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1504–1573

Untitled

Giambattista Giraldi Cinzio

I'vo' più tosto non dirò lasciare La greggia in preda a' lupi, ma da vita Uscire, ch'io sostenga mai ch'Irinda Sia d'altri; dica pur, faccia pur quanto

Sa far Montano: non potrà mai tormi Da questa voglia c'ho nel cor fondata, Come in scelce ben dura: che sia Irinda Moglie a Filisio e ch'io ne sia contento,

Più tosto si vedran nere le nevi E le brine caldissime, ch'io voglia Che questo sia; o che la vita affatto Vi lascerò o che sarà ella mia.

Figliuol, non si dee l'uom così fermare Ne le sue voglie, che non dia anche orecchio A' buoni et amorevoli consigli Che gli mostrino il meglio; è molto saggio

Montano e per la lunga esperienza Vede in ciò quel che tu, che appannato hai Da questo tuo sfrenato desiderio (Egli m'è forza ch'io ti dichi il vero)

Non puoi veder. Dimmi ti prego, dimmi Che contentezza speri tu di avere Con Irinda, se tua ben divenisse, Togliendoti ella contra voglia sua?

A fatica ti dico, il mio Viaste, Stan bene insieme quelle mogli e quelli Mariti che si son concordemente, Insiem congiunti, non che quei che contra

Loro voglia si son congiunti insieme. Se tua venisse a questo modo Irinda, Avresti teco una perpetua croce; Però farai gran senno a non volere

Cercar di teco avere un mal continuo Che te con la tua greggia infermi in guisa Che disperato alor tu te ne moia. Io vo' più tosto stare in guerra sempre

Con lei, che con qualunque altra in diletto; Sia ella pur mia, io la farò ben fare Ciò che mi sarà a grado. E che ti pensi,

Che se tu vorrai star sempre in angosci. E tormentar quella leggiadra ninfa, Che non men cara mi è che se mia figlia Ella si fosse, consentir io voglia

Ch'ella, Viaste, tua moglie divenga, Per non aver mai bene? Tu te inganni, Viaste, se ciò pensi. Però poni L'animo tuo in riposo e pensa, pensa,

Più tosto che cotesta, ogn'altra cosa. Sono introdotti i matrimonii a requie De gli uomini, Viaste, non perché essi Portino seco gara, odio e rancore.

Se tu, Dino, vorrai, se tu vorrai, Dino mio caro, tu potrai disporre Irinda che rivolga a me il pensiero, Sì che di suo voler venga mia moglie.

Io non son stato a questa ora, Viaste, A tentar che pensiero ella abbia? E trovo Ch'ella più tosto soffriria esser morta Ch'esser tua mai.

Tu mi hai trafitto il core. E che colpa ve n'ho io, se tu vuoi Quel che impossibil è che tu abbia mai? Ella esser vuole di Filisio e in lui

Ha posti tutti quanti i suoi pensieri; E quando ad uno di voi due dovessi Concederla io, più ragionevol fora Ch'a Filisio la dessi, ch'ama Irinda,

Che a te c'ha in odio. Però poi che vedi Ogni cosa contraria al tuo disio, Da orecchie a quel che ti ha detto Montano, Levati questa cura omai dal core

E volgi ad altra donna il tuo pensiero. Dino, io tel vo' dir, sarà cagione L'odio che veggo che costei mi porta Che dia morte a Filisio e, morto lui,

Io faccia con un laccio anch'io quel fine Che per la crudeltà di Anassarete Fe' il misero Ifi, e tosto ne vedrete L'effetto tu e Irinda, poi che insieme

Vi sete congiurati a la mia morte. 0 stelle, o cielo, i' me ne vado, Dino, Et udirai, prima che questo giorno Giunga a la sera, che non sarà fatto

Meno di quel ch'io ho detto. Io me ne vado.

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