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1668–1744

V

Giambattista Vico

Io, de le nozze riverito nume, che le genti chiamâro alma Giunone, che, perché sotto il mio soave giogo or due ben generose alme congiunga,

gentili cavalieri e chiare donne, co' prieghi umili di potenti carmi invocata, qua giù tra voi discendo; e perché sotto il mio soave giogo

due alme al mondo sole or io congiunga, menovi meco in compagnia gli dèi, che 'nalzò sovra il ciel l'etade oscura, con Giove mio consorte e lor sovrano.

Come? ben si convenne al secol d'oro con semplici pastori e rozze ninfe in terra conversare i sommi dèi, e, 'n questo culto di civil costume

ed in tanto splendor d'alma cittade, almeno per ischerzo, almen per gioco vedersi in terra i dèi or non conviene? Questa augusta magione

e d'oro e d'ostro riccamente ornata, ove 'n copia le gemme, in copia i lumi vibran sì vivi rai qual le più alte e le più chiare stelle

di cui s'ingemman le celesti logge, s'albergare qua giù vogliono i dèi, ov'alberghin i dèi non sembra degna? e quell'argentee ed ampie mense, dove

l'arte emulando il nostro alto potere, l'indiche canne e i favi d'Ibla e Imetto presse di eletti cibi in mille varie delicate forme,

le quali soavemente si dileguan sui morsi, si dileguan tra i sorsi, non somiglian le nostre eterne, dove

bevesi ambrosia e nettare si mangia, che quali noi vogliam dànno i sapori? Tutto a questo simìl, dolce concento di voci, canne e lire

risuonan di Parnaso le pendici e le valli, quando cantan le muse e loro in mezzo tu tratti l'aurea cetra, o biondo Apollo.

Ma questi regi sposi, de' rari don del cielo quant'altri mai ben largamente ornati, di tai mortali onori

di gran lunga maggiori degni pur son d'un nostro dono eterno; onde adorniamo in essi i nostri stessi eterni don del cielo.

I terreni regnanti, che stanno d'ogni umana altezza in cima, stiman sovente di salir più in suso scendendo ad onorare i lor soggetti;

e i terreni regnanti son pur essi soggetti a' sommi numi, e, perché sol soggetti a' sommi numi, han stabilito i sommi regni in terra.

Perché lo stesso a noi lecer non debbe? che, perché onnipotenti, credettero le genti poter pur ciò ch'è 'n sua ragion vietato,

e fûr da noi sofferte che credessero il tutto a noi permesso, purché credesser noi potere 'l tutto e sì le sciolte fiere genti prime

apprendesser, temendo, dal divino potere ogni umano dovere. Del garzon dunque valoroso e saggio

che coll'alte virtudi veracemente serba il nome antico, che d'IMMORTALITÀ risuona AMANTE, e de l'alta donzella,

di cui sovra uman corso vien dal bel corpo la virtù più bella, ond'è a la terra e al ciel cotanto CARA che fatto ha sua natura il nobil nome,

omai l'inclite nozze festeggiamo danzando, o sommi dèi; e chi a menar la danza ha ben ragione, l'auspice de le nozze ella è Giunone.

Esci dunque in danza, o Giove, ma non già da Giove massimo, di chi appena noi celesti sostener possiam col guardo

il tuo gran sembiante augusto; esci sì da Giove ottimo, con quel tuo volto ridente, onde il cielo rassereni

e rallegri l'ampia terra, e dovunque sì rimiri, fondi regni, inalzi imperi, tal che 'l tuo guardo benigno

egli è l'essere del mondo. Deponi il fulmine grave e terribile anche a' più forti,

non che lo possano veder da presso queste che miri, queste che ammiri

tenere donne tanto gentili e delicate. Ti siegua l'aquila,

pur fida interprete de la tua lingua, con cui propizio favelli agli uomini

e loro avvisi palme e grandezze. Anzi voglio, e non m'è grave (ché gelosa io qua non venni),

che tu prenda quel sembiante d'acceso amante non di sterili sorelle, ma di quelle

chiare donne che di te diêro gli eroi; e 'n sì amabile sembianza esci pur meco, o sovran Giove, in danza.

Il mio gran sposo e germano non già in terra qui da voi, caste donne, i chiari eroi unqua adultero furò.

Suo voler sommo e sovrano, che spiegò con gli alti auspìci, tra gli affetti miei pudici ei dal ciel gli eroi formò.

Porgi or l'una or l'altra mano a chi finse la gelosa, e d'eroi tal generosa coppia ben fia quanto da noi si può.

E tu vaga, gentil, vezzosa dea, alma bellezza de' civili offici, che son le Grazie che ti stan da presso, e poscia i dotti 'ngegni t'appellâro

de le sensibil forme alma natura, e una mente divina al fin t'intese de l'intera bellezza eterna idea; per Stige, non istar punto crucciosa

perché tu qui non empi il casto uficio, qual ti descrisse pure a nozze grandi un'impudica più che dotta penna, ché 'l mio (qual dee tra noi, pur regni il vero)

è sopra 'l tuo vie più solenne e giusto, poiché tu sembri (e sia lecito dirlo) ch'a letti maritai solo presiedi le licenze amorose a far oneste;

se de le proli poi nulla ti curi, ma ben le proli io poi, Lucina, accoglio, Quest'or mio dritto fia, qual fu tuo dritto ne la gran contesa

dal regale pastor come più bella di riportarne il pomo: or più non dico; ché, quando del mio uficio si ragiona, allor parlar non lice

d'altro che di concordia, amore e pace, talché mi cadde già da l'alta mente il riposto giudizio; anzi unirò co' tuoi

tutti gli sforzi miei pel tuo sangue troiano, e l'imperio romano per confin l'oceàno abbia e le stelle.

Ti cingano or le Grazie; ti scherzino, ti volino

d'intorno mille Amori, e a le tue dive bellezze dà' le forme più leggiadre di sorrisi, guardi, moti,

atti, cenni e portamenti, qualor suoli quando Giove vuolsi prendere piacere di mirar la tua bellezza.

In tai guise elette e rare esci, Venere, omai meco a danzare. Da questa dea prendete idea,

o sposi chiari, o sposi cari; ché della vostra in questa chiostra

più bella prole non veda il sole; e a te di padre, a te di madre

figli vezzosi rendano i nomi più che mèl gustosi. E tu, gran dio del lume, che nel cielo distingui al mondo l'ore,

e qua giù in terra sopra il sacro monte presso il castalio fonte, valor spirando al tuo virgineo coro, fa' i nomi de' mortai chiari ed eterni;

memore io vivo pure che, 'n buona parte a te debbo io le nozze, sì che 'n gran parte a te debbo il mio regno, che 'n quella senza leggi e senza lingue

prima infanzia del mondo, la téma, l'ira, il rio dolor, la gioia con la lor violenza insegnarono all'uom le prime note

di téma, d'ira, di dolor, di gioia, qual pur or suole appunto, da tali affetti tòcco gravemente, il vulgo, qual fanciul, segnar cantando,

indi le prime cose che destassero più lor tarde menti, o le più necessarie agli usi umani, quai barbari fanciulli,

notâro con parole di quante mai poi fûr più corte ed aspre; ed in quella primiera e scarsa e rada e, perché scarsa, rada lor favella,

eran le lingue dure, non mobili e pieghevoli, com'ora in questa tanta copia di parlari, a' quali 'n mezzo or crescono i fanciulli,

a proferir da émpito portati, e a proferir da l'émpito impediti, qual fanno i blesi, prorompean nel canto; e, perch'eran le voci

corte, quai fûr le note poi del canto, mandavan fuori per natura versi; né avendo l'uso ancor di ragion pura, i veementi affetti

soli potean destar le menti pigre, onde credean che 'n lor pensasse il core. Ed in quella che puoi dir fanciullezza de l'umanitade

soli i sensi regnando e, perché soli, ad imprimer robusti ne l'umano pensiero le imagini qual mai più vive e grandi,

e da la povertà de le parole nata necessità farne trasporti, nata necessità farne raggiri, o mancando i raggiri e gli trasporti,

da evidenti cagioni o effetti insigni o dalle loro più cospicue parti o d'altre cose più ovvie ed usate, co' paragoni o simiglianze illustri

o co' vividi aggiunti o molto noti, s'ingegnâro a mostrar le cose istesse con note propie de le lor nature, che i caratteri fûr de' primi eroi,

ch'eran veri poeti per natura che lor formò poetica la mente, e si formò poetica la lingua; ond'essi ritrovâr certe favelle,

che voglion dire favole minute dettate in canto con misure incerte, ed i veri parlari o lingue vere gli uomin dianzi divisi unîro in genti

e le genti divise unîro a Giove, ond'è il mio sommo Giove eguale a tutti; e tal fu detto favellare eterno degli uomini, de' dèi, de la natura,

onde nefandi son, né mai pòn dirsi ch'era in lor favellar, non mai pòn farsi le madri mogli ed i figliuoi mariti. E sì la forza de' bisogni umani

e la necessità scovrirgli altrui e la gran povertà de le parole e la virtù del ver comune a tutti, che mostrò l'utiltade a tutti uguale,

destâro unite il tuo divin furore, di che pieni que' primi eroi poeti, de' quai fêro tra lor le greche genti famosi personaggi o comun nomi

celebri, Orfeo e Lino ed Anfione, che coi lor primi carmi o prime leggi primi sbandîro da le genti umane ogni venere incerta e incestuosa;

e venne in sommo credito il mio nume, ond'io presiedo a le solenni nozze, le quai fêro solenni i divi auspìci presi del ciel ne la più bassa parte,

perché Giove più sù balena e l'etra fin dove osa volar l'aquila ardita. E perché son le certe nozze e giuste le prime basi degl'imperi e regni,

Giove egli è 'l re degli uomini e de' dèi, a cui 'l fulmine l'aquila ministra, l'aquila assisa a' regi scettri in terra e del romano impero

alto nume guerriero; ed io, di Giove alta sorella e moglie, sì fastosa passeggio in ciel regina e coi comandi d'aspre e dure imprese,

quante Alcide se 'l sa, pruovo gli eroi. Questi tutti son tuoi gran benefìci, de' quali eterne grazie io ti professo. Però, canoro dio,

per la tua Dafne, volentier sopporta che la gran coppia de' ben lieti sposi non t'invidi Parnaso e 'l sacro coro, ché quest'alma cittade,

fino da' primi tempi degli eroi patria de le sirene, perpetuo albergo d'assai nobil ozio, nutrì sempre nel sen muse immortali,

e pruove te ne fan troppo onorate i Torquati, gli Stazi ed i Maroni. Ma tu taci modesto or le tue pompe, ma io grata, anzi giusta, or te l'addito;

né a scernergli me 'l niega con l'ombre sue la notte, la qual, col nostro qui disceso lume onde tu vai vie più degli altri adorno,

vince qual mai più luminoso giorno. Colà stretti uniti insieme vedo il rigido Capassi col mellifluo Cirillo.

De le genti egli maggiori quegli è 'l mio dotto Lucina, con cui va fido compagno il sempre vivo,

sempre spiegato, sempre evidente, Galizia nostro. V'ha l'analitico

chiaro Giacinto; e a chi il cognome, provido il cielo, diede d'Ippolito,

il cui costume al casto stile avea di questi serbato il cielo.

Quegli, se rompe cert'aspri fati, sarà 'l Marcello d'un'altra Roma.

V'è pur colui a cui nascendo col caso volle scherzare il fato,

e di Poeta diègli il cognome. Quegli è l'Egizi, ch'a lento piè

e con pia mano cogliendo va dotte reliquie d'antichità.

E, a quello unito, d'un che s'asconde agli altri tutti, il qual tu, Febo,

spesso e ben vedi, esce un bel nome, che chiaro a tutti suona Manfredi.

Stavvi 'l Rossimeditante alta impresa presso Dante: una dolce e gloriosa là verdeggia nobil Palma;

e v'è un Dattilo sublime. Ivi 'l Buoncore coltiva l'erbe di cui gli apristi

tu le virtudi; e là 'l Perotti con nobil cura e' sta rimando

l'egra natura. A le cose alte e divine indi s'erge e spiega il volo il gentil dolce Spagnolo.

Quei ch'è 'n sé tutto raccolto entro sua virtude involto è 'l buon Sersale, sempre a sé uguale;

e quell'altro egli è il Salerno, in cui parlano i pensieri. Quegli è 'l Luna, dal cui frale or la mente batte l'ale

su del ciel per l'alte chiostre a spiar le stelle nostre. Quello, al cui destro omero aurata

pende una lira, sembra un romano Nobilione; e v'ha quel che la fortuna,

non già il merto, il fa Tristano. Ve' 'l Valletta l'onore del suo nobil museo; anche 'l Cesare ornato

del bel fiore di Torquato; il leggiadro Cestari, il Gennaio festivo, il Viscini venusto,

pur l'adorno Corcioni, il Forlosia dolciato di mèl che timo odora, il Mattei che valore

ha del nome maggiore, e con atti modesti l'amabil Vanalesti, e 'l de' tuoi sacri studi

vago Salernitano, e 'l di te acceso Puoti, altro Rossi splendente quanto l'ostro di Tiro.

Ma que' che lieta accoglie la Sirena sul lito, l'un cui par che 'l petto aneli ed a un tempo stesso gieli

tutto e bagni di sudore sol la fronte, è 'l Metastasi, pien del tuo divin furore, a cui serve or senno ed arte;

l'altro è 'l Marmi teneruzzo. Venuti anche tra questi son da l'Attica tosca in bel drappel ristretti,

bei tuoi pregi e diletti, cento gentili spirti, cinti di lauri e mirti. È con questi il gran Salvini,

il qual presso al nobil Arno è un'intera e pura e dotta gran colonia d'Atene, che comanda a cento lingue

ed un gran piacer dimostra d'ascoltar l'origin nostra. Per onorar tanti pregiati ingegni, ch'a nozze tanto illustri or fanno onore,

mastro divin de l'armonia civile, che tu accordasti con le prime leggi, e, perché son le leggi mente d'affetti scevra

la qual qui scende agli uomini dal cielo, le leggi poi stimate don del cielo mastro ti fêr de l'armonia celeste; àgiati al seno omai cotesta cetra,

c'hai finor tòcco assiso agiata in grembo, e col più vago e più leggiadro vezzo esci a danzare, o dotto Apollo, in mezzo. Tempra, Febo, l'aurea lira

a' bei numeri del piè, qual s'arretra o inoltra o gira o pur salto in aria die'. Di tua cetra il dolce suono

l'aspre fère raddolcì, e di tua bell'arte è dono, perché l'uom s'ingentilì. Sì la venere ferina

de le terre Orfeo fugò, e la cetra sua divina poscia ornata di stelle in ciel volò. Non ti mostrar sì schiva

e ritrosa, Diana; è sì ben la tua vita, vita degna di nume, menar l'etade eternamente casta

d'ogni viril contatto; talché le sante membra né men tocchi col guardo uomo giammai, come pur d'Atteon, che n'ebbe ardire,

tu già facesti aspra vendetta al fonte; ma, se pur mai seguisse ogni donzella i tuoi pudici studi, non aresti or, o dea, chi t'offrirebbe

e vittime ed incensi in sugli altari. Però Giove, che 'l regno sopra 'l gener umano a noi conserva onde 'l regno ben ha sopra di noi,

egli siegue un piacer dal tuo tutt'altro: piacer che gli produce ne l'ordine de' dèi il nome augusto, che 'l dal giovar creando è detto Giove,

che dal profondo nero sen del Cao trae fuor le cose in questa bella luce sotto le varie lor forme infinite de le quali fornisce e adorna il mondo,

e da tale suo studio «;padri» voi dèi, «madri» noi dèe siam dette. E quindi avvien che, come Giove abborre la rea confusion de' semi tutti,

che poi dissero «Cao» color che sanno, così odia e detesta la rea confusion de' semi umani, che prima disser «Cao» le rozze genti.

Intendi, intendi pure l'alte leggi del fato; tu t'innalzasti in cielo, perché Giove con teco e gli altri numi

serbasse in terra le virtù civili, che pòn sole serbar la spezie umana: ei comanda le nozze, che madri son de le virtù civili,

ond'io, moglie di Giove, le fo certi e solenni, Venere, dolci, e tu le fai pudiche, e 'n carmi ne dettò le leggi Apollo;

onde Imeneo sul Pindo a lui sacrato nacque d'Urania che contempla il cielo, e l'educâro le sue sacre muse, che cotesta, che tu pregi cotanto,

eterna castità vantano anch'elle. Deh mira adunque, deh mira intorno con ciglio grato

tante matrone, fide custodi de l'alto sangue di tante illustri

chiare famiglie, tra' quai torreggia la bella madre del vago sposo.

Né creder tutte le tue seguaci ch'abbiano in core quel c'hanno in viso.

Vener te 'l dica quai caldi voti pur d'esse alcune l'offron secreti.

Però non isdegnare ch'eschi meco a danzare. In quest'aria vergognosa sì ti voglio, o casta diva,

e mi piaci così schiva, che mi sembri tu la sposa. Come ben la castitade fa più bella la bellezza!

Prende più che gentilezza un'amabile onestade. Così 'nsegna il tuo diletto ad amare e riverire;

e così convien covrire bella sposa, l'ardor che nutri in petto. Ma tu non tutta spieghi, Marte, qui la tua fronte,

la qual sembra turbar cruccio importuno, forse perché non tosto dopo Giove e, se bene m'appongo, innanzi Giove, io t'inchinai ch'uscissi a danzar meco?

In questa diva festa celebrata in Italia, ognor feconda madre di saggi, prodi, invitti duci, ne la città che sovra l'altre in grido

il pubblico inalzò genio guerriero, per queste liete nozze e d'una nobil sposa il cui gran genitore

per raro valor d'arme è assai ben chiaro, e d'un sposo gentile, il cui gran zio, che puoi tu dir gran padre, nel mestiere de l'armi è assai ben noto.

Io tutto ciò confesso e riconosco essere tutto ciò ben tua ragione, e dirò molto più: siamo in tua casa. Non per tanto io peccai contro la legge

che de la danza già prescrisse l'uso, ma sommisi la danza ad una legge la quale m'ha dettato alta ragione. Pria t'accese al valor alta pietade

e somma diligenza inverso Giove, ond'egli avviene che d'eterne glorie segnan gli annali e adornano l'istorie le guerre che tu imprendi e pure e pie,

che 'ncominciasti a far fin da que' tempi che difendevi l'are o i primi asili con l'asta pura o scevra ancor di ferro; e l'asta pura poi serbò 'l romano

per premio insigne al militar valore, ond'è Minerva astata la mente che delibera le guerre, Pallade astata che n'insegna l'arti,

Bellona astata alfin, che l'amministra; e l'aste sole fûro arme d'eroi, e perciò abbiam da l'asta tu di Quirino, io di Quirina il nome,

che sopra degli eroi le nozze intesi e portava a la luce i figli loro quando ancor non avean le vili plebi le mie nozze tra lor solenni e giuste.

E ricordar ti dèi che molto innanzi che spirassi furore, ira e spavento agli schierati eserciti in battaglie, questa Venere i tuoi spirti feroci

con la scuola d'amor rese gentili, e la fierezza ti cangiò in braura; poi t'ispirò Diana i suoi diletti d'assalir orso o di ferir cinghiale;

studi ben degni de' primieri eroi, che gli Alcidi portâr sopra le stelle. Indi Apollo cantò le sante leggi, ond'i tuoi araldi, ad alta orrenda voce

chiamando in testimon il sommo Giove che non son essi i primi a far l'offese, e se lor non s'emendano l'offese, intiman le solenni aspre crudeli

e da le madri detestate guerre. Par c'hai posto in oblio l'antica e vera origine ch'avesti: non sei tu, puoi negarlo,

la fortezza di Giove, ch'esercitasti pria contro te stesso, con vincere e dipor ne le catene de la ragion invitta

la libidine vaga? e d'una donna solo contento e pago, indi apprendesti domar sotto il paterno imperio i figli ed a lor pro domare i fèri mostri,

domar i tori a sopportare il giogo, domar la terra a sopportar l'aratro? Poscia le plebi erranti, inerti ed empie, a cui apristi gli asili

ove si rifuggìan da l'onte e i torti che lor faceano i violenti ingiusti, domasti a sopportar legge e fatica, e col tuo esempio a riverire i dèi,

e per la patria alfine, ch'a' popoli conserva e moglie e figli e casa e campi e dèi, con la guerra domar genti e cittadi?

Dunque, tempra l'aria fiera col mirare riverente il tuo re benigno Giove, col mirare innamorato

la tua Venere benigna. E mesci insieme l'ira d'Achille; ma che le leggi

non isconosca de la natura, né arroghi a l'arme ogni ragione.

Mesci d'Enea l'alta pietade: ma le regine non abbandoni

e se ne porti col loro onore anche la vita. Mesci l'amore

del grand'Orlando, ma più temprato da la ragione. Con tai leggi ch'io ti reco

esci, Marte, a danzar meco. A questa immago altera d'alta virtù guerrera nascano i figli a voi, ben lieti sposi:

talché gl'incliti e gravi bei trionfi degli avi sieno a petto dei lor meno famosi; e ne le loro glorie

s'ergano sì l'istorie che poema giammai tanto non osi. Son tuoi propi doveri festeggiar queste nozze,

Mercurio mio, gran messaggier di pace; ché gentilesca lode è ben di questi Filomarini padri esser grati egualmente

al popolo e a' sovrani e di placare i re coi lor soggetti, qual agli uomini tu concili i numi; come di te poscia cantâr coloro

che vollero di noi far più alte l'origini e più auguste. Ché tu qui primo in terra a le plebi per tedio sollevate

di sempre coltivare i campi a' padri per solo sostentar l'egra lor vita, che per salvar pria rifuggîro a l'are, portasti l'alme leggi,

che Cerere leggifera ti diede: ch'avessero le plebi il commerzio de' campi, che pria occupâro e reser colti i padri;

e questa fosse loro la mercé giusta d'obbedire a' padri, donde tu avesti di Mercurio il nome. Indi, nate le guerre,

fosti poi santo apportator di pace. Dunque in questa alleanza esci ora meco in danza. Questa pace

con la face tratta Amor: e gli amanti, anelanti

d'almo ardor, la tua verga non asperga del tuo, ch'uopo or non fa, dolce sopor.

La sapienza di Giove d'invitar non ardisco, ché troppo onor pure ne fa Minerva con lo stare a guardar la danza nostra.

Dunque bastar ci dee che qui v'assista, o fortunati sposi, ed a pure, sublimi e chiare idee d'eterne verità v'alzi la mente,

a cui saggi formiate i vostri figli talché 'n senno niuno altro somigli. Però, benché di te sol paga, sdegni, non che parlar giammai di tue bell'opre,

pur udirle giammai lodar da altrui; soffri, Minerva, pur che 'n tua presenza tanto io ne dica sol quant'egli 'mporta ch'io ne adorni il mio uficio onesto e santo.

Da te provenne a l'uomo il talento divin di contemplare, e poiché l'ampia terra tutta seccò l'umore onde gran tempo

dal gran diluvio ella restò bagnata, talché poteo Vulcano fulmini mandar sopra l'Olimpo a Giove, i fulmin ch'atterrâr gli empi giganti;

l'uom da quel primo tempo ne l'ozio, solitudine e, per somma povertà di parlari, necessario silenzio,

dal fulmine destato a contemplar pur finalmente il cielo, da' moti insigni degli eterni lumi animato il credette e 'l fece dio;

e la sua volontà chiamò «'l mio Giove», che scrivesse nel cielo col fulmine le sue temute leggi, o vero pubblicassele col tuono;

che scrivesse nel cielo de l'aquila coi voli gli adorati comandi, o li dettasse d'altri augei col canto:

onde ne l'aurea etade fu detto che leggessero le genti l'alte leggi de' fati in petto a Giove. E quindi poscia vennero a' poeti

quei lor nomi di «vati» e di «divini», che fûro «sacri interpreti de' dèi», quando una cosa istessa era sapienza, sacerdozio e regno.

E questi in quel sommo stupor del mondo quei «pochi» fûr «ch'amò Giove benigno», ch'over mossi da téma o da vergogna de la vener ferina in faccia al cielo,

pentiti del comun brutal errore, presa ciascun per sé sola una donna, e credendo i volati degli augelli fosser cenni di Giove,

proseguendo dell'aquile gli auspici in certi sacri orrori, si fermaro de' monti, dove loro mostrò Diana i fonti,

e quivi con le lor donne pudiche fondâro le famiglie, e poi le genti fabbricâro le picciole cittadi, cui con l'aratro disegnâr le mura;

il concubito vago proibîro, dier le leggi a' mariti e 'ntagliâro nel rovere le leggi: e questa fu prima sapienza in terra,

ond'è venuto in questo culto il mondo. Tanta parte, Minerva, hai ne le nozze, se non le nozze a te si debbon tutte. Vulcano qui non danza,

ché ne men danza in cielo; ma, 'n cambio de l'onor qui da degnarvi, doni di lui più propi or v'apparecchia. In Etna ignivomo

sotto la lurida fucina altissima con Bronte e Sterope altri monocoli

or con le fervide braccia roboree, irsute e ruvide in torno armonico

i lor gravissimi martelli inalzano su la ben solida e grande incudine;

e vi distendono le lenti e flessili argentee lamine; e sì ne formano

gli usberghi lucidi, i tersi clipei, le gravi gàlee; e 'l duro calibe

temprato aguzzano, temprato affilano in taglientissime, in pungentissime

e spade e cuspidi, di che si vestano, di che si cingano, le qual'impugnino

in guerra i strenui figli, e ne portino alte vittorie. Alma Cerere intanto, or tu cortese

per cotesta deità ch'a me pur devi, da me inchinata or danza a tante nozze. Per me di questa terra la già gran selva antica,

poiché Diana ne purgò le fiere, onde sicuro il suo germano Apollo in Anfriso poteo guidar gli armenti, col fuoco che Vulcano

di dura selce viva da le battute viscere pria scosse, bruciando da per tutto rover gravi, dur'elci e querce annose,

ridottovi il terreno atto all'aratro col ferro che ti die' Marte per uso del grave aratro, poi vi seminasti la prima spezie di frumento, il farro;

e 'l farro poi dal vincitor romano fu dato in premio a' forti che 'nsigni l'arme oprâr ne le battaglie; ed i più forti de' romani, i padri,

che soli imprima aveano i sacerdozi, le lor nozze col farro consacràro. Quindi tu altere desti le tue leggi de' campi,

e le tue fûr le prime leggi umane, con le quai si fondâr gl'imperi e i regni: ch'appo le genti, i territori o campi sieno in sovrana signoria de' forti;

quei che men forti sono, n'abbiano solo gli commerzi o gli usi. Perché gli uomini, accorti che non potean divisi

difender i lor campi da l'altrui forza ingiusta, congiunser tutte le lor forze in una; e sì fondâro in terra il sommo impero,

cui sommiser le lor forze private, perché guardasse loro colti i campi e sicuri, che guardando sicuri erano colti;

e tutto ciò per téma che la terra non ritornasse alla gran selva antica. Tanta è la tua possanza, tanta hai tu dignità d'uscir qui in danza.

Tu seconda, feconda i suoi campi ch'al signore

splendore recâr. Tu a lui cara, prepara

altri ed ampi, ché ricchezze, grandezze puoi dar.

Da viltà nobiltà sol tu campi; co' tesori,

gli onori usi serbar. Ma tu, Saturno, portator degli anni, non so qual mai superstizion ti tiene,

ché par che ti nascondi agli occhi d'una sì nobil corona. Prendiam gli augùri in meglio, non quai falso stimò finora il mondo.

Cotesta tua gran falce, in quella età che tu versavi in terra (forse perch'assai vecchio, tu vuoi ch'io te 'l rammenti?),

non ebbe altr'uso che di mieter biade, da le quai seminate avesti 'l nome; e 'n quella rozza etade e 'n quella povertà de le parole

l'uom con le mèsse numerava gli anni onde avvenne che poi, del tempo dio, fosti allogato in cielo. Né cotest'ali invero

ti fûr date perché tu voli o fugga, perché 'nver tu non sei tardo né presto, ma ben misuri i moti presti o tardi. Coteste sono insegne

che ti diêr i patrìci che trovâro gli auspìci, onde poi da la lor propia pietade divenner saggi, temperati e forti,

e fûr gli eroi di favole spogliati, i cui prenci fondâr gli eroici regni; e sol di questi poi le discendenze, perché aveano tra lor certe divise

che non avean tra lor l'oscure plebi, tutto mercé de le mie certe nozze, da l'ordin lungo de' lor certi padri sol essi meritâr con vero nome

de le genti maggiori dirsi «patrìci». E noi da quelle antiche inclite case, che, non essendo ancora i regni in terra, diêro a noi 'l regno sovra lor nel cielo,

siam detti «dèi de le maggiori genti» talché quest'ale son l'istesse appunto di che 'l Pegaso il dorso e Mercurio i calcagni orna e le tempia,

perché i nobili primi ritrovâro i seminati, ond'hai tu nome e nume; i nobili trovâr le leggi prime, con cui Mercurio richiamò le plebi;

nobili domâr primi il cavallo, che lor servì poi 'n guerra, ma assai 'nnanzi con la sua zampa fe' sgorgare il fonte, presso a cui si fondâr le prime terre,

ove abitâro poi le sacre muse che le città de le bell'arti ornâro; da poi ch'Apollo ritrovò la lira, ne la quale compose de' privati

tutti dianzi divisi o nervi o forze, con cui dettò le prime leggi in carmi. Però con lieti auspìci, che voglion dire in lor vera ragione

una lunga prosapia e assai feconda d'indole generosa e giusta e pia e ben istrutta in tutte l'arti umane, su coteste grand'ali omai ti libra,

ed agile a danzar meco ti vibra. Tu per sposi così lieti tante nuove biadi mieti, che tua falce ottusa fia.

Ne la lor casa immortale di Lucina e di Giogale ferva pur la cura mia. E già in aria a destra move

il regale augel di Giove, e 'n ciel segna una dritta e lunga via. Non fa d'uopo che, Vesta, tutta religiosa e diligente

tu t'apparecchi l'ara, e che 'l foco v'imponghi, ch'eterno serbi infin d'allor che 'l foco ridusse in campi la gran selva antica;

né ti prepari da que' fonti l'acqua, presso a' quai si fondâr le prime terre, onde con l'acqua e 'l foco fèrsi le nozze poi giuste e solenni.

Sol lece a me, ché vano è 'l sacrificio, ch'or io, tutta composta in maestade, adempia qui il mio civile uficio. Or sotto questa mia potente insegna,

che tanti e tali ben produsse al mondo, per cui 'l mio nume in ciel sovrano regna, questo mio giogo d'òr lieve e giocondo, piega l'alte cervici, o coppia degna,

in presenza del ciel tutto secondo. E voi, matrone, a lei più fide e grate, la moglie al marital letto menate.

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