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1504–1573

IX

Giambattista Giraldi Cinzio

Spesso, invitto signor, l'invidia face, quando il veleno, ad altrui danno, adopra, ché mentre turbar cerca l'altrui pace, mentre ella a nuocer pon l'ingegno in opra,

egli risplenda, come ardente face, che più d'ogn'altra, lucida si scopra e avien che mentre ad altri il mal procaccia, con vergogna, alfin vinta, se ne giaccia.

Questo si vide già nel vostro padre, in quel tempo ch'ardea l'Italia tutta, per lo fiero furor, per le voglie adre di questa fiera venenosa e brutta,

la quale armò tante nemiche squadre, per veder la città con lui distrutta, ma danno sempre ella e vergognosa n'ebbe, e il signor vostro padre in pregio crebbe.

Perch'egli questa venenosa serpe presse così, sprezzando la sua rabbia, che materia di Clio degna e d'Euterpe diede ad ogni scrittor che desir abbia

di celebrar chi il mal del mondo sterpe ed al maligno fa morder le labbia perch'egli, armato di virtute vera, trionfò a pien di questa iniqua fiera.

Com'anco trionfò nel tempo antico, Ercole de l'invidia di Giunone, ché quanto ella più l'ebbe per nemico, quanto gli apparecchiò più aspra tenzone,

tanto egli di virtù sempre più amico si scoperse, qual oro al paragone, mostrando alfin, con l'animo feroce, che nulla invidia, od odio a virtù nuoce.

Ne l'altro canto i'dissi che lo sdegno d'Alcide, per vedersi esser soggetto, a chi stato seria a lui servo indegno, gli aveva il senno fuor tratto del petto,

e che se di furor dato avea segno, ricovrato avea al fine l'intelletto, e che poi ch'ebbe a la sua mente requie, a i morti fece far solenni essequie.

Or poiché venne il gran dolor sì lieve, ch'Ercole ricovrò le forze sue, Giunon, che vuol che tuttavia l'aggreve novella doglia, qui lenta non fue,

e fe' ch'Euristeo una ambasciata greve e minacciosa aggiunse a l'altre due: che fu che s'a lui ratto non andasse gli farebbe veder quanto egli errasse.

Come animoso e nobile corsiero prima si scuopre disdegnoso al morso, e si dimostra sì turbato e fiero che non si vuol sentir sella su il dorso;

ma, domo, si soppone al cavaliero e a voglia sua si ferma e move al corso, così fe' verso il duro Euristeo Alcide, poscia che il suo destin tal esser vide.

Fatto dunque demesso e tutto umano, lasciata Tebe e detto a ognuno a Dio, se n'andò ad Argo e 'n atto umile e piano, si offerse a quel tiranno iniquo e rio;

si vide allor quel che fa un uom villano cui non tocchi unqua il cor nobil desio, quando cieca fortuna in alto il pone e un generoso spirto a lui soppone.

Come si sta picciol fanciullo umile, se con la ferza il padre suo il minaccia così Ercol, s'è ben più d'ognun virile, tolera di costui l'aspra minaccia;

quegli, di cor, via più d'ogn'altro, vile, mira Ercol pur con orgogliosa faccia come suol fare uom da fortuna alzato da la fece del vulgo a eccelso stato.

Poi ch'ebbe, contort'occhio, acerbamente mirato Euristeo il gran figlio di Giove, a Nemea: – Va – gli disse – immantinente, ove dì e notte un gran leon si move

e con l'unghia ognun straccia sì e col dente, ché pur non vi è, chi contra lui si prove, ma che sia ardito di mirarlo fiso, né d'indi ti partir che l'abbi ucciso.

E questo detto a lui volta le spalle, come vederlo in viso gli dispiaccia: Ercol si parte e per spedito calle va a ritrovar del fier leon la traccia

e col tronco (il cui colpo mai non falle, ma tutto quel che trova e rompe e schiaccia) e con gli strali, tor pensa di terra la fiera ch'a Nemei fa sì aspra guerra.

Tosto ch'udì la misera Alcumena, ch'a pericol sì grande Ercole andava, sì grave duol sentì, sì grave pena che né pace, né requie ritrovava;

e da gli occhi spargea, con larga vena, un rio di pianto e ovunque ella mirava, veder pareale che l'empia Giunone desse Ercole a stracciare al fier leone.

Come chi è in grave ed orribil periglio d'aspettar d'ora, in ora agro martire, e quanto in opra più pone il consiglio, tanto il vede più vano riuscire,

sen va, con mesto e con dolente ciglio, (per veder se il pericol può fuggire) a i tempi e porge a Dio preghi devoti, offerendo a gli altari incensi e voti.

Così ella, col cor pien d'amare punte, al tempio di Minerva andò dolente e ginocchioni, con le mani giunte, così le disse, lagrimosamente:

– O santa dea, per cui già fur consunte le angoscie, ond'era io oppressa acerbamente, se ponno, appo te nulla, i giusti preghi, ti prego che il tuo aiuto or non mi neghi.

Se, quando fui così senza giudicio, (che toltolo mi avea tutto la tema) esposi il figlio a l'ultimo supplicio, liberasti me e lui da pena estrema,

prego che ti piaccia anco darmi indicio ch'or tal del figlio mio cura ti prema, che scarsa non gli sii del tuo soccorso, che senza te gli è ogn'altro aiuto scorso.

E, se può in te pietà, quanto ella deve, se puoi quel che poter suoli, appo il padre, pregal, ti prego, ch'ei più non aggreve questa infelice e dolorosa madre

e non consenta che 'n vita sì greve mi tengan sempre acerbe doglie ed adre, per questo figlio mio, per cui devrei viver tutti felici i giorni miei.

Né altro che ben sperar devea giamai, sapendo che di Giove egli era nato, ma se 'n van di aver ben m'imaginai, fe' ne fa il mio dolore ismisurato,

oimé, se viver debbo sempre in guai; s'esser Giove mi dee sempre sì ingrato, quanto (oimé )male aventurata fui, quando ei meco si giunse ed io con lui! –

Così la strinse la gran doglia atroce, mentre queste parole ultime disse che men le venne il fiato e men la voce, e poco vi mancò che non morisse;

ma fu la dea ad aitarla sì veloce con la speranza che nel cor le fisse che l'anima smarrita che le venne sino a le labbra, a lei congiunta tenne.

Qual si vede talora ardente lume, cui manchi il nutrimento del licore, venuto a tal che par che non allume, come dianzi facea, col suo splendore,

se prima, ch'egli in tutto si consume, alimento gli vien, pigliar vigore, tale avenne a la donna lagrimosa, Pallade vista verso lei pietosa.

Le die speme la dea che 'n poco d'ora, Ercole uccideria la cruda fiera, in guisa, ch'ove era dolente allora, se n'anderia de la vittoria altiera,

ma non l'uscì però sì del cor fora il fier timor, nel quale ella posta era, che ne la speme, molto non temesse, che il figlio quel leon non uccidesse.

Com'uom che sovrastar si vegga cosa, di pericolo piena e di paura, che non si queta mai, non si riposa, e roso è sempre da continua cura,

se ben talor, ne la doglia angosciosa, amorevol conforto l'assicura, sì che si scemi in lui la gran temenza, non ne riman però del tutto senza.

Così allora a la misera, infelice non fu tutto il dolor del petto tolto, Pallade, ch'era d'Ercole fautrice, cui d'Alcumena il duol premeva molto,

bramosa questa e quel veder felice, al ben d'entrambi avendo il pensier volto, a ritrovare il padre i passi mosse, per veder qual di lui la mente fosse.

E se forse il trovava che volesse ch'egli restasse ne i perigli sempre, porgergli tanti preghi che il facesse venir verso ambidui, di miglior tempre;

Giove, ch'avea nel cor le cure impresse del figliuolo e vedea come distempre ogni suo ben Giunone, si dolea, che il nascimento suo scoperto avea.

Onde, ridutto in solitaria parte, come suol far chi seco si consiglia, in parte si dolea seco ed in parte rimanea tutto pien di maraviglia,

come Giunon cercasse, con tant'arte la morte d'Ercole;intanto la figlia vide venire inanzi al suo cospetto, conturbata e dolente ne l'aspetto.

Pallade, poi ch'ebbe impetrata udienza, cominciò a dir: – Tu che con ferme leggi, con giustizia infinita e con clemenza, le cose umane e le divine reggi,

s'immobile è la tua immortal sentenza, e fermo è tutto quel che fare eleggi, qual cagione è che sì mutar ti faccia, che quel che già ti piacque, or ti dispiaccia?

Deh quale errore ha contra te commesso Ercol, ch'or non ti sia, come pria, caro? E di quel che m'hai già per lui promesso, né debba divenire or così avaro,

che consenta che sempre egli sia oppresso da una voglia crudel, da un sdegno amaro, e che il destin a così cruda sorte, che sempre vada a rischio de la morte.

Chi piena è d'ingiusta ira, ha ciò che vuole, e tanto oltre si è esteso il suo furore che il padre ha dato morte a la sua prole, e a la moglie che gli era anima e core,

e chi del tuo figliuolo ogni ben vuole, ed ave un sol conforto nel dolore, che tu la debba consolare alquanto, sempre si vive in angoscioso pianto.

Stran guiderdon (per vero dire) a quella cortesia, con la qual già ti si diede, e ti si fece ubidiente ancella, a le promesse tue dando gran fede;

però, se merta il figlio e se mert'ella che usi verso ambi lor qualche mercede, non far, che del passato male il fine principio sia sempre a maggior ruine.

Né lasciar che si muti quel decreto per cui solevi dir che tra gli dei il tuo figliuolo e mio fratello lieto (come dicevole è )mi goderei,

il ch'esser puote mal, se sì inquieto dee guerra avere ognor con mostri rei, e perciò abbia un tiranno ad ubidire che, per tuo onore, a lui devria servire. –

Pallade tacque, poi ch'ebbe ciò detto, e quel che Giove rispondesse, attese: baciolla il padre e, aprendo il suo concetto, cotal risposta a la figliuola rese:

– Non dei pensar che non abbiano effetto le cose che la mia mente comprese allora, che ti dissi, che seria Ercol nel cielo e immortal pregio avria.

Perché questo così fermo rimane, come ferm'è, che tu di me sei nata, e per questo mutar, seranno vane le forze di Giunon, d'ira infiammata;

ma insin che vivo in terra, Ercol rimane ne la spoglia che gli ha la madre data, mestiero gli è che si travagli e sudi, contra i tiranni e contra i mostri crudi.

De'quali non fia alcun, che tanto vaglia, che non debba da lui rimaner vinto, e, quanto fia più orribil la battaglia, tanto serà di maggior pregio cinto;

e però, se Giunon bene il travaglia sol per vederlo, da fier mostri, estinto, e s'ubidir dee ad uom di lui minore, tutto è per più sua gloria e più suo onore.

Ché si ponno donare in cielo i pregi, come donar si ponno in terra i regni, ma quei che gli hanno per gli fatti egregi, di avergli si dimostran via più degni;

però perch'Ercol molto più si pregi, ed ad altri, come il ciel si acquisti, insegni, e disposto che scudi e si affatiche, e il ciel sia premio de le sue fatiche.

E allor gli fia, chi l'odia or sì benigna, così a giovargli fia meco concorde, ch'ove ora gliele vedi aspra matrigna, e sempre a tutti i miei pensier discorde,

più non gliele vedrai cruda, o maligna, (cosa ch'io vo' ch'allor tu ti ricorde); ma, mutando le crude in miti voglie, Ebe, sua figlia, gli darà per moglie.

Così vedrai che la virtute altrui, che con perseveranza arrivi al fine, conduce anima umana al ciel tra nui, e le fa luoco aver fra le divine,

sì come il vizio manda a i regni bui, chi, per lui, dal camin retto decline; dunque non ti sia grave che si sazie Giunon, poi ch'Ercol tai deve aver grazie. –

E più dirotti: – Poiché questa cura ti preme si, così desii sapere di questo fratel tuo l'alta ventura, e che grado, nel mondo, egli abbia avere,

che prima ch'egli ceda a la natura, e con gli dei nel ciel venga a godere, in varie parti genererà figli pieni d'alto valor, d'alti consigli.

Onde principio avranno le più illustri famiglie che si trovin ne la terra, né vedrà il sol, per quanto giri e lustri: gente che 'n pace più vaglia, od in guerra,

o ver che più lo stuol mortale illustri, più cacci ogni viltà sino a sotterra, di quei che nasceran del figliuol mio prima che tra noi venga ad esser Dio.

Ma di quanti da lui discenderanno, ad aver signoria rara nel mondo, a quelli pari non si troveranno, (se si cercasse ben la terra a tondo)

che da lui e dal troian sangue verranno, ch'ogni lignaggio a lor serà secondo, e perché più de gli altri, del celeste avranno, sortiran cognome d'Este.

E vo' che sappia come dee venire dal figliuol mio ceppo sì illustre e chiaro, e dal sangue troian, poiché morire fatto Ercole averà, per destin raro,

Bergione, Albione, anime dire, a i quali solo il mal oprar fia caro; in Francia passerà da l'Inghilterra, per gir nel pian, che l'Alpe ed il mar serra.

E dopo molte gloriose imprese, ch'ivi farà, con singolar virtute, quegli ch'allor fia re di quel paese, poi ch'avrà l'opre sue rare vedute,

perch'alme nascan d'alta gloria accese, onde pregio la Francia abbia e salute, opererà, ch'Ercol per moglie pigli una figlia, ch'avrà, senza altri figli.

Galata fia la giovane nomata, che gravida serà al primo congresso, e poi ch'al nono mese fia arrivata, prole, ad Ercol darà di viril sesso,

prole di cui non fia la più onorata, né ne'luochi lontan, ne'n quei d'appresso, il parto, a signoria dal cielo eletto, Galate fia da la sua madre detto.

Questi di Francia tenerà l'impero e scenderan signori invitti e regi, da così raro sangue e così altiero, maggior, di quanti il mondo onori e pregi;

Galate, per lasciare indizio vero di sé, vorrà che da que'spirti egregi giunto uno L al suo nome, il bel reame ch'or Celta è detto, allor Gallia si chiame.

Figli e nepoti nasceranno poi, per soccession lunga di Galate, e tra gli illustri descendenti suoi, tra quelle cortesi anime e ben nate,

che insino da gli Iberi a i liti Eoi, seran di età, in età, molto pregiate, nascerà il forte e valoroso Amone che fia d'alta virtù gran paragone.

Intanto arderà Troia e da le mani de i greci si torrà un figlio d'Ettore, che se n'andrà per luochi alpestri e strani sinché la sede in Francia verrà a porre,

che scendendo da l'Alpe, ne'gran piani, per cui la Senna e il Rodano discorre, fermerassi ivi e quella gente avrallo caro e per re, tra tutti, eleggerallo.

E come di franco animo fia questi, simil dal cielo avrà al valore il nome, e vorrà ch'a la Gallia da lui resti, qual da Galate già, novo cognome,

che Francia sarà detta;i costui gesti nobili seran tutti e seran dome quante contra lui genti s'armeranno, e chiari successor da lui verranno.

E, poiché corsi fian molti anni e lustri per raro dono e per destin felice, da uno scenderà di questi illustri, una donna, che fia detta Beatrice,

la qual, perché l'Estense sangue illustri, e veggasi ogni stella a lui fautrice, sendosi ella d'Amone inamorata, per legitima sposa a lui fia data.

A questa copia alcuna uguale inante non vedrà il mondo:d'amendue una figlia nascerà, che fia detta Bradamante, ch'avrà bellezza e forza a maraviglia,

diverrà questa di un Ruggero amante, che scenderà egli ancor da la famiglia d'Ettore e con legitimi Imenei, a lui serà ella giunta ed egli a lei.

Verrà da questi alfine, il gran lignaggio de la nobil progenie, ch'io t'accenno, che di virtù celeste avrà tal raggio, qual mai le stelle, tra mortai, non denno;

l'impero destinato a costoro aggio in riva al fiume, ove, per poco senno, cadde Fetonte, che volse il governo del carro del rettor del lume eterno.

Ché questi luoghi inculti e paludosi ov'or non vedi alcun che vi si imborghi, da costor seran fatti fruttuosi, seccati i laghi e le paludi e i gorghi,

né pur fian pien di luochi dilettosi ma di gran ville e populosi borghi, e sorgere ivi, insino ad ora, i'veggio l'alta città ch'al lor regno fia seggio.

Città, che fia tra le vicine, tanto e vaga e bella e di fortezze rara, e di nobili spirti ornata, quanto la gente che vi avrà imperio, fia chiara;

alcun non fia che dar si possa vanto terra signoreggiare a me più cara di questa che fia albergo a quella prole, che di virtù serà, tra l'altre, un sole.

Al costor bello impero non pongo io termine alcun di tempo, che fin mai, che si volgerà il ciel ch'io serò Dio: questo impero, fiorir sempre vedrai,

e, perché ognun comprenda, ch'io desio la lor grandezza e ch'io gli destinai, sin ad eterno, a questa signoria, lor darò il nome de l'essenzia mia.

E scenderanno quindi tanti eroi, tanti invitti signori e semidei, che ben vedrassi, che vengon da noi spirti sì chiari e simili a gli dei;

e, se più oltra sapere anco tu vuoi, e vuoi ch'io t'apra in ciò i segreti miei, sarà l'aquila mia l'insegna loro ch'a lor bianca verrà dal sommo coro.

Perché sia indizio de l'animo schietto, candido e puro di progenie tale, ma tra costor che insino ad ora ho eletto ad aver signoria, a la virtù uguale,

un Ercol nascerà tanto perfetto che fia simile al mio, fatto immortale, il quale Ercol serà detto secondo dal cielo eletto, a dominar nel mondo.

A costui serà padre Alfonso primo, che d'un altro Ercol serà degno figlio, il qual di tutti i suoi maggior più stimo, nel senno, nel valore e nel consiglio:

perché in cacciar l'invidia al profondo imo ed in fare al furor bassare il ciglio, tal mostrerassi, tra l'ostili squadre che figliuol d'Ercol fia tenuto, padre.

Ercol, di lui disceso, a la prudenza la giustizia avrà giunta e la pietade, e quanta in signor fu giamai clemenza, valore e cortesia, grazia e bontade,

e darà l'indizio l'alta sua presenza, ch'accolto in lui fia quel che in ogni etade, il ciel dar può di pregio e di valore a ben nata alma, a generoso core.

La cruda face ch'averà Bellona contra il padre di questo Ercole presa, da costui, del qual ora si ragiona, fia spenta sì che più non serà accesa,

misero quegli che a la sua persona nuocere, o al regno avrà la mente intesa, che proverà, con sorte acerba e dura, ch'avrò del sangue mio, sino allor, cura.

Ed oltra questo figlio sì eccellente, che il nome sortirà d'Ercole mio, dal padre istesso, ad illustrar la gente che più d'ogn'altra propagar desio,

Ippolito verrà, di virtù ardente, e chiaro lume, ch'a morte, a l'oblio se torrà in guisa, co'suoi fatti egregi, ch'eterno fia tra imperatori e regi.

Francesco seguirà il fratel pregiato le cui singular doti ora ti espono cui senno tale e tal valor fia dato, qual avesse dal cielo unqua uomo in dono,

e sì gran cavalier fia e sì onorato ne l'arte militar fia così buono, che superato ogni odio ed ogni insidia, d'astio rompere altrui farà e d'invidia.

Nasceran d'Ercol poi duo figli rari, Alfonso l'un, l'altro Luigi detto da noverarsi tra i più singulari figliuoli d'uom che il mondo abbia mai retto;

a lor non fia ch'alcun vada di pari ne i ben del corpo, o'n quei de l'intelletto che seranno amendue vivaci lumi di nobili virtù, d'alti costumi.

Quindi tu puoi veder quel che ne i fati disposto sia del figlio d'Alcumena, quanto i cieli felici le sian stati, di quanta gioia ella restar dee piena;

poiché debbon da Alcide sì pregiati spiriti uscir, ma per quetar la pena che la tormenta, voglio ch'a lei voli Mercurio ed, a mio nome, la consoli. –

Poi ch'ebbe così detto il padre santo, mandò il figliuol da le bell'ali d'oro che rasciugasse ad Alcumena il pianto: con dirle che, tra quanti in terra foro,

il mondo mai non ebbe alcun che, tanto meritasse il celeste consistoro quanto Ercol, che di lei nato era in terra, per far mostri e tiranni andar sotterra.

E non le fusse grave ch'ubidisce Euristeo, in quanto gli comanderebbe, e dodici fatiche egli finisce ch'ad espedir quel dur gli proporrebbe,

ch'ordinato era già, ch'egli sortisce (finito ciò ch'Euristeo gli imporrebbe) immortal pregio e sciolto dal fral velo, tra gli dei fusse posto alfin nel cielo.

Mercurio poi ch'al suo parlar die fine, Giove si pose a i pie'l'aurate piume e coperse le sue chiome divine del capello ch'avere ha per costume

qualunque volta a l'aure pellegrine commettersi, volando, si presume, e, presa in man la verga da i serpenti a percuoter si die con l'ali i venti.

Vola Mercurio e al suo scender dal cielo gli si fa intorno luminosa l'aria, sì ch'alcun non appar di nube velo, ovunque egli al volar l'ali sue varia;

e quale a noi, poiché è passato il gelo, si mostra l'arco in ciel di forma varia, quando percuote il sol nube, onde piove, di tale è cinto, ovunque l'ali move.

Trova Alcumena e tutto quel l'espone che gli aveva commesso il padre eterno; ella, ciò inteso, al lamentar fin pone, e sé e il figlio rimette al suo governo;

Ercol, con l'arco e col tronco, al leone va, e lo sdegno ha de la matrigna a scherno ed ha tutti i pensier fermi a trovarlo, che certo tiene in mille parti farlo.

Entra nel bosco il valoroso Alcide e cerca di trovar la cruda fiera; ma, poiché cercat'ebbe e non la vide e di lei scorse ch'ivi orma non era,

la folta de i densi arbori divide e un giorno intiero, da mattino a sera, la cercò e fu la diligenza vana perch'ella non uscì mai de la tana.

Come par che battendo i dumi fragna tesa la rete, uccellatore ingordo, perch'uscendo de i vepri ne la ragna, pensando di fuggire intoppi il tordo;

così perché il leon ne la campagna esca, batte Ercol gli arbori, ma sordo egli si mostra, né a modo alcuno esce ma queto sta, come sott'acqua pesce.

Vedeva ben nel bosco ossa di morti e varie membra in varii luochi, sparte, ma le vie ed i sentieri eran sì torti che non sapea, a trovarle, adoprar arte;

però che poiché la aspra fiera morti uomini e bestie avea, giva in disparte, e si stava nel monte in grotta oscura, perché ivi, da ogni assalto, era sicura.

Dunque, dubbioso di trovar la belva, che la morte avea data a tanta gente, dicea: – Se tra questi arbori se inselva questo fiero leon, che è sì possente,

perché non esce? Ed ecco ne la selva (mentre ciò dicea seco) immantinente una donzella gli comparve inanzi, di dolce aspetto e di umili sembianti.

Aveva l'una e l'altra gamba cinta, qual cacciatrice, da duo verdi socchi, e la vesta, in tal modo, era succinta, che nudi le apparevano i ginocchi:

la faretra di lince che distinta era con macchie che parevano occhi, pendeale a lato e l'arco in man tenea e l'auree chiome a l'aure sciolte avea.

Era Pallade questa che discesa al fratello era dal celeste regno per infiammarlo a la superba impresa, e romper di Giunon l'empio disegno;

al veder d'Ercol, finse star sospesa e diede, in vista, di vergogna segno come vergine semplice far suole e sciolse la sua lingua in tai parole:

– Dimmi, s'alcuna de le mie compagne, con l'arco in mano e con gli strali a lato, veduta errare hai per queste campagne, o cacciar cervo, o damma in alcun lato,

dilmi, così mai sempre t'accompagne sorte felice ed abbi sempre il fato a tutti i tuoi desir così secondo, ch'avanzi quanti fur felici al mondo. –

Così disse ella e il buon Ercol rimase a le parole sue pien di stupore, veggendola lontana da le case in loco pien di tema e pien d'orrore

e la presenza sua gli persuase che di donna mortal fusse maggiore, poi ch'era allor tra quelle selve ombrose e così riverente le rispose:

– Non ho compagna tua in questo deserto udita in parte alcuna, oggi, né vista, o donna, o dea, che tu ti sia, ma certo dea mi sembri a la voce ed a la vista;

però, se qualche grazia appo te merto, e se giusto pregar mercede acquista appresso a divina alma, sii felice a questo travagliato uomo infelice.

E dimmi: – Poiché la mia fiera sorte vuol ch'ubidisca a chi ubidir conviemmi, se forse in questo bosco erra quel forte leon che sì dubbioso ora qui tiemmi

che se per te il ritrovo e gli dia morte come già speme il sommo padre diemmi, grato mi troverai del beneficio, con l'inchinarti e farti sacrificio. –

Pallade disse allora: – I non mi pregio tanto che d'onor tal mi tenga degna, e lascio volentier dono sì egregio a quelle, a cui di averlo si convegna;

la mia gloria maggiore e il maggior pregio e il seguir di Diana l'alta insegna e con gli strali dar morte e co'dardi a damme, a capriuoli, a cervi, a pardi.

Ma poiché mi dimandi del leone, che sì fier si dimostra in questo loco, giace in quel monte, ch'è detto Tritone; e, se in caccia non viene, egli appar poco,

ch'ivi dal ciel mandato l'ha Giunone, perché, con froda tal forte e non fioco, assaglia un prode greco a l'improviso, né prima il lasci ch'egli l'abbia ucciso.

Ma s'egli se n'andrà dritto a lo speco che guarda di rimpetto a quella selva e il chiudrà si ch'a guerra venga seco per l'altro foro, la spietata belva,

egli illustre serà sovra ogni greco perché la cruda fiera che s'inselva talora in questo bosco, non pur presa serà da lui, ma morta in terra stesa.

Né turbar si devrà, se gli avenisse ch'egli con arme alcuna, non potesse ferir il leon sì che ne morisse e la pelle inviolabile tenesse;

che acciò che mortal colpo nol ferisse, volle Giunon, che tal dal ciel cadesse, ma non gli mancherà modo, né via di tor di vita quella bestia ria.

Che purché contra lui, con gran cor, vada, e del natio valor l'animo s'arme, se non porà col tronco, o con la spada, o con dur sasso, od altra sorte d'arme,

far sì che il leon vinto in terra cada, e de la sua fierezza si disarme, il farà con le braccia e con le mani, e i pensier di Giunon rimarran vani. –

Pallade poscia ch'ebbe questo detto, senza più dir parola, in uno instante, si mostrò tutta luce ne l'aspetto; luce, a cui par non fu veduta inante

si sciolse de la vesta il nodo stretto, e sciolta le caddeo sino a le piante, e sì sentir le chiome odor spirare d'Ambrosia e vera dea parve a l'andare.

Qual chi bramata donna in sogno veda e si creda tenerla entro le braccia e gli paia che sì il suo ben possieda ch'a pien ne goda, a pien se ne compiaccia;

tosto che il sonno a la vigilia ceda e sì fugga con lui l'amata faccia attonito riman tale, ad un tratto al suo sparir stette Ercol stupefatto.

E, seguendo con gli occhi la sorella, disse: – Crudel, perché con falsa imago, m'inganni sì che la vera favella udir non possa io che ne son sì vago?

Ma poi ch'a le fatiche mi rapella il ciel, di averti vista ora m'appago, e me n'andrò a trovare il fiero mostro nel mondo, che tu m'hai, col tuo dir, mostro. –

E detto ciò, là, ove giacea sicura la cruda fiera, Alcide i passi volse, e giunto a la spelonca orrida e oscura, di terra un sasso poderoso tolse,

e al buco l'appressò, con molta cura, perché il leon, ch'uscire unqua non volse, per cosa da lui fatta, se ne gisse a l'altra parte e a la battaglia uscisse.

Come suol ne la Puglia, su il Picano monte appicciare il cacciator la fiamma, perch'indi le fiere escano nel piano ed il cervo il covil lasci e la damma,

così Ercol quivi fa, con pronta mano, onde il fiero leon sì a sdegno infiamma, che per l'opposta parte esce del monte e vien contr'Ercol, con altiera fronte.

D'ogni elefante il vede via più grande che sovra sé di torre avesse soma, e aver al collo d'amendue le bande lunga una iuba, come lunga chioma,

par che fierezza tal dal viso mande ch'ogni forza restar ne possa donna che contra lui, per far guerra, si ponga over di dargli morte si disponga.

Qual da cervo attizzato aspro serpente esce dal cavo, ove soggiorna e irato contra l'assalitore aguzza il dente di veleno mortal, di rabbia armato,

e fa che il fischio suo lunge si sente, sì che ciascun ne resta spaventato, tale il leon contra Ercole si mostra per quella d'alte piante ombrosa chiostra.

Ercol, visto il leon, preso in man l'arco con un stral di ferirlo s'apparecchia, e poiché l'ebbe fortemente carco, e la corda tirata ebbe a l'orecchia,

l'attese, come cacciatore al varco l'orso, ch'uscito è de la tana vecchia, ma trovò il cuoio del leon sì duro che parve che lo stral desse in un muro.

Ercol, ciò visto, ratto in mano prese deposto l'arco, un sasso ismisurato che dal montoso giogo al pian giù scese e gliel cacciò, a due mani, al manco lato,

in terra al colpo il fier leon si stese; e, senonché Giunon l'avea affatato, più non sorgeva a far contra lui guerra, ma morto rimanea del tutto in terra.

Veduto steso al piano il mostro, Alcide prese veloce il suo nodoso tronco e se n'andò com'uom che il meglio vide, per farlo rimaner del capo tronco,

sorse il leon ch'a pena se n'avide Ercole e come il percotesse un gionco, od egli fusse un marmo, non curava i colpi che sì crudi Ercol gli dava.

Ma di percuoter pure egli non resta quanto più può, il leon sovra la schiena, or gli dà a'fianchi ed or gli dà a la testa, e con furor cade ogni botta piena;

il leon pien di rabbia empia e funesta si lancia contra il figlio d'Alcumena e cintol con le branche sue possenti, cerca cacciargli ne la faccia i denti.

Ercol, che dopo tanti colpi vede che il leon, più che mai forte, l'assale, con quella forza, ch'ogni forza eccede, lega col braccio manco l'animale,

e con la destra man, ratto provede, che nuocergli col dente egli non vale, che la bocca gli stringe e preme, in guisa, che fa van riuscir, ciò che divisa.

Le labra non così stringe a corsiero con le moraglie, Maliscalco forte, come Ercole la bocca al mostro fiero, ch'armati aveva i denti a la sua morte;

si dibatte il leon qua e là leggero e per riaversi fa mille ritorte, ma benché si travagli e si affatiche, son spese tutte invan le sue fatiche.

Ch'oltra che il muso gli ha con la man destra, con la manca il tien cinto anco a traverso, e, se bene ha il leon presa più destra, cingendol con le branche in ogni verso,

non teme Ercol però la fiera alpestra, ma cerca far caderla ivi a riverso, il che far cerca anco il leon di lui e vengon di sudor molli ambidui.

Qual uom che sveller cerca acero, o pino nato ne le sassose aspre pendici de la schiena maggior de l'Apenino che messe tra quei sassi abbia radici,

col petto e con le braccia a capo chino, lo scuote e torce e cerca da l'altrici sue parti trarlo, tal Ercol fu visto contra il mostro crudel, per farne acquisto.

Ma poiché l'uno l'altro un pezzo presse e l'aggirò con varii modi e scosse, né pote questo far che quei cadesse, sì vane riuscir tutte le scosse,

alfin parve ch'al mostro rincrescesse, ch'ogni suo sforzo van contra Ercol fosse, e, dato un crollo, da Alcide si sciolse, e verso la sua tana i passi volse.

Ercole il segue con la mazza in mano, qual forte alan che segua in selva l'orso, ma gli rimase sempre sì lontano (tanto il mostro veloce aveva il corso)

ch'entrò nel monte;Ercole a mano a mano gli venne dietro e gli percosse il dorso e l'altre membra per vederle rotte, ma vane furo alfin tutte le botte.

Il leon, che furor tutto era e rabbia, poiché vide Ercol ne la tana oscura qual tigre, la qual veda per la sabbia fiera, con cui venir dee a guerra dura,

del suo nemico insanguinar le labbia, quanto più tosto può cerca e procura, tal il leon far d'Ercole pensossi e squarciargli la carne e romper gli ossi.

Onde qui cominciò nova battaglia, più terribil che mai, più che mai cruda: Ercol col tronco il fier leon travaglia, perché l'ultimo dì gli occhi gli chiuda,

di sdegno, il mostro, il forte Alcide agguaglia, e con l'unghie e co i denti su la nuda terra di far caderlo in guisa tenta, che ne rimanga la sua vita spenta.

Or mentre l'uno l'altro e preme e incalza, ora dal destro, ora dal lato manco, Ercol su i piedi col gran colpo s'alza, ed il nemico fier più che mai franco,

botta il leon non cura e ardito sbalza contra Ercol, fiero più che fusse unquanco, per gittarglisi a dosso:Ercol s'allunga, perché, con quel furore, egli nol giunga.

Va il salto vuoto e torna il mostro in terra, Ercol repente gli si lancia sopra e il collo a mezzo con le man gli afferra, e pon l'ingegno ed il valore in opra;

rugge il leone e crudo i denti serra, e quanto ha di poter tutto l'adopra per torre il collo de le braccia fuori e sé sottrarre a gli ultimi dolori.

Qual drago, cui con mano il collo avinge, o Marso, o Psillo, o Ofiofago irato, quanto più il preme e quanto più lo stringe tanto il suo deretan, per ogni lato,

volge e rivolge e fiero fischia e ringe, per torsi da la man che l'ha legato, tal la parte di dietro il leon mena, per torsi fuor di così acerba pena.

Tutto il valor, tutta la forza accoglie e con grido crudel ruggendo geme, né però dal fier nodo si discioglie col quale Alcide fieramente il preme,

che quanto più a fuggir drizza le voglie, quanto più irato e minaccioso freme, tanto Ercol più lo stringe e più l'allaccia con le rubuste sue possenti braccia.

Come Borea talora in guisa volve frondosa quercia che la cima al piede (quantunque ella sia altissima) rivolve, tanto egli impetuoso e fier la fiede,

né cessa, che la gitta ne la polve; e dal suo gran furor, svelta la vede al sol mostrar la sua squallida sterpe, come arbor che dal piede il ferro sterpe.

Così Ercole il leon preme e raggira e sì gli stringe con le braccia il collo, che gli vien meno il fiato e non respira, ed è costretto a dar l'ultimo crollo;

poscia ch'Alcide il mostro morto mira, di mirarlo non può restar satollo, ed a pena a se stesso creder vuole ch'uccisa egli abbia quella immensa mole.

Morto il leone, il cuoio tutto intiero gli tolse e sé, dal capo a i pié, coperse, e se n'andò de la vittoria altiero, ad Argo al duro Euristeo e gli si offerse;

parve al tiranno Alcide così fiero che quasi la sua vista non sofferse, che 'n quella pelle essendo involto Alcide, tutto tremare il fe', tosto che il vide.

Come tener fanciul paventa e trema, se la madre si pon la larva al volto per farlo rattener, che più non gema, così ad Euristeo ogni vigor fu tolto,

che tanto l'orror fu, tanta la tema, ch'ebbe a mirarlo in quella spoglia involto, che gli parve vedere il leon vivo, che cercasse lui far di vita privo.

Ma celò quanto più poté il timore e, mostrandosi tutto orgoglioso in faccia, segno non die de la temenza fuore, ma come chi superbo altri minaccia,

mostrò che poco segno di valore Ercole avesse dato in quella caccia, e che più loda non gli si devesse che se lepre o coniglio ucciso avesse.

Il rodeva però tacitamente l'invidia dentro e gli affligeva l'alma che tenea certo, che più ardita mente trovar non si potesse in mortal salma;

e che non era tra la mortal gente chi meritasse più d'onor la palma, ch'Ercole, al qual dal cielo il sommo Giove dava senno e valore a tutte prove.

Tal che l'invidia a lui via maggior danno facea, ch'ad Ercol non faceano i mostri, perché il teneva ella in continuo affanno, e nulla gli giovavan gli ori e gli ostri;

ov'Ercol, tosto che il duro tiranno gli avea gli orribili animali mostri data lor morte, fuori di doglia era, ma lui sempre affligea l'invidia fiera.

E così avenga a ognun che con mal core a la virtude altrui mai sempre insidia, acciò che sempre lo strugga e l'accore sdegno rabbia, furore, ira ed invidia,

che come non è al mondo uomo peggiore di chi l'altrui felicitadi invidia, così degn'è che sempre roso sia da questa serpe venenosa e ria.

In segno di trofeo, portò la pelle del leon sempre il forte Alcide intorno, e 'n vece di corazza l'usò in quelle imprese, ch'a spedir date gli forno,

così un leon tra le celesti stelle, a Giunone faceva invidia e scorno, un altro ne vedea da l'alta sede, in terra del valor d'Ercol far fede.

Cosa che l'era di sì grave sdegno di quanto esser poteale ogni rea cosa, non sol perché van fusse ito il disegno che su la fiera fe'cruda e orgogliosa,

quando mandolla dal celeste regno per vederla restar vittoriosa, ma perché lui vedea del cuoio armato del leon ch'era a la sua morte nato.

Né armato pur, ma fatto a ogni ferita impenetrabil, sì che nulla sorte d'arme poteva entrarle ne la vita mentre l'aveva intorno a dargli morte,

ond'a la forza sua ch'era infinita al suo esser valoroso, al suo esser forte la pelle del leon tal sicurezza aggiunse che fu vinta ogni fortezza.

Ché come non poteva arme ferire quel feroce animal mentre vivea, così chi il cuoio si potea vestire del fier leon tal privilegio avea,

che sicuro era non poter morire, se ben spada, o secure il percotea, che il facea il cuoio dal capo a le piante mentre l'avea, più dur d'ogni diamante.

Così ad Ercol giovar di Giunon l'ire, così ebbe ben da l'apprestato male, che mentre ella volea i suoi dì finire, il fece divenir quasi immortale,

onde si vide che un virile ardire d'ogni malignità molto più vale, ma di questo insin qui, voglio aver detto quel ch'avenne ad udir diman v'aspetto.

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IX · Giambattista Giraldi Cinzio · Poetry Cove