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1504–1573

XI

Giambattista Giraldi Cinzio

Se quanti sono i venenosi draghi che col lor fischio e con gli acuti denti, lasciati i gorghi e le paludi e i laghi, vengono a venerar l'umane genti,

tanti vi fussero Ercoli che vaghi del commun nostro ben fussero intenti a spegnere il mortifero veneno, questo seme crudel verrebbe meno.

Ma perché crescon quelli e mancan questi, in numero quei son quasi infiniti, e s'aviene, signor, ch'or da sì infesti mostri vostra bontade or non aiti;

veggo i veneni lor sì a i buon molesti, che tutti i pregi uman seran finiti, ché se ci manca il vostro alto soccorso, fia ucciso ognun dal lor rabbioso morso.

Perché tal drago esce d'oscura stanza ch'a novi rai del novo sol si liscia, che gonfio di venen mortale avanza ogni aspido, ogni tiro, ogni rea biscia

e avendo in mordere altri ogni speranza per l'erboso terreno ondeggia e striscia e con gli occhi focosi, acceso d'ira, sol a mordere altrui dì e notte mira.

E desta molti che col mortal fiato, vibran le ardenti e venenose lingue, tal che gittan venen per ogni lato, e ognun di lor de l'altrui mal s'impingue,

onde se il valor vostro alto e pregiato, questa stirpe mortale or non estingue, veggo ch'a stato tale i buon verranno ché le rare virtù lor non varranno.

Ma a chi vi desto a sì onorata impresa, Ercole invitto, se voi per voi stesso avete a questo far la mente accesa, sì che di lor nessun vi viene appresso,

che poiché la virtù vostra è compresa, questo mal seme timido e sospeso si sta e il venen tien chiuso al cor intorno, non ardendo ad alcun far danno, o scorno?

C'ha de la virtù vostra sì gran tema il costor stuolo maledetto e rio, che dubita tutt'ora che nol prema la forza vostra, onde ne paghi il fio

e sì si rode che da sé egli scema, consumando se stesso il reo desio, onde non è di foco, né di mazza mestieri a voi, contra questa empia razza.

Come mestier ne fu ad Ercole antico, del qual serbate voi la virtù e il nome, quando a Lerna mandollo il fier nemico, perché le forze sue restasser dome,

da l'Idra che col fiato suo ogni aprico loco struggeva e non sapeva come difendersi da quel mortifero angue la gente, fatta per timore essangue.

Viste Giunon le gloriose prove contra le fiere e gli altri mostri insani, del possente figliuol del sommo Giove, ond'eran tutti i suoi disegni vani,

arse di novi sdegni e d'ire nove e tornando a i pensier crudi e inumani, volse ancor che il vedesse ardito e franco, ché il nemico il mandasse a periglio anco.

Visse in Arime già una ninfa cruda, tra duri sassi, in buca oscura e cava, che si scopria disopra donna ignuda e disott'era una ria serpe e prava,

la qual viveva sol di carne cruda, e mai, per tempo alcun, non invecchiava, Echidna detta che gli occhi volgeva di parte in parte, ovunque ella voleva.

A costei si congiunse già Tifone, vento crudel, via più d'ogn'altro vento, vinto da una focosa passione, onde avea notte e dì grave tormento;

nacque di costor due quel fier dracone che capì aveva, in un sol corpo, cento, e fu dett'Idra e di sì orribil vista che non fu mai fiera più cruda vista.

Poscia che l'empia figlia di Saturno ebbe veduta la spietata fiera, tutte le voglie sue rivolte furno a voler ch'Ercol, per quel mostro, pera;

e lo studio del giorno ed il notturno intorno a tal pensier tutto posto era, onde, con propria man, nutri la serpe cui simile per terra altra non serpe.

Quanto muta il furor l'animo altrui? E quanto dal diritto altri allontana? Vedi Giunon moglie di Giove, a cui simile il ciel non ha, fatta sì insana,

che per saziare i gravi sdegni sui, sì da a nutrire in una oscura tana, giù discendendo dal celeste chiostro, sì sozzo, sì deforme e orribil mostro.

Quindi veder si può ch'ira non lascia, quando altrui intorno al cor fervente bolle, scorgere il ver, ma sì gli occhi gli affascia, ché quanto di lume ha, tutto gliel tolle;

felice chi levar si può tal fascia e veder che cercar di far sattolle le voglie nate d'ira e di disdegno e del don farsi de la mente indegno.

L'Idra crudele e il suo veneno crebbe in guisa che non vi era in terra pari, poiché Giunone tal veduta l'ebbe volse far sazi i suoi disdegni amari,

come chi pur spento veder vorrebbe i suoi nemici e tutti i modi cari gli sono che gli s'offrono, onde spere il desiato fin l'ira sua avere.

Vinta adunque Giunon da l'ira interna, onde le bollea il sangue entro le vene, di notte andar fa a la palude Lerna, la qual tra Argo riposta era e Micene,

la serpe ria che d'ogni furia inferna maggior veleno e maggior rabbia tiene; ella soffiando avenenò quelle acque come a la dea che la mandò là, piacque.

Chi corallo talor tratto de l'onde visto ha che 'n un sol ramo ha molti tronchi, ciascun de i quali poscia si diffonde in varie parti con ramosi bronchi,

pensi tale la serpe che sì asconde ne la palude tra fangosi gionchi e col venen che versan cento teste, va avenenando or quelle parti, or queste.

Ovunque volga la superba belva il fiato ed il venen mortifer mande, fa morir l'erba e face che la selva tutte le foglie e i fior per terra spande,

né animale ivi intorno alcun s'inselva, quantunque fiero sia, quantunque grande che por si voglia di assalirla a rischio, tal paura ha del venenoso fischio.

Come talor se la cocente fiamma ch'arde la notte e il giorno in Mongibello, esce dal monte ed il paese infiamma che dianzi in vista era sì vago e bello,

non pur fuggir si vede capro, o damma da l'aspro foco, ma veloce e snello ogn'uomo, ogn'animal, tanta paura ave ciascun de la cocente arsura.

Così, qualor uscia de la palude il mostro, più d'ogn'altro venenoso, d'erbe faceva le campagne nude e togliea a gli animali ogni riposo,

né a le fiere giovava esser rie e crude, per non empirle il ventre cavernoso, ond'a l'orso, al cenghiale il gran valore poco valea, contra sì gran furore.

Se pastor là con le sue pecorelle giungea per caso, o per suo fier destino, le vecchie tranguggiava ella e le agnelle e facea strazio del pastor meschino,

così facea de i buoi, de le vitelle, tal ch'ivi si vedea in ogni confine e per gli dritti e per gli camin torti, sol sangue sparso e nude ossa di morti.

Come quando nel mar fuori al pasto esce gran foca, gran siluro, o gran balena, ognun di loro in ogni parte mesce il mare intorno con immensa lena,

poscia con l'ampia bocca afferra il pesce, in tanta copia che ne resta piena l'avida bocca e son sazie le brame che 'n lor, destato avea l'ingorda fame.

Così, al trar de lo spirto, quella Lue gli augelli ne traea dal cielo a schiere, tal che l'aquila spesso vista fue, con la preda ch'aveva in lei, cadere,

ma il ventre mai, ne le gran fauci sue tanto da divorar poteano avere ch'ella ognor non cercasse trar nel cupo suo ventre, orso, cenghiale, augello, o lupo.

IL popol di quel loco alfine armosse e contra la rea bestia in un, si accolse, ma a lei non così tosto avicinosse ch'ella i fier capi suoi contra gli volse;

tra le genti ch'ardite s'eran mosse, aver prendute l'arme a molti dolse, perché lor parve che forza mortale uccider non potesse un mostro tale.

Pur a lei tutti in quella guisa andaro che si va ad assalire una fortezza e le schiere, in bell'ordine, acconciaro de la gente che a far guerra era avezza;

poi tutti verso il mostro si piegaro, con ardir, con valore e con destrezza, sol per aver di quella ria la spoglia, che cagione era lor di tanta doglia.

Sparse la bestia le sue teste in terra, come arbor sparger suol le sue radici, si drizzò poscia e apparecchiò a la guerra gli orrendi capi contra i suoi nemici;

la gente tutta le forti arme afferra e con molto valor, con mani ultrici, la serpe in guisa tenta di ferire che la facciano tutta ivi morire.

Non sì spessa la grandine dal cielo cade, quando il gran Giove irato tuona, né allor la neve che la terra il gelo copre e zefiro e flora n'abbandona

come va spesso un dopo l'altro telo adosso al drago, perché non perdona alcuno a lancia, a spiedo, od a saetta, per far del danno avuto aspra vendetta.

Molti vi fur che con estrema possa sassi gittaro a l'empio mostro adosso, onde una torre seria stata scossa e caduta seria tutta nel fosso,

ma la scagliosa pelle avea sì grossa, sì forte avea, de la sua spina, l'osso che non più la offendean quelle percosse che se diaspro, o ver diamante fosse.

Non più fer sassi adunque e strali ed arme che s'avesser percosso un duro scoglio, anzi la serpe, quale aspe che s'arme contra chi presso l'ha, pieno d'orgoglio,

destossi ad ira e (come intender parme da chi di ciò vergato ha più di un foglio) i sassi, con la coda, e l'arme prese e gli assalitor suoi, con quelle, offese.

Offese dico in sì spietata guisa che i miser cadean morti a sette, a sette, ma perché ognun vuol pur la serpe uccisa, la turba ogni sua forza in opra mette,

ma riman vano ciò ch'ella divisa che l'arme contra lor l'Idra rimette, con quel furor, col quale oggi bombarda, spinge la palla, onde dia, bombi ed arda.

La gente che gran danno alfin riceve e nulla offende quella bestia atroce, visto lo strazio e la ruina greve cerca il mostro fuggir che sì le nuoce,

ma l'Idra, più d'ogni saetta, lieve, co'lunghi colli suoi pronta e feroce circondò, in un momento, tutto il campo, tal che pochi di loro ebber lo scampo.

Come cinger veggian la selva densa con forte rete, a cacciatore accorto, perché il cenghiale che fuggir si pensa, v'incapi dentro e ne rimanga morto,

così gli immensi colli ivi dispensa il mostro fiero, il che poi ch'ebber scorto i miseri, infelici micenei, si vider, giunti a casi acerbi e rei.

Avenne lor quel ch'avenir si vede a chi ha l'acqua di dietro e inanzi il foco, che non sa ove voltar si debba il piede per potersi ridurre in sicur loco;

ché se bene il pericolo prevede, conosce che l'ingegno gli val poco, perché, ovunque si volga, ovunque vada, ne la morte palese egli non cada.

I miseri si senton da ogni parte involti sì che lor tolt'è il fuggire, se col valor, se con la solit'arte voglion la fiera bestia far perire,

san che se fusse ognun di loro un Marte, tutti indarno l'andriano ad assalire, poiché l'arme che contra l'Idra vanno, a chi le manda e non a lei, fan danno.

La serpe che 'n sicur la preda scorge e vede quelle genti alfin ridotte fa che da lei sì denso fiato sorge che par che il dì si sia cangiato in notte,

poscia co'cento capi ella risorge e le genti infelici, ivi condotte, morde co'denti e con l'immensa coda in mille giri avolge e stringe e annoda.

Van sino al cielo le dolenti grida de l'infelice gente ivi entro accolta, ma se ben s'ange quel, quell'altro grida, non è a la bestia ria la furia tolta,

anzi quanto maggior sono le strida, tanto più contra lor fiera si volta, né prima di straziar, di stringer lassa ché di vita tutta è la turba cassa.

Come suol lupo fiero, o crudel'orso, spinto da fame tra la greggia imbelle che non abbia il pastore in suo soccorso, i montoni straziar, straziar le agnelle

e poscia che o con l'unghie o col fier morso, ha dato crudel morte a questi o a quelle, mangiar la carne e su per l'erba il sangue, succiar de l'infelice greggia essangue.

Così, rosi color, l'Idra si scioglie per la campagna e il sangue sparso sugge ma non sazia però l'ingorde voglie, né men che pria tutto il paese strugge

che quanti uomini, bestie e augelli accglie, (come fiera crudel ch'irata rugge) Ancide squarcia, rode, a strazio mena, insin c'ha il ventre ed ogni fauce piena.

Era ne la stagion ch'i raggi ardenti al cocente leon conduce il sole, onde son per gli campi i fior sì spenti che del troppo calor flora si duole

ed i fiumi si seccano e i torrenti, e chi la dura terra e arsiccia cole chiama la pioggia che con l'estive aure, rinfreschi l'aria e il cor lasso ristaure.

Adunque il sol che quelle membra incende ch'eran qua e là per tutto il campo sparse, fa che mortal vapore al cielo ascende, da i mortai membri che co'raggi egli arse

e sì gran lezzo l'empia bestia rende, che viene l'aer puro ad infettarse, onde sì grave pestilenza sorse che 'n ogni spezie d'animali scorse.

Furo l'acque infettate e le campagne sentir la forza de l'aer corrotto, tal che pascendo l'erbe, morian l'agne, beendo a morte il capro era condotto,

mentre dietro eran l'aquile grifagne a le anitre, cadean spente di botto e quelle e queste e gli altri augelli insieme volando se ne giano a l'ore estreme.

I forti alani e gli altri can fedele custodia de le greggie e de gli armenti, incorsero in tal rabbia e sì crudele ch'essi medesmi si rodean co'denti;

non giova che i capretti il pastor cele e lor dia ne' presepi gli alimenti, perché non sian dal mortale aer tocchi e non gli cadan morti inanzi a gli occhi.

Presi i cenghiali fur da secca tosse che stringean lor le fauci e cadean bassi, e come dato loro il tosco fosse, in breve rimanean di vita cassi:

il corsiero che dianzi da le mosse affrettati a la meta aveva i passi, demessa avendo la fronte superba, languido alfin morto cadea su l'erba.

Il forte bue vedeasi sotto il giogo mentre fendea a la terra il duro dorso, come avesse entro sé vivace fogo che gli fusse di parte, in parte scorso;

di sudor molle senza mutar logo, fuggendo alfin de la sua vita corso, e dal fratel dolente dislegarlo il bifolco, cui tal dolea mirarlo.

Il corso è tolto a la veloce cerva, ne l'agne timidette il lupo assale, né il leon più la sua fierezza serva, né si move a rapina altro animale

che la lue grave gli avilisce e snerva, né contra lei l'ingegno o l'arte vale, infermi uscir si veggono da i vepri e sicuri ir tra i can conigli e lepri.

Mandano morti i pesci al lito i flutti come s'essi naufragio avesser fatto, le foche, le balene, i delfin tutti a morte vanno in un medesmo tratto,

onde empie il mare il gran Proteo di lutti, visto l'armento suo così disfatto e s'odon le Nercidi in ogni canto, mandar sino a le stelle acerbo pianto.

Ma l'empia pestilenza non si ferma ne gli augelli, ne i pesci e ne le fiere, perché il villano e il cittadino inferma e si veggono afflitti ambi giacere

e appresso lor giacer languida e inferma co'suoi miseri figli, la mogliere, e molti pria che si pongano a letto, perdono tutto il senno e l'intelletto.

Tal che ne vanno forsennati e folli, dal furor vinti che gli preme ed ange, alcuno ave mai sempre gli occhi molli e la cagion non sa per la qual piange,

altri a le spiagge, a le campagne, a i colli, fugge per ischivare il duol che l'ange, ma come cerva che lo strale ha al fianco, seco si porta il mal per cui vien manco.

Né gli giovano i liquidi cristalli de le fontane e de i correnti rivi, non il ridursi in fresche e ombrose valli cui né caldo, né gel mai d'erba privi,

non gittarsi tra fior vermigli e gialli, fa che il languido spirto si ravvivi, né il gir su il terren fresco a riposarsi può far che i membri lor siano meno arsi.

Ch'a l'incendio non pur questo non giova, ma per l'incendio il freddo terren serve, poco d'esperto medico val prova, ch'a medicina sì reo mal non serve,

anzi contra i rimedii si rinova, come sprezzi siloppi, unti e conserve e con l'infermo si ritrova spesso il medico, morir del male istesso.

Giova ad alcun trar de le vene il sangue e questo istesso ad alcuno altro nuoce, dar refrigerio a chi per febre langue, l'ardore accresce e fa che via più cuoce,

quel ch'a l'un giova, l'altro face essangue; in tanti modi varia il male atroce e 'n tante guise que' meschini accora ch'Apollo vinto ed Esculapio fora.

Sotto le ascelle ad altri il tumor nasce, alcuni han le nascenze a l'anguinaglia, ad altri il foco sacro i membri pasce, ond'è il lor corpo pien tutto di scaglia,

il fignolo sanato anco rinasce, altri occulto venen preme e travaglia, onde la lingua lor molle se inaspra e la pelle vien tutta arida ed aspra.

La fronte orrida fassi, acuto il naso e gli occhi cavi e piane ambe le tempie e mostran ben che non è umor rimaso in loro e quanto duol loro anga e scempie:

altri vi son che giungono a l'occaso, come del mal non sentan le forze empie, ma avendo faccia lieta e colorita, ragionando e ridendo, escon di vita.

Vi son di quelli che col darsi morte, si tolgon de la morte il gran timore di questi alcun fa le giornate corte, col trappassarsi di coltello il core;

molti, vinti dal duol crudele e forte, giungon con l'affogarsi a l'ultim'ore, altri si lancian giù da rupe alpestre, si gittano altri fuor da le finestre.

Le matrone, le vergini che dianzi avean l'onor più d'ogni cosa in pregio, non curan più che il lor nome s'avanzi, con l'aver d'onestà l'altiero fregio,

ché né dietro coperte, né dinanzi, come avesser l'onor tutto in dispregio, sen vanno nude dal fier duol corrose, ove esser solean già sì vergognose.

Cader si vede il figlio appresso il padre mentre il misero vita dargli tenta e ne le braccia a la dolente madre la vita de la figlia restar spenta,

mentre dice il ciel crudo e le stelle adre la moglie che si duole e si lamenta, su il defunto marito, a morte giunge e l'anima infelice a la sua aggiunge.

O quante volte il miserello infante, succiando a la pia madre le mammelle, le cadde morto in un momento, inante e lo spirto mandò sciolto a le stelle!

Quante altre volte avenne ancora e quante, che le madri infelici e meschinelle, dando il latte a'lor figli, a morte andaro e loro in preda a gli avoltoi lasciaro.

Qual ne l'autunno, a lo spirar del vento, da gli arbori cader soglion le fronde e coprir sì la terra in un momento che sotto il manto lor, tutta s'asconde;

o qual cuopre un gran letto il pesce spento, se del fiume si seccan forse l'onde, tale ogni loco colto, ogni deserto allor da corpi morti era coperto.

Ché tanta fu del pestilente morbo la forza e l'incredibil crudeltade che di vivi restò quasi il loco orbo: pien di morte i sentier, piene le strade,

sicure prede ne faceva il corbo, però che nel conta, ne la cittade vi mancava il terreno a sotterrargli e per lo rogo legne in abbrugiargli.

Questo, invitto signor, nel nostro nido vedemmo allor ch'era l'Italia tutta piena di acerbo e doloroso grido per esser da tal mal quasi distrutta

che non era città non era lido; ove gente mortal fusse ridutta, che per la morte altrui, dolente ed agra non si vedesse involta in vesta negra.

Ché de gli uomini fe' sì crude prede, la pestilenza, nel paese nostro, che 'n molte case non rimase erede e fu di morti pien qualunque chiostro;

non può lingua, né penna a pien far fede con semplici parole, o con inchiostro, quanta e qual quella mortalità fusse che tutta la città quasi distrusse.

Vidi già il vostro padre così mesto che divenir bramò parte de' suoi, ma il ciel che tor vi volse dal funesto caso, operò che nol vedeste voi,

perché oltra l'Alpe, molto inanzi a questo influsso, andaste per condurre a noi la casta ed augustissima Renata che per moglie il gran re vi aveva data.

Ma furo bene a me que' dolor noti che padre vi lasciai, madre e fratelli, né mi giovaro sacrifici, o voti, perché vivi restasser questi, o quelli,

però che fur tutti d'effetto vuoti, ch'a morte se n'andaro i miserelli e me laciaro, a me sì grave salma che fui per scior dal vel caduco l'alma.

E levandola fuor di pene gravi, sciolta mandarla a loro ed a colei ch'ebbe già del mio core ambe le chiavi e l'aura fu de gli arsi spirti miei,

da cui mentre attendea chiari e soavi giorni, in oscuri fui posto ed in rei, veggendola cadere estinta allora ché di pericol trar la volea fora.

Vivete insieme alme felici liete, cinte d'eterni e d'immortali onori e il sommo re pregate ch'en quiete anch'io vi goda, tra i celesti ardori,

quel tempo che starò ne la inquiete mortale, il sasso spargerò di fiori che chiude il mortal vostro e fragil velo ed a voi, col pensier, mi verrò al cielo.

Mentre la pestilenza così preme e manda a l'ombre la infelice turba, in copia tal che sotto il peso geme Charon che del gran numer si conturba,

Giunon che d'ira e di fier sdegno freme e di vinta restar, seco si turba, fa ch'a chiedere Alcide Euristeo manda e che l'Idra egli uccida gli comanda.

Pensossi la crudel che non potesse Ercol de le due morti fuggir l'una, o ver che la ria serpe l'uccidesse, da cui scampar non potea gente alcuna,

o che la pestilenza gliele desse morto, contrista e misera fortuna, ma né l'un fatto, né l'altro le venne che l'aiuto del ciel salvo il mantenne.

E perché già la fama aveva sparso per tutta Grecia, quanto fusse fiera la serpe, de la qual non era apparso mostro di più terror di quel che ell'era,

Ercole, dal desio de l'onore arso, si dispon d'ire a la spietata fiera in guisa tal che vincitor ritorni e il suo duro aversario se ne scorni.

Qual uom che venir debba a la battaglia contra chi è avezzo a singolar certame e sa quanto sia forte e quanto vaglia, quando altri a guerra, ne l'arena, il chiame,

prende lo scudo e di minuta maglia s'arma e di fine e ben temprate lame, ed armato che egli è l'arme da offesa piglia e si accinge a l'onorata impresa.

Tal Ercol che sapea quanto avanzasse l'Idra, con cui deveva aver tenzone, ogni rea bestia, prima che vi andasse de la pelle s'armò del gran leone;

poi perché vincitor di lei restasse, prese l'usato suo forte troncone e l'arco e le saette acute tolse e ratto verso l'Idra i passi volse.

Mentre egli se ne già verso Micene e invisibile seco avea Minerva che gli aggiungea valor, gli dava spene di far morta cader l'Idra proterva,

vede un, ch'a passo lento, ver lui viene e mostra in viso il duol che nel cor serva, questi gli narra il gran strazio che face de' Micenei quell'animal vorace.

E la gran strage e la ruina estrema che da la pestilenza han sostenuto, cosa che cagione è che pianga e gema chi il padre, chi il fratel, chi il zio perduto

e che quei che son vivi abbian tal tema, che sì siam disperati d'ogni aiuto, né aspettino altro che quell'ora venga che la serpe, od il male anco lor spenga.

E cadde morto alfin de le parole, come da ardente fulmine percosso, Ercol di quel meschin seco si duole e se ne sente, insino al cor, commosso,

ma quel che timor porre ad altri suole sì che gli è ogni valor de l'alma scosso, Ercol fe' più animoso, perché il punse la gran pietà ch'al gran valor s'aggiunse.

Ché posto che la pestilenza acerba devesse in Ercol grave tema porre, sapendo ch'ella ogni possanza snerba, e 'n van potere uman le si va a opporre,

la speme nondimen che nel cor serba che il padre eterno ch'a color soccorre, che son pietosi, aiti il proprio figlio non gli face curar sì gran periglio.

Onde ne va sicuro a la palude, ove ha il drago crudele empio soggiorno e ne l'andar, vede le morti crude fatte da la crudele Idra ivi intorno

che biancheggiava il campo d'ossa nude e asperso era di sangue ogni contorno e di ciò stupefatto, il pié rattenne, tanta compassion nel cor gli venne.

Involta l'Idra tutta era in un groppo che i colli avea e le teste in uno accolte e non trovando più da mangiar troppo le forze del venen tenea in sé occolte

e senza alcun timor di grave intoppo tutte le lingue ad una, ad una sciolte mandando fuori, i colli si lisciava, quale al sol serpe, uscita de la cava.

Come talor se la campagna inonda il Po superbo e scorra valli e piagge, le serpi che fuggir tentano l'onda, cercan le colte parti e le silvagge

e se fortuna forse han sì seconda che veggan loco sorto, come sagge s'accolgono ivi in un viluppo, preste, mandando fuor sovra il terren le teste.

Così l'Idra era e poi ch'alcide scorse, (che intenti gli occhi a la rapina avea) raccolse i capi e poscia in guisa sorse, co'colli che un monte alto ella parea;

poi, sviluppata a l'aria i capi torse, sì che insino a le nubi ella giungea con orrore incredibile fischiando e le trisolche lingue al ciel vibrando.

Come se ne la selva a l'aer fosco accende alcuno in secche legna il foco, al cielo andar si veggon, per lo bosco, mille vivaci fiamme, in tempo poco,

tal l'Idra, piena di mortifer tosco, si vide allora, nel palustre loco, tosto che cominciò da terra alzarse e i cento capi insieme a l'aria sparse.

Poi come avien che Borea, quando fiede le fiamme, a un loco sol tutte le piega, così chinarsi verso Ercol si vede l'Idra e girlo a trovar lungi una lega;

Ercole che il pericolo prevede al fianco la faretra sua si lega, ma pon giù l'arco e sol col tronco assale quell'informe e terribile animale.

Come villan che salce, od olmo monda, con lo acuto coltello, a mano, a mano, cadere a un tempo fa da la feconda arbore quattro e sei vincigli al piano;

tal Ercole, col forte tronco, tonda sei teste, a un colpo solo, al drago strano, ma non sì tosto le ha gittate a terra che nascon raddoppiate a fargli guerra.

Come a la stagion nova più rampolli moro tagliato, dal suo ceppo, mette così più capi da gli incisi colli nascono e contra Alcide ella gli flette,

e quanto Ercol fa più del sangue molli le gole, tanti più capi rimette l'Idra e quanto egli più la guerra mesce, tanto più il numer de i nemici cresce.

E quel gli avien, ch'aviene a l'uom che incespe talor, quando sen va per verde prato, ch'al percuoter che fa del pié nel cespe, si vede in un momento circondato

da uno incredibil numero di vespe, ch'assalto fier gli dan per ogni lato che per diece che mandi morte in terra ne sorgono infinite a fargli guerra.

Ercol che vede esser guadagno il danno, che vien dal suo ferire a l'empia serpe, per uscir fuor di così grave affanno e uccider l'animal ch'or s'alza, or serpe,

pensa di far quel ch'i villani fanno, s'alcun di lor col ferro alno, o pin sterpe e lasciate le teste, col gran fusto, cerca partir de l'empia bestia il busto.

E vicin fassi, per ferirle il ventre e le viscere farle indi uscir fora, ma l'Idra, inanzi che tanto oltre egli entre per condurla ad un colpo a l'ultim'ora,

la lunga coda sua discioglie e mentre Ercole studia far ch'ella sen mora, quinci e quindi il percuote con la coda e 'n varie parti il fier guerriero annoda.

Come avenir si vede in Etiopia, ne le deserte arene e ne le selve, ove è di draghi e d'elefanti copia e d'altre venenose e fiere belve,

che quando i draghi han di mangiare inopia, s'aviene ch'elefante ivi s'inselve, l'annodan sì ch'a terra il fan cadere e il pasto ognun di lor cerca indi avere.

Così ch'a lui ciò non avenga, teme Ercole, in questa orribile battaglia, che la serpe così lo stringe e preme, che non stringe così ferro tenaglia,

né puote far ch'ella la furia sceme, se bene egli si scuote e si travaglia, perché è da i forti nodi sì legato ch'a gran fatica puote averne il fiato.

E con gli acuti denti e venenosi, l'assale e morde or fianchi, or braccia, or testa, e spazio non gli dà che si riposi, in tanti modi, in tante vie il molesta,

ben ad Ercol giovò l'avere ascosi, i membri suoi ne la leonina vesta e impenetrabil esser che il soperbo serpente il consumava a nerbo, a nerbo.

Il morde l'Idra, né per ciò egli manca mostrar quanto valor, quanta forza abbia e con la destra mano e con la manca la vita tor gli cerca e tor la rabbia;

la bestia contra lui pur si rinfranca e per lo gran venen, di stizza arrabbia, cerca in due parti farla il forte Alcide, come uom che con le braccia arbor divide.

Stringel la serpe tanto che gli scoppia il sangue quasi fuor per ogni vena, in tanti modi intorno gli si addoppia, in tante vie gli fere e petto e schiena

che il mordono le teste a coppia, a coppia e non gli dan minor de i nodi, pena, che se ben non potea il drago afferrarlo, non mancava però di tormentarlo.

Tutto molle Ercole è già del sudore e non sa ove piegar debba il pensiero per rimaner del mostro vincitore di cui non fu giamai visto il più fiero;

par che Giunon rabbia e disdegno accore, poiché dopo tanto travaglio, intiero vede Ercol e le duol ch'unqua il leone dal ciel cadesse, a pié al monte Tritone.

Ché le par, senon fusse Ercole armato del cuoio impenetrabile, seria già dal serpente tutto lacerato, sì ch'or del viver suo, non si dorria

onde dice tra sé: – Ve' come il fato sempre ho contrario ad ogni voglia mia, il leone mandai, perché atterrasse questo bastardo e vivo sel mangiasse.

E l'uccise egli e sì del cuoio armossi, che per ferirlo è vana ogni fatica, se nel cielo da men di tutti i'fossi, la sorte non avrei già più nemica,

gli avria già infranti i nervi e rotti gli ossi; l'Idra che con la coda ora l'implica, s'allor non si poneva il cuoio intorno, che cagion mi serà sempre di scorno.

Credendo offender lui, me stessa offesi, e mi nocque di nuocergli il desire, che quello a cui per sua morte m'appresi, or m'empie di dolore e di martire;

mentre così dice Giunone, intesi Ercole ha pur gli spirti a far morire la serpe, la qual vien tanto più forte, quanto egli cerca più di dargli morte.

Ma come avien quando il focil percuote la viva pietra impetuosamente che si veggono uscir fuor de la cote faville, di vivace foco ardente,

così mentre le scaglie Ercol percuote con la nodosa mazza, al fier serpente, dal percuoter violento, usciro accese fiamme, onde in mano il tronco gli si accese.

Ché come uscisse fuor d'una fornace, la cima de la mazza tutta ardea, tosto che vide Ercol ch'accesa face il tronco fatto era che 'n man tenea,

spegner pensò quell'animal vivace, che doppi i tronchi capi rimettea e a quattro, a sei le teste in terra sparse e col tronco infiammato, i colli gli arse.

Qual se ferro affocato mette il fabro ne l'onda, mormorare ella si sente, tale s'udiva, entro a ogni collo scabro, stridere il sangue per lo foco ardente;

la schiuma venenosa da ogni labro vedeasi uscir di quel crudel serpente per lo duol, per l'ambascia che sentiva, mentre che l'ardea, Alcide e che il feriva.

Freme la fiera sì che ne risuona il loco intorno, più di diece miglia; Pallade al suo fratel fortezza dona, mentre i capi a la bestia arde e scompiglia,

né prima l'impresa Ercole abbandona che la spietata serpe si assimiglia, privata de le teste, ad un gran tronco, al qual sia stato ogni suo ramo tronco.

Morta la serpe, Alcide la si snoda dal corpo, onde era strettamente avinto, par che l'aria, la terra e l'acqua goda, ch'Ercol sia vincitore e il drago vinto,

giovane o vecchio alcun di ciò nol loda, perch'ognuno ivi intorno e infermo o estinto, sol testimone ave le piante e l'erba, di sì rara vittoria e sì superba.

Le saette che dianzi Ercol si cinse quantunque da sé fusser molto acute, nel sangue de la bestia morta tinse, perché fusser mortai le lor ferute,

e ne le gravi imprese a cui si accinse, manifestasser più la sua virtute; e volse il ciel che il suo pensier seguisse ch'ognun morì ch'egli con lor traffisse.

Poscia perché non gisse al cielo il lezzo del corpo infracidito del serpente e che non fesse quella lue da sezzo peggio che prima a quella afflitta gente,

pensa di provedere al mal col mezzo del foco e accesa una gran fiamma ardente, il corpo e i capi in lieve cener volve e sparge al vento poi l'arida polve.

E per levar la pestilenza in tutto e salvar quella gente isbigotita, sapendo quanto sia del foco il frutto a chi vuol dare in simil caso aita,

le fiamme, andare al ciel fece per tutto, tal che quell'aer che togliea la vita, mentre che fu da rei vapori infetto, rimase in pochi dì purgato e netto.

Onde la gente micenea che viva era rimasa ma languida e inferma, così tosto che fu quell'aria priva de l'aspra impressione, onde s'inferma

come erba che per pioggia si raviva di debole si fe' gagliarda e ferma e poscia che sanata esser si vide, rese infinite grazie al forte Alcide.

Ercol, poiché finita ebbe l'impresa de l'Idra più d'ogn'altra impresa dura, andò ad Euristeo, il qual poi ch'ebbe intesa ben la vittoriosa sua ventura,

spronato da Giunon, di sdegno accesa, per mantener la sua crudel natura, gli impose che le cose far devesse che vi fian, quando a dir tornerò, espresse.

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