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1504–1573

II

Giambattista Giraldi Cinzio

Vera virtù, che nobile cor desti, sì valoroso a le forti opre il face, che bisogno non ha, ch'altri molesti, perch'egli vada a i fatti egregi audace,

che gli spirti gli tiene e i sensi desti alto desir, che fa che sol gli piace il travagliarsi in aventure nove, ove speme di gloria e d'onor trove.

Però non così tosto si discopre cosa, onde il suo desio possa adempire, che non dimostri, ch'egli entro a sé copre di lodevoli imprese alto desire;

e se ben faticose e dure l'opre sono, onde gloria speri conseguire, ogni periglio, ogni fatica sprezza, vago solo d'onor, vago d'altezza.

Ché sa, ch'i casi gravi e le fatiche e tutto quel che il vil ozio consume, a l'alme di virtù, d'onore amiche sono come vivace e chiaro lume:

non men ch'al vero onor siano nemiche la gola, il sonno e le oziose piume, ch'ove quelle fan l'uom simile a Dio, queste l'attuffan ne l'eterno oblio.

Il qual più abborre un animo virile, che ogni strazio, crudel, ch'ogn'aspra sorte, però che tiene, ch'una vita vile odiosa sia più, che dura morte,

e ogni eccellente cosa avrebbe a vile un'alma valorosa ed un cor forte, qualor non desse, bisognando, segno ch'egli fusse di lei, per virtù, degno.

E chi questo non sa, signor, si specchi ne la virtù de l'eccellenza vostra, che tra quanti fur mai giovani e vecchi, e ne l'antica etade e ne la nostra,

non troverà chi più l'alma apparecchi a quello, onde il valor suo l'uom dimostra, di voi, cui sempre sta acceso nel core vivo desio di sempiterno onore.

Né cosa è sotto il cerchio de la luna, o sì noiosa o sì strana aventura, se ben le annoverassi ad una, ad una, che vi paresse faticosa o dura;

qualor deveste contra la fortuna il valor dimostrar, che vi assicura contra ogni caso ed ogni stran periglio, non men che faccia il senno, od il consiglio.

Dunque, tornando a la mia istoria prima, dico, che mentre Ercol desire avea di far cose di pregio e di gran stima, uguali al gran valor che l'accendea,

e giva, col pensier di clima, in clima, scorrendo se trovar cosa potea, che lo servasse da l'ignobil plebe, poco lontana la trovò da Tebe.

Perché un leon da le teumese selve, il maggior, ch'unqua l'Etiopia desse, apparve tal ch'a le più fiere belve, facea timor, né alcuno era ch'avesse

ardir di andargli contra, ancor che velve ognun mostrandol da lontan dicesse, onde le fiere e la vicina gente squarciava ora con l'unghia, ora col dente.

Mentre la fiera d'ogni intorno corre tutto il paese e fa danno a le ville, Ercol, che l'ozio e la pigrizia abborre, e di desio d'onor par, che sfaville,

lasciata Tebe, la Beozia scorre da l'apparir del sol, sino a le squille, e a casa di un pastor, che benign'era, al tramontar del sol, giunse una sera.

Questi, tosto che vide il giovanetto d'alta presenza e di sembiante altiero, imaginossi che chiudesse in petto di singolar virtù nobil pensiero;

onde il condusse sotto il pover tetto, e gli disse: – Signor, male i' mi spero potervi accorre ne l'albergo nostro povero e vil secondo il merto vostro.

Ma quello, che potrassi da noi fare, tutto fatto serà, per farvi onore! – Ercole non mancò di ringraziare di tanta cortesia, il gentil pastore;

la moglie gli apparecchia da mangiare, e con tal viso e con sì lieto core il pane, il vino e quel che vi è dispensa, che val ciò più d'ogni superba mensa.

Così ebbe forse allor non men cortese in Frigia Bauci e il giusto Filemone, Giove, quando dal ciel col figlio scese, sotto sembianza di morta persone;

e lor del merto tal mercede rese, che mutò in tempio l'umil lor magione, ed ambi lor converse in verdi piante, in testimon de le lor opre sante.

Ne la capanna era una pastorella, vaga di viso e di fatezze grate, tutta vezzosa e tutta vaga e snella, nel primo fior de la sua verde etate,

la qual non meno amava, che sorella, l'altra, che le vivande ha dispensate: costei, guatando Alcide, a poco, a poco, s'infiammò tutta d'amoroso foco.

Ch'ancor che fusse di severo aspetto Ercole, non avea però diviso così il benigno ed il gentil dal petto, ché chiaro segno non ne desse il viso;

e non pur nel sembiante, ma in effetto tal conoscer faceasi, onde conquiso mentre servia, ne le povere case a quella pastorella il cor rimase.

Onde or gli dà con la compagna bere, or gli leva dinanzi i vasi vuoti, gli si pon di rimpetto ora a sedere, perché nel viso suo le fiamme noti,

e mirandolo, il prega col tacere ch'i suoi caldi desir non vadan vuoti: talora gli occhi abbassa e poi sospira, e guarda accortamente s'ei la mira.

Amor, ahi quanto è più, ch'altri non crede, la tua fiamma vivace al mondo immensa? Quanto spesso dal foco tuo si vede arder tal, che di ciò punto non pensa?

Ché benché avampi, pria non se n'avede, che 'n cener volto è da la fiamma accensa, e fede ora ne fa, per chiara prova, costei, che il foco tuo sì ardente prova.

La qual semplice e rozza e sol avezza a pascer greggie per gli erbosi prati, senza d'Ercole avere altra contezza, ave gli spirti suoi tutti infiammati:

e lui solo desia, lui solo apprezza, ed in lui solo ha i suoi pensier fermati, e tanto sente ben, quanto gli occhi ave intenti in lui, c'ha del suo cor la chiave.

Ché ben che vegga la sua sorte indegna di sì grand'uom, pur seco si confida, che far la debba amor di suo amor degna, poscia ch'egli ad amar Ercol l'è guida;

Ercol, che nel suo core altro disegna, non mira s'ella pianga o s'ella rida, ma poi che cenat'ebbe, al pastor disse qual fusse la cagion ch'errando gisse.

E come sol qualche aventura brama, con la qual giovar possa a l'uman stuolo, e ch'i pericoli e le fatiche ama, per levarsi, ad altrui giovando, a volo,

e che compagno alcun seco non chiama, perché vuol che l'onor sia di lui solo, ed il prega, se inteso ha in que' paesi cosa degna di lui, gliele palesi.

Il pastor, cui non era anco a l'orecchio venuto il suon de la ruina grande, dice che caso alcun novo, né vecchio, non sapea, di lui degno, in quelle bande;

or mentre tra lor parlano, ecco un vecchio che, grida dolorose a l'aria spande, e spronando un roncino, a sciolto corso, dolente a Tebe va a chieder soccorso.

A la dolente voce, al gran lamento del lagrimoso vecchio, escono fuore, ed il fermano e il pregan che contento sia di dir la cagion del suo dolore:

si ferma il vecchio, ma il crudo spavento par che così l'affliga e sì l'accore, e dal timor la lingua abbia sì offesa, che non possa dir cosa che sia intesa.

Qual lepre, che per fior vermigli e bianchi fuggita sia dal can che la seguia, che buona pezza ansando batte i fianchi, e per la tema e per la lunga via,

gli spiriti vitali ha così stanchi, che non sente se morta o viva sia, e le par sempre avere il cane adosso, che la squarzi e la rompa d'osso in osso.

Tal questo vecchio, come avesse appresso la fiera che d'ognun strazio facea, (benché lontan) temea d'esser sì oppresso da' denti suoi che dir nulla potea;

ma, poi che gli ebbe in cor tanto ardir messo Ercole ed il pastor, che la sua rea sorte poté spiegar, disse che tutto dal leone il paese era distrutto.

E disse che credeva che l'inferno non avesse in sé mostro a quello uguale, se ben venisse a noi, dal lago Averno, de le tre, la peggior furia infernale.

Però che quel leon aveva a scherno la forza di qualunque altro animale e che non era de le fiere sazio, ma de gli uomini fea spietato strazio.

E ch'ancor che si fusse contra il fello di sassi armata buona gente e d'aste, egli uccidendo or questo ed ora quello, fatt'ha, ch'alcun non vi è chi gli contraste;

perché abbandona ognuno il proprio ostello, e il lascia a lui, che sel consumi e guaste, più tosto che provar l'unghie ed i denti, che tanti fatti n'han tristi e dolenti.

E che per questo egli sì andava a Tebe velocissimamente a più potere, per far sapere a i padri ed a la plebe quanto di bestia tal debban temere;

la quale anco non ha l'unghia o il dente bebe, benché d'uomini uccise abbia le schiere, e che pericol vi è ch'a' passi sciolti, contra il popol teban non si rivolti.

Qual corsiero animoso, che il suon ode de la tromba che il chiama a la battaglia, batte la terra e il fren schiumoso rode mentre attende il guerrier, che su vi saglia,

tal Ercole tra sé gioisce e gode, a udir cosa esser giunta, ond'egli vaglia mostrare il suo valor, né vede l'ora, d'uscir possa a la battaglia fuora.

Però al vecchio si volge e tutto allegro il prega che il conduca ove è la fiera, per la qual la ment'ave ed il cor egro, che di trarlo del duolo, ove è, si spera:

Poco di simil difensor m'allegro, – rispose il vecchio – ch'ella è così fiera che se tu avessi mille braccia e mani, riusciriano i tuoi disegni vani.

Cerca Ercol pure che gli mostri il loco che veder gli farà qual abbia possa, il vecchio confidenza a poco, a poco prende, ch'egli il leon uccider possa;

e promette menarlo ove il mal gioco il mostro fa de l'altrui carni ed ossa; e da la pastoral umil magione, gir vogliono a trovare ambi il leone.

Visto il pastor ch'Ercol vuol porsi in via, cortese gli si fa subito innanzi, e dice: – Figlio, qual pensier v'invia, e fa che il vostro ardir tanto s'avanzi,

che senz'arme ir vogliate a quella ria bestia, ch'uccise tanti armati dianzi? – Ercole gli risponde che par ch'arme il valor l'uom, più di qualunque altr'arme.

E quando pur gli venga ogn'arma meno, meno non gli verran frassini ed olmi, e che co' tronchi lor mostrerà a pieno quanto un stran caso l'uom di gloria colmi;

il pastor, che conosce ch'Ercol pieno ha il petto di valor, gli dice: – Duolmi di non potervi dar spada o corazza, ma ben darovvi una nodosa mazza! –

La qual gli dice che cortesemente, gli lasciò un semideo, ch'ivi andò un giorno, dicendogli che s'unqua uomo possente ivi giungesse e d'alto core adorno,

gliene facesse a suo nome un presente, dicendogli che mai danno, né scorno gli avenirebbe, mentre con l'ingegno e col valore usasse il forte legno.

Perché chiunque, senza aver paura, a gloriose imprese si mettesse, d'ogni fier caso e d'ogni aspra ventura, che forza umana superar potesse,

la vittoria mai sempre avria sicura, fin che il nodoso tronco in man tenesse, che volea il ciel che rimanesse invitto, chi ad aver dono tal fusse prescritto.

E perché il giudicava esser quel lui, al qual sì raro don dar convenisse, voleva che, per nome di colui, lo si prendesse pria ch'al leon gisse

soggiungendo: – I' non so qual più di vui ch'al povero mio albergo unqua venisse per singolar virtù sua meritasse, ch'arma di pregio tal gli si donasse. –

E così detto fe' portare il tronco, ch'era d'un forte e poderoso olivo che ne la sua stagion stato era tronco e di rami e di frondi in tutto privo:

parve che non avesse in spalla un gionco al portator, che fa colei, che vivo foco nel cor, per Ercole avea acceso, il che le fe' più lieve il grave peso.

E gliele porse con sembiante tale, che parve che dicesse: – Io pur vi adoro, però vi prego ch'a la mia mortale piaga vi piaccia dar qualche ristoro,

che se voi, cagion sola del mio male non mi date soccorso, i' me ne moro e non posso più scherno alcuno avere contra amor che più voi, mi ha in suo potere.

O quanto volentieri avria voluto, che la si avesse presa Ercol compagna? Non le sarebbe il peso rincresciuto, né il seguirlo per bosco o per campagna;

ma, poi ch'egli il suo cor non ha veduto, la miserella tesse opra di ragna, perché sì intento è a far del leon preda, che non sa ch'ella pensi o ch'ella chieda.

Desio le venne mille volte e mille di scoprirgli il gran foco che la infiamma e di dir: – Poi ch'amor vuol che sfaville per lui di ardente e di vivace fiamma,

che porga refrigerio a le faville, che la struggono in guisa a dramma, a dramma, che poco più ch'a darle aita tardi, intempestivo fia il soccorso e tardi. –

Le venian su le labbra le parole, ma gliele togliea poi la gran vergogna, la quale allor, par che la voce invole che a chi arde più pietà chieder bisogna;

tacitamente adunque ella si duole, e 'n van soccorso da l'amante agogna, che, con la mazza, che il pastor gli diede, per dar morte al leon, mosse indi il piede.

Qual a l'andar che fa ne lo steccato un cavalier di pregio e di valore, che tosto che si è al campo appresentato l'animo e il molto ardir mostra di fuore,

in modo, che da ognuno è giudicato, prima, ch'a l'arme venga, il suo gran core, tal, nel gir a la fiera, fa palese Ercol l'ardir, che 'n lui dal ciel discese.

Mentre al leon va il valoroso Alcide, la misera infelice pastorella sola si duol, che lui da lei divide crudel influsso di maligna stella;

ma molto più di ciò l'accora e ancide, che le par di conoscer certo, ch'ella che, per amar, devrebbe essere amata, fuori d'ogni ragion sia disprezzata.

E dolendosi dice: – O quanto meglio stato mi fora a cor rose e amaranti, e gigli e calta e avermi fatto speglio del fonte, in cui solea specchiarmi innanti,

e seguir le compagne e lo stil veglio, tutto di riso pien, pieno di canti, od esser stata assisa s'un scelce, a guardar le mie greggie a pié d'un elce.

O, al suon de la zampogna, intorno al fonte seguite aver le mie dolci carole cingendomi di verd'edra la fronte di croco, di narciso e di viole;

o a l'ombra d'uno abete o a pie' d'un monte, cantando aver schivato il caldo e il sole, ch'aver mai volto il mio vago pensiero al crudel uom, per cui languisco e pero.

Ché più dur'è di qualunque aspro sasso e di qualunque tigre più crudele, oimé come son io a l'estremo passo condutta, per amor fermo e fedele,

com'è il miser mio cor di speme casso, come è fatto il mio dolce assenzio e fele, e come mi conduce la mia sorte, per amare un crudele, a cruda morte? –

E mentre ch'ella con parole tali, d'amor si duole, si lamenta e piagne e face risonar de le mortali, sue doglie il folto bosco e le campagne

ed a pietà commove gli animali, ch'odono come ella si dolga e lagne, a parte, a parte la consuma e strugge la fiamma, che dal cor gli spirti fugge.

Tra tanto, Ercole invitto al loco venne, ove la bestia fa ch'ognun s'affanni, e, visti molti morti, il pié rattenne, mosso a pietà de gli angosciosi affanni;

gli uomini, cui, fuor di pensiero, avenne soccorso tale a lor gravosi danni, l'accolser con quel core e con quel viso, ch'accolto avriano un Dio del paradiso.

E ginocchion gli si gittaro a' piedi, chiedendo al lor gran mal tosto soccorso e dicevan: – Signor, tu stesso vedi come ogni aiuto, insino ad or, n'è scorso;

se tu col tuo valor non ci provedi, de la vita finito abbiamo il corso, ché né forza, né ingegno più ci vale contra il furor di sì fiero animale! –

Quivi si duol del morto figlio il padre, de la moglie il marito e la sorella del fratel, de le figlie sue la madre, e ciascuno in soccorso Ercole appella;

egli mosso a pietà de le doglie adre, che soffert'han da quella bestia fella, cortesemente tutti gli conforta, e promette lor dar la bestia morta.

Come il dannato, cui su il collo avea il manigoldo già messa la scure, che 'n vece de la morte ch'attendea, Sente voce venir, che l'assicure

che perdonata gli è la colpa rea, per cui dannato era ir tra l'ombre scure, non può il timor così da sé scacciare, che l'alma non si senta e il cor tremare.

Così color, quantunque promettesse trar lor d'affanno il figlio d'Alcumena, e la vittoria certa ognun tenesse, vista di tanto ardir quell'alma piena,

la tema non dimen, che loro impresse di tanti estinti già la crudel pena, così que' miserelli preme e ingombra, che la speme il timor tutto non sgombra.

Ercole intanto ode il leon che rugge, e l'aria fende e fa tremar la terra; al crudo suon, dal viso il color fugge a quei che vedut'han come egli afferra,

e chi a le tane e chi a gli arbori rifugge: chi per le grotte va sino sotterra, e sì s'asconde quella turba mesta, ch'Ercole solo in mezzo il campo resta.

Ma le donne, i fanciulli, i vecchi inermi, e quegli ancor che son di cor più audace, ma divenuti son vili ed infermi per tema del leon che gli disface,

pregano il re del ciel che 'n Ercol fermi il valor sì che lor dia tregua e pace, e pregando, promettono divoti offrire a i tempii sacrifici e voti.

Pregan costoro il leon crudo e fiero minaccioso e terribil ne l'aspetto; al bosco vien de la rapina altiero, senza tema d'alcun, senza sospetto

per girsi, per lo solito sentiero, al monte, ove egli avea sicur ricetto, e con la lingua si asciugava il collo, molle del sangue, ond'egli era satollo.

Ma tosto ch'egli è giunto nel gran piano, ch'a' pié del monte Teumeso siede, ed Ercol, col nodoso tronco in mano, ivi senza timor, star fermo vede,

avampa tutto di furore insano, e di lui far quel che de gli altri crede: ma ben che sia di gran furore acceso, visto Ercol non fuggir, sta in sé sospeso.

E a guisa d'un, ch'uom coraggioso assale, che, prima che battaglia con lui prenda, tutto il riguarda e poi contra lui sale, e di ucciderlo cerca, o che si renda;

mira dal capo al pié il fiero animale Ercole e poscia, con rabbia stupenda, quanto di valore ave in uno accoglie, e con un salto verso lui si scioglie.

Chi veduto ha talor fuori a le ville alan, che lupo altier vada assalire, che di sdegno e furor tutto sfaville e solo a dargli acerba morte mire,

e mostrando ne gli occhi aver faville di rabbia accese e d'implacabil'ire a bocca aperta il suo nemico assaglia, pensi tale il leon ne la battaglia.

Ercol, che vede il terribil assalto in sé si coglie e verso il leon guizza e mentre che quel s'alza con un salto per sfogar tutta la rabbiosa stizza,

Ercole il tronco, a due man leva in alto, e verso il petto un fier colpo gli drizza, e, col valor de le sue forti braccia, un trar di man da lui lontano il caccia.

Così talor vist'ho fare al fanciullo, quando la palla col baston percuote, e si piglia giocando quel trastullo, che pigliar, per l'età tenera, puote,

il leon, che il suo assalto vede nullo, e sente, come il tronco Ercole ruote, si fa più accorto e più avedutamente contra Alcide arma l'unghia ed arma il dente.

E con gli occhi, che paion faci accese, pieni d'ira e di sangue Alcide mira, e, per far la vendetta de le offese, si batte con la coda e più s'adira;

Ercol le voglie a la vittoria ha intese, né teme se ben crudo egli si gira, ma, l'arte accompagnando col valore, col tronco opprimer cerca il suo furore.

A destra ed a sinistra va il leone, e tenta s'Ercol pure atterrar possa, schivando il gran ferir di quel troncone, del quale ha già sentita la percossa;

ma, ovunque egli si volge, gli si oppone Alcide, per fiaccargli polpe ed ossa, e come uomo, non men forte che saggio, attende, più che puote, al suo avantaggio.

E, scorto il tempo, il tronco a due mani alza, ed il tenta ferir sovra la testa, ma il mostro si ritira e indrieto sbalza, e, co' piedi dinanzi, il legno arresta;

Ercole tutta via fiero l'incalza, si volge il mostro in quella parte e 'n questa, e, non potendo Ercol ferir, si strugge, e più freme che mai, più che mai rugge.

Giunone, che dal ciel la pugna scorge, ed a' danni d'Alcide è tutto intenta, visto il leon che contra lui risorge, perché la vita sua rimanga spenta,

quanto porger gli può favor, gli porge, e sdegnosa, tra sé, solo argumenta, che tal faccia d'Alcide il leon strazio, che il suo fiero voler rimanga sazio.

Onde fa che, mentre Ercole gli mena, su il tronco ambe le branche il mostro mette ad Ercol fa mestier di buona lena, e tener più che può le mani strette

che il leon si torce e si dimena e nulla de la forza sua rimette; ma, usando l'uno e l'altro ardire e forza Ercole, al fin, la fiera bestia sforza.

Ricovra Ercol la mazza, ma la fiera a bocca aperta gli si lancia adosso con impeto sì grande e così altiera, ch'ella romper sé il crede d'osso, in osso;

Ercol, che non men mira, ch'ella pera il tronco, che pur dianzi avea riscosso, ne la bocca, a due man, ratto gli spinge ella l'afferra e più che può lo stringe.

Come talora suol forte mastino ch'irato ne la strada uscito sia, a dare assalto a pover pellegrino che, con divoto cor, sia intrato in via,

se col baston, che porta nel camino, egli, a diffesa sua, colpo gli dia, stringer, co' denti il legno e ogni arte usare per veder se gliel può de le man trare.

Così d'Ercol la mazza il leon morse, e vi cacciò, quant'eran lunghi, i denti, e quinci e quindi sì s'aggirò e torse che gliele trasse de le man possenti;

tolto il tronco di mano ad Ercol, sorse contra lui, con gli spirti via più ardenti, ma non poté smorsare il duro legno, onde su l'unghie sol fece disegno.

E, poscia che si volse in ogni verso, e ferirlo in più luochi ebbe tentato, la destra branca al fin gli drizzò verso il ventre, più che mai fiero e adirato;

e poteva dividerlo a traverso, se su l'aviso Ercol non fusse stato, ma, contra il colpo de la bestia crudo d'una ben forte quercia si fe' scudo.

Scende il colpo nel legno e quasi intiero tira l'arbore a terra, ma veggendo che non gli è riuscito il colpo fiero, ne caccia un altro più che il primo orrendo;

Ercol, che contra lui il vede sì altiero, il tempo, al meglio suo, ratto prendendo, a la parte del legno dà di mano, che avanza fuor di bocca al mostro strano.

E col sinistro pié fermato a terra, e con la destra gamba più distesa, con somma forza la gran mazza afferra, ch'aveva l'animale orribil presa;

ma per tirar, che faccia, non disserra, il mostro i denti e tien ferma la presa, tal, che par proprio che ne le pendici d'un monte, il tronco messe abbia radici.

Ma poi che vede indarno affaticarsi, e che sembran nel legno i denti chiovi, per voler fuor di quell'impaccio trarsi, bisogno gli è ch'altro rimedio trovi;

onde, volendo vincitore andarsi, com'uom, che ne' perigli il meglio provi, l'animal leva in aria e il mena a cerco, e di lui fa quel che di fare ha cerco.

Ché girandolo a torno ad una cote, ch'ivi trovò, con quant'ave potere, tre volte, quattro e sei tanto il percuote, ché di lui non poteva più temere;

il fier leon, che contrastar non puote, e si vede la morte al fianco avere, non pur Ercol non preme e non l'offende, ma più dal valor suo non si difende.

E si ritira, come fusse attratto, languidi gli occhi, ch'eran già di foco, poi, tutto distendendosi, ad un tratto, da le percosse rotto, non che fioco,

finì de la sua vita l'ultimo atto, facendo del suo sangue umido il loco, in cui n'aveva già de l'altrui tanto versato, ch'era molle in ogni canto.

Qual talor cela il sole a mezzo il giorno, nube, ch'apporti acqua ristretta in gelo, e il lume, del qual era il mondo adorno, copre col tenebroso, oscuro velo,

tal Giunon cruda, per lo grave scorno, ch'ebbe di tal vittoria, restò in cielo, ché il duol le ingombrò il viso, già sì allegro, che mutò ciò ch'avea di lieto, in egro.

Morto il leon, non ardivano ancora color, ch'ascosi s'erano, di uscire, né di venire a la campagna fuora, tanto il timor lor tolto avea l'ardire;

ma poi che stati furon più d'un'ora, né il leon udir fremer, né ruggire, usciro ed ebber molta grazia e molta a chi avea lor tanta ruina tolta.

Come color, che chiusi tra le mura d'una città, come augeletti in gabbia, che lungamente avuto abbian paura d'ora, in ora sentir l'ultima rabbia

se subito soccorso gli assicura, sì che nessun di lor più timor abbia, lasciano i pensieri egri e i tristi pianti e lieti al vincitor vengono innanti.

Così ad Ercol costor vengono tutti, con gratissimo core, allegramente poi che per lui si veggono ridutti da tanto orrore, a viver quetamente;

vi son di quei che per gli gravi lutti, e per gli danni de la morta gente, non ardiscon mirar la fiera morta, ché timor la sua vista anco lor porta.

Ma quei c'han tema e quei che son sicuri Ercol gridando, al cielo alzan la voce, pregando che sua vita a lungo duri, e non l'offenda mai mostro feroce,

perché par lor, poter restar sicuri da ciò, ch'a la natura umana nuoce, insino che tra gli uomini si viva egli, che il mondo di tai mostri priva.

Se la mente di Giove fu benigna verso il figliuol, per l'onorata impresa, rimase la terribile matrigna, di tanta invidia e di tant'odio, accesa,

ch'ad Ercol fu via più che mai maligna, cercando vendicar l'avuta offesa; ma quel ch'avenne ad Ercole d'acerbo, a miglior tempo raccontar mi serbo.

Bisogna or dir, come a la patria tolse il giogo de l'antica servitute, mentre sé contra i mini irato volse, e fe' conoscer lor la sua virtute,

e come Ergino del suo orgoglio accolse tal mercé ch'i teban n'ebber salute, e gli orcomeni e i mini acerbo pianto, come chiaro vi fia ne l'altro canto.

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