Posto, signor, che il guerreggiar produca scandali spesso, afflizioni e danni, pur s'avien, ch'a far guerra uomo s'induca, per levare a ragione altri d'affanni;
creder i' vo' ch'ovunque il sole adduca i raggi, inizio dando e fine a gli anni, viva egli eterno e di tal'opra aspetti ampia mercé nel regno de gli eletti.
Ma tra quanti esser pon ne la milizia egregi fatti e gloriose imprese, chi s'arma per opprimer la malizia di chi religion superbo offese,
sì favorevole ha l'alta giustizia, poi che per cagion tal l'arme egli prese che prometter si può vittoria certa e di aver d'ire al ciel la strada aperta.
E di mai sempre aver Dio in suo favore, come avuto ve l'hanno i maggior vostri, i quai sempre s'opposero al furore di chi s'armò contra i gran pastor nostri;
né di poter mortale ebber timore, come fede ne fan penne ed inchiostri, non giovò a Beringario aver gran possa, ché dal primo Azzo fu fiaccata e scossa.
Ne men ruppe Bertoldo il terzo Enrico, che già s'armò contra il pastor Pascale, e l'empio Barbarossa Federico giunse, per opra di Rinaldo, a tale
che provò che importava esser nemico al capo de la chiesa universale; lascio altri vostri che per cinquecento anni, avuto hanno il cor tutto a ciò intento.
De' quai, signor, poi ch'ora voi l'essempio vi sete, da pietà mosso, a seguire, per Paol liberar da lo stuolo empio, che sfogar contra lui voluto ha l'ire;
vittorioso riportarne al tempio le spoglie altier vi veggio ed asseguire chiara, per fatto tal, tra noi memoria, e ne la miglior vita eterna gloria.
Voi, Paol, voi, quantunque carco d'anni, mostro vi sete ben saggio e virile, poscia che chi si è armato a' vostri danni, avendo tanta autoritade a vile,
nulla temete e sotto i sacri panni, chiudendo alto valor, saper senile, cinto del sommo onor la sacra chioma, a servar voi vi sete dato e Roma.
Parmi sentir dal ciel l'alme beate, le cui reliquie ha Roma in sé raccolte; goder da tal furore esser servate, e per voi tutte da ignominia tolte,
e per questa bontà, ch'ora mostrate, dir, tutte insieme in vostra loda volte, ben degnamente vi è il nome rimaso di chi già fu d'elezione vaso.
Seguite, padre santo, l'alta impresa, che poi che il novo Alcide è per ciò armato e per difender la romana chiesa, espone volentier sé ed il suo stato;
la vostra maestà rimarrà illesa, e l'oste, contra voi fiero voltato, cacciato sia da questo Ercol secondo, qual cacciò il primo Gerione al fondo.
Or, aspettando che il sacro vessillo porti vittorioso al sommo Giove, il nostro Alcide, poscia che fortillo il padre eterno a così illustre prove,
non sol perché sia un Scipio, od un Camillo, ma perché il primo Alcide in lui rinove, tornerò a dir quel che di dir promisi, ieri, quando al cantar mio fine misi.
Poscia che Gerion vide le teste de i capitani e da quel nonzio intese che le genti di Iuba eran moleste a la città reale ed al paese,
e che non sendo le sue squadre preste ad opporsi al furore ed a l'offese de i suoi nemici, era Eritrea in periglio, tutti i suoi capitan chiamò a consiglio.
E disse loro: – E di mestier che l'una de le due cose a far ci disponiamo, o che sprezzando il cielo e la fortuna di superar nel mare Ercol tentiamo,
o ver che se ne resti qui ciascuna nave e la città oppressa soccorriamo, perché tutto l'essercito a far guerra ci bisogna, faccianla in mare, o 'n terra!
Se con le navi entrar vogliamo in mischia ed assalir tutta la greca armata, la città ch'oppressa è troppo s'arrischia, poi che da ta' nimici è circondata;
se le navi lasciam, mai non fu in Ischia fiamma, in copia maggiore, al ciel mandata, di quella che ne' legni nostri accesa vedrem se le lasciam senza difesa.
Sendo dunque le cose in stato tale, chiamati i' vi ho perché pigliam partito, e seguiam quel che ben fia universale, e che per lo miglior fia stabilito;
però voi cui di me non meno cale, di vittoria ottener, tutti ora invito a dir quel che vi par, ch'esser possa atto a far che, salvi noi, sia Ercol disfatto.
E punto a questo malandrin non giove che del re de gli dei si chiami figlio, ché se fusse anco ver che fusse Giove quel che il ciel tremar fesse ad un sol ciglio,
e volesse venir meco a le prove, qual aquila squarciar suol con l'artiglio timidetta colomba, così anch'io squarcierei lui, quantunque fusse Dio.
Prima d'ognun così cominciò Alzerbe: – Bene a me par che ne le navi parte di questa nostra gente si riserbe, e contra Ercol vegniam con quella a morte,
e che il resto mandiamo a le superbe genti, che intorno a la città son sparte, che con questa potrem Iuba scacciare e romper con quell'altra Ercol nel mare.
Ch'ancora ch'egli numer via maggiore di barche abbia, che noi non abbiam, puote sol una de le nostre por terrore a cento de le sue, se le percuote;
e però andar debbiam del porto fuore, né qui tener le nostre navi immote che paion torri eccelse insieme strette, e le greche, appo lor, quasi barchette.
E qual se tra' pulcini il nibio scende, benché sia il numer lor quasi infinito, per salvarsi, a la fuga ognuno attende, da l'unghia sua temendo esser rapito,
tal, se la nostra armata in mar si stende, e non si stia qui a consumare al lito, mi pare Ercol veder fuggir per l'onde, perché la nostra armata non l'affonde.
Ché se ben trenta mila de le nostre genti da noi si troveran divise, non fia ch'Ercol con noi di pari giostre, ché le sue genti rimarranno uccise;
bastano, signor mio, le forze vostre, che così larga in voi natura mise, (come voi ben diceste) a far cadere Giove, se con voi guerra avesse a avere! –
Detto ch'ebbe ciò Alzerbe, il forte Sace soggiunse: – Ancor, ch'io vegga forte e saggio Alzerbe, nondimeno a me non piace quel ch'egli dice ed altro pensiero aggio;
perché parmi che s'è ben forte e audace l'uomo, non dee lasciare il suo vantaggio, e se con tutte le forze finire può il suo desio, mai non le dee partire.
E forte il signor nostro ed io il confermo e val per cento de le ostili navi sol'una de le nostre e questo affermo, ma dico ancor che son molto più gravi,
e come è Gerione atto a star fermo con queste immense sue cavate travi, così minori son quelle e più brevi, e a parare e a ferir molto più lievi.
E che l'agilità puote sovente più che la forza e non è da sprezzare armata lieve, pur ch'arditamente, e con ragion, venga altri ad assaltare;
e dico che se il re nostro consente che si abbia questo essercito a scemare, per mandarne a Eritrea numer sì grande, che più l'armata contra Ercol non mande.
Perché da sé le navi non sono atte a guerra far se mancano i soldati, e vanno a rischio di restar disfatte s'a pugna van senza i presidi usati:
ed essempio ne dan le guerre fatte in mar ne' nostri tempi e ne' passati; però se Gerion vuol che si spenga Ercol, dico ch'ad un la gente tenga.
E se 'n mar pur venir vuole a battaglia contra il nemico, sol mandi presidi con cui tenere in fede Eritrea vaglia, fin che mandar potrale altri sussidi,
perch'io non lodo ch'ad un tratto assaglia l'oste in mare ed in terra e che si fidi tanto del suo valor, quantunque molto, che non voglia il suo campo in un raccolto. –
Pose qui Sace fine al suo sermone e dopo lui sorse a parlar Druida, e disse: – Se vittoria Gerione brama e nel valor nostro si confida,
dico che queste armate sue persone deve in terra condur, sotto sua guida, e non supporre a l'arbitrio dell'acque la forte gente ch'adunar gli piacque.
E s'Ercole arderà ben queste barche, poco curar se ne devremo tutti, che pur ch'egli i soldati in terra scarche ch'a da la Gretia a l'ocean condutti,
spero veder le nostre genti carche di ricche spoglie e lor rotti e distrutti, che (mal grado del ciel ) vittoria avremo e de le navi lor si serviremo.
Ché per ver dir, follia palesse parme, che, per voler servare i frali legni, nel mar vogliam venir noi tutti a l'arme, qual non abbiamo a far ciò in terra ingegni;
e però se vi pare orecchie darme, se vi par che il miglior nostro i' disegni, lasciam le navi, e 'n terra andiam, sicuri ch'al nostro guerreggiare Ercol non duri.
Ché come il natio suol porgerà ardire a noi che siamo in queste parti nati, così fatti del mar noi gli osti uscire, dal presidio de i legni abbandonati,
vedremo in loro ogni valor morire, tosto che noi con lor siamo acciuffati e serà sepoltura loro il loco, ché porre essi pensaro a ferro, a foco. –
Altri sorsero a dire e furo vari dal parer di costor, ma in sì diverse sentenze ed in parer tanto contrari, Gerion quel che me' gli parve, scerse;
e tra il parer di questi uomini rari, quel che chiudea nel cor, al fin scoperse e si risolse di volere andare a l'oste, e 'n mar con lui battaglia fare.
Dicendo: – Tosto ch'Ercole sia rotto, via non avrà di dismontare a Gade, e rotto lui, noi tornerem di botto a insanguinar del resto anco le spade,
e, ove Iuba creduto avrà che sotto sé stia l'impero mio, la libertade, si troverà egli morto e tutti quelli ch'al regno mio seran stati rubelli! –
Conchiuso ciò tre mila cavalieri elegge de i miglior de la sua gente, Gerion fiero e a quegli animi altieri dà Sace capitan saggio e possente,
e manda lui, con tutti que' guerrieri a la real cittade immantinente, con legge ch'a la pugna fuor non venga ch'assai gli fia che la città mantenga.
Se ne va Sace, e 'n un bosco s'asconde per entrar poi quando l'oscura notte l'emisfero, col suo manto circonde, ed i notturni augei lascin le grotte;
Gerion, che dal porto a le profonde acque, vuol che le navi sian condotte, attende che la sorte si appresenti e che secondi abbia a l'uscire i venti.
Venne la notte, accompagnata da una nebbia che non lasciava in ciel vedere scintillar stella, o biancheggiar la luna, onde non si vedea luce apparere;
allor Sace tentar la sua fortuna volse ed entrar con quelle armate schiere ne la città e vi entrò così secreto che Iuba nol sentì tanto fu queto.
E Gerion, sendosi mosso un vento, favorevole a lui, ma ad Ercol grave, perse l'occasione in un momento, e del porto uscì fuor con ogni nave;
le quai poco più fur di quattrocento, cui simili signore oggi non ave, che parean torri in alto mar fondate, non, per l'onde solcar, navi spalmate.
L'armata d'Ercol per lo vento averso s'era per forza da la parte mossa ove era prima e rivoltata verso luoco, ove men fusse da Borea scossa;
ed ordinolla in guisa in ogni verso, che da la union sua non fu rimossa; l'aurora intanto a l'oriente apparve e la notte e la nebbia insieme sparve.
Onde si vider le due armate tosto l'una l'altra mirar con maraviglia, bench'era l'una da l'altra discosto, (per quel che inteso n'ho) più di tre miglia;
or, di assalirsi avendo già proposto Ercole e Gerion, ciascun consiglia quel che meglio gli pare e ognun dispone i legni, per venire a la tenzone.
Parve che il vento di soffiar lasciasse per porre in tremolar l'onda marina: Ercole, perché in van l'ora non passe, i capitani a i luochi lor destina;
volse che Gentio al manco corno andasse, acciò che vendicasse la rapina de la sua figlia e senza far soggiorno, a Nicandro commise il destro corno.
E così se n'andò di mano, in mano con certa legge disponendo il resto, dando l'officio ad ogni capitano e infiammando a battaglia or quello, or questo;
Abante, ch'era di valor sovrano e al menar de le man più, d'ognun, presto, volse seco nel mezzo e ivi fermosse per dare aiuto ove bisogno fosse.
Da l'altra parte Gerion crudele ad Urerra commette il corno destro, ad Arco, che gli fu sempre fedele, dà con fede incredibile, il sinestro;
e perché nulla del suo ingegno cele e mostri esser non men forte che destro si pon nel mezzo, come Alcide, e face che la sonora tromba più non tace.
Il simil fa da la sua parte Alcide e si movon qua e là le navi in schiera; Ercol, che il meglio suo tosto previde, fe' che l'armata sua pronta e leggera
si cacciò inanti in forma d'arco, vide l'oste che ciò sol per circondarlo era fatto da Alcide e si mosse di loco e variò il primo ordine non poco.
Onde nel destro si appicciò la guerra, orribil quanto mai guerra di mare, a lanciar cominciò il feroce Urerra sassi gravi per fare al fondo andare
i legni di Nicandro, sì che 'n terra si brami il gran guerrier di ritrovare; ma nulla fa che si ritira e scende ogni sasso nel mare e non l'offende.
E gridando Nicandro or leva, or premi, fa sotto entrar le più lievi barchette, e ad Urerra spezzar temoni e remi, né giova ch'a cacciargli, egli s'affrette;
non crediate che il fiero il valor sceme, benché le navi sue siano costrette a ferme star ed egli vegga ch'ave venti de le nemiche a una sua nave.
Parea, signor, che tante forti rocche fusse ito ad assalir Nicandro allora, nulla appo quelle parerian le cocche ch'escon del genoese porto fora;
non val che aventi dardi, over che scocche Urerra strali acuti ad ora, ad ora, perché i nemici oppongono gli scudi, sì che non nuocon loro i colpi crudi.
Gittar face Nicandro in copia scale di corda per salir, come in gran torre, e con tal copia di soldati assale Urerra, ch'egli in van qua e là discorre,
ché trova, ovunque va, guerra mortale, e un lago di sangue ovunque corre ed ha gittate già fuori tant'arme ch'egli non ha, onde quei che vivono arme.
Avendo d'arme dunque grand'inopia, tante n'avea gittate in quella pugna, vistosi aver di gente estinta copia, co' corpi morti contra i greci pugna;
e lor dà morte, con la morte propia, benché con lancia, o stral più non gli giugna, perché i greci da quelli che morti hanno, han non minor, che se vivesser, danno.
Perché aggravan sì i legni i corpi estinti, da' nemici in gran numero gittati, che ne son molti dal gran peso vinti, e son da' morti i vivi al fin menati;
e si veggon nel mar con quegli avinti ch'avean, con l'arme in man, dianzi atterrati, onde Nicandro più che pria, feroce, via più che prima, a quei di Gade nuoce.
E attende, quanto più puote, d'aprire le navi lor sì ch'entrin le sals'onde, Gentio, mentre Nicandro ed a ferire attende e a far ch'Urerra in mare affonde;
ad Arco era ito, per sfogarne l'ire, ma le stelle non ebbe sì seconde, come Nicandro.Però che il cauto Arco fu più d'Urerra a disunirsi parco.
Ma se ne stette co' suoi legni unito, sì ch'ir non gli poté Gentio d'intorno, e con molto valor tenne lo invito, pensando fargli danno, o aperto scorno;
e poi che ciò ebbe seco stabilito, perché in Spagna non fesse più ritorno, Dardi fece aventar, scoccar saette, ver Gentio e verso le sue genti elette.
E tante ne mandaro in un momento che l'aria chiara fer venire oscura, tal che il re Gentio non ebbe ardimento di gir solo a tentar la sorte dura;
Irpo ciò visto, sendo anch'egli intento a spegner Gerion, con ogni cura, si mosse e seco andò la bella Nice che tenea, su tre pome, la fenice.
Costoro, armati di baliste e sassi, andaro contra quella chiostra grande, tentando pur d'aprirsi in guisa i passi, ch'Arco in van contra lor gli strali mande
su l'aviso Arco, e 'n sé ristretto stassi, perché le navi alcun di lor non sbande, si diero i greci ad adoprar gli uncini per attaccarsi e loro andar vicini.
Per lo contrario, perché non si accoste lo stuol nemico, con lunghe e forti aste, cerca Arco quanto può che si discoste e di presso venirgli in van contraste;
Nice, che brama pur di vincer l'oste, avendo accolto un numer di ceraste in copia d'olle, cominciò a gettarle ne le navi nemiche e ivi a spezzarle.
I nemici pria riser de l'assalto, vista con olle la battaglia farsi, ma subito mandaro i gridi in alto, le serpi intorno lor viste avincchiarsi;
si fece quasi ognun di freddo smalto, poi che vider co' lor denti afferrarsi, onde dentro i nemici avendo e fuore, manca a tutti l'ardire e manca il core.
Or, mentre costor cercano i serpenti da le gambe levarsi e da le braccia, alla difesa lor son meno intenti, onde le barche sue Nice oltra caccia;
entrano gli altri a la battaglia ardenti e de la duce lor seguon la traccia, onde si mise in rotta il corno manco che dianzi si mostrò sì ardito e franco.
Sì come soglion cavalieri armati a la leggiera questi e quei seguire che fuggono e lor chiuder tutti i lati sì che luoco non trovano ond'uscire,
così Irpo, Gentio, Nice circondati co' legger legni lor quei che fuggire si pensaro, gli cinser con via tale ch'ad indi uscir loro uopo era aver l'ale.
E sotto entrando a' lor legni, sfondaro le navi sì che ne sommesser molte; Arco, vistosi giunto a caso amaro e le sue navi da' nemici involte,
e non poter trovar schermo, o riparo, contra le serpi, a la sua morte volte, non volendo morir senza vendetta in un la miglior gente accolse in fretta.
E qual fier capitan, che chiuso in terra ch'estremo e lungo assedio patito abbia, più non possendo sostener la guerra, né volendosi render, freme e arrabbia,
e con la miglior gente l'arme afferra, e a sfogar contra l'oste va la rabbia, e gode poi che egli ha sfogato l'ire, tra' suoi morti nemici al fin morire.
Tal Arco pieno d'ira e d'aspro sdegno si lanciò ne la barca u' il fiero Irpo era, né ad Irpo valor valse, o valse ingegno per scacciar Arco e la sua gente fiera;
ma non sostenne il grave peso il legno che gli apportò quella nemica schiera, ma se n'andò miseramente al fondo per la gran forza del soverchio pondo.
Giunti Arco ed Irpo fur dal mare absorti, de gli altri molti sorsero, ma in vano, ché estinti fur, tosto che furo sorti, né aitarsi lor giovò con pié o con mano,
perché non gissero a spietate morti, qual vicino a le navi e qual lontano che con l'arme, co' sassi e con gli strali, ebbero mille colpi aspri e mortali.
Onde di tanto sangue allor s'asperse l'onda che l'ocean parve il mar rosso; né quel di Gade sol morte sofferse, ma il greco anco con lui, sendosi mosso,
che il compagno, il compagno suo non scerse tra gli osti, ma il trafisse insino a l'osso, e onde il miser credeva avere aita, venir si vide il fin de la sua vita.
Non lasciaro ne l'acque alcun l'ardire, ma s'appigliaro a le nemiche navi per affondarle e far seco a un fin gire chi cagione è che lor ria morte aggravi;
né valeva de i greci aspro ferire, né tagliar lor le man co' ferri gravi, perché tagliata l'una, vi avean posta l'altra, né si volean mover di posta.
Né solo s'appigliavano i nemici a i legni greci, ma i compagni ancora, sperando alcuno aiuto dagli amici, acciò ch'ognun di lor nel mar non mora;
e mentre che chiamavan gli infelici, chi lor traesse di periglio fuora, si volgevan la barca su la testa, onde tutti ne l'onda ivan funesta.
E quivi i greci, con quelli di Gade (quantunque lor la morte inanzi fusse) adopravan nel mar le acute spade, vinti da l'ira, ch'a tenzon gli indusse;
varie morti con molta crudeltade, si vider, mentre l'un l'altro percusse e parve allor che 'n mar via più ragione, avesse di Nettun, l'empio Plutone.
E copia tal de' corpi ivi defunti tra le barche nemiche, nel mar sorse, ché furo questi e quei legni disgiunti, né potevano più con l'aste accorse;
or, mentre quei di Gade, qui consunti son da l'onde e dal dente che gli morse, Gerion s'era mosso per andare quinci e quindi gli amici ad aiutare.
Perché men danno, ne la destra parte non avea, che si avesse ne la manca, che i compagni e Nicandro a parte, a parte di por l'ultimo assedio a lor non manca,
e 'n guisa intorno lor le navi parte che lor veder fan che la sorte han manca e che stato per lor via meglio fora, che di quella aspra pugna fusser fuora.
Ché poi che lungamente furno stati a guerra insieme e molti vari modi avevan, per difendersi, tentati, quei di Gade, virtuti usando e frodi,
i greci avevan lor sempre sforzati, e come cavalieri astuti e prodi, s'eran difesi ed or più acerbamente mossero assalto a la nemica gente.
Ché si dier con saette a gittar foco, e con olle e con cerchi e con soffioni, onde s'erano accese, a poco, a poco, le navi de i nemici in più cantoni,
acque versare o nulla giova, o poco, tanta i solfi fan fiamma ed i carboni, e l'acque salse in poca copia sparse, cagion fur che più tosto ogni legno arse.
Perch'acqua in copia non potean tirare fuori del mar, che non aveano vasi, ond'a Urerra mestier fu al fine andare a ch'ir gli altri ne i legni allor rimasi;
stupefatto Nettun restò nel mare, a l'alte fiamme, a gli impensati casi, e temeo di veder tutto in ardore volto per lo gran foco il salso umore.
Sentiansi i legni stirdere e la pece e la fumosa fiamma andava al cielo, sì che l'aer di pur nero si fece qual se nube spiegasse il denso velo
spegnere il foco acceso più non lece ch'arde ivi il legno come arde candelo, o face accesa e 'n guisa il foco cresce che nel fondo del mare il sente il pesce.
Io non stimo, signor, che ne l'inferno, ove l'aspra megera e l'empia Aletto, tengon l'alme nocenti in foco eterno, qual sino a i fianchi e quale insino al petto,
sia maggior fiamma, per quanto or discerno, di quella ch'ivi allora esser vi ho detto, parve che fusse (e dico cose conte) volto allor l'oceano in Flegetonte.
Si lanciaro di lor molti nel mare per non volere esser tra que' legni arsi, poscia non si volendo ivi affogare, tornavano i meschini ad appigliarsi
a i legni, che vedevano abbrugiare; ed ove avean creduto di salvarsi tra il fuoco e l'onde rimaneano morti, e fuggendo una, givano a' due morti.
Color fin ebber men de gli altri fiero che co' lor ferri si passaro il core, e al foco ardente i corpi loro non diero, né si gittaro de le navi fuori;
or visto questo, Gerione altiero, bestemiando, pien d'ira e di furore, mosse dal mezzo de l'armata i legni che gli parver migliori a' suoi disegni.
Pensando di mandargli a quelle e a queste parti, per dare ov'uopo era, soccorso, ma non furo le navi sue sì preste che non togliesse loro Ercole il corso,
ch'acciò che Gerion fier non moleste il greco stuolo, già tant'oltre scorso, gli si fa incontro e gli taglia la strada, acciò ch'ove disegna egli non vada.
Si cominciò di novo qui una ciuffa più che la prima orrenda e via più atroce ch'Ercole e Gerion era in baruffa, né questi men che quegli, era feroce;
Gerion con Abante pria si acciuffa e con dardi e con sassi sol gli nuoce, ch'a gittar non avea Gade in costume foco acceso nel solfo, o nel bitume.
Tosto che la sua nave entrò tra quelle d'Abante, le spezzò come fral vetro, o qual romper si suol ne le procelle nave a lo scoglio spinta da Euro tetro;
a fin tal giunser quelle meschinelle alme che sol pensandovi, m'impetro; né lor giovò prodezza, o giovò ardire per non miseramente ivi morire.
Ciò visto, Alcide tra Perso e Malista si cacciò e ruppe l'uno e l'altro in fretta, ed a Nettun die' quella turba trista facendo del suo Abante aspra vendetta;
l'una gente si vide a l'altra mista, poscia che 'n un fu tra le barche astretta con l'arme in man ferite darsi, e 'n mar, con core audace anco acciuffarsi.
Altri quantunque certi de la morte, a i remi si appigliavano e a i temoni de le navi nemiche e con cor forte, facean ch'al navicar non eran buoni;
quei de le navi, visto quanto importe l'impedimento, con strali e spontoni restar faceano quella turba essangue, non so se 'n acqua dir mi debba, o 'n sangue.
Intanto Gerion con una fonda ad Ercol lancia un sasso, anzi un gran colle: scansollo Alcide, egli calò ne l'onda e del mar se n'andò su il fondo molle;
qual la prima anco endo l'arme seconda che fu un acer ferrato, alfine tolle l'arco e lo strale e dice:"Or serai colto mal del ciel grado e de la vita tolto"! –
E lo stral gli cacciò da l'arco, ch'era un orno intier, ma l'arbore percosse, e fu la botta tal, fu così fiera che da la nave in mezzo il mar lo scosse;
Ercol allor disse: – Ora è che tu pera, malvagio! – E a mira verso lui fermosse, e posta in corda de lo stral la cocca, più che può il tira e verso lui lo scocca.
E, come dritta avea la mira al core, gliele passò con quello acuto telo: cadde a quel colpo l'empio rubatore ed un fier grido andar fe' sino al cielo
e tutto l'ocean n'udì il rumore e a Teti il cor si fe' come di gelo; si vider le Nereidi insieme unite sino al fondo del mare andar smarrite.
Morto il crudele, prese Ercole un salto, e 'n nave entrò tra le nemiche squadre e mosse un crudo e dispietato assalto a quelle genti scelerate e ladre;
a i pesci ne gittò molti ne l'alto, col tronco a molti die' morti aspre ed adre, tal che non ne restò vivo pur uno che gli fe' tutti andare a l'orco bruno.
Così face il leon se ne l'armento, da fame spinto, entra per la pastura, perché non sazio averne uccisi cento, segue il furor sin che l'armento dura;
or, poi che vider gli altri il duce spento, e color giunti tutti a morte oscura, ad un tratto perdero ogni speranza, tal vista nel fort'Ercole possanza.
Onde gittano l'arme, e 'n atto umile, chieggon perdono al gran figlio di Giove; Ercole al par di qualunque uom gentile e pio, pur ch'uom di pietà degno trove,
riprese lor, ch'ad un mostro simile, cui par non fu veduto in terra altrove, servito avesser; poi tutti gli accolse e sé a Eritrea, perdon lor dato, volse.
Mentre Ercole indi andava ad Eritrea con la vittoriosa armata unita, venne al mar, mesta per la sorte rea, copia di donne pallida e smarrita,
de le quali il figliuol questa piangea, quella il padre, o il fratel privo di vita, questa l'amante e quella il suo marito, tal che sonava a i lor lamenti il lito.
Arriva spinti, in un drapello giunti, erano quei di Grecia e quei di Gade, tal che le donne, ch'a i corpi defunti spinte aveva de i suoi vera pietade,
conoscer non sapeano i lor congiunti da quelli ch'eran di lontane strade; molte piansero al lito i lor nemici credendogli i lor figli, o i loro amici.
Ché i corpi il mare avea sì macerati, e trasformata sì di lor la vista che non potea i fratelli, i padri, o i nati scerse da gli osti quella turba trista,
pur tra quelli che furo al mar gittati, la madre scerse il suo caro Malista, ond'ella, d'incredibil dolor piena, il trasse lagrimando su l'arena.
E tolto il corpo del figliuolo in braccio la vecchia madre afflitta e sconsolata, oimé disse: – Perché teco non giaccio? Perché la vita mia non mi è troncata?
Perché te freddo, come gelo, abbraccio, ed anco a me la vita è prolungata? Devea il ciel pur mandar me pria a l'occaso e non servarmi a così duro caso!
Del petto il tuo morir mi ha tratto il core che son qui, figlio, oimé morta vivendo, rimasa per essempio di dolore, in caso così misero e sì orrendo!
Deh, se la pietà e 'n te sommo fattore ch'esservi da ciascun misera intendo, or sia la doglia mia per te finita e trammi fuor di sì dogliosa vita!
Ma tu ancor sordo sei ver me com'aspe, né pur vuoi che si tronchi ora il mio stame, ma vuoi che la ria Parca anco l'inaspe, perch'io avanzi in dolor tutte le grame;
né da l'Ibero uguale abbia a l'Idaspe, onde convien che 'n van la morte chiame, la morte, che poriami far contenta sottraendomi al duol che mi tormenta.
Ma sia che può, caro figliuolo, i' voglio sempre esser teco ancor che qui mi resti, qui, oimé dove esser viva ora mi doglio in giorni così miseri e sì mesti
che quel, oimé c'ho del tuo fin, cordoglio vuole, che come qui mai sempre avesti vivendo la tua cara madre teco, così ve l'abbi ancor nel regno cieco.
Qui rimarrà la mia caduca salma, cui, per miracol, reggerà la molta doglia che mi consuma, e la trista alma a te verrà sempre a seguirti volta;
ché se non vuol del mio morir la palma la morte, che i miei prieghi non ascolta, pietà m'ancide e qui son morta viva, sendo l'alma mia teco a l'altra riva! –
Alfin di queste voci, come estinta su il morto figlio la dolente resta, e da pietà di lei fu così vinta, quell'altra turba, sconsolata e mesta,
che ancor che il proprio mal l'avesse spinta a i suoi cercar che il mare ebbe in podestà piansero tutte il caso di costei, posti in oblio quasi i lor casi rei.
E dopo molto lagrimare insieme, accusando il destin, le fiere stelle quei che 'n mar giunti erano a l'ore estreme, che per gli lor pigliar le meschinelle,
per conforto del duol che le ange e preme, a Gade fer condurre e dopo quelle ceremonie, che far si soleano ivi, sepeliro di vita i corpi privi.
Or mentre il gran figliuol d'Anfitrione, verso Iuba il camin rivolto avea, ei, per torla di mano a Gerione, quanto poteva più stringea Eritrea
e Sace, con lui stando al paragone, con ogni suo poter la difendea, giunge il forte Ercol, ma prima ch'a guerra si metta, manda un suo dentro la terra.
E fa sapere al valoroso Sace ch'a la difesa de la terra stava, che Gerion, nel mar traffitto giace con la gente che seco si trovava;
e che se la città gli dava in pace, ogni passata ingiuria egli annullava, ma che se mantener volea la guerra, stesse sicur ch'a fuoco andria la terra.
Sace, che vede ch'adosso gli viene Ercol vittorioso e sì possente, e che non ha più cosa ove por spene, e nella terra tien sì poca gente
per non provare anch'ei l'ultime pene, di dar la città ad Ercole consente e sé e la gente salva, a lui si rende e il possesso del luoco Alcide prende.
Entrato ne la terra, Ercole intese che dentro a un chiostro Gerione molte donzelle avea, di questo e quel paese, ch'a varie genti avea il malvagio tolte;
tosto ch'udì ciò il cavalier cortese andò là ove eran le pulcelle accolte, per dare a Gentio la figlia gentile, ch'ivi chiusa tenea quel mostro vile.
E fattasi mostrare Elisa bella (che nome tale avea la nobil figlia) tra tutte l'altre per nome l'appella e per la bianca man poscia la piglia,
e dice: – Cortesissima donzella, cui nessuna altra qui in beltà assimiglia, quindi vi scioglio u' vi legò quel mostro c'ho ucciso e vi dò sciolta al padre vostro! –
E questo detto la die' a Gentio in mano, che il pianto a pena per letizia tenne ed Ercol rengraziò cortese e umano, e bene il dì lodò ch'a Gade venne
per dar degna mercede a l'inumano, ché molto tempo in gran dolore il tenne; Ercole, per volerlo a pien beare, disse che le volea marito dare.
Qual apparir suol nel mattin l'aurora, quando, lasciato il suo Titon nel letto, esce del mar tutta lucente fuora, vermiglia, come rosa ne l'aspetto,
tal venne Elisa bella in viso allora; Gentio non fe' al dir d'Ercole disdetto, ma disse: – A ciò ch'a voi pare, i' consento e di quanto vi è grado i' son contento. –
Egli a Iuba, ch'avea l'assedio messo ad Eritrea, la die' per moglie e dote le assignò Gade e fe' vedere espresso quel che 'n alma gentil cortesia puote;
Gentio, per dimostrarsi grato ad esso e far per sempre le sue virtù note, a i maggior numi uguale il volse fare, e un ricco e nobil tempio gli fe' alzare.
Ché pria che si scoprisse il vero lume che venne in terra a illuminar le carte, appresso quegli antichi era costume dare a chi lor giovasse in qualche parte,
l'onor, ch'ora si dà al supremo nume che del regno immortal ci chiama a parte, e come or siamo al vero Dio divoti, così essi a quei porgean preghiere e voti.
E nel vero non va più appresso a Dio l'uomo, in cosa che 'n terra tra noi faccia, quanto in levar da caso acerbo e rio, color, cui sorte rea danno minaccia;
e con mente benigna e con cor pio, a la vita commune util proccaccia e come è molto a Dio vicin colui che giova, vi è lontan chi nuoce altrui.
Né pur, lontan da Dio, ma da l'uomo, anco che l'uom, sol per giovare in terra venne, dunque, perch'Ercol valoroso e franco a Elisa bella con pio cor sovenne,
non si vide giamai sazio, né stanco il padre, che da lui la figlia ottenne di mostrarglisi grato e gli alzò il tempio che raro fu di grato animo essempio.
Così signore, a l'eccellenza vostra un tempio, non di sontuosi marmi, ma di via maggior pregio, l'età nostra inalzerà con onorati carmi,
per l'immensa bontà ch'ella ora mostra nel prender per lo santo pastor l'armi, ove le si daranno onori eterni perché sì bella impresa ivi s'eterni.
E vedrassi con voi Carlo ed Antonio, che la bella Partenope ci diede eterno onore del paese Ausonio, con voi restar di questa gloria erede,
tal che il latino e l'Idioma Emonio e il Tosco ch'a nessun di questi cede, per por questa bell'opra tra le prime, in versi leggerassi, e 'n colte rime.
Molto la stirpe de' Carafi ha alzata la somma de le chiavi e il sacro manto, degno pregio a quell'anima ben nata, ch'attese sempre al viver giusto e santo;
ma i duo nipoti men non l'hanno ornata con la lor gran virtù per ogni canto, poscia che l'uno e l'altro, con cor pio, a Roma liberar si danno e il zio.
E parmi di veder che il sommo Giove, che mira i fatti uman, con occhio giusto, per sì bell'opre e per sì altiere prove, pari a quelle del secolo vetusto;
insin dal ciel mirabilmente approve e di questo e di quel l'animo angusto ed ad Anton premi apparecchi e a Carlo e statuisca al zio successor farlo.
Acciò che sotto lui l'età de l'oro fiorisca sì ch'abbia gli antichi pregi e lo splendor del sacro consistoro, per lui, via più che mai, sì onori e pregi;
poi contra i persi, i traci e il popol moro armi con lui tutti i cristiani regi, e de la infedel gente vincitore a tutto il gregge uman dia un sol pastore.
E per la virtù sua si vegga tolto il sepolcro di Cristo da le mani de gli infedeli, che con danno molto e con eterno opprobrio de' cristiani
ci è stato già tanti anni di man tolto da que' malvagi e scelerati cani: ora, attendendo che il trionfo guide Carlo, i' ritornerò al tempio d'Alcide.
Di finissimi marmi eran le mura e le travi di cedro e il tetto d'oro, cui supposte con bella architettura, cento colonne d'alabastro foro;
il pavimento, fatto con gran cura, di porfido era di sottil lavoro ed al maggiore altar per cento gradi sì già di prezzo e d'artifici radi.
Tenean d'argento fin quattro colonne la nobil pietra de l'altar sospesa, per colpa d'una, a tutte l'altre donne del gran tempio l'entrata era contesa;
vestiano i sacerdoti bianche gonne, rasi, discinti, scalci e su l'accesa fiamma ponean gli incensi e gli altri odori con caste menti e con divoti cori.
Nel tempio altier non si vedeva imago, né simulacro alcun che n'era senza, perché il buon Gentio s'era mostro vago di dargli maestade e riverenza;
stimando, che devesse Ercole pago restar che l'edificio in apparenza mostrasse quanto grande egli era fuori con nobile scultura e bei lavori.
Ché quantunque nel tempio dipintura non fusse, eran però le ricche porte maravigliose d'opre di scultura, che buon mastro vi avea le mani porte,
né l'una si scorgea qualunque dura fatica ch'Ercol valoroso e forte avesse fatto, o ver fusse per fare, in monti, in pian, in laghi, o ver nel mare.
Ne l'altro molti di que' fatti egregi ch'egli avea sino allor con lode fatti, di quei che devea far degni di pregi il maesiro indivin vi avea ritratti,
ivi i Beoti, sovra tutti i regi, l'onoravan, perché essendo disfatti da copia d'acque, fur da lui ridutte nel Mineo fiume e ivi raccolte tutte.
Si vedea poscia il mar de i Micalesi aprir la notte ed afferrarlo il giorno, a beneficio di tutti i paesi, ch'esser si ritrovavano ivi intorno,
ed al fume Albio, ond'aspramente offesi i Feneati lungo tempo forno, per giovar lor, pien di cortese affetto, le rive fare e un ben capace letto.
E per levare a lui la sete ardente, onde secche le fauci e arsiccie avea, il Dria far sorger che copiosamente acque, a la sete sua, chiare porgea,
e far venir miracolosamente al trar di un ferro, ch'egli in terra avea, il bel fiume Cimin, detto dal monte, al qual parea sorger quell'acqua a fronte.
Poi, perché non temesse l'orcomeno, come temer solea l'onde Cefise, purgar vedeasi tutto quel terreno, le prime usate lor strade recise,
perché esse accolte in un ben largo seno, sì gran riparo al loro impeto mise, che ne' campi, cui l'onde eran nemiche, sorgeano in copia viti, arbori e spiche.
Mostrava indi a' Trezeni un fonte chiaro non meno utile a lor ch'a' lor vicini, il qual dal nome d'Ercol poi chiamaro, per mostrarglisi grati, i cittadini;
poscia a Giunone alzava un tempio raro, da noverarsi tra' più pellegrini, perché ella in tanto pose le antiche onte che il favorì a dar morte a Ippoconte.
A Damasco parea poscia dar morte a Turio iniquo ed al crudel Termero, e Alcioneo a le tartaree porte mandar, quantunque fusse ardito e fiero;
e Nesso, che violargli la consorte voleva uccidere e Salunta altiero, e dar dicevol pena a Ematione, ed al figliuol di Marte Licaone.
Vedevasi tirar Perichimene, ch'a quelli di Beozia ito era adosso, da corsier quattro, per le greche arene, e far del sangue suo quel terren rosso,
per dare al traditor debite pene, s'era a farlo staziare Ercole mosso, per mostrare ad ognun che pena greve a chi si dà a violar la fe' si deve.
Sopposte a queste aveva il dotto mastro le palme ch'a l'Olimpo ei devea avere, non per influsso già di benigno astro, ma per l'ingegno e per lo gran potere;
coronato l'aveva l'Oleastro e posto in ornar lui tutto in sapere, vedeasi Palla, con fraterno amore, purgarlo da la polve e dal sudore.
E posto che vi fusser molte cose da l'indivin scultor già prevedute per non vi esser più loco, qui fin pose a l'alte imprese, già da lui vedute;
le dette, con quell'ordine dispose che se fusser molti anni inanzi sute, ma non sì essendo l'indivin più esteso, ho questo anch'io per fin del canto preso.
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