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1504–1573

31

Giambattista Giraldi Cinzio

Se 'l mio mal aspro e grave, com'è dentro al cor forte, così venisse fuori in questi versi, tal mai non ebbe od ave

pietà de la mia morte, ch'or non potrebbe meco non dolersi; e di quant'io soffersi fors'avrei tal mercede,

che 'l duolo, ond'io son pieno, nel cor mi verria meno, e con la mia sincera e pura fede, l'aspra mia fiamma interna,

saria nel mondo eterna. Ma (lasso me) che parlo? A che di ciò ragiono? A che quel che non puote esser, desio?

Non rose legno tarlo, né punse corsier sprono, quant'ella rode e pugne lo cor mio. Veder spero adunque io

pietà in cor sì selvaggio? O cieche e 'nsane voglie! Amor fia senza doglie, e senza fiori pria d'aprile e 'l maggio,

e io morto sotterra, che pace abbia in tal guerra. Ch'Amor, che mi fu sempre nemico, e più contento

è quant'è 'l mio dolor più acerbo e fiero, perché più mi distempre il crudo aspro tormento e 'l continuo martir ond'io mi pero,

via più che mai altiero accresce le mie pene, giugnendo doglia a doglia, e di saver mi spoglia.

Sì ch'io bramo il languir, via più che 'l bene; e già son giunto a tanto ch'io vivo sol di pianto. Dunque, leggiadre rime,

ch'a difendermi il core, altr'armi non avendo prima usai, poiché tutte sue lime, sovra me adopra Amore,

ite, che sol per me fa star in guai. Deh, Amor, poiché sol fai il mio misero stato, fa che madonna senta

il mal che mi tormenta, e sarammi il morir molto più grato. Deh, nel mio estremo corso dammi questo soccorso.

Ma s'è sì cruda e iniqua, Amor, tua legge acerba, onde gli amanti in duri lacci leghi, e s'ella è così antiqua,

né mai si disacerba, a che sper'io che me da quella sleghi? Che s'i'pietosi preghi mercede avessin teco,

non pur al gran martire che mi face morire, daresti fin: ma lagrimando meco, lei, che m'è così fiera,

faresti meno altiera. Ma perché se mi preme il mal, tu mi dai peggio, prego che morte fin doni al mio male.

Ma inanti l'ore estreme, dai dei piangendo cheggio (se s'ascolta nel ciel pianto mortale) che 'l miser corpo frale,

così di vita privo, mandino a quella sorda, ch'è del mio male ingorda: che veggendomi morto, ov'or m'ha a schivo,

fra sé dorrassi forse, ch'al mio mal non soccorse. E divenuta tardi men fiera e men sdegnosa,

accuserà tra sé la sua fierezza. E s'averrà che guardi la pietra, ove fia ascosa la carne priva di vital fortezza,

lasciando la sua asprezza, pregherà eterna requie a le mie infelici ossa, e sovra la mia fossa

moss'a pietà farà pietose essequie: così del suo mal pago fia il cuor di morte vago. E tu che del fin pavi,

infelice alma trista, va' lieta, priego, ove il destin ti chiama; né più timor t'aggravi: ch'un bel morir acquista

a chi languendo vive eterna fama. Così l'antica brama potrai finir contenta: che non ti fia allor tolto

fruire il divin volto, e 'l vago seno desiosa e 'ntenta, e quel lume sereno ond'io mi vengo meno.

Canzon nata di pianto, a chi Amor segue dirai come a gran torto donna crudel m'ha morto.

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31 · Giambattista Giraldi Cinzio · Poetry Cove