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1504–1573

Untitled

Giambattista Giraldi Cinzio

Io son sì piena di giusta ira e tanto Accesa contra Amor, che se mi desse Ne le mani, i' farei sì gran vendetta Del grave oltraggio che mi ha fatto, che io

Resterei paga: non gli lascerei Una penna nel'ali e le saette Gli spezzerei con l'arco e gli farei Veder che per lui meglio saria stato

Starsi nel seno a la lasciva madre, Che esser venuto a dar lascivo assalto A la seguace mia. Ma veggo Irinda Che, sdegnate le sori et il cacciare

Meco ne' boschi le selvagge fiere, Deliberata si è prender marito, Per lo foco che gli ha nel core acceso Questo malvagio Amor. Non so come io

Mi tenga, che non ponga una saetta In corda e non la scocchi nel suo core E la levi di vita. Pure io voglio Che la servitù ch'ella insino ad ora

Usata mi ha con fé, perdon le impetri; Ma ben raccordo a tutte quante voi Che se alcuna sarà mai così sciocca Che si ponga ad amar satiro od uomo,

Gliene farò portar sì grave pena Che passerà in essempio a tutte le altre. Se sciocca, se lasciva si è mostrata, Alma dea, Irinda, noi con cor costante,

Armate di onestà salda e vivace, Vogliàn servarvi servitù continua Con perpetua onestà, e indarno Amore Scoccherà sempre in noi le sue quadrella,

Perché sicure siàn, ch'egli non vince Quelle che vinte esser non voglin. Questo Vostro fermo proposto di onestade,

Di castità perpetua, così care Mi farà sempre avervi, che contente Vi rimarrete di essermi compagne. Ora entriamo nel bosco a mover guerra

A damme, a capri et a cengiali e a cervi, E stiasi Irinda nel lascivo fuoco Che la rode e consuma a nervo a nervo.

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