Skip to content
1504–1573

IV

Giambattista Giraldi Cinzio

L'occasion così ratta si fugge, ché chi nel crin non le sa dar di piglio, indarno poi se ne consuma e strugge, che per riaverla è vano ogni consiglio;

e come non è cosa, tra quest'ugge più veloce a venirci del periglio, così cosa non è ch'a par di questa fugga, che il tempo, in un momento, presta.

E posto ch'ella in ogni cosa voglia, come colei che tra noi face il tutto, nondimen tanto può ne la battaglia, ed a chi la conosce è di tal frutto,

che da temer non vi è giamai ch'assaglia chi prender la si sa, doglia, né lutto, come seguon color pena e martire, che la si lascian da le man fuggire.

Questo mostrò Annibal quando egli vinse, e non seppe usar poi la sua vittoria, il che cagion fu ch'al fin s'estinse e fe' molto minor l'alta sua gloria;

ma Scipion, che lui poscia constrinse a fuggir da Cartagine, memoria chiara lasciò di sé mostrando come seppe a l'occasion dar ne le chiome.

Ma tra quanti mai furo antichi essempi degni d'esser lodati in prosa e 'n rime, mostrò s'è Carlo quinto a' nostri tempi assai più di ciascun chiaro e sublime,

che 'n domare i rubelli e vincer gli empi tra tutti ottenut'ha le parti prime, sol per aver saputo usare il tempo ch'offre l'occasione, in picciol tempo.

Così Tunesi vinse e a Barbarossa non giovò aver nel mar copia di vele, ché fu così la sua potenza scossa: e sì gran cagione ebbe di querele

che più mai contra Carlo non si è mossa la gente maledetta ed infedele, e tutto avenne.per usare in punto il senno, col valore in lui congiunto.

Né dato ha ne la Magna minor segno d'aver saputo usar la sua ventura, quando col gran valor, col molto ingegno, con la sua diligenza e con la cura,

tolto ha a Sansogna e a l'Antigravio il regno e fattigli prigioni e tal paura mess'ha in ogni signor ch'ivi soggiorna, che non ardisce alcuno alzar le corna.

Così Ercol contra Ergin seppe servirsi de la ventura, che gli offerse l'ora, e con l'ingegno suo la strada aprirsi a la vittoria, la qual stata fora

da la nemica parte, se fuggirsi l'occasion lasciato avesse allora, di cui, chi si ritrova restar senza compagna, mai sempre ha la penitenza.

Compito ch'ebbe il suo pietos'offizio Ercol verso i teban, ch'Ergin gli tolse, ritornò al militar primo essercizio, e contra i mini la sua gente volse;

ma la città, che l'ultimo supplizio aspettava d'aver, in uno accolse quanta gente atta a l'arme in sé tenea per opporsi al furor ch'ella temea.

Ch'ancor ch'altri il fratello ed altri il figlio piangesse in Minia ed altri il morto padre, mesto altri, per lo socio, avesse il ciglio che giacea morto fra le ostili squadre,

nondimeno il vicino e gran periglio ed il timor di doglie acerbe ed adre, voltar fece, dal pianto e da i dolori, a la diffesa de la patria i cori.

Chi di lor va a le porte e chi a le mura e chi sassi apparecchia e chi saette, chi spiedo, spada, lancia, aver procura, chi terra, sovra terra, in fretta mette,

chi a far forti le torri usa ogni cura, chi cerca in un tener le genti strette, chi l'unite divide in altra parte, chi la forza usa e chi s'acconcia a l'arte.

Così talor, se il re de i fiumi cresce e per neve e per pioggie e per torrenti, la turba de i villani, a cui rincresce perdere il gran, le greggie e i cari armenti

per ispedir la forza sua fuor esce, quanto più tosto può co' suo instromenti, co' quali ella si pensa poter fare, che il Po non possa ne' suoi campi entrare.

Mentre che è la città così sossopra, e ognuno attende a far fossi e ripari, perché improviso non le venga sopra, Alcide e guasti i dolci alberghi e cari,

un vecchio saggio che l'ingegno adopra, per tor la patria sua da' pianti amari, accor fa in uno i capitani eletti, e spiega il suo consiglio in questi detti.

Vorrei che fusse la fortuna nostra sì lieta e il nostro stato sì felice, che mentre Minia co' tebani giostra, non avesse a sentir cosa infelice;

ma poi che tal la sorte pur si è mostra, che più poco di ben sperar ne lice, credo che meglio sia mutar consiglio e cercar di fuggir tanto periglio.

Ché possiamo vedere apertamente ch'irati abbiam gli dei, se non siam sciocchi, e che forza è (se non mutiamo mente) che il colpo ultimo in noi rea sorte scocchi,

con forza tal, che giamai non fu gente ch'avesse maggior danno innanzi a gli occhi, di quel, ch'io veggio, prima che ci arrivi sì fier che ci dorrà che siamo vivi.

Onde poscia ch'ondeggia il nostro sangue, versato da i teban ne la campagna, e convien che la gente fatta essangue in preda a gli avoltoi tutta rimagna,

e la città così si duole e langue, ch'uomo non è tra noi, ch'ora non piagna, né pur gli uomini (oimé ) ma queste mura piangon la grave nostra aspra ventura.

Per lo nostro miglior, signori, io scieglio, ch'umili ad Ercol or chiediamo pace, e che cerchiam di spegner l'odio veglio, che cagione è ch'egli ne strugge e sface,

ed il passato giorno esser può speglio a timidi non pur, ma ad ogni audace, ché, quando inchina il cielo a l'altrui male, nulla il valor, nulla la forza vale.

E vero ben che, per la patria ognuno deve la vita espor, né curar morte; ma quando il destino è tanto importuno, che le speranze di servarla ha morte,

più tosto (a mio giudicio) de ciascuno umile andare al suo nemico forte, e sommesso cercar di conservarla, ché a l'ultima ruina altiero trarla.

Né per mio ben cerco d'indurvi a questo, che son del viver mio corsi tanti anni, ch'omai de la mia vita è poco il resto, e posso poco stare in questi affanni;

il ben commune solo a ciò mi ha desto, e il temer via più i vostri, che i miei danni, i quai sì gravi sovrastar vi veggio, che non so, ch'aspettar uom possa peggio.

Dunque mi par che, tutti umili a un tratto cerchiam di spegner questa fiamma accesa, che s'allor ch'eravam forti nel fatto, e vincer speravamo in questa impresa;

morto è il re, il figlio rimaso è disfatto, il nostro campo (il che a narrar mi pesa) che debbiam pensar or che siamo vinti, e da i teban vittoriosi cinti?

La cui felicità, la cui vittoria per lor combatte or più che non fanno essi, ed in tutto siam ben fuor di memoria, se pensiam forse non restare oppressi;

la fortuna or del nostro mal si gloria, e de' miseri e rei nostri soccessi, né vi è rimedio a mitigar quest'aspra se non umiliarsi a chi ella inaspra.

Qual mormorar d'un gran torrente l'onda suol che, discorra tra la rena e i sassi, s'avien ch'alcun tra l'una e l'altra sponda la chiuda sì ch'a gran fatica passi,

tal, prima che nessun parli o risponda, da l'adunata turba quivi fassi, che tra lor tutti fanno alto bisbiglio, inteso del buon vecchio il buon consiglio.

La maggior parte alfin cedea a Camerto, (ch'avea tal nome) e seguia il suo parere, che le parve che fusse egli sì esperto che potesse il lor meglio antivedere;

ma l'orgoglioso Odrin disse: – Se certo fusse sì il mal che costui fa temere, che vincer nol potesse uman valore, non ci porria nel cor tema maggiore. –

Ma la canuta età, che il crin gli imbianca, ed involta gli tien l'alma nel ghiaccio, fa che la forza in lui, che il valor manca, e che non gli dà il cor d'uscir d'impaccio;

ma color che, l'alma hanno ardita e franca ed hanno forte a la battaglia il braccio, speran poter salvar la nostra terra, e d'Ercol triomfare in questa guerra.

Abbiamo avuta la fortuna aversa in questo cominciar de la battaglia, così poran vederla in lor conversa i tebani ed amica a la Tessaglia,

ch'ella il veleno suo a vicenda versa, per fare a ognun sentir quant'ella vaglia, e nel ver, noi ben noi poco stimiamo, s'esser per sempre oppressi or ci pensiamo.

Se il nocchier, poi che la turbata faccia vede del mar ne la tempesta ria, spera d'avere il mare anco in bonaccia, e non lascia per ciò la presa via;

strano mi par ch'a l'ira, a la minaccia prima de la fortuna, di noi sia ognun sì impaurito che, tentare più quel non voglia, che ci può salvare.

Se, perché visto abbiam sol una volta al nemico la fronte e morti alquanti de i nostri e l'altra gente in fuga volta, ci pensiamo dannati essere a i pianti,

sì che 'n tutto ogni speme ne sia tolta di poter vendicar quei ch'abbiam pianti; nel parer di Camerto ognun si pieghi, e per la pace il suo nemico preghi.

Ma se ci avanza ancor tanto di forza, che possiam ricovrar l'onor perduto, perché ognuno il poter suo non rinforza? Perché non è il miglior nostro veduto?

Qual vergogna ne fia che 'n altrui forza andiam, come privati d'ogni aiuto, e, nel principio di questa tenzone, di viltà ognun di noi sia paragone.

Costor, che servono or, per liberarsi, accolto han tutto il lor potere in uno, e noi la patria nostra, che vantarsi puote di avere a sé sopposto ognuno,

lascieremo soggetta e serva farsi, perché tra noi non si ritrovi alcuno, ch'ami la libertà ? prima vorrei, non esser nato mai libero in lei.

Ch'a vergognare ella si avesse mai, ch'io fussi tra suoi figli annoverato, e, potendola trar fuori di guai, serva la lasciassi ir, sotto altrui stato,

vivere in libertà sempre pensai, ed ogni mio disegno è sempre stato di non voler che quella città serva, ché noi nel seno suo liberi serva.

Possendo l'ardir dunque darci scampo, per lo valor di liberarmi spero, s'Ergino è morto, Ippodamo e Melampo, feriti da le man d'Ercole altiero,

egli ha visto anco morti nel suo campo, il padre e con molti altri Alceste fiero, tal che se piange Minia per Alcide, Tebe per le man nostre anco non ride.

Sì che se non poranno i morti darci aiuto, ce 'l daran quei che son vivi che tanti son, che non deviamo farci sì di consiglio e di valor sì privi,

ché non pur non speriamo di salvarci, ma far del sangue lor correre i rivi, e se, per fier destin morir bisogna, meglio è morir, che viver con vergogna.

Tacque, ciò detto, Odrino tutto foco mostrandosi nel viso e tutto ardire Camerto (poi ch'ebbe taciuto un poco e vide, che nessuno osava dire)

disse: – I' non son sì vil, né sì da poco che contra Alcide i' non volessi uscire, se la fortuna non tenesse volto il tergo a noi, come a tebani il volto. –

E maggior segno dà d'alta virtute, chi sa cedere a tempo a la fortuna e sa con umiltà cercar salute, quando ella contra lui le forze aduna,

ché chi veggendo le cose perdute e lei serena a gli altri ed a lui bruna, oppor si vuole, armato d'insolenza, a la sua insuperabile potenza.

E l'effetto farà chiaro ch'io dico il vero e che sì è Odrino appreso al peggio, e quando sopra ci starà il nemico (come insino ora starloci io veggio)

mi vedrà ognuno a la mia patria amico e che la sorte rea nostra preveggio, ma duolmi, ch'io comprendo, insino ad ora, che il conoscerlo poi fia tardi allora.

Mentre costoro avean contesa insieme, ecco un messo venir pallido e bianco che dice ch'Ercol la città si preme, che non vi è loco alcun che più sia franco,

e che l'ultimo eccidio ognuno teme; tanto è venuto il core ad ognun manco, se non si trova alcun che con la spada a dare a gli altri ardir subito vada.

Come stimolo il bue veloce rende, quantunque sia per sua natura tardo, così la costui voce i cori accende e divien nel periglio ognun gagliardo;

le mura Odrin con la sua gente ascende, e veloce vi pianta il suo stendardo, e, col valore, a la battaglia invita la gente che dianzi era sì smarrita.

E dice loro: – O coraggiosi, o forti, di riacquistar l'onore il tempo è giunto, a la vendetta de i compagni morti usate il valor vostro in questo punto,

che il lor destin vi ha qui i tebani scorti, acciò ch'ognun di lor resti defunto, seguiamo adunque la ventura nostra, poi che certa vittoria il ciel ci mostra. –

Detto ciò Griseo segue Acrisio Odrino, e si pongono armati a la contesa; il popol, che si vede il mal vicino e ch'aspramente è la cittade offesa,

per schivar la rea sorte e il fier destino, s'arma insieme con gli altri a la difesa, onde, quanta esser può virtù in battaglia si vide allor ne' cor de la Tessaglia.

I fanciulli, le donne e i vecchi inermi che sono a l'armeggiar deboli e inetti, a i forti portano armi e portan schermi, e infiamman lor il cor con caldi detti

dicendo: – Noi che siamo imbelli e infermi, riposiam tutti sovra i vostri petti e riponiam nel vostro alto valore la speme de la vita e de l'onore. –

Così dice al figluolo il vecchio padre, così al fratel piangendo la sorella, e col fanciullo al sen, la trista madre il suo marito a suo soccorso appella;

non men si caccia tra le forti squadre la misera, infelice virginella, e, a giunte mani, con dolenti voci, infiamma a la battaglia i cor feroci.

Così talor quando da l'onde in mare e combattuta travagliata nave, quei che nel legno son, ne san che fare, si voltano al nocchier, che sol non pave,

e nol cessano tutti di pregare ché per quanta perizia ed ardir ave, da la tempesta ria tutti gli salvi e cerchi di condurgli al porto salvi.

Odrin corre qua e là, prega e comanda, e gli armati dispon tutti a lor loco, e sassi e dardi e pece e strali manda ne lo stuolo nemico e ardente foco,

ed a tal pone in capo tal ghirlanda, ch'ave da contrastar contra lui poco, che in un momento tutto si risolve, divorandol la fiamma in poca polve.

Ercol d'aprir le porte in tanto cura e con quanto ha poter le urta e percuote; cercano gli altri di salir le mura con scale, funi ed ingegnose ruote,

d'essere il primo ognun tenta e procura; né vuole alcun che 'n lui timor si note, e far cosa d'onor così ognun prezza ché i pericol non pur, ma morte sprezza.

Tutta la gente tessala a confuso non perdona a gittar saette e sassi, onde tal crede di salire in suso ché morto al basso, over ferito vassi;

monta uno, tosto che quell'altro è giuso, un altro dietro a lui raddoppia i passi e su le scale vedesi di rado che non siam quattro e sei sovra un sol grado.

Come al fiorir del novo april, le pecchie vanno carche d'Ambrosia a le lor case, che entrar molte sen veggono e parecchie, ch'erano a riposarsi entro rimase,

uscire in copia a le fatiche vecchie, tal che piena è l'uscita ognor del vase, così quivi non cade un così tosto, che vi han subito il pié quattro e sei posto.

Non giova punto che mandin ne' fossi i tessali i tebani a diece, a diece; né che vedano i visi arsicci e rossi, da le lancie, da i sassi e da la pece:

e ch'altri sian distrutti insino a gli ossi dal foco, ch'ad alcun spegner non lece, perché i teban non curan di morire mentre le mura cercan di salire.

Uno, che Caridoro era nomato, che segno di mirabil valor deo, su le mura de i mini era montato, e con Acrisio, morto avea Griseo,

ed avria tutto il resto consumato, se non gli si opponeva il destin reo che là, ove egli era, giunse apunto Odrino, e il gittò da le mura a capo chino.

Ercole tuttavia le porte batte mentre ascendono gli altri il muro ostile, ma le ritrova così forti fatte che forza non gli giova, o cor virile;

lasciale dunque e là ove si combatte va, ch'a veloce augel sembra simile, al giunger, che fece ivi, ch'Ercole altiero, divenne ogni teban più che mai fiero.

Ercol monta una scala e ad una torre ratto si scaglia con la destra mano; un numer di teban dietro gli corre per non laciar ir solo il capitano;

e con gli umeri questi a quel soccorre e seguono l'un l'altro a mano, a mano, il che veggendo Minia in guisa grida che se n'odono al cielo andar le strida.

Ercole, ch'allungava i passi molto, ed era innanzi a ognun, salì sicuro, ma l'altro stuol fu sotto sopra volto, che cadde de la torre in parte il muro

che quei di dentro, con inganno occolto, a farlo ruinar lenti non furo, onde ne sentì Alcide dolor tanto che a pena si poté tener dal pianto.

Ma qual rabbioso vento, che la sabbia in giro mena e tutti gli arbor spezza, tal Ercol pien di giusta ira e di rabbia, dà chiaro indicio d'ira e di fortezza,

non bisogna ch'alcun più speranza abbia né gli scudi, né gli elmi, perché spezza ciò ch'egli incontra, né a colpi tant'aspri i marmi si serian retti, o i diaspri.

Lascia una mano qui con mezzo il braccio, tutta una gamba la volta col piede, questi di vetro par, quei par di ghiaccio, qualor col tronco il fort'Ercole il fiede;

molte gran cose qui passando taccio che so che non avrebbe il mio dir fede; sol dirò ch'allor Ercole fe' cose che non seran giamai da l'oblio ascose.

Tutti i tebani, il capitano loro imitando, facean prove da Marte, le mura aperte in mille lochi foro, tal che entrar si potea per ogni parte

e ben che si opponessero a costoro i mini, con valor molto e con arte, eran però ridutti a stato tale, ch'attendean sol l'eccidio universale.

E senon ch'era sera e Giunon l'aria di nube ricoperse e tolse il lume, Giunon, che il suo voler punto non varia, perché fiero accidente Ercol consume,

io son sicur, ch'alcun de la contraria parte più non godeva il vital lume, che 'n poco spazio i fier tebani rotti, non pur gli avria, ma tutti al fin condotti.

Ma la nube improvisa ed importuna, che 'n densissima pioggia si risolse ad Ercol impedì l'alta fortuna e la vittoria allor di man gli tolse;

non si veggendo sol dunque né luna, Ercol le mura scese e i suoi raccolse, aspettando che il sol togliesse il velo de l'atra nube ed illustrasse il cielo.

Per far vendetta singolare e rara di tutti quei che morti eran rimasi, e l'avea pien di doglia così amara, che' egli era, per lo duol, caduto quasi

a la battaglia, in tanto se prepara e gli altri suoi, per vendicare i casi de lor compagni e s'eran ne gli alberghi ridutti a racconciar scudi, elmi e usberghi.

Rimane il fiero Odrin tristo e deluso, sendo tanti de' suoi morti e feriti; e per lo meglio fu da ognun conchiuso ché con que' pochi, ch'egli aveva uniti,

fuggisse e gli servasse a miglior uso, prima, che i giorni lor fusser finiti ché salvi quei, si potea far disegno di ripararsi e mantenere il regno.

Accolse dunque in un tacitamente Odrin, quanti erano ivi atti a la guerra, ma, perché i vecchi e la minuta gente grave timor di gran supplizio afferra,

né picciolo, né grande alcun consente ch'egli co' soldati, esca de la terra, s'essi tutti con lui non vanno insieme a un male istesso, ad una istessa speme.

Duro pare ad Odrin che si apparecchi di andar con lui gran numero di donne, di fanciulli, di vergini e di vecchi, piuttosto atti a vestir donnesche gonne,

ch'a prender l'armi, ma perché parecchi ch'i soldati tenean per lor colonne, disser di far con le grida sentire ad Ercole ch'Odrin volea fuggire.

Perch'Ercole la fuga non sentisse e gli assentì, temendo mal più greve, che quella inutil gente con lui gisse, quanto più si poté tacita e lieve,

ma prima che con gli altri egli fuggisse, ciò ch'ivi era di pregio, in tempo breve, raccolse ed il fe' por su i carriaggi apparecchiati a simili viaggi.

E, da Giunone aitato e da la notte, Odrin non si fermò giamai per via fin che le genti sue non fur ridotte là, ove temeva men la sorte ria,

ma poco gli giovò che non men rotte furono, che sarebber state pria, or mentre fugge Odrino, Ercole è in requie Tebe apparecchia sontuose essequie.

Perché vi avean portati i cavalieri Amfitrion ne la battaglia spento, il quale ebbe gli spirti così altieri e fu mai sempre al bene oprar sì intento,

il popolo, vestito a panni neri, si sentì al ciel mandare agro lamento, tale, ch'un sol non fu tra il popol tutto, che per pietà tenesse il viso asciutto.

La misera Alcumena, a cui Giunone la notte innanzi aveva in sogno mostro (per raddoppiarle il duol) ch'Amfitrione stato era ucciso da un malvagio mostro,

udito il lamentar de le persone, ché dianzi ivi ho col mio parlar dimostrò qual da coltel, passar si sentì il core, da grave intolerabile dolore.

E seco disse: – Ai voglia il ciel che il sogno che pur cercato ho persuadermi vano, tale non sia ch'ove il marito agogno non l'abbia steso Ergin morto su il piano

ed ove di conforto avrei bisogno, lo sdegno di Giunon crudo e inumano non mi abbia sì d'ogni allegrezza priva, che m'incresca trovarmi in terra viva. –

Così dicendo la dolente donna ricerca la cagion del commun pianto, e intesala, squarciatasi la gonna, e graffiandosi il viso in ogni canto,

spinta dal fier dolor che 'n lei s'indonna tra gente e gente vassi, insino a tanto, che va a la bara e più d'altra infelice, apre la voce al duolo e così dice:

– E questo, Ercole, l'oro è questo l'ostro che dar volevi a la dolente madre, dato a morte da te il nemico nostro, e rotte tutte le sue forti squadre?

Oimé che 'n vece loro ora m'hai mostro il mio marito ucciso ed il tuo padre, bene il previdi – e detto ciò s'avventa al morto e così trista si lamenta.

Qual crudo fato e qual mia fiera stella mi ti fa veder tal, marito mio? Se devea pur esser la sorte fella contraria in tutto ad ogni mio desio,

sì che il tuo fin vedessi, lassa, in quella ch'io aspettava vedere Ergino rio di tua man morto, perché, oimé, non dei fine, nel tuo partire, a i giorni miei?

Ma vissi, lassa me, vissi, dolente, perché Giunon d'una mia sola morte sazia non era e volse la sua mente a farmi pria morir nel mio consorte,

perché poi, viste le sue luci spente, una angoscia spietata, un dolor forte mi uccidesse di novo e mi cacciasse trista, quant'altra mai, tra l'ombre basse.

Ma poi che pure esser deveva questo, perché teco non venni anco, marito, in quel dì miserabile e funesto, nel qual fu il viver tuo, lassa finito?

Se teco vissi di mia vita il resto, giusto era ch'anco, oimé, fusse compito de la mia vita il breve corso teco, e la tua alma la mia menasse seco.

Ma non si rimarrà la tua mogliera poi che te vede su la bara estinto, viva, però che o d'aspra doglia e fiera lo spirito vital fia in tutto vinto,

o ver poi che non son più quella ch'era, che sciolto è il nodo, ond'eri meco avinto, io scioglierò la miserabil alma con forte man, da la caduca salma.

E sen verrà lo nudo spirto sciolto a i campi Elisi, tra gli ombrosi mirti, a ritrovarti, ove ti vedrà involto tra i più felici e più beati spirti,

ed ove or destin crudo mi ti ha tolto, allora non vedrò più dipartirti da me, ma sempre ci staremo insieme, là, ove alcun di Giunone odio non teme.

Io prego ben, se merta amor vetusto, ed una vera ed inviolabil fede, d'esser da Giove udita, ch'egli giusto dia a la mia pura fe' questa mercede

che il mio col corpo tuo sia arso e combusto, e del sepolcro tuo rimanga erede, acciò che se noi là serem congiunti i corpi nostri qui non sian disgiunti.

Così diceva e a ogni parola il petto si percoteva e fea oltraggio a le chiome, e poi che molto aveva pianto e detto ritornava a chiamar l'amato nome,

alfin le fu dal duol sì il core astretto, sì gravi de l'ambascia ebbe le some, che 'n guisa cadde su il marito smorta, che pareva con lui del tutto morta.

Ebbe di lui pietà lo stuol tebano, e la levò da la funebre bara ma, rivenuta, dato a un coltel mano, cercò dar fine a la sua vita amara,

e lo facea, ma non le fu lontano l'aiuto d'una sua fidata e cara donzella, che di man le tolse il nudo ferro e vietolle darsi il colpo crudo.

Tra tanto sono entrati ne le selve i dolenti teban, con le securi, e tagliando le piante, ove le belve soleano alberghi aver grati e sicuri,

son cagione ch'ognuna si rinselve ove più gli arbor son densi e più oscuri, e che mandino al ciel gli augelli i gridi, veggendosi privar de i propri nidi.

Cade l'abete.l'orno ed il cupresso, che fu sì grato a Febo e al buon Silvano, l'elce, l'acero, l'alno ed ivi appresso la quercia, ond'ebbe cibo il seme umano,

il frassino non men che il pino è messo da le radici sue squallido al piano, cadono olmi, ginebri e cedri e faggi, di nimfe alberghi e de gli dei silvaggi.

E, come appo i tebani era costume, una gran pira al gran guerriero alzaro, al gran guerrier, che privo era del lume, ch'a mortali è più d'ogni cosa caro;

il corpo suo su un letto, non di piume, ma quale a tale officio allor l'usaro, fu posto da color ch'erano eletti per vincolo di sangue a lui più astretti.

Poi lo tolser su gli umeri i guerrieri, che portato l'avean sin di Tessaglia, seguian dietro e dinanzi i cavalieri con le spoglie, ch'avean tolte in battaglia,

altri avevan gli arnesi, altri i cimieri, portavan gli usberghi altri, altri la maglia, gli scudi alcuni avevano riversi, tenean altri a le faci i visi aversi.

Portavano alcuni altri le bandiere con le lor cime rivoltate a terra, ch'avevan tolte a le nemiche schiere insieme col guerrier, mentre era in guerra;

un numero infinito di lumiere facea ch'ancor che il sol fusse sotterra, era di tanti lumi il loco adorno, che (malgrado del ciel) parea di giorno.

Posero, giunti al destinato loco, su la pira il guerrier morto costoro, la quale acceser col funereo foco, color ch'a tale officio eletti foro;

poggiò la fiamma al cielo a poco, a poco sì che il fumo ne andò a le stelle d'oro; tre volte alcuni, con poco intervallo intorno al rogo corsero a cavallo.

E tre volte percosser le taglienti spade, insieme spargendo l'arme e il pianto, dieder trombe e tambur mesti concenti, usi dar lieto suono, altiero canto,

le spoglie alcun gittar ne' focchi ardenti, altri poi ch'ebber molto e molto pianto, agnelle e tori a la pira amazzaro i nemichi prigioni altri svenaro.

E gli gittaro ne le fiamme accese, ove era il corpo del guerriero incenso; vi fu chi a versar olio e croco attese e spigo e costo e nardo e amomo e incenso;

ed al fin tutto ciò c'ha il bel paese de l'oriente, pien d'odore immenso, da tebani gittato fu nel fogo per onorar del gran guerriero il rogo.

Ma poi, che da le fiamme fu in tutt'arso il nobil corpo del guerrier pregiato, ivi a vino versar non fu alcun scarso per estinguer quel gran rogo infiammato,

Filandro scelse l'ossa e il cener sparso, in vaso a quel mistero apparecchiato, e d'acqua asperse i circostanti insieme, e poscia disse le parole estreme.

Indi di fini e preziosi marmi sepolcri alzaro a l'onorato busto e lo vi poser dentro e 'n brevi carmi mostrar quanto fu forte e quanto giusto;

e lo scudo vi appesero e l'altr'armi, come costume fu al tempo vetusto sparser per dargli poi gli ultimi onori il suo sepolcro di vermigli fiori.

La bella Aurora, da l'aurato letto venuta era nel ciel, bianca e vermiglia, quando Ercol, visto il sole insino al petto fuori de l'ocean, l'armi ripiglia;

il segue ratto il suo essercito eletto, vago spegner d'Odrin la rea famiglia, e soggiogar sì Minia a loro infesta, che non ardisca alcun d'alzar la testa.

Ercole andato a le serrate porte e visto in varii luochi aperto il muro, e non veggendo alcun né vil, né forte uscire a la battaglia, fu sicuro,

che per fuggir la lor spietata sorte, mentre il ciel tenebroso era ed oscuro, s'erano i mini con Odrin fuggiti come colombi dal Falcon smarriti.

Ond'a l'ordine messo tutto il campo accolse ognun sotto le insegne sue, e là, ove era ito Odrin per lo suo scampo, lento a voltarsi il fort'Ercol non fue;

Odrin, come di foco acceso lampo, meglio or sperando aver che ne le due battaglie prime contra Alcide venne, ma al suo pensier contrario effetto avenne.

Che tosto che lo stuol tessal s'accorse, ch'ivi Ercole i tebani avea condutti, timor gelato lor per l'ossa scorse come fusser presaghi esser distrutti;

co i cavalieri Odrin ratto soccorse, che per que' luochi in uno avea ridutti, onde fe' tanto che mise a le mani i tessali di novo ed i tebani.

Come di cervi un numeroso armento sicuro se ne va per la campagna, se il cacciator gli assal, tanto spavento han che l'uno da l'altro si scompagna;

sì che quantunque siano più di cento, un non ve n'è, ch'a contrastar rimagna ma quinci e quindi tutti in fuga vanno, temendo morte o vero acerbo danno.

Così fuggon costor le botte fiere d'Ercol, poi ch'egli contra lor si mette; beato chi a fuggir può tempo avere, o per le larghe strade, o per le strette,

perché sì gravemente Ercol gli fere, mentre de i morti suoi fa le vendette, ché si pensa ciascun ch'egli sol baste a far che contra lui nessun contraste.

Odrin, che vede ch'Ercol tra lor sembra un lupo entrato ne le greggie imbelli e che col tronco impetuoso smembra con mirabil valore, or questi or quelli,

di quel ch'avea promesso si rimembra, e per tor gli infelici e miserelli tessali da le man di chi gli ancide, da solo, a sol, va ad assalire Alcide.

I teban fieri a la battaglia accesi, mentre ch'Odrino va contra il lor duce, tanto si sono tra nemici estesi dal valor spinti di chi gli conduce,

ch'oltra molti feriti e molti presi, e molti messi al pian, privi di luce, gli altri, per non restare o presi, o estinti, si diedero a fuggir dal timor vinti.

Ond'ivi Alcide sol rimase e Odrino, che vide che meglio era ch'a Camerto, (ch'era del mal futur stato indivino, come l'avesse avuto innanzi certo)

creduto avesse, ma poi che il meschino l'estremo danno suo conobbe aperto; seco piuttosto di morire elesse, che 'n lui di timor segno Ercol scorgesse.

Però, rivolto al gran figlio di Giove, disse: – Bench'ognun fugga la tua forza, voglio però che qui tra noi si prove, se il tuo valore il mio forse oggi sforza,

tema chi vuol le tue superbe prove, quanto più forte sei, più si rinforza in me l'ardire e pria voglio esser morto, ch'alcuno in me timor unqua abbia scorto.

Ercole è a piede ed ha in mano la mazza con cui di rado egli percuote in fallo; Odrino è armato d'elmo e di corazza, e l'asta ha in mano e siede su un cavallo,

il più forte e il miglior de la sua razza, guarnito di finissimo metallo; ma bench'egli a cavallo, Ercol sia a piede, Ercole sopra gli è, e molto l'eccede.

Ch'avanza ogni grand'uomo di statura, che su la terra mai produtto fosse onde, senza aver punto di paura, con immenso valore ivi fermosse;

Odrin, che 'n atterrarlo avea ogni cura, punse il destriero e contra lui si mosse, e con la lancia in resta andò a trovarlo, pensando con quel colpo trappassarlo.

Ercole, ch'Odrin vede, in sé si accoglie, e trattosi da parte, il colpo fugge, e con la mazza verso lui si scioglie, a guisa di leon, ch'irato rugge;

Odrin dal colpo col corsier si toglie, ed al ferir de l'asta anco rifugge, e 'n un sì accoglie la sua forza immensa ch'Ercol non possa far difesa pensa.

E non pensando più far colpo vano, gli drizza al fianco l'arrestato legno; gira il tronco Ercol, con valor sovrano, e spezza l'asta e rompe il suo disegno;

Odrin, che vede affaticarsi in vano, avampa, tutto d'ira e di disdegno e il tronco de la lancia gitta a terra e la tagliente spada altiero afferra.

E gli drizza una punta verso il petto, pensandosi passarlo oltra la schiena; Ercole si ritira e senza effetto uscir fa il colpo, e 'n men che non balena

gli drizza il tronco suo verso l'elmetto, e tenta che la botta vada piena; ma il corsier, che del legno sentì il fischio s'arretrò e salvo Odrin, se pose a rischio.

Che la mazza, che dritta a la visera era d'Odrin su il buon corsier discese, e fu la botta tal, fu così fiera, che su il piano il corsier morto distese;

Odrin, ciò visto, armato sì com'era, di levarsi di sella il tempo prese, e su l'arcion messa la man d'un salto si lanciò in piedi su l'erboso smalto.

Come animoso Alan che va a assalire il toro, ben che sia di lui maggiore, e tenta di volerlo far morire, tanto ha feroce e generoso il core;

così non perde Odrin punto d'ardire, quantunque vegga sé d'Ercol minore, e stima di poter far con la spada, ch'egli di sua man morto in terra cada.

S'urtano come draghi, ambidui insieme, armati d'ira e di mortal veleno; Ercol l'incalza e con la mazza il preme, perché venga la vita al miser meno;

si ripara egli e qual chi nulla teme per l'immenso valor ch'ave nel seno, non studia pur di riparar le botte, ma mandare Ercol a l'eterna notte.

E mentre a la vittoria egli s'avaccia, Ercole di ferir tenta a la coscia, ritira egli la gamba e un colpo caccia al capo d'esso e fa sentirgli angoscia,

ché il tronco gli discende su la faccia, onde ne cade sì che più mai poscia il misero infelice non risorse, ma la terra morendo, anch'egli morse.

Morio il misero Odrin, ma con cor tale, con sì immenso valor rimase estinto, che si poté ben dir che dal suo frale carcer disciolto fu, ma non già vinto;

mostrò, fin ne l'estremo, quanto vale aver di molto ardir l'animo cinto, e, come grave caso, o dura morte non mette tema a un orgoglioso, a un forte.

Ercol così tra pochi giorni vinse i mini, gli orcomeni e ogni lor terra, ma non sì tosto i primi capi estinse, ch'avevan contra lui mossa la guerra,

che la necessità gli altri constrinse col capo chin, con le ginocchia a terra, venire a chieder del peccato atroce perdono al vincitor, con umil voce.

Come leon, poscia che 'n terra vede il nemico.l'orgoglio in sé rattiene, così Ercol, poi che a dimandar mercede la turba vinta umanamente viene,

perdona a ognun, ch'a lui perdono chiede, come a cor generoso far conviene, che non è mai ne la battaglia gloria, dar morte al vinto, dopo la vittoria.

E questo a'nostri tempi ha fatto chiaro più d'ognun, Carlo imperatore Augusto, al qual come non va alcun'altro a paro in esser valoroso, in esser giusto,

così nel perdonar si è mostro uom raro verso color che per isdegno ingiusto, la gente accolta avevan de la Magna, con l'arme contra lui ne la campagna.

Atto ben fe' da imperatore egregio, in cui quant'esser mai può, virtù regne; e mostrò che 'n ben nato animo regio vera umiltade ogni gran sdegno spegne,

e forse che acquistò via maggior pregio in perdonare a quei ch'avean l'insegne spiegate contra lui, ch'en aver presi in così pochi dì, tanti paesi.

Questo mostrò che gli altri egli sapea vincer e che se vincer sapea quello; e che mai sdegno grave non potea fare a la cortesia un bel cor rubello.

Parendogli che quei poco vincea, che vincer si lasciasse a sdegno fello e contra i vinti in guisa si adirasse, che l'ira, a pien, di lui poi triomfasse.

Ma ad Ercole tornando, una donzella gli fu condutta, figlia del re Ergino non men gentile che leggiadra e bella che veniva piangendo il suo destino:

questa dolente con umil favella gittataglisi a piedi, a capo chino, poi che mandato ebbe un gran sospir fore, così cominciò dire al vincitore:

– Questa vicenda de l'umane cose può far veder che non son così ferme che le forze del cielo a noi nascose, non le possano far deboli e inferme,

tal che se bene alcuno il piede pose in loco eccelso non è che nel ferme, perché questo girar fa che repente d'alto l'uom cade e vien tristo e dolente.

Ed io, che re mio padre aveva dianzi, né posso dar sì manifesto essempio che non credo ch'alcuno, o poscia, o innanzi più fier di me provasse il destino empio;

ma quantunque in miseria ogn'altra avanzi e la sorte di me faccia aspro scempio, ti prego ch'a pietà lo stato rio ti mova sì che salvi l'onor mio.

E sol non pensi a l'aver vinto, ma anco a quel che tu vorresti ch'altri fesse verso di te, quando il destino manco a tale una tua figlia conducesse;

se l'animo insin'ora e puro e bianco ho avuto non voler ch'or sianvi impresse macchie di disonore, ond'io sostegna cosa che sia d'una reina indegna.

Reina dico per natura ancora ché voglia la mia sorte ora ch'io serva, la qual più grave mi serebbe ognora se l'onestade mia non mi si serva;

ma s'io da tua merce questo ottengo ora, non mi duol d'esser presa, o d'esser serva; e, quando servar ciò tu non mi voglia, tra' l'alma (prego) fuor di questa spoglia.

Ché più tosto desio morir onesta che disonesta ricovrar il regno, se la tua cortesia questo mi presta atto farai di spirto gentil degno;

ed io, fin mai, che mi durerà questa vita, porrò ogni studio, ogni mio ingegno, in farmiti conoscer sempre grata, ché m'abbia l'onestà mia conservata.

E accompagnò queste parole estreme con pianti e con sospiri agri e dolenti; allor vid'Ercol, che por non pon speme ne l'altezza mortai l'umane genti;

e che rea sorte ogni gran stato preme, e son gli umani onor, qual nebbia a i venti; e che innanzi al morire, ad uom non lice, ne la vita mortal, dirsi felice.

Onde di quella donna alta e gentile così gli dolse e tanta pietà n'ebbe veggendolasi innanzi così umile che de la sorte sua molto gl'increbbe

e disse: "A donna tale atto alcun vile in man di vincitor, venir non debbe", e così detto portale la mano, sorger la fece con sembiante umano.

Ché quantunque Ercol per natura fosse com'era il padre suo, lascivo molto, a libidine mai non si commosse, per chiome d'oro, o per leggiadro volto,

qualora a lui donna, o donzella andosse, perché il suo onor fusse da infamia tolto, ché la natura vinse ed a lor fue non men cortese ch'a sorelle sue.

Però benigno infatti ed in parole sì a costei fu, che le levò il dolore, e come sparger suol nel cielo il sole, vinta la nube, il chiaro almo splendore,

così più la donzella non si duole, poi ch'Ercol l'assicura de l'onore; e veder non si puote a pieno sazia di rendergli di don sì fatto grazia.

Ercole in tanto chiaramente intese, da un numero infinito di persone, che a quella verginella il cor accese il signor valoroso d'Olizone,

per la qual cosa subito comprese, ché lieta, fuori d'ogni paragone, sarebbe se compisse le sue voglie, dandola a quel signor egli per moglie.

E fattala chiamar le dice: – Poi che tieni de l'onor tuo sì gran cura se il mio consiglio seguitar tu vuoi, io te ne farò star sempre sicura. –

Consente la donzella a' detti suoi, veggendo che l'onor suo si procura; Ercol soggiunse: – Quando ti fia a grado voglio marito ugual darti al tuo grado

e voglio che marito abbia Caldora sotto il qual Olizon lieto riposa. A questo nome la donzella allora stette sovra sé alquanto vergognosa;

poi qual sì mostra, al venir de l'aurora, tutta vermiglia matutina rosa, s'arrossì in viso e gli occhi in terra fisse e con sommessa voce così disse:

– Ancor che dura sorte sì m'aggrave, quanto aggravasse mai donna mortale, nondimen fa la tua bontà men grave la mia infelicitade e il mio gran male;

e poi che pur stelle crudeli e prave mi devevan condurre a stato tale, ho grazia a Dio che m'abbia il destin fiero condutta a soggiacere a tale impero.

Ché non pur mio nemico non ti trovo, come voleva la ragion de l'arme ma tanta e tal la tua cortesia provo che cerchi, a tuo poter, contenta farme,

con voler l'onor mio, con modo novo, in sì misera sorte conservarme, non altramente che s'ambi d'un padre fussimo nati e d'una istessa madre.

Però saprai che sol Caldora i'bramo, sì perché il padre mio gli mi ha promesso, sì ancora perché già molt'anni l'amo e spero lieta sempre esser con esso;

e perciò tenut'esser mi ti chiamo, fin che il viver mi fia dal ciel concesso, non tanto per la prima cortesia, quanto che vuoi che di Caldora i' sia.

Poi ch'ebbe così detto Filomena (che tale il nome de la giovane era) mandò a Caldora il figlio d'Alcumena, a dir ch'era appo lui la sua mogliera,

ch'era per lui di desio ardente piena; e chiamava sol lui mattina e sera, di cui l'onore era non meno salvo, che fusse, quando uscì del materno alvo.

E che quantunque avesse tolto il regno ad Ergin, per la sua molta insolenza, ch'era però per dargli certo segno, che giunta a la giustizia ha la clemenza;

e di darle tal dote avea disegno, ché, senza punto far di resistenza, la donzella per moglie prenderia, ché per suo ultimo ben, lui sol desia.

Il buon Caldora, a l'ambasciata nova, pieno rimane di sì gran letizia, che crede che qualunq'altra uomo prova, sì possa appo la sua, chiamar mestizia,

in lui l'antica fiamma si rinova, poi che di Filomena ave notizia, onde, come gli desse l'ali amore, ad Ercol giunse in poco spazio d'ore.

Al qual giunto che fu con riverenza gli s'inchinò, come a minor conviene; Ercol l'accolse con quella accoglienza, ch'accor sì de' chi riverente viene,

poi disse: – Acciò che voi non siate senza colei che vivo in mezzo il cor vi tiene, ed in voi sol, come in suo fin, si posa, io la vi voglio dar per fida sposa.

E benché certo i sia che così note le singolari sue virtù vi sono, che vi potrebbe la natural dote bastar, senza riceverne altro dono,

pur, perché non l'abbiate senza dote, de gli orcomeni il regno anco vi dono, e prego il cielo ad ambi sì felice, che non sentiate mai cosa infelice.

E detto ciò, chiamar fe' la donzella, che d'abito reale era vestita, e quanto era gentil, quanto era bella, tanto al suo amante fu cara e gradita,

tutta gioliva ad Ercol s'offerse ella non, come prima, mesta e sbigotita; ed egli, senza far molta dimora, la diede per mogliera al suo Caldora.

Gli si strinse Ercol d'obligo sì stretto quant'uom, per merto mai, stringer si possa, tal che sì grande cortesia dal petto né a l'un, né a l'altro d'essi unqua fu scossa

dal nobile atto e dal cortese effetto tutta la gente, ch'ivi era, fu mossa, a dargli, ad alta voce, quelle lode, ch'ad uom si dan, che per virtù si lode.

Queste le cose son ch'i capitani degni parer fan d'immortali onori, che quei che san frenare i desii vani, e spegnere i lascivi e insani ardori,

tra gli uomini si mostran più ch'umani; sendo di lor medesimi signori, ché chi vincer non sa, né può se stesso vincitor non è mai, ma sempre oppresso.

In Ercol poté tanto il cor pudico de la donzella ne l'estremo caso, che benché fusse figlia del nemico a cui nulla di salvo era rimaso;

egli, non pur le si dimostrò amico, ma sendo il padre suo giunto a l'occaso, fe' ch'ella l'ebbe ne l'ostili squadre, non men cortese ch'a figliuola padre.

O virtù rara, o singolar bontade, di poema dignissima e d'istoria, poi ch'a donzella, di sì gran beltade, ne la tua gioventù, ne la vittoria,

servasti sì l'onor, la castitade, che degno fusti d'immortal memoria, se fusser tali quei che seguon Marte, famosi teco andrian per ogni parte.

Né quel mestier tra noi guasto seria, che fu appresso gli antichi illustre e egregio dal sozzo stile e da l'usanza ria, che avere il face in odio ed in dispregio,

non perché egli da sé nobil non sia, ma perché gli han tolto costoro il pregio, de quai potrei cose infinite dire, ma, per non darvi tedio, i' vo' finire.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
IV · Giambattista Giraldi Cinzio · Poetry Cove