavia sembra d'impetrar le stelle,
quas'indi per stupor sieno in ciel fisse. E là dove la nave, che traggittò di Ponto a' greci lidi il vello d'òr, ch'a la feroce amante
costò gran scelleragini e vergogna, verso l'eternità lenta veleggia. Poiché gli eroi famosi e i lor trofei con corso egual al sole
camminan stanchi una sì lunga via, ch'oltra il cui fin non più cammina il tempo. Da sì sublime stato, che 'n lavori celesti entro le stelle
spaziavan le lor menti divine, sceser quaggiù le sante suore in terra; non già per consecrare ampie virtudi che conferîro de' gran beni al mondo,
ma più per condennar robusti vizi che strepito facean di gloria e vanto. Ed Omero, di tutti altri poeti per merto e per età principe e padre,
cantò con chiara alta sonora tromba i violati ospizi dal troiano, quando armâr d'ira il risentito Achille e di frodi infiammâr le faci greche,
ond'in cener cadeo Ilio distrutto; e quanto mai senno e valor fermâro al ben accorto e tollerante Ulisse gli error del mar irato, e più del mare
le Calipsi, le Circi e le sirene, per punire in un dì ben mille offese fatte al suo onor da' dissoluti proci, ghiotti, infingardi, giucatori e vani
assediator de la pudica moglie. Però le caste dèe, pudiche e sante, ravvolgendo in sozzure i puri spirti, indebolîro il generoso e maschio
ingegno che sortîr dal padre Giove. E con mostrose maschere caprine salîr su i plaustri; e quelle che mai sempre bevute avean le sacre linfe e pure,
quali salian dal limpido Ippocrene, di vin bagnate con ridevol motti notâr di vizi i re, gli eroi, gli dèi. Indi osâr comparire in su le scene
ed esporre i conviti empi e nefandi di fatti in brani pargoletti figli, pòrti in vivande agl'infelici padri; talché, per non veder le infami mense,
ritorse indietro il suo cammino il Sole. Da tai scelleratezze atre esecrande, benché per detestarle e farne orrore, a le vergini dive
pur profanati indi i pietosi petti, degenerâro alfine in reo costume; e, burle atroci a la virtute ordendo, a' santissimi Socrati tramâro
le sempre piante ed onorate morti. Così quelle che prima per felice natura eran portate cantar sole virtù divine e grandi,
col volger tempo e col cangiar costume fûro per legge teatral costrette sotto finte persone e con civili motti ed innocenti
de la vita insegnar privati ufizi. E quella lira alfine, ond'Apollo tessé inni agli dèi, che recatasi in seno il forte Achille
cantava i fatti di più grandi eroi, si diede a celebrare in Ismo ed in Elea il lottatore vincitor del giuoco,
o con l'ardenti rote chi del volante cocchio schivò la meta e non v'infranse l'asse; e tali innalzò al ciel entro gli dèi.
Ciò soltanto restava (e pur avvenne) che le caste donzelle, fatte d'Amor ancelle, tributasser cantando
a bellezza mortale onor divini, e loro rassembrasse a' numi eguale chi di Lesbia contempli il divin volto, che d'ogni qualità mortal disciolto,
per lui n'abbia anco a vil scettro regale le lor alte, immortali opre d'ingegno. Perché si divolgâro le loro alte immortali opre d'ingegno,
né in Pindo né in Parnaso ebber più templi e regni e propie terre, ma profane e private andâro da per tutto egre e raminghe
l'alte figlie di Giove, e ne le regie corti, a caldi prieghi di ben vista pace util vie più di gloriosa guerra,
radi e brievi ricovri elle trovâro; il perché ne saran chiari mai sempre e gli Augusti e gli Alfonsi ed i Leoni, e i prenzi ne vivran tutte l'etadi,
e Roveri ed Estensi e Medicèi. Or se le somme laudi, onde si ornâro a prischi tempi giusti i sommi numi, le magnanime donne e i forti eroi,
or son maniere di laudar volgari, quai maschere talor senza subbietto di Diane, di Veneri e di Alcidi; che pur di voi mi resta dir, gran donna,
TORRE d'alta onestà, d'alto savere, cui modestia cortese orna i costumi, cui gravità gentil gli atti compone, cui dottrina e pietà veste i pensieri
e forma il favellar leggiadro e saggio? Che 'n questa età di raffinati gusti, o gran Marina, voi ne rassembrate sabina donna in attiche maniere.
Queste son vostre laudi e propie e vere.
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